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“I fiori del Male” di Charles Baudelaire

di Federica Carbone - 27/06/2007
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Considerata l’ultima raccolta poetica ad aver avuto un reale riscontro di pubblico, “I fiori del Male” di Charles Baudelaire non viene scritta per il contemporaneo, ma è destinata ai posteri. L’autore si rivolge al lettore appellandolo con termini poco lusinghieri, allontanandolo volutamente dall’opera con il preciso fine di denunciare sé stesso come portatore di quella medesima ignoranza e intemperanza.

Il filone principale è quello del dualismo eccessivo, che rende il poeta fuscello in balia della forza dei venti, ai quali non si può opporre ma che cerca di dimensionare lasciandosi andare all’esagerazione. E’ in questa smania che egli si perde, percorrendo nella teoria la via che lo allontana da Dio (realizzando il desiderio opposto a quello originale) e nella pratica quella dell’alcol e delle droghe, che poi rinnegherà a causa delle condizioni di salute conseguenti all’uso sconsiderato di tali sostanze.

In realtà le poesie di Baudelaire sono grida acute di confusione, rivelatrici di un male di vivere che non si risolve e che neppure cerca risoluzione. Evidente è lo stato di solitudine causato anche da una forte misoginia, che si annulla solo nel rapporto con la madre, un amoreodio profondissimo, che rivela le sue radici in un’infanzia segnata dal tradimento materno, causato dal risposarsi di lei (vedova) con un uomo di minor valore rispetto al padre dell’autore. Nella poesia il Cigno si manifesta questa tormenta interiore relativa alle difficili dinamiche familiari, specialmente negli splendidi versi : “a te ripenso, Andromaca, che sogni genuflessa/presso un sepolcro vuoto, strappata dal seno/d’un gran sposo per essere dell’empio Pirro oppressa:/ahimè, vedova d’Ettore e consorte d’Eleno!” di grande potenza evocatica.

La profonda stima nei confronti di Edgar Alan Poe lo spinge inoltre verso uno stile irrivente, che però non lo caratterizza, e ad un “culto dell’ombra” come quello che ritroviamo nel racconto “William Wilson” di Poe. Questa mescolanza di situazioni rende Baudelaire una figura dalla personalità caleidoscopica, avida però di accordi cromatici. Egli infatti si districa fra incubi infernali o di grande povertà e desolazione, che rendono la lettura polverosa a causa dell’odore stantio che restituisce e delle monotone sfumature grigiastre, non certamente per scarsa capacità letteraria, ma per la pesantezza della realtà vissuta. Una raccolta che più di tutte le altre va acquisita con molta pazienza.

Lo spleen è un altro capitolo da ragionare; racconta infatti la noia, un tema per niente scontato. In questo caso la Noia è interpretata come una sorta di disappetenza che allontana fortemente da tutto. Una mancanza totale di passioni che causa l’atrofia della anima anche se non della creatività, come si può ben vedere. Probabilmente egli non sperimentò il potere distruttore nella sua completezza, ma fece suo l’atteggiamento dandy relativo al cinismo che manifestava con grande soddisfazione. Il dandy era infatti colui che anelava a provocare continuamente la sorpresa altrui, vantandosi però di non riuscire più a sorprendersi di nulla.

Orientarsi, allora, in questa ragnatela fitta, non è da tutti, prevede uno studio solitario di una personalità difficile, che non si lascia penetrare. Sono tante infatti le verità nascoste nella poesia baudeleriana, verità che si esternano solo ad una seconda, terza lettura. Passando dalla bellezza al profumo alle fughe, di un essere ossuto che non ama la folla.

IL VIAGGIO (v. 1-8)

Il ragazzo, invaghito di portolami e stampe,

misura l’universo sul suo sogno più ingordo.

Come la terra cresce al lume delle lampade,

e di quanto si scema agli occhi del ricordo!

La fronte in fiamme, un’alba, noi lasciamo la sponda,

col cuor colmo di voglie e di rancori amari,

e culliamo, seguendo il respiro dell’onda,

l’infinito che è noi sul finito dei mari.

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