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Nobuyoshi Araki

di Stefania Pizzi - 07/07/2007
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Dal 21/06/2007 al 27/07/2007 

Galleria Ca’ di Fra’ Via Carlo Farini 2, Milano 

Torna per la seconda volta ospite della galleria Ca’ di Fra’, l’artista nipponico Nobuyoshi Araki. La sua presenza e la sua importanza nel panorama artistico internazionale sono ormai un dato di fatto. Che moralisti e femministe se ne facciano una ragione e provino, una volta per tutte, a lasciarsi coinvolgere ed affascinare dalla poesia erotica che l’artista è in grado di offrire. La serie presentata in galleria è composta da venti cibachrome e cento polaroid, disposte queste ultime in una piccola stanza in disparte, come a sottolinearne il valore più intimo e personale rispetto alle precedenti, presentate invece in grande formato e visibilmente più studiate nei dettagli della luce, della composizione e delle pose. I soggetti sono sempre loro: le donne, i loro occhi distaccati e allo stesso tempo così espressivi e loquaci, i loro corpi bianchi e sottili avvolti da una corda che su di essi costruisce una rete, immobilizzandoli e stimolandone in particolar modo i punti in cui vengono fatti dei nodi. Si tratta del Karami, forma di bondage giapponese che prevede l’immobilizzazione del corpo attraverso l’utilizzo di corde. Dunque il sesso, il gioco e la tortura(erotica) come soggetto costante nella ricerca personale dell’ormai sessantasettenne Araki.  C’è chi la chiama pornografia filosofico-esistenziale e chi solamente pornografia. C’è chi lo ama e chi lo odia. Difficile restare indifferenti. E’ vero, è il sesso ad essere raffigurato, è l’erotismo a imporsi sfrontatamente ai nostri occhi, ma se fosse solo questo staremmo parlando certamente di semplice pornografia, o quantomeno di qualcosa di molto simile. Stiamo invece parlando d’Arte. E d’Arte ci parlano, a loro volta, le immagini di Araki.  Perché forse il corpo femminile e il sesso rappresentati sono semplici simboli che rimandano metaforicamente a qualcosa di più immateriale come, per esempio, alla concezione stessa dell’ Arte.qaraki-3.jpg 

Il Sesso accostato all’Arte in quanto fonte di piacere ed emozioni. Il sesso come attività riproduttiva in grado di creare, l’Arte come attività creativa in grado di produrre. I corpi femminili ripresi dall’artista giapponese sono per la maggior parte ritratti frontalmente, o semi-frontalmente, con il pube ben in evidenza, spesso centrale nell’immagine e quasi buttato avanti rispetto al resto del corpo. E’ la Vagina a richiamare l’attenzione; dove c’è la Vagina c’è il centro dell’opera, c’è la tensione compositiva dell’immagine, tutto converge lì e lì sta la sua forza. Non come un punto del corpo in cui qualcosa va introdotto, come potrebbe suggerire una lettura pornografica, ma piuttosto come punto del corpo da cui qualcosa potrebbe uscire.  Il fotografo si pone quasi in una sorta di attesa e di aspettativa, come se qualcosa dovesse venirne fuori da un momento all’altro. E le donne stesse assumono più frequentemente uno sguardo di attesa che non di sottomissione e rassegnazione. E’ attraverso la Vagina che la nuova Vita viene al mondo, che si materializza l’atto creativo per eccellenza dell’essere umano: la Vagina è contemporaneamente fonte di piacere e di Vita. Cos’altro fa’ l’Arte se non dare piacere e dare Vita? Il sesso utilizzato quindi come metafora della Vita e dell’Arte, dove l’Arte non è altro che la copia della vita stessa. Una copia mai uguale al suo originale. Dove la pratica sadomaso suggerisce una sofferenza votata al piacere, come quando nell’atto doloroso del mettere al mondo è il male fisico a precedere la gioia della nascita, come quando l’esperienza del disagio e del tormento anticipano l’atto creativo e il benessere che ne consegue.    

 

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