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Le vite degli altri – di F. H. von Donnersmarck

di Mauro Mondello - 28/05/2007
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Il tenente colonnello Anton Grubitz, capo dipartimento al ministero della cultura, ordina al capitano Gerd Wiesler di spiare ed intercettare Robert Dreyman, scrittore ed autore teatrale tedesco, comunista perfetto, addirittura troppo perfetto per non sollevare sospetti.
E’il ministro in persona a richiedere il controllo, mosso però non da spirito di servizio, bensì da interessi sentimentali; è infatti innamorato di Christa Maria, donna di Dreyman che il ministro costringe a congressi carnali cui l’attrice non si sottrae per proteggere se stessa e il suo compagno.
L’obiettivo delle intercettazioni, in realtà, è quindi uno soltanto: togliere di mezzo Dreyman.
E’il 1984, siamo nella DDR, Berlino Est, gli incaricati della sorveglianza fanno parte della Stasi, la terribile polizia segreta che tiene sotto controllo con tredicimila funzionari ed oltre centotrentamila collaboratori esterni le vite dei cittadini della repubblica socialdemocratica tedesca.
Sembra si tratti di una macchina infallibile, ma non è così.
A sconvolgere i piani del ministro penseranno infatti i sentimenti, le emozioni, vale a dire ciò che nessun regime politico ha mai potuto né potrà controllare.

Che bel film questo Le vite degli altri. Un lavoro che emoziona, che fa riflettere, soprattutto che riesce a spaziare su più registri narrativi senza soffrire di schizofrenia cinematografica, ma anzi sorprendendo per coerenza e sistematicità.
L’esordiente Florian Henckel Von Donnersmarck ha costruito un film che si sviluppa lungo due filoni. Uno storico, forte, di denuncia e timore, che ci porta dentro il mondo cieco di una Germania Est vessata dai metodi repressivi delle istituzioni, l’altro sentimentale, umano, profondo, espressione viva di come alla fine, almeno in parte e a volte, gli uomini possono davvero provare a cambiare lo scorrere delle azioni, pagandone le conseguenze, ma dimostrando, fino in fondo, che ci sono cose che superano gli ordini di un superiore, la politica, ciò in cui si crede ed anche il senso di appartenenza: quelle cose si chiamano emozioni.
Pluripremiato in giro per il mondo, vincitore dell’Oscar per il miglior film straniero (uno dei pochi premi di Hollywood rimasto almeno in parte credibile), questo Le vite degli altri è un film forte, deciso, girato con cura sofisticata dei particolari. E’incredibile la ricostruzione degli ambienti, l’attenzione mostrata nella scelta dei mobili, delle auto, dei contesti, soprattutto degli abiti.
Per non parlare di questa luce un po’ sbiadita, nebbiosa, notturna, che ci riporta indietro negli anni’80 di una Germania lontana e che colpisce ad ogni istante di pellicola, lasciando un ricordo travolgente di alcuni quadri immobili.
Von Dommersmarck ha lavorato con una minuzia encomiabile su questo lavoro, ed è riuscito a chiudere un progetto difficile, che ha imposto così come lo aveva immaginato sin dall’inizio, nonostante un budget ridottissimo, di fronte al quale tutti hanno dovuto dimezzare, se non dimenticare, il proprio onorario professionale.
Dietro le spoglie di un thriller dal ritmo incalzante il regista è riuscito a nascondere il pathos dominante di sentimenti che non si possono reprimere, la storia difficile di anni complessi, l’incomprensione e l’ansia che pervadevano il mondo dell’arte ad Est del muro.
Straordinarie le interpretazioni dei protagonisti. Una prova matura e inaspettata quella di Ulrich Muhe (il capitano Weisler), matricola HGW XX/7, che ci incanta, ci trattiene, ci commuove, con semplicità e rigore, con l’ordine dell’uomo comune che si appassiona alla vita, alla giustizia del cuore. Splendidi anche Martina Gedeck e Sebastian Koch, che riescono a trasmettere la complicità vera della coppia ad ogni gesto, negli sguardi, nell’intensità fisica dei loro abbracci.
Le vite degli altri è senza dubbio uno dei film più belli della stagione cinematografica, capace di colpire al cuore ed alla mente, senza paura e con pizzico di poesia lontana.

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