Stalker di Andrej Tarkovskij
di Mauro Mondello - 01/07/2006
La zona è forse un sistema molto complesso di insidie… non so cosa succede qui in assenza dell’uomo, ma non appena arriva qualcuno tutto comincia a muoversi… la zona in ogni momento è proprio come l’abbiamo creata noi, come il nostro stato d’animo… ma quello che succede, non dipende dalla zona, dipende da noi. (Stalker di A. Tarkovskij, 1979)
Stalker è un film che in molti definiscono di fantascienza, e a ragione, solo per la trama. Perché i significati e le finezze di cui è disseminato portano invece dritti al cinema d’autore.
Tratto dal romanzo Picnic sul ciglio della strada (1971) dei fratelli Arkadi e Boris Strugatzkij, il film presenta un’interpretazione del tutto personale del regista Andrej Tarkovskj.
Un meteorite caduto sulla terra ha trasformato un lembo di campagna in un misterioso luogo sconosciuto, riempiendolo di oggetti e costruzioni inquietanti, lasciate lì come fossero rifiuti di un picnic.
La Zona, dopo l’accaduto, è stata recintata ed è protetta dall’esercito, che spara a chiunque provi a varcare la soglia di chiusura.
Ma, nella Zona, si dice vi sia una stanza in cui è possibile avverare qualsiasi desiderio, e per questo uno Scrittore ed uno Scienziato decidono di entrarci.
Li accompagna uno Stalker, la guida esperta della Zona, una figura necessaria per far sì che i due non cadano fra le insidie invisibili della natura.
Da qui parte un lentissimo viaggio a contatto con il metanaturale, dove si confrontano le tre differenti concezioni della vita dei protagonisti e dal quale tutti torneranno profondamente cambiati.
La Zona muta aspetto continuamente, si evolve, in quanto assimila il ritmo di chi vi entra, rispecchia i moti d’animo di coloro i quali ne violano i confini.
Le lentissime carrellate ed i lunghi silenzi che accompagnano lo scorrere della pellicola costituiscono un rimando alle riflessioni più profonde verso le quali l’autore intende guidarci.
Il viaggio nella Zona è infatti un percorso dei tre protagonisti dentro sé stessi, e le trappole che qui e lì la natura dissemina lungo il cammino nient’altro significano se non il tormento personale di ognuno dei personaggi.
Le istantanee risultano essere, in fondo, forse l’immagine allegorica più potente della storia del cinema.
Girato fra Dolgopa( Russia), Tallinn(Estonia), Isfara(Tajikistan) e Chernobyl(Ucraina), Stalker è un film che ha lungo influenzato i registi d’essai di fine anni’80, e che ha trovato nei primi lavori di Lars Von Trier una prosecuzione ideale del talento immaginifico di Andrej Tarkovskij.
I primi piani insistiti sono un po’ la chiave stessa della dimensione di studio che in certi tratti il film assume. Proprio l’inquadratura finale sullo Stalker, carica di segni ed indecisioni dure da interpretare ma presenti con la loro carica visiva, tende a trasmettere un’idea ansiosa di incollocabilità umana, di infelicità dovuta alla mancata voglia di mostrarsi nel modo in cui si è fatti.
La ricostruzione scenografica è ancora una volta minuziosa e affascinante, in ambienti pensati con l’intento di trasportare l’inquieto indefinirsi di tutto il lavoro in ogni immagine, in ogni fotogramma, che la cinepresa coglie. Proprio in questa direzione si collocano le scelte del colore che in alcuni tratti passa ad un bianco e nero stemperato per poi risalire verso toni
chiari, modificando l’impatto visivo in connessione al ritmo dell’inquadratura. Si tratta di un utilizzo della macchina da presa magistrale, unito ad un’attenzione smisurata per i particolari scenici. Difficilmente è possibile ritrovare tanto e tale vigore visivo in una semplice ricostruzione ambientale, mentre nella pellicola di Tarkovskij si ha di continuo l’impressione di essere realmente a contatto con una natura insidiosa, densa di mistero, avvolta dall’incertezza tipica dello stesso animo umano che rispecchia.
La performance degli attori è di altissimo livello, specie se pensiamo ad Aleksandr Kajdanovskij, lo Stalker, che con la sua immobilità cupa riesce a tirar fuori una tensione visiva fuori categoria, un’espressione probabilmente quasi più teatrale che cinematografica, e, di conseguenza, una recitazione viva nel suo sottinteso, venata da un’inquietudine irrisolta che per tutto il film ci viene trasmessa solo ed unicamente dall’immagine del protagonista, senza rimandi di sceneggiatura.
Le musiche originali, composte da Eduard Artemev, creano un’atmosfera di angoscia soprannaturale, ed hanno il potere di trasferire sullo spettatore una forza ipnotica che insiste sulla strada di una complessità affascinante. Come tutto il film d`altronde, che in questa sua forza visiva, nella continua ricerca di un contatto con lo spettatore, esprime, in maniera inequivocabile, la necessita` incessante di giungere verso un`uscita, qualunque essa sia.