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Turchia: il trionfo dell’Islam moderato

di Mauro Mondello - 23/07/2007
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Dopo oltre un mese di dubbi e polemiche istituzionali il popolo turco si è finalmente pronunciato nell’unica forma di espressione politica personale che le democrazie contemporanee conoscono: il voto.
Nell’appena trascorso fine settimana la Turchia si è infatti recata alle urne per rinnovare il mandato parlamentare della Camera di Ankara, dopo le elezioni anticipate convocate in seguito al braccio di ferro generato dalla scelta del prossimo capo di stato.
Il risultato ha sancito una vittoria schiacciante ed inequivocabile dell’AKP, il partito della Giustizia e dello Sviluppo guidato dal premier uscente Recep Tayyp Erdogan, che ha confermato l’exploit delle elezioni del 2002, incrementando addirittura le preferenze del 13%, con la conquista del 47,8 % dei voti (nel 2002 l’AKP aveva raggiunto il 34,3%).
Una dimostrazione di forza notevole insomma, che permetterà al partito islamico moderato di formare un governo monocolore ed assolutamente libero da intese trasversali di qualsiasi genere, senza però consegnargli la possibilità di indicare in completa autonomia il nome del successore di Sezer.
Per l’elezione del capo dello stato sono infatti necessari 365 voti, corrispondenti ai 2/3 dei rappresentanti della camera turca, circa 25 in più di quelli che dovrebbe avere a disposizione il movimento di Erdogan. In questo senso la consultazione ha impoverito l’AKP, che raccoglie sì un successo numerico, ma non la maggioranza necessaria ad imporre con forza il nome di Gul per la presidenza, un nome, quello di Gul appunto, che nel giugno scorso aveva innescato il pericolo di un golpe militare, consigliando a Erdogan di tornare alle urne.

Il selettivo sistema elettorale turco, un proporzionale di lista con soglia di sbarramento al 10%, ha confermato come seconda forza il Chp, il partito laico repubblicano di sinistra, accreditato del 20%, dando poi spazio, a differenza di quanto accadde nel 2002, anche ad un terzo partito, i Lupi Grigi, il movimento ultranazionalista di destra che si è assicurato il 14% delle preferenze.
Adesso però si torna ai giochi politici.
Ciò che di certo questo voto ci dice è che l’AKP ha saputo conquistare una fetta di elettorato che evidentemente include fasce della popolazione estremamente moderate, persone che fanno dell’Europa e del rispetto dei diritti umani due principi cardine dei propri intendimenti politici.
D’altronde, l’avevamo già sottolineato da queste pagine, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, al di là del tentativo di demonizzazione portato avanti da alcuni gruppi di pressione turchi, è da sempre espressione di ideologie estremamente moderne, moderate, e quindi distanti da quell’etichetta di “male islamista� che invece molti commentatori occidentali gli affibiano.
I fatti oltretutto parlano molto chiaro. Proprio il governo di Erdogan, ad esempio, ha ridato linfa nei suoi 5 anni di mandato al processo di entrata nell’Unione Europea, che era invece stato completamente abbandonato dai suoi predecessori laici e di sinistra, senza dimenticare l’impennata (oltre 200% di crescita) che il turismo turco ha registrato dal 2002 ad oggi ed i rapporti di cooperazione con diversi esponenti di governi europei, primo fra tutti lo spagnolo Zapatero.
Si tratta di segnali forti, che testimoniano della separazione che l’AKP ha cercato di portare avanti fra potere politico e confessione religiosa.

Alcuni giornalisti europei hanno paragonato, per proporre un esempio calzante, l’esperienza politica dell’AKP a quella della Democrazia Cristiana in Italia. Tutto sommato, tralasciando i confronti di merito intorno ad un passato storico, il nostro, che ha creato un buco istituzionale di oltre 50 anni, pare sensato contrapporre due modelli all’interno dei quali l’ispirazione religiosa è intesa quale principio sottinteso di approccio ai temi della politica, senza però intaccare il potere politico (peraltro, in materia di ingerenze religiose in politica, l’Italia subisce evidentemente ben più influenza dal Vaticano che la Turchia dall’Islam…).
Questo discorso, che ci permette poi di ribadire il concetto generale di laicità che dovrà essere presente anche nella stesura della costituzione europea, abolendo l’indirizzo di “principio cristiano� (folle ed ingiusto dal punto di vista strutturale e storico) che alcuni teocon insistono per porre come indifferibile, sposta l’attenzione sul quadro sociale ed istituzionale che adesso si prospetta in Turchia.

La conferma dell’AKP sancisce la definitiva consacrazione di un partito che in pochi anni ha saputo finalmente dare voce a quella parte della popolazione che sino al 2002 veniva esclusa dal processo di scelte politiche.
Se prima di allora infatti il potere veniva spartito fra laici, borghesi, intellettuali e figure militari, i quali approfittavano della mancata organizzazione in forma rappresentativa di un grandissimo numero di turchi, oggi invece è proprio quella fascia sin qui esclusa che ha preso le redini, i nuovi migranti cittadini, i piccoli commercianti, in un calderone di interessi e specificità sociali che hanno colpito nel segno, fino a permettere all’AKP di spingersi ben oltre le proprio aspettative di voto, attirando a sé anche parte del voto moderato di sinistra.
Adesso è ovvio che Erdogan e compagni insisteranno, in nome della maggioranza schiacciante ottenuta, sul nome di Gul. L’esercito, sin qui minaccioso, dovrà evidentemente abbandonare gli spiriti di ribellione in pseudo difesa della laicità, a meno che non intenda far precipitare il paese sull’orlo di una guerra civile (e poi chissà…), che in un contesto già caldissimo (ricordo che la Turchia confina con l’Iraq, la Siria e l’Iran….), aprirebbe scenari molto scuri.
Io credo che bisogna avere fiducia nell’AKP, senza temere che vi sia nel suo progetto politico l’intenzione di smantellare lo stato laico. Basta guardare alcune foto dei festeggiamenti per capire che la Turchia è sì una nazione tradizionalista ma è anche libera. Saranno i turchi infatti, ed una parte degli islamici in testa, qualora avvertissero un cambio di rotta nelle idee del’AKP, a ribellarsi, nel nome di alcuni principi di libertà che da sempre rappresentano un esempio per tutto il mondo civile mediorientale.
E poi, il programma di Erdogan è chiaro, e di certo non potrebbe pensare di portare la Turchia in Europa creando uno stato confessionale.
Solo decidendo che il premier in carica è in completa malafede vi sono le prospettive per nutrire timori circa il futuro di Ankara, ma io ritengo, spassionatamente, che forse sarebbe pure l’ora di smetterla con i qualunquismi, guardando anzi a proposte politiche coraggiose, com’è appunto quella dell’AKP, in maniera serena e propositiva.

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