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Herb Ritts – Fotografo del deserto

di Federica Maria Carbone - 27/05/2007
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Si nasce con dei talenti che se scoperti si trasformano in passioni e poi in professioni e iniziano a far parte della vita. Proprio quel che accadde a Herb Ritts che ben presto intuì che la sua strada sarebbe stata la fotografia. Portò a termine gli studi nel 1974 lavorando contemporaneamente nel mobilificio del padre, guadagnandosi la possibilità di dedicarsi a ciò che maggiormente amava.
Il suo stile fotografico è puro ed essenziale, una passione per il bianco e nero che si fonde con quella per la luce, una luce forte, netta, come quella del deserto che imparò a conoscere non ancora adolescente, quando Steve McQueen lo portava per dei lunghi giri in moto. Ammirava la sua estensione e la capacità di dare risalto a qualunque cosa su di esso passasse; era quello lo scenario perfetto. Comincia così la sua carriera di fotografo, con una serie di scatti nel deserto con Richard Gere, che allora cercava di sfondare come modello e quelle foto che, fatte per gioco, sulla scrivania del direttore artistico di Vogue lanciarono entrambi verso il firmamento luminoso della fotografia il primo e del cinema il secondo.
Il corpo è il soggetto principe dei suoi scatti, la persona perde di valore ma la sua fisicità è esaltata. Come  nella scultura greca che lo ispira, per Ritts il corpo rappresenta la perfezione che va colta nella semplicità statica come nella tensione del movimento.
I suoi uomini sono dèi dalla muscolatura possente e definita mentre le donne hanno volti angelici ed eterei, i primi rappresentano il legame viscerale con la terra, le seconde l’impalpabilità dell’aria. Si realizza un’unione liquida fra l’umanità e la natura perchè i due cominciano a far parte di un’unica realtà che l’occhio di Ritts riesce ad immortalare con assoluta naturalezza, quasi come se non avesse mai fatto altro.

Il suo punto di forza, secondo lui stesso, era il non aver frequentato alcuna scuola di fotografia ma l’aver sviluppato le sue doti da autodidatta, avendo quindi la possibilità di scoprirsi personalmente con i suoi tempi senza avere a che fare con personalità esterne che avrebbero poturo rallentare il suo percorso.
” Trovo che oggi molto spesso ci si preoccupi troppo di avere la macchina giusta, la pellicola giusta, il giusto obbiettivo e tutti gli effetti speciali che li accompagnano, per non parlare del computer. Si trascura la cosa essenziale, che è trovare il proprio stile, procedere a tentoni per riuscire a fare finalmente le cose come si sentono”. Ecco la semplicità lineare del suo pensiero.
La fantasia, nonchè l’attenzione, è catturata dalla raffinatezza con la quale Ritts riusciva a cogliere la materialità del corpo in pose originali ma sempre lontane dal cattivo gusto, uno stile glamour che ha fatto scuola ma che non è mai sceso a compromessi con la volgarità.
Le maggiori star hollywoodiane, le top model anni ‘80 ma anche grandi atleti e grandi ballerini, cantanti e bambini e donne africani sono stati fermati nel tempo dal suo obiettivo che li ha saputi acciuffare anche nei loro tratti più divertenti in un iter che spazia tra le grandi passioni in una emotività manifesta che non può lasciare indifferenti.
Otto sono stati i libri pubblicati dal 1989 al 1999 , innumerevoli poi le esposizioni che lo hanno portato a girare l’America, da New York a L.A ad Altanta fino all’Europa dalla Svizzera, passando per la Francia, la Germania, la Spagna, l’Italia fino in Russia e poi il Giappone, quasi tutti gli stati hanno potuto e voluto rendere omaggio al suo estro estroverso e gentile.

Consiglio una visita al sito della fondazione Herb Ritts: www.herbritts.com dove trovano giusta collocazione alcuni dei suoi migliori scatti, le informazioni sulla sua vita ed una bella e lunga intervista che potrà aiutare a conoscere meglio questo grande artista. C’è inoltre un breve filmato dei suoi lavori per il video che integra l’avvicinamento alla sua figura, di persona immersa nel suo tempo nella quale convive anche un aspetto caritatevole e affettuoso nei confronti del suo prossimo.
La Fondazione ha infatti l’obiettivo di supportare la ricerca sull’Aids (malattia della quale soffrì anche lui) oltre che continuare ad esporre la sua opera.

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