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La confraternita dell’uva – John Fante

di Mariagrazia Liotta - 27/05/2007
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“La confraternita dell’uva!Li si vede
in ogni paese, quei vecchi bastardi,
che perdono tempo davanti alle osterie,
bevendo vino e sospirando dietro a ogni
gonna che passa.�
Eduardo Verga
 
Ho comprato questo libro un po’ di mesi fa, a Bologna, convinta da una serie di circostanze: in primo luogo, data la mia passione per il vino, la copertina, con una brocca di vino bianco su un tavolo grezzo e dei bicchieri mezzi pieni intorno. Anche il titolo aveva un che di stimolante, e in più volevo approcciarmi a John Fante. Ma indecisa se iniziare con “Chiedi alla polvere�, il più famoso tra i libri di Fante, o con “La confraternita dell’uva�, nella scelta mi sono lasciata aiutare dalla prefazione, o meglio dal suo autore: Vinicio Capossela, il quale si ispira proprio a “La confraternita dell’uva� per una delle sue meravigliose (tante) canzoni, L’accolita dei rancorosi.
Una dritta: romanzo e canzone devono andare insieme, a braccetto, l’uno aiuta a capire meglio l’altra, e viceversa. Così guidata, mi accingo a scrivere qualcosa sul libro con Vinicio in cuffia, e a lui, con molta umiltà, mi permetterò di “rubareâ€? qualcuna delle sue parole, sicuramente azzeccate…
Qualche tempo prima della stesura definitiva del libro e della sua pubblicazione, John Fante sintetizza in una lettera a un amico (Carey Mc Williams), il succo di ciò che avrebbe scritto: “Me ne sto seduto nella mia stanza piccola e sudicia a succhiarmi il pollice, cercando di scrivere un romanzo…

La storia di quattro italiani vecchi e ubriaconi di Roseville, un racconto su mio padre e i suoi amici�.
Roseville diventerà San Elmo, e il padre, Nick Fante, sarà Nick Molise.

Centrale è il legame speciale tra Nick e gli altri vecchi ubriaconi, Antrilli, Benedetti, Zarlingo e Cavallaro, che li unisce l’uno all’altro.

Non è un’amicizia qualsiasi, bensì un’alleanza. E anche questa non è un’alleanza facilmente concepibile…

Si direbbe più un’alleanza esclusiva, di unione nell’esclusione.
Ecco, è così che la intendo: i membri della confraternita sono uniti e amici nella loro rabbiosa esclusione dal mondo. È  un’accolita di uomini testardi e rancorosi, intrappolati insieme nella loro estraneità al mondo, all’umanità intera ingrata che non li capisce e non affoga con loro nel vino, ma preferisce uscire dai bar, dal turbine del vino, del gioco e dei borbottii di cattiveria dove loro restano: “…persi nella vita come dentro a una corrida�, così li definisce Capossela.

La trama è sviluppata sulle vicende della famiglia Molise, e prende avvio con l’ennesima furibonda litigata dei vecchi genitori del protagonista -Henry Molise alias John Fante-, l’ennesimo adulterio o tentativo di adulterio del sordido vecchio ringhioso Nick, insofferente alla famiglia, strafottente dei suoi figli che amerebbe non in quanto figli ma in quanto muratori o scalpellini come lui, astioso verso il prete e la città, ma certo non allergico alle donne.
La vicenda ha molto di autobiografico, i personaggi del padre e della madre sono praticamente identici alle figure genitoriali del vero John Fante.

Da una parte la madre misericordiosa e pia donna italoamericana super cattolica, sempre pronta al perdono e al sacrificio, e dall’altra, il padre, il soggetto più colorato tra tutti, che non capisce, non potrà mai capire, i desideri del figlio, le sue passioni per Dostoevskij e la scrittura. Nick Molise, perfetto artigiano abruzzese della pietra, uno scultore quasi, tanta è la passione che ha per il proprio lavoro, vorrebbe che il figlio avesse la sua stessa forte propensiione per il lavoro “vero�. Ma in fondo per almeno un momento i due riusciranno a capirsi… ed è quella a mio parere una delle scene più belle del libro, padre e figlio che lavorano di pietra e malta insieme, una volta, una soltanto.
Lavorano e bevono con accanimento, pietra dopo pietra, sbronza dopo sbronza, metaforicamente “muoiono� insieme sfiniti e completamente storditi dal vino.

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