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Stephan Balkenhol

di Stefania Pizzi - 20/07/2007
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Stephan Balkenhol 

Fino al 16 Settembre 2007  PAC Padiglione d’Arte Contemporanea Via Palestro, 14 – Milano 

E’ in mostra dal 7 Luglio al PAC di Milano la prima importante personale italiana di Stephan Balkenhol, scultore tedesco che, come pochi altri, è oggi in grado di coniugare passato e presente, utilizzando una tecnica scultorea tradizionale ed antica per affrontare la sua attualissima ricerca sull’individuo contemporaneo. Le sue sculture di legno infatti, vengono ricavate da un unico tronco, per sottrazione di materia, liberandone l’opera che vi era nascosta dentro, dipingendo successivamente il risultato del suo scalpellare, avvalendosi così di una tecnica già riscontrabile nel Medioevo. I protagonisti della sua opera sono da sempre l’uomo e la donna contemporanei, l’uomo e la donna comuni, di quelli più normali e medi che si possano immaginare.  Sono straordinari per la loro posizione, per la loro materia, per le loro dimensioni mai uniformate (o troppo piccoli o troppo grandi, quasi a volerne sottolineare una costante inadeguatezza), ma sono normali nelle loro forme, nei loro sguardi, nei loro vestiti e nelle loro posture. 

Sono gli eroi contemporanei della mediocrità. Sono gli uomini e le donne in attesa di una vita che deve ancora arrivare ma che sta già correndo via, quelli che non sanno bene cosa fare, se non esserci, punto e basta. E questa pare essere l’unica necessità costante in ogni soggetto: esserci, affermare la propria presenza, non attraverso un gesto o un emozione ma, semplicemente, nel fatto di esistere. Quella staticità che viene con convinzione superata dalla scultura classica tradizionale, viene invece rivendicata con prepotenza nelle opere lignee di Balkenhol. Ma non si tratta di una staticità fine a se stessa che potrebbe rimandare alla originale natura della scultura in quanto materia ferma, ma piuttosto ci svela un’immobilità in contrapposizione con la velocità e lo scorrere nel tempo della vita.ganzefigur.jpg Come se, i protagonisti ritratti dall’artista, dimostrassero la loro incapacità e il loro disinteresse nel muoversi in una vita che non sentono di dover necessariamente vivere attivamente. E’ l’intaglio quasi abbozzato a suggerircelo, è il legno non scartavetrato, sono le spesse schegge in rilievo sui loro corpi a rimandare a un senso di non compiutezza, di un processo in divenire. Le sculture di Balkenhol sono come foto dai contorni sfuocati e indefiniti, ma allo stesso tempo ferme e immobili nella loro oggettività. Come lo scatto mosso di un oggetto inanimato. Anche quando sono fermi nell’atto di ballare o in un’attività sportiva, essi sono comunque fermi.  Non è la loro individualità ad essere rappresentata, non sono le loro emozioni a toccare la nostra sensibilità, ma sono piuttosto i loro atteggiamenti, le loro convenzioni comportamentali e il loro essere tutti uguali nella loro diversità. E’ il loro appartenersi, avvalorarsi e simultaneamente annullarsi l’un l’altro che colpisce. Ed è così dunque che la mostra curata dal recentemente scomparso Maurizio Sciaccaluga (il quale va ad aggiungersi alla lista tristemente lunga delle morti premature che stanno colpendo il mondo dell’arte negli ultimi mesi), ci conduce verso una critica profonda e allo stesso tempo ironica e colorata di una società, quella nostra contemporanea, che tende al conformismo e all’appiattimento dell’identità personale in favore di un totale riconoscimento nella massa, attraverso le sue categorie uniformate e standardizzate.     

 

 

 

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