Le
Rubriche
di
Nokoss

Io volevo solo ballare - #1

di Eleonora Tonon - 24/07/2007
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La redazione di Nokoss ha deciso di proporre, nel corso delle prossime 6 settimane, la pubblicazione di un romanzo inedito, Io volevo solo ballare, opera di una delle nostre giornaliste, Eleonora Tonon.
Questa scelta s’inserisce lungo il percorso che Nokoss ha deciso di intraprendere, e cioè nell’idea di dare spazio e visibilità a giovani autori, scrittori, artisti, giornalisti ed aspiranti in genere (siamo tutti aspiranti….), alla ricerca di un sapere libero e creativo.
LA REDAZIONE

Io volevo solo ballare nasce, appunto, in un ballo.
Fiorisce dietro il sipario dell’amore, dove la poesia è teatro e danza.
Non muore, nonostante lui, la mia musa, sia morto.

Non muore dentro di me, che avevo quindici anni quando l’ho scritto e sedici quando l’ho finito, che conservo nell’armadio quel vestitino rosso, imbevuto di lampone, d’innocenza, di sogno.

Non muore nella tomba virtuale dov’è sepolto, a metà strada tra realizzazione e progetto, senza scampo, perché scalpita di correre via, tra pagine e pagine, tra parole che ora non saprei più disegnare, perché sono un po’ diversa, ora.

Ma resto sempre Elettra, e sono lei, nuoto nei suoi capelli, mi spremo la fronte della sua voce fiera.

Pubblicare è il mio sogno.
È l’ambizione della mia vita.
Il respiro che soffio a labbra schiuse, piano, ansiosa e confusa.

Ho partecipato a tanti concorsi di poesia, ho ricevuto note di merito, un terzo posto, complimenti e fiori, applausi.
Ho partecipato al Campiello, ho conosciuto Nokoss, per il quale scrivo – onorata – da febbraio, nella rubrica viaggi, la neonata Movida per Bohémiens.
Ho vagato tra i corridoi della Fiera del Libro di Torino, alla ricerca di una casa editrice per esordienti, tacchi che battevano, fianchi che oscillavano.
Ho agito, e chi non agisce muore, scrive Neruda. Muore lentamente.

Io volevo solo ballare, è vero, ma, con il mio ballo, ho trascinato nella mia vita un’esistenza che è divenuta fiaba, ho tessuto di un ballo per caso un libro d’amore, e ho amato come mai più amerò.

Non è la frase di un’Elettra, di un’Eleonora – chiamatemi come volete – di una ragazza adolescente, insomma.
Non è la solita frase fatta.

È quello che anche voi capirete, e mi darete ragione, sì.
Anche se è un’Elettra quindicenne a scrivere, e magari non vi ritroverete nei suoi versi, un po’ aulici, a volte, troppo per i suoi anni. Ma sognerete, oh, sì. Perché lei ha sognato, io sogno, ed io scrivo per farvi sognare.

Eleonora Tonon

a Peter.
Per sempre.
Come l’eternità ha stabilito.
Come la fatalità ha voluto.
Come la vita ha scritto.
Tua
Eleonora

IO VOLEVO SOLO BALLARE

Eleonora Tonon

INTRODUZIONE

I suoi occhi vitrei fissavano assenti fuori dal finestrino.
Scorrevano la viola brughiera, i suoi arbusti scarlatti e i purpurei ciuffi d’erba secca. Scivolava pigro l’azzurro del cielo, calava la notte. Le tenebre, sospettose, accendevano i loro occhi d’argento.
Stava leggendo un libro e si stava palesemente annoiando. Sbadigliò, assonnato. Posò il libro sul sedile vicino, incrociò le mani. Lo sguardo di vetro viaggiava imperturbabile sulla neve che abbondava la brughiera.
Il treno parve rallentare, ma egli sapeva che era solo una curva profonda attraverso lo spoglio paesaggio. Conosceva a memoria quel lungo, stancante tragitto.
Chiuse gli occhi e, per un attimo, si spense quell’inquietante espressione glaciale. Si portò una piccola mano nei capelli, un ciuffo biondo gli ricadde lievemente sulla fronte. Sospirò, stanco.
Quel ridicolo andirivieni tra Russia ed Italia non lo emozionava più come una volta. L’Italia non rappresentava più quella nuova meta ignota, attraente e sensuale. L’Italia era l’incarnazione della noia, della superficialità, del gusto per il frivolo. Non gli piaceva più come un tempo, quando era associata ad un palpitante paradiso sconosciuto, allo svago più sfrenato, al potere di dimenticare e di nascondere in un angolo recondito del cuore e della mente.
La neve ora cadeva fitta, folta: pareva impenetrabile. Lui continuava ad osservarla, estraneo al candido turbinare dei fiocchi bianchi.
Forse, apparentemente, si poteva pensare che le più crudeli congetture girovagassero in quella mente, che violente idee tempestassero tra quelle tempie, ma il silenzio solo poteva intuire il mistero di quello sguardo. Occhi esteticamente costruiti in una calcolata, rigida assenza di emozioni, abilmente fissi nel loro tagliente sospiro di sguardo, ma in realtà… così pieni e carichi di rosea nostalgia d’infanzia…

Era un gennaio, un freddo gennaio simile a tanti altri. La vita trascorreva come il solito, priva di imprevisti, con gli stessi obblighi ed i medesimi doveri.
Ogni giorno si svegliava di verde, poi, con la sera, il verde sfumava nel nero più cupo. A letto, rimpiangendo ricordi, malinconiche emozioni, ci si chiedeva perché. Ogni sera, prima di addormentarsi, sopraggiungeva sommessa, velata, cristallina, quella voce color ciclamino. Cantava quel bisogno sfrenato, offriva i sogni più attraenti ed i desideri più impossibili.
Eppure ormai era chiaro che quel bisogno si faceva virile, istintivo. Il pugnace bisogno di un amore che sconvolgesse, afferrasse l’anima intera, scuotesse il cuore dal suo buio letargo e ne sciogliesse l’affliggente dolore.
Per entrambi era così, anche se lui, ancora, non lo sapeva.

PRIMA PARTE

CAPITOLO PRIMO

Si era infantilmente assopito, sdraiato su un fianco. Le scarpe poggiavano sul sedile; con il cappotto blu si copriva le gambe.
Fuori la brughiera era diventata pianura, la pianura era mutata in collina, la collina era diventata montagna, ed ora la bora di Trieste soffiava nella stazione italiana.
Si svegliò di scatto, con un balzo. Le spalle magre sussultarono. Si guardò intorno, gli occhi privi di emozioni.
Il treno era immobile. Da fuori, si udivano le urla delle mamme che salutavano i loro bambini, gli schiocchi dei baci degli innamorati, i loro pianti di gioia e di attesa.
Si alzò, indossò il cappotto, prese il borsone mal sistemato sopra il sedile, vi buttò dentro il libro che aveva tentato di leggere la sera precedente. Percorse il vagone rapidamente, i mocassini battevano sul pavimento dell’Intercity.
Quando uscì dalla carrozza e mise piede nella stazione di Trieste, la folla gli provocò fastidio, lo irritò. C’era molto chiasso, troppa baraonda. Con il borsone in mano, tentò di districarsi tra tutta quella gente colorata, sorridente ed affabile. Tra un “permesso” mormorato con la “o” chiusa e buffa ed uno “scusi” accentuato dall’irritazione, riuscì a scavalcare la folla.
Il vento soffiava forte, preannunciatore di tempesta.
Doveva sbrigarsi. Chiamò un taxi con un cenno autoritario della mano; una macchina bianca si fermò. Vi salì, sistemò il bagaglio, indicò il nome di una via all’autista, si mise le mani in tasca, viola per il freddo.
La macchina partì.

L’Hotel Jolly si trovava poco lontano dalla stazione, in Piazza Vittorio Veneto, e si affacciava sulla via Milano. Le porte scorrevoli dell’albergo si aprirono, entrò nella hall. Era piuttosto piccola, con un sofà tinta rosa appoggiato contro il muro, alcune poltroncine e tre tavolini di cristallo con pendenti pile di riviste sopra.
Alla reception, un uomo con barba nera ed occhiali cliccava con il mouse fissando lo schermo del computer. Non si era accorto della presenza di un estraneo nella hall.
< < Buongiorno. >> disse una voce calda, profonda, pronunciando con una straniera, leggera e buffa intonazione quelle “o”.
L’uomo alzò gli occhi verso di lui.
Poco alto, con capelli biondi, occhi di ghiaccio, avvolto in un cappotto blu, con un borsone poggiato a terra, lo sguardo fisso sul receptionist.
< < Oh, mi scusi: non l'avevo proprio vista. >> disse cordialmente il receptionist, con un sorriso.
Si alzò ed uscì dal bancone della reception, tendendo una mano verso di lui.
< < Lei è il signor Scerbatskij, immagino. >> continuò l’uomo, stringendogli la mano.
< < Sì, sono io. >>
< < Bene, ora chiamo subito Matteo: la aiuterà con il borsone. >>
L’uomo sollevò la cornetta del telefono che c’era sul bancone della reception, bisbigliò qualcosa nel ricevitore e tornò a sorridere verso l’impassibile persona di Scerbatskij.
< < Allora: la sua camera è la numero 226, secondo piano. Come ci aveva chiesto, abbiamo fatto il possibile per procurarle un'antenna parabolica, così potrà vedere i programmi che desidera. >> spiegò il receptionist, sempre sorridente.
Scerbatskij accennò un sorriso.
< < A che ora è la colazione? >> domandò.
Il receptionist si guardò l’orologio al polso.
< < Mi dispiace, ma temo che il buffet sia già chiuso. La colazione è dalle 7 e mezza alle 9 e mezza. >>
< < Non importa - rispose Scerbatskij - andrò in un bar da qualche parte. >>
Calò il silenzio. Il receptionist, scusandosi, disse che doveva finire un lavoro al computer. Lui si mise a girovagare lungo la hall, osservando i quadri appesi alle pareti.
Il facchino arrivò dopo qualche minuto. Aveva sì e no 17 anni e vispi occhi castani gli scintillavano in viso.
< < Posso aiutarla? >> chiese gentilmente a Scerbatskij.
Questi si voltò.
< < Sì, grazie. >>

Seduto in un delizioso bar lungo il Molo Audace, Scerbatskij beveva lentamente un caffè, lo sguardo fisso verso il mare, grigio e mosso. Alcune avventate imbarcazioni pescherecce solcavano le onde: Scerbatskij poteva distinguere lo scoppiettante movimento dei marinai a bordo.
Poggiò la tazzina sul tavolo e si accese una sigaretta. Il pacchetto delle Pall Mall blu, con il suo acre sapore di polvere, giaceva vuoto sul tavolino del bar. L’ultima sigaretta, l’ennesimo arrivo in quella città, triste quanto spenta.
Scerbatskij pensava, e quel suo sguardo azzurro errava sulla brillante trama nera delle onde, fissava gli scogli, compativa amaramente il moto dei gabbiani, le loro grigie strida sofferenti.
Il vibrare del cellulare nella tasca interna del cappotto interruppe i suoi pensieri. Tenendo la sigaretta tra le labbra, prese il telefonino e, guardando nel video chi lo stesse chiamando, rispose con uno stanco “pronto” svogliato. Dapprima il tono della sua calda voce pareva distratto, disattento, noncurante, poi, seguì un attimo di silenzio. Quando riprese a parlare, una dolce musica ricca di suoni impercettibili gli uscì di bocca, mentre il proprietario del bar ascoltava, incuriosito. Stava parlando in russo, il tono fermo e deciso della voce, autoritario e come stizzito da qualcosa, come se qualcuno lo avesse provocato. Riattaccò seccamente, ma le ultime parole furono pronunciate in italiano.
Anche se il proprietario del bar era alle sue spalle, Scerbatskij sapeva che lo stava osservando. Si voltò di scatto, infatti, divertito nel cogliere di sorpresa quell’uomo. Il padrone del bar, colto nel mentre di fissare il cliente, fece finta di fare qualcosa al bancone, e sparì via, imbarazzato. Scerbatskij si alzò, si avvicinò al bancone, poggiò una banconota sul freddo marmo, il proprietario riapparve improvvisando un ebete sorriso. Aprì la cassa e gli porse il resto, salutandolo con una vena gentile che Scerbatskij giudicò eccessiva.
Poi, lui prese a passeggiare lungo il Molo. L’aria salata gli scompigliava i capelli color miele e gli baciava le pallide guance magre. Le mani in tasca, percorse tutto il Molo, ritornò indietro un paio di volte, poi, accorgendosi che si era fatto tardi, si decise a chiamare un taxi e fece ritorno al Jolly.

CAPITOLO SECONDO

Dopo essersi fatto una lunga doccia, Scerbatskij si presentò all’appuntamento con il signor Ferri, un potente uomo d’affari proveniente da Milano.
S’incontrarono in Piazza Benco, dove Ferri aveva alloggio presso un parente della moglie.
Dopo avergli offerto alcuni salatini che Scerbatskij aveva rifiutato, Ferri prese a parlare del più e del meno, come, del resto, era solito fare. Scerbatskij detestava chi sprecava scontate frasi di circostanza e, inoltre, aveva poco tempo a disposizione. Spazientito, ma senza darlo a vedere, ad un tratto Scerbatskij l’interruppe:
< < Signor Ferri, le dispiace arrivare al dunque? >>
< < Quanta fretta... >> esclamò Ferri con un sorriso.
< < Allora, possiamo ritenerlo concluso o no, questo contratto? >> proseguì imperterrito Scerbatskij, dinamico e sicuro di sé nel tono scaltro della voce.
Ferri, che fino a quel momento era stato in piedi, ora si sedette. Si versò ancora un po’ di Terrano, lo sorseggiò a lungo, come per prendere tempo.
< < No. >> rispose semplicemente, schivando di proposito lo sguardo di Scerbatskij.
< < Voglio la sua firma entro cinque minuti. >> disse con tranquillità il giovane, versandosi anch’egli del vino nel bicchiere di cristallo.
Ferri lo fissò, incredulo.
< < Credo di essermi già spiegato, ho detto di no. Non è possibile. >>
< < Non ce n'è motivo: io voglio la sua firma. E non si faccia pregare, perché io non ho tempo da perdere a parlare con lei. >> disse con disarmante spavalderia Scerbatskij, fissando con calma Ferri.
L’uomo, non preparato a dover fronteggiare quell’inaspettata impertinenza, fu preso di sprovvista.
< < Allora, mi da' questo contratto? >> incalzò nuovamente Scerbatskij, fissando con arroganza Ferri.
< < Sia ragionevole, signor Scerbatskij, quel contratto è ancora così spoglio... è un accordo insufficiente, senza alcuna garanzia... >> tentò di giustificare Ferri, impacciato.
< < Sono sempre stato abituato a non avere garanzie nella vita. Nel contratto sono specificate due clausole che mi tutelano, perciò non c'è alcun rischio. E, comunque, anche se ci fosse, non starei qui a trattare con lei. Avanti, metta quella firma e non faccia storie. Io non ho intenzione di andare avanti e indietro tra S. Pietroburgo e l'Italia ancora per un altro anno. Forza, faccia in fretta. >>
Ferri cercò ancora di dissuaderlo, ma invano. Scerbatskij era irremovibile, e, alla fine, come sempre, ottenne ciò che voleva.

Trascorse quattro giorni nell’Hotel Jolly di Trieste.
Visitò la città, esplorò piccole osterie lungo moli desolati, sedette sulle panchine di fronte al mare, camminò lungo la spiaggia, fredda, bagnata, senza vita.
Quando venne il momento di andarsene, pagò il conto presso l’albergo in banconote, fece chiamare un taxi che lo condusse alla stazione e prese l’Intercity delle dieci e trenta per Pordenone.

CAPITOLO TERZO

Quando lei avrebbe ripensato a tutto; quando, nelle mute, assolate mattine d’estate, si sarebbe ritrovata a sognare di quelle serate trascorse in macchina con lui; quando tutte le canzoni, le battute, i baci agognati le si sarebbero tinti di rosso nella mente, solo allora avrebbe pianto per quell’amore che a lungo aveva cercato.
Aveva sempre sognato un amore così. Quell’amore che sconvolgeva, ottenebrava la ragione, scuoteva i sentimenti, terrorizzava ed affascinava insieme.
Lei era dolce, un po’ infantile, alla disperata ricerca di una passione senza confini, totale, ammaliatrice di corpo e ragione, incantatrice di spirito e mente.
Piccola lacrima di luna, affascinante - senza saperlo - timida spirale di neve, attraeva per quella sua aria ingenua e sensuale insieme; appariva vorace, passionale, furia dipinta di scarlatto. In realtà, soffriva per una parola detta per scherzo, piangeva per una telefonata mancata, non dormiva per un dubbio accennato.
Affascinavano i suoi occhi, mai sazi di baci; audace il suo volto, eleganti le sue mani, ma irrequieto quel suo cuore esacerbato, paventava di soffrire, scacciava il rischio e lo cercava insieme, s’arrampicava in erte salite contro un sole che accecava gli occhi, desiderava cogliere un po’ di quella luce, berne le gocce dorate, sciogliere tutta la sua delusione, la nostalgia, la sfiducia che provava in tutte le cose nuove che le si presentavano dinanzi.
E, poi, quel giorno, quando lui le apparve, non avrebbe mai immaginato un tale galoppare nel suo cuore.
Lei, che mai si era concessa senza motivo; lei, che sempre aveva giurato di non farsi umiliare ancora; lei, che sempre aveva fatto completo affidamento ai suoi rigidi valori. Così riflessiva, piccola giovane perla, ancora sconosciuta per lei, ignota e tentatrice la vita, cosa poteva fare se non cedere alla lusinghiera attenzione di un diavolo?
Perché quel giorno, lei non aveva nessuna intenzione. Voleva solo divertirsi.
Nessuno avrebbe potuto tentarla. Lei odiava il mondo, odiava quegli sconosciuti che le promettevano felicità e la facevano sprofondare negli abissi della più lugubre insicurezza.
Odiava se stessa, perché, scioccamente, era convinta che fosse tutta colpa sua. Quella perenne mancanza d’equilibrio dipendeva dalla sua volontà, si diceva. Detestava i suoi errori, forse era pentita per gli sbagli che altri avevano commesso a sue spese.
Ma, quel giorno, era l’inizio di un’avventura attraverso i confini di un’esperienza completamente nuova.

Già dall’inizio mi sono chiesta se parlare di una ragazza fingendomi un’estranea potesse essere coinvolgente come parlare in prima persona.
Eppure quella goccia di luce, quella perla di vita, quel fiore assolato di cui scrivo e di cui canto le sinuose movenze sono io. Vanitosa? Sì, anche.
Ma non riuscirei a fingermi estranea, non riuscirei a rimanere passiva, obiettiva, a subire le lunghe descrizioni svenevoli dei nostri baci scambiati ad ogni semaforo rosso, non riuscirei a raccontare del suo sguardo, parlare dei suoi occhi e del tono scaltro della voce senza provare un brivido dentro.
Sono io la protagonista di quell’avventura, sono io l’ingenua spirale di neve che turbinava nel vuoto prima di rimanere folgorata dal fascino di un diavolo selvaggio.
Demonio dipinto di nero, luccicante di tenebre, ottenebrato da ombre azzurre, con quella freddezza degli occhi di vetro, la flemmatica smorfia dello sguardo di ghiaccio, superbo, arrogante.
Marose scintillanti di malva mi solleticavano i pensieri, mi eccitavano la mente, ed io, incredula di poter cedere allo smarrimento della ragione, mi sono fatta incantare.
Ma non me ne pentirò mai: se tornassi indietro, subirei ancora una volta il fascino del diavolo che mi ha fatto innamorare di un’illusione astratta e deforme, cieca d’amore e bisognosa di conoscere la luce, a lungo cercata ma mai, ancora, scoperta.

CAPITOLO QUARTO

Mi ero preparata come se fosse una domenica normale, come le altre volte, curando le sfumature scarlatte dell’ombretto, accentuando il mascara sulle lunghe ciglia nere. Indossavo orecchini rossi, in completo con il vestito. Era un abito lezioso, provocante, un po’ malizioso.
Quando uscii di casa e salii sulla macchina del papà, mi chiedevo se dovessi togliere il rossetto. Io non metto mai il rossetto: accentuo tanto gli occhi, curo molto lo sguardo, evidenziare la bocca sarebbe volgare. Eppure, quel giorno l’avevo messo.
“Lo tolgo?” ho pensato, perplessa.
Ma perché avrei dovuto, pensai tra me e me, abbozzando un sorriso. Tanto, non dovevo mica baciare qualcuno.
Non ho particolari ricordi del tragitto in macchina: sicuramente avrò scambiato le stesse parole che io e papà scambiavamo le domeniche precedenti, prima di arrivare alla discoteca.
Era gennaio, il ventisei. Faceva freddo, quell’inverno. Io ho sempre odiato l’inverno, eppure, quella volta mi era piaciuto, me lo stavo godendo, il freddo.
Sopra il vestito indossavo il cappotto nero, da poco comprato. Mi snelliva, ero elegante.
La scalinata fuori dalla discoteca doveva essere piena, immagino, come al solito.
Forse ho trovato fuori le mie amiche… chi lo sa, io questo non me lo ricordo.
Di quel giorno ricordo solo lui, ricordo il malessere, ricordo la rabbia, l’irritazione che provai dopo verso me stessa, povera sciocca.

Penso che ballai tutto il giorno, come sempre. Mi si sarà sicuramente avvicinato qualche straniero, oppure qualche amico sarà venuto a salutarmi, ma questo non ha importanza.
Prima dei lenti, come al solito, corsi in bagno con una mia amica, non mi ricordo chi, però. Mi guardavo nello specchio, eccitata, orgogliosa del mio vestitino rosso, dei miei capelli castani scompigliati da ore di ballo. Tolsi il rossetto, questo lo ricordo vivamente. Era un rossetto bronzeo, che mi contornava le labbra carnose e le faceva sembrare ancora più piene; forse mi rendeva volgare, ma io non riuscivo a giudicare da me.
Tornai su, nella pista della sala centrale, facendomi strada tra i ragazzi che scendevano le scale.
E poi… oh, sorrido al solo pensiero.
Lacrime azzurre mi tremolano negli occhi.
Non è stato un tuffo al cuore, non è stato un colpo di fulmine. Non cercavo un’avventura, non cercavo nulla. Io volevo solo qualcuno con cui ballare.

L’avevo visto prima, correre dietro la consolle con qualcun altro che non conoscevo. Non l’avevo mai visto prima di quel giorno. Vedendolo così, di sfuggita, giuro che pensai le seguenti parole:
“Quel tizio ha classe, ma non sarebbe mai il mio tipo ideale. Però ha classe.”
Aveva classe. Da cosa, non riuscii mai a dedurlo.
Saranno stati i pantaloni bianchi e il maglioncino blu, che s’intonavano con i capelli biondi, eppure, non lo so nemmeno oggi.
C’erano i lenti.
Al mio tavolo, dove mi sistemavo solitamente con alcune amiche e compagne di classe (a quel tempo andavo ancora a scuola), era seduto il ragazzo di una mia amica, riccio, carino, con un maglioncino color crema. Io lo conoscevo da tempo, ma non sapevo che lui fosse amico suo. Perché fu proprio così che io lo conobbi: era seduto al nostro tavolo, ed io lo invitai a ballare.
Ricordo che chiesi con titubanza ad un’amica se fosse o meno il caso di invitarlo a ballare. Lei mi rispose, in tutta tranquillità, che non facevo niente di male, a patto di ballarci e basta, ovviamente.
< < Ma certo, cosa vuoi che ci faccia?! >> esclamai con un sorriso.
Allora mi alzai, mi avvicinai, per nulla emozionata, semplicemente calma, tranquilla, come se fosse una cosa che non m’interessava. Lui stava parlando con il ragazzo della mia amica, poi, si voltò verso di me. Non ricordo il suo primo sguardo, ma doveva essere indagatorio, se non sbaglio. Io, poi, anche se non sembra, sono timida, e non guardo mai negli occhi le persone che non conosco: fuggo gli sguardi perché ne ho timore.
Gli avevo teso la mano… lui si alzò.
Mi prese tra le braccia, delicatamente, iniziammo a volteggiare. Io guardavo altrove, osservavo la pista da ballo piena di coppie d’innamorati e di ragazzi che si conoscevano per la prima volta, pronti a gustare un attimo di piacere.
Poi, inaspettatamente, lui, per primo, mi rivolse la parola.
< < Ma non mi dici nemmeno come ti chiami? >> domandò caldamente, voltando il viso verso di me.
Io sorrisi, gli dissi il mio nome, gli chiesi il suo.
< < Andrej?! Ma sei italiano? >> esclamai, sorpresa.
< < No, sono russo. >>
Ed io, con un largo sorriso:
< < Veramente?! Io sto studiando russo a scuola, da due mesi, ormai! >> squittii, raggiante e meravigliata.
Lui non ci credeva, era stupito anche lui, il mio Andrej.
Mi chiese quanti anni avevo, glielo dissi. Lui ne aveva venti. Cinque anni di differenza… per me non valevano niente, allora. Gli chiesi la sua data di nascita. Ci fu un incredulo sorriso di stupore da parte di entrambi quando scoprimmo di essere nati lo stesso giorno. Lui, come prima, non ci credeva.
Ballava bene, molto meglio degli stupidi ragazzini della mia età, incapaci di volteggiare, sbadati, goffi, impacciati. Mi teneva con leggerezza, forse sentivo il suo profumo, così sensuale.
La musica finì.
Io volevo salutarlo… lo giuro. Ed invece… invece ci sedemmo vicini, su quel divanetto. Lui, con nonchalance, mise un braccio attorno alle mie spalle di bambina. Prendemmo a parlare, storditi dalla musica della discoteca, illuminati dalle luci colorate che danzavano sui nostri corpi. Lui era deciso, parlava con sicurezza, muoveva appena la mano, non gesticolava all’impazzata come siamo soliti fare noi italiani. Aveva classe, eleganza nelle movenze, superbia nel tono della voce, che fletteva come una bianca vela al vento si piega dolcemente, ma si tende del tutto, in balia dell’aria.
Non mi piaceva. Quei buffi capelli color miele, gli occhi azzurri, la statura così poco più alta rispetto alla mia, niente di lui andava bene… e tutto mi affascinava.
Mi parlò dei suoi viaggi, accennò qualcosa relativo alle ragazze russe, mi parlò di ciò che gli piaceva fare. Disse che sparava. Io ne fui entusiasta: anche mio padre sparava al poligono, ed anch’io ci sarei voluta andare.
Parlando con lui non mi accorsi che mi stava incantando, quel freddo sguardo di vetro, altero e glaciale, che viaggiava sui miei occhi di bambina.
Io ero fragile, mi sentivo piccola… come un coriandolo alla mercé del vento. Lui aveva decisione, fermezza nel tono della voce; io mi limitavo a sorridere graziosamente, annuire con civetteria, respingere lusinghe e fingere di non cogliere i sottintesi che mi lanciava con quella sua loquacità maliziosa.
Gli domandai se fosse la prima volta che veniva in quella discoteca. Lui si mise a ridere, divertito. Mi diede fastidio quella risata arrogante. Mi disse che era da diversi anni che frequentava la discoteca, con i suoi amici.
Abitava a Pordenone; disse che lavorava a Roma.
Avevo timore di quella sua figura che a me, povera piccola bambina, sembrava colta, raffinata, disgustata dai miei timidi sorrisi borghesi. Mi pareva un principe, aveva i modi di un nobile, parlava da re.
< < Mi dai il tuo numero? >> chiese poi, estraendo dalla tasca dei pantaloni il cellulare.
Mi sono sempre chiesta come facciano gli uomini a tenersi portafoglio, chiavi e cellulare in tasca: non è scomodo?! Io, con la mia borsetta, non posso assolutamente lamentarmi.
Gli dettai le cifre del mio numero di cellulare, lui mi fece uno squillo.
Ricordo nettamente che rimasi colpita dai disegni che c’erano sullo schermo del suo portatile: erano grattacieli illuminati, lungo il mare, di notte.
“Ma chi è questo tipo?!” pensavo, meravigliata, osservando la modernità del cellulare, ricordando i suoi discorsi ed ascoltando quello splendido, caldo, inebriante tono di voce.
Mi si avvicinò.
Sapevo che voleva baciarmi, eppure, io non volevo.
Non volevo, non volevo, non volevo… troppo tardi. Avevo già chiuso gli occhi.

CAPITOLO QUINTO

Un bacio profondo, sensuale, passionale, nonostante nessuno dei due fosse coinvolto.
Le sue mani di uomo vagavano sulle mie gambe, s’insinuavano tra le pieghe del vestito. Sentii che saliva verso il seno.
“Come si permette?!” pensai, offesa, ma, stupendomi della mia mancanza di polso, non feci nulla per fargli togliere la mano. Poi, con l’altra mano, strisciava lungo le mie gambe, ed io afferrai il suo polso, rallentando il ritmo di quel bacio caliginoso. Tentai di staccarmi dalle sue labbra, lui me le succhiava con maestria, sicuro di come fare impazzire una bambina inesperta. Mi staccai, cercando di acquistare sicurezza. Gli dissi che dovevo andare… lui insistette per un altro, breve bacio. Io glielo concessi, pur contro la mia vulnerabile volontà. Mi alzai, presi il cappotto, feci per andarmene.
Tutte le mie amiche mi avevano visto e, divertite, mi osservavano incredule da dietro un divanetto poco distante. C’era anche il ragazzo di quella mia amica. Subito andai da lui.
< < Cosa ho fatto...? >> gli mormorai sottovoce all’orecchio, incapace di credere di aver baciato così, senza nessun motivo, un ragazzo del quale non sapevo nulla.
< < Dai, succede a tutti... >> tentò di sminuire lui.
< < Ma a me non era mai successo... >> replicai con l’agitazione nel cuore.
Lui sorrise, ed io capii che nemmeno lui si sarebbe mai aspettato un comportamento simile da parte mia, così sfuggente e riflessiva.
< < Che tipo è? >> domandai curiosamente, imbarazzata per come mi ero lasciata andare, così, con uno di cui non sapevo niente e con il quale parlavo sì e no da mezz’ora.
Il ragazzo esitò.
< < È simpatico, divertente... >>
< < Seba, è un puttaniere? >> domandai schiettamente, la fronte corrugata.
< < Diciamo che è un tipo un po' frivolo... >> mi rispose vagamente Sebastiano.
<>
< < Avanti, dai, non stare così! - mi rincuorò Sebastiano- Tu devi solo cercare di essere te stessa... lo so che è una frase stupida e un po' scontata, ma è vera... sii te stessa. >>
Lo ringraziai per quelle frasi banali che io ritenevo inutili e, come aveva detto lui, scontate, e me ne andai via, mentre alcuni amici si complimentavano con me per la sorpresa della serata.

Fuori, sola, il buio, il vociare di ragazzi che aspettavano la corriera per tornare a casa.
Agitazione, ansia, senso di colpa, rimorso.
Cosa avevo fatto?
Mi ero sprecata per uno che non avrei mai più rivisto, avevo dato qualcosa di me a uno che, sicuramente, quella sera, sarebbe stato con un’altra, le avrebbe messo un braccio sulle spalle come aveva fatto con me, un sorriso, quattro chiacchiere, e via un altro bacio, e un’altra ragazza, e un’altra occasione. Io ero finita nella sua bacheca dei divertimenti, ero tra i suoi passatempi, ero tra i suoi vanti con gli amici.
E cosa ci avevo ricavato? Ero forse più felice? Ero più ricca nello spirito?
Ma perché non riuscivo semplicemente a vivere quell’emozione, lo smarrimento della ragione, la vittoria del nonsenso?…
No, io non ero così, non lo sono, e non lo sarò mai.
Telefonai alla mia migliore amica.
Le raccontai tutto d’un fiato, dicendole che mi sentivo malissimo, chiedendole cosa dovessi fare.
Lei seppe consolarmi, mi rassicurò, disse che era normale che mi sentissi così, non mi era mai successa una cosa simile, ma sicuramente non era così grave come la facevo io.
Mentre ascoltavo le sue frasi dolci e piene di affetto, una macchina mi si avvicinò.
Era lui.
< < Vuoi un passaggio? >> disse il ragazzo che era al volante, seduto vicino ad Andrej.
Io scossi la testa, sorridendo.
< < No, grazie, sto aspettando mio papà. >>
Avvolta nel mio cappottino nero, il trucco un po’ colato, i capelli scompigliati, il cellulare all’orecchio, quel mio sorriso di bambina, dovevo essergli sembrata una sciocca, pensai, tristemente.
L’auto partì con una sgommata a dir poco esibizionistica, io rimasi lì, attaccata al cellulare, la voce tremante di dubbio, il cuore palpitante di emozione per l’averlo rivisto.
Chiusi la telefonata, mi avviai verso la strada, e decisi di lasciar perdere.
Mio papà arrivò circa dieci minuti dopo.

Andrej Scerbatskij, reso gagliardo dall’imprevisto avvenuto quella sera di gennaio, si recava con i suoi amici a casa di Stefano.
Tutti si complimentavano con lui per il trionfante episodio verificatosi in discoteca con la ragazza, una tipa, dicevano gli altri, molto difficile. Ciò nonostante, per il resto della serata, a casa di Stefano, i ragazzi non fecero altro che giocare alla Play Station, mentre, di tanto in tanto, Andrej rispondeva al cellulare, parlava in russo, si allontanava, si schiariva la voce, annoiato, e riagganciava.
Andrej era convinto di aver fatto colpo sulla ragazza: era stata lei ad invitarlo a ballare e, perciò, era lei quella interessata a lui.
Verso le undici, Andrej decise di mandarle un messaggio in cui le augurava la buonanotte. Lei non rispose, ma Andrej pensò che, probabilmente, stesse già dormendo.

Ed invece non era così. Quella sera andai a dormire tardi, dopo aver ricevuto il suo messaggio.
Ricordo che fu una cena frettolosa, taciturna. Chiamai di nuovo Paola. Fu comprensiva, dolce, convincente. Poi chiamai Eugenio, che era il mio migliore amico.
La sua reazione mi fece vergognare molto. La sera prima ci eravamo visti e gli avevo detto che ero molto contenta, in quel periodo, di non avere storie con qualcuno, perché stavo bene sola. Quando gli raccontai cosa era successo quel giorno, lo sentii sprofondare in un silenzio deluso. Potevo chiaramente immaginare la sua espressione crucciata, lo sguardo che mi evitava, le sopracciglia alzate, la fronte tesa. Tentai in ogni modo di fargli capire che non volevo avere a che fare con quel tipo, che non lo avrei cercato, né tantomeno avrei assecondato le sue tattiche. Lui si fece promettere che non mi sarei fatta ingannare. Riagganciai.
Accesi il computer, lo schermo si illuminò d’azzurro, poco dopo apparvero le icone. Cliccai sui documenti, aprii il mio diario elettronico e, di getto, scrissi per almeno un’ora.
Ero incredula… ero avvilita, confusa, smarrita. Mi sentivo colpevole di aver permesso alla mia ragione di sviare. Quell’inaspettata aberrazione della mente mi pareva un danno irreparabile: mi sentivo traditrice della mia dignità, credevo di aver macchiato il mio corpo di squallore, di essermi concessa per il piacere di un momento ad uno sconosciuto che avrebbe continuato ad approfittare di me, della mia mancanza di equilibrio, della mia mutevole vulnerabilità, così fragile ed inesperta. Promisi a me stessa che avrei dimostrato ad Andrej quanto valevo, non l’avrei cercato, non avrei risposto ai suoi accattivanti inviti, mi sarei mantenuta fredda e difficile, avrei osato giocare con lui come ero convinta che lui facesse con me.
Quella sera non risposi al suo messaggio.

CAPITOLO SESTO

Lunedì, 27 gennaio.
Ricordo che pioveva. Quel giorno avevo assemblea di classe. Indossavo jeans, camicetta bianca, gilè blu, di lana. Avevo la coda, i capelli intrisi di fumo, come ogni volta dopo la discoteca. Ero raggiante, quella mattina. Mi sentivo quasi orgogliosa della stupidaggine che avevo fatto il giorno prima. Mi ero lasciata andare, avevo seguito l’istinto: a me non era mai successo. Non avevo mai baciato un ragazzo senza prima conoscerlo almeno un po’. E, stranamente, dopo tutti i complessi e i rimorsi della sera precedente, quella mattina ero euforica.
Durante il pomeriggio, una mia compagna di classe mi venne a trovare per studiare insieme alcune materie. In quel periodo eravamo piene di compiti in classe, perché il quadrimestre stava per finire e i professori avevano bisogno di voti.
Fuori pioveva… erano appena le sei, ma tutto era buio, non si distingueva nulla. La pioggia batteva sul tetto della casa, cullando le nostre fresche risate. Violenti, fitti piovaschi si scagliavano contro gli alberi del mio giardino, che si piegavano al vento. L’aria ululava nella fredda sera di gennaio.
Io ridevo insieme alla mia amica. Stavamo ballando, io le stavo insegnando un buffo passo di salsa, il volume della radio era al massimo. Eravamo nella cucina, entrò anche mia mamma. Osservava noi due, giovani ragazze sprizzanti di sole, improvvisare passi di salsa sulle piastrelle del pavimento. In tutto quel frastuono, non udii subito lo squillare del cellulare. Poi… mia madre mi fece cenno che stava suonando. Mi affrettai ad abbassare il volume della radio, mi precipitai sul telefono.
Era lui.
Vedevo il suo nome pulsare pazzamente sopra il video del cellulare; io, come impietrita, osservavo frastornata quel folle lampeggiare.
< < Rispondi! >> m’incoraggiò la mia amica.
Presi il cellulare, uscendo dalla cucina.
< < Pronto? >>
La sua calda voce straniera mi avvolse in una folta morsa di piacere, soffusa, tinta di arabeschi cangianti di luce, molle e languida, di seta. Sentivo la fragrante scia del suo profumo annuvolarmi i sensi, stordirmi i pensieri, confondermi le parole. Nonostante non lo vedessi, ero arrossita improvvisamente, sentivo le guance scottarmi d’imbarazzo.
Non ricordo precisamente cosa mi disse. So solo che parlava lentamente, quasi misurasse le parole; la voce era morbida, gentile; il tono era serio, un po’ formale. Mi sentivo in imbarazzo, provavo disagio. Cosa dirgli? Mi sforzavo di pensare qualcosa di appropriato, e più mi sforzavo più non trovavo nulla da dire, mentre lui continuava a parlare dall’altra parte della cornetta. Mi sentivo stupida a rispondere alle sue domande. Mi chiedeva cosa avevo fatto a scuola, ed io mi sentivo una bambina in confronto a lui, che io ritenevo così uomo.
La mia amica e mia madre, intanto, mi rincorrevano sguaiatamente per la casa, schernendomi e sghignazzando. Io mi allontanavo dalle loro risate snodate, così curiose, cercando di fare in modo che Andrej non sentisse. Sarò sicuramente parsa goffa ed impacciata ad Andrej, quella sera, al telefono, ma lui mi chiese lo stesso se il pomeriggio seguente fossi libera. Ricordo, un po’ fiocamente, che mi bloccai di colpo, sorpresa. Gli risposi di sì, e rimanemmo d’accordo di sentirci il giorno seguente, alle tre, per una conferma.
Poi, lui riagganciò.

Quella stessa sera, Andrej Scerbatskij, per suo forte rammarico, non fu libero di fermarsi con i suoi amici, come era solito fare, al bar di Matteo, il più vecchio tra loro. Fu costretto, infatti, a fare visita ad una sua vecchia conoscenza, il signor Maranesi, un noto commerciante che abitava a Milano ma che, in quel periodo, si trovava a Conegliano per un convegno.
Scerbatskij prese la macchina e guidò per circa venticinque minuti fino all’Hotel Cristallo. Quando arrivò all’albergo, situato a Conegliano, il convegno doveva già essere terminato, poiché tutti i partecipanti - uomini d’affari - si trovavano nella piccola hall dell’hotel, intenti a conversare animatamente.
Il signor Maranesi reggeva un calice di vino e rideva di gusto in mezzo a quattro altri uomini, tutti sulla sessantina, in piedi, vicino al bancone della reception.
Scerbatskij, serio nel completo giacca e cravatta grigio acquistato a Trieste, si diresse con passo deciso verso Maranesi.
< < Andrej! - sbottò questo quando lo riconobbe - Già qui? >>
< < Sei scontento di vedermi, Alfio? >>
< < No, affatto, ma pensavo arrivassi più tardi... già, dimenticavo: sei amante della corsa! >>
Scerbatskij sorrise appena.
< < Bene, allora, ti presento i miei soci: il signor Rotella, il signor Treccani... ha un appartamento a Roma, lo sapevi? Lui invece è il signor Barborini ed infine il signor Sciltian. >>
< < Andrej Scerbatskij. >> disse con un freddo sorriso di cortesia il ragazzo, stringendo la mano ad ognuno degli uomini presentati da Alfio Maranesi.
< < Questo ragazzo è un fenomeno, sapete?! - esclamò allegramente Alfio, dando una pacca sulla fragile spalla di Andrej - Sua madre è la signora Tania, quella che ti ho presentato a Roma, la scorsa settimana, Luigi... >>
Treccani sembrò pensieroso.
< < Ah, già, ora ricordo!- risovvenne, sorridente - Una donna molto piacevole, sua madre. >>
< < Grazie. >> rispose Andrej.
< < Vogliate scusarci, adesso, ma io e Andrej dobbiamo discutere di una faccenda. Arrivo subito. >> si scusò Alfio Maranesi, prendendo Andrej per un polso.
I quattro uomini ripresero a conversare bonariamente, mentre Alfio ed Andrej uscivano dall’hotel.
< < Bene, allora, Andrej, tutto è pronto. >> cominciò Alfio.
Andrej lo ascoltava attentamente.
I due salirono nella macchina di Maranesi. Quest’ultimo tremava, perché non aveva indossato il cappotto per uscire dall’albergo, e così accese il riscaldamento nell’auto.
< < Ho parlato con Visconti. Ha detto che per lui va bene, che puoi iniziare quando ti va. >>
< < Ma Alfio, sei sicuro che non andrà a finire come l'altra volta? >> domandò quasi scocciato Andrej.
< < No, no, figurati! - esclamò Alfio, scuotendo la testa - Questa volta è diverso, Andrej. C'è un contratto, e manca solo la tua firma. Per questo ti ho prenotato un biglietto per Roma per dopo domani, prima classe, Alitalia. Non devi far altro che firmare, e poi, finalmente, potrai tornare in Russia e fare ciò che ti meriti, lavorando presso l'azienda di quel... come si chiama? >>
< < Ghenadij von Piotrowski. >> sussurrò Andrej.
< < Ecco, appunto. >>
< < A che ora ho l'aereo? >>
< < Undici e venti, da Venezia, questo mercoledì. Mi raccomando, fai la valigia all'ultimo momento, come sempre! >> esclamò Maranesi con ironia.
< < Va bene... allora ci vediamo quando? >>
< < Appena torni fammi sapere, io mi fermo a Conegliano fino a lunedì prossimo. >>
< < Ok. Allora adesso vado. >>
< < Perché non ti fermi un po' qui, con me e gli altri? Non sono così noiosi come sembrano... >>
< < Grazie Alfio, ma preferisco tornare a casa. >>
< < Già, perché tu pensi che io creda alle tue parole? So benissimo che andrai ad ubriacarti da qualche parte con quei matti dei tuoi amici! >>
Andrej sorrise.
< < Non avrei problemi a dirtelo, lo sai. Ma stasera vado a casa, sono stanco. Oggi non ho fatto altro che giocare a carte e rispondere al telefono. >>
I due scoppiarono a ridere.
< < Salutami tua mamma, quando la senti. >>
< < Sicuro. Ciao, Alfio. Grazie. >>
< < Ma di che! A presto, e chiamami quando torni da Roma! >>
Andrej, che era già sceso dalla macchina, si voltò indietro, alzò la mano in segno di saluto, ed Alfio Maranesi lo vide scomparire nel buio della sera morente.

Solo, nel suo piccolo appartamento in una via oscura e tortuosa di Pordenone, Andrej guardava svogliatamente la TV, ciondolando da un canale all’altro. Stava guardando due film contemporaneamente, ma siccome c’era pubblicità su entrambi i canali, stava scorrendo tutto il resto dei programmi, distrattamente.
D’improvviso, gli venne in mente il viso della ragazza conosciuta in discoteca. Quindici anni… pensò, portandosi una mano sulla fronte. Come poteva avere solo quindici anni, quella ragazza? Una volta, poco tempo prima, era lui a deridere i suoi amici, che, resi delusi dagli insuccessi con le donne più grandi, si gettavano tra le braccia delle più piccole, ragazzine delle superiori e addirittura delle medie, più ingenue e facili da sedurre.
Ed ora, cosa stava facendo lui? Era alle prese con una di queste ragazzine. Eppure questa doveva essere sfacciata e spregiudicata, se decideva di invitarlo a ballare e si concedeva ad un bacio… no, i suoi pensieri svanirono subito. Gli altri lo avevano informato che era una tipa molto difficile: anche loro erano rimasti molto stupiti dal suo comportamento. Certo, sapere che una ragazza così riflessiva e seria cedeva, per la prima volta, ad uno come lui, lo riempiva d’orgoglio.
Del resto, Andrej era convinto di avere un fascino speciale, una forte attrazione, sulle donne in generale. Sapeva come affascinarle, conturbarle le idee, accecarle di complimenti e lusinghe, farle sentire speciali.
Ma quella ragazza era diversa: non aveva mai avuto a che fare con ragazze più piccole di lui, era sempre stato con donne più grandi, era stato con donne sposate, donne di qualsiasi tipo, prostitute, straniere, ogni qualsiasi sfumatura femminile era appartenuta a lui. Eppure, non aveva mai avuto a che fare con una ragazza più giovane, e, oltretutto, come subito gli avevano rivelato i suoi amici, vergine. E questo lo eccitava e lo spaventava da morire.
L’improvviso vibrare del cellulare interruppe i suoi pensieri.
< < Sì? >> rispose, rilassato.
< < Oh, cosa fai a casa, stupido? Vieni da Matteo, abbiamo bisogno di qualcuno per giocare a scopa. >>
< < Adesso? >> disse Andrej, svogliato.
< < Ma va?! >> esclamò ironico Roberto.
< < Dammi il tempo di vestirmi e arrivo. >>
Roberto riagganciò e Andrej spense la TV, indossò i pantaloni ed uscì da casa sua, diretto al bar di Matteo.

Il giorno seguente, a scuola, non feci altro che guardare l’orologio, impaziente. Le otto, le otto e dieci, le otto e ventitré… il tempo passeggiava fermandosi a contemplare le vetrine, insonnolito.
Tempestai le mie pazienti compagne di domande riguardo come mi dovessi vestire. Cos’era più adatto ad un’occasione simile? Qualcosa di formale rischiava di essere troppo serio e distinto, qualcosa di troppo appariscente poteva essere inteso come volgare… alla fine optai per una magliettina nera, maniche a tre quarti, di tulle nero trasparente, scollo quadrato; una gonna nera, sfasata, leggera, con l’orlo in doppio tulle, calze nere e stivali a punta. Sarei stata carina così, mi dicevo. Nella mia mente già m’immaginavo seduta ad un bar del mio paese, in centro, di fronte ad Andrej, due bibite sul tavolo che ci divideva. Dovevo mostrarmi sicura, decisa, seria, pensavo. In realtà, non ero affatto sicura. Tremavo alla sola idea di incontrarlo, quel pomeriggio.
Il tempo era capriccioso, un po’ incerto, faceva molto freddo.
Arrivata a casa, informai i miei che quel pomeriggio sarei uscita.
Non so come successe… mio padre mi chiese con chi uscivo. Gli dissi che mi vedevo con un ragazzo che avevo conosciuto domenica. Lui… lui esitò. Lo invitai a parlare… mi disse che non ero un juke - box dove si inseriva una moneta ed iniziava a suonare la canzone scelta.
Afferrai il concetto di ciò che mio padre sosteneva… e gli diedi ragione.
In pochi secondi cambiai radicalmente idea.
Se interessavo sul serio ad Andrej, avrebbe dovuto lottare per avermi.
Così, quando mi telefonò, inventai due o tre imprevisti, ovviamente falsi, e lo pregai di scusarmi, dicendogli che non potevo vederlo quel pomeriggio.

< < Allora? >> chiese curiosamente Matteo ad Andrej, vedendolo ritornare dentro il bar con il cellulare in mano.
< < Niente. >>
< < Cosa niente? >>
< < Non può più. >>
Matteo, Roberto e Stefano scoppiarono a ridere.
Andrej, stizzito, aveva ricevuto buca da una ragazzina di quindici anni, e questo li divertiva parecchio.
< < Bastardi, sfottete pure?! >> esclamò Andrej, soffocando una risata.
Gli amici continuavano a ridere, divertiti.
Andrej prese a borbottare, palesemente irritato. Quella ragazzina si era inventata tutto, ne era certo. Aveva improvvisato impegni di studio, dicendo che il giorno seguente aveva un compito di matematica e che quel pomeriggio aveva una lezione di danza. Era ovvio che aveva mentito. Quello però che più di tutto infastidiva Andrej era il fatto che, nemmeno quando lui l’aveva avvertita che sarebbe partito per Roma, lei non aveva fatto una piega.
Aveva detto, la sottile voce velatamente ingenua:
< < Ah sì? Beh, allora ci vedremo quando tornerai, in caso. >>
In caso?! In caso?! Una ragazzina di quindici anni si permetteva di trattare così lui, un ragazzo di vent’anni?! Andrej era al culmine dell’irritazione.
Continuava a ripensare al tono di lei, dispiaciuto, esitante, dolce e lievemente sensuale… la sua voce era un leggero sussurro, pensava Andrej. Gli venne il dubbio che la ragazza avesse fatto appositamente uso di quel tono seducente per irritarlo ancora di più.
< < Cioè, io mi preparo, faccio la doccia, mi vesto, tutto bello, tutto carino e lei... lei mi da' buca?!... >>
Andrej stentava a crederci, ma non poté fare altro che rassegnarsi a quell’idea e riderne insieme agli amici.

CAPITOLO SETTIMO

Durante la permanenza di Andrej a Roma, come già avevo immaginato, non lo sentii. Mai.
Questo confermò le mie supposizioni: ero fermamente convinta che non ci saremmo più sentiti, lo dimostrava il semplice fatto che lui non mi avesse cercato durante i giorni in cui alloggiò a Roma.
Non ci pensai più: ero molto felice che fosse andata così, pensavo che sarebbe stato meglio non vederlo mai più. Non aveva rappresentato niente per me, io ero stata poco più di uno sfizioso capriccio per lui, perciò nessuno dei due ci aveva perso nulla.
Passai le giornate a studiare, uscire con le mie amiche, telefonare a Paola, ballare latino americano in palestra, ed ogni scarna traccia di ricordo relativa ad Andrej scomparve completamente dalla mia testa.

Roma non era mai piaciuta a Scerbatskij. Tutte quelle pietre allineate, ammassate una vicino all’altra non gli davano nessuna emozione. Il Colosseo era un cerchio color rame, Piazza di Spagna una comune piazza colma di fiori e di turisti assetati, solo il Vittoriano era carino. Ma la romantica Fontana di Trevi non diceva nulla a Scerbatskij: una comune vasca per i pesci, pensava il giovane.
Quando Andrej rivide Tania, la madre, proruppe in caldi abbracci ed esclamazioni di gioia: era da molto che non si vedevano e gli era mancata tanto. Tania, sua madre, avvolta in un lungo cappotto di un lucente bianco porcellana, i lunghi capelli dorati sparsi sulle spalle, lo accolse all’aeroporto, l’esile mano diafana avviluppata nella piccola manina del figlioletto, il fratellino minore di Andrej.
Andrej si fermò tre giorni a Roma. Durante le mattinate, faceva spesso visita al Parlamento, incontrava diversi senatori, conversava con Edoardo Visconti relativamente al contratto firmato che gli conferiva il diritto di tornare in Russia a lavorare presso l’azienda di von Piotrowski.
S’intrattenne diverse ore con il signor Visconti. Quest’ultimo era una persona estremamente elegante, compita nei modi e cortese nelle parole, dai lucidi capelli argentei e gli occhi scuri, grandi, penetranti.
Quell’uomo dalle maniere aristocratiche e dai gesti garbati si fece accompagnare, durante l’ultimo giorno di permanenza a Roma, a fare spese lungo via del Corso. Edoardo gli spiegò che era alla disperata ricerca di un regalo per la moglie, molto più giovane di lui, che compiva ventiquattro anni il giorno seguente.
Andrej aveva cercato di spiegare ad Edoardo che lui, in fatto di regali, era assolutamente negato, ma l’uomo aveva insistito affinché lo accompagnasse ugualmente.
Vagabondando lungo la maestosa via di Roma, illuminata dalle luci dei negozi, resa folle dall’andirivieni dei turisti e dei ricchi viandanti frettolosi, Edoardo notò una bellissima pelliccia di volpe e pregò Andrej di entrare con lui nel negozio.
I due si trattennero almeno una buona mezz’ora nella boutique, ad esaminare quella vistosa pelliccia, ovviamente costosissima. Andrej non ci trovava nulla di particolare e, ad un tratto, spazientito dalla pignoleria del Visconti, prese a gironzolare pigramente dentro la boutique, fino a quando la sua attenzione non fu colpita da uno splendido foulard color panna. Chiese ad una gentile commessa di poterlo toccare, la donna lo accontentò immediatamente.
Mentre la commessa decantava la preziosità della seta, Andrej ne osservava la calda forma seducente, così elegante e sinuosa e, inaspettatamente, gli apparve l’immagine della ragazza conosciuta in discoteca. Quel foulard le si addiceva splendidamente: il candido bianco intenso sarebbe stato a pennello con i dolci lineamenti del suo viso di bambina.
< < Lo prendo. >> disse infine Andrej, deciso.
Pagò il conto, mentre Edoardo scartava la pelliccia di volpe.
Una volta usciti dalla boutique, l’uomo chiese al ragazzo:
< < Cos'hai comprato? >>
< < Un foulard bianco di seta. >>
< < Posso vederlo? >> domandò gentilmente Edoardo, accennando con lo sguardo al sacchetto stretto nelle mani di Andrej.
< < Mi dispiace, ma è già incartato. È un regalo. >>
< < Ah, è per tua madre? >>
Andrej esitò.
< < Sì, esattamente. >>

Mi ero completamente dimenticata di Andrej, quando venerdì pomeriggio mi arrivò un messaggio da parte sua che diceva esattamente così:

Se ti va e se sei libera,
prendo l’aereo stasera
così domani ci possiamo vedere.

Instupidita dall’imprevedibilità di quel ragazzo, non risposi subito al suo messaggio, ma decisi di pensarci un po’ su.
Non si faceva sentire per tutta la sua permanenza a Roma, non sapevo cosa aveva fatto a Roma - per quanto potevo sapere, sarebbe potuto essere andato a trovare la fidanzata - e si presentava con uno scarno messaggio il giorno prima di sabato, giusto per sapere se ero libera. Infine, diceva che avrebbe preso l’aereo per vedermi, se solo io avessi accettato.
Cosa fare? Mi sentivo lusingata, devo ammetterlo.
Così decisi di accettare e, il giorno seguente, uscii con lui.

CAPITOLO OTTAVO

Avvolta nel mio cappotto nero passeggiavo nervosamente lungo i giardini del centro, sfregandomi con energia le mani intirizzite dal gelo invernale.
Avevo appena un’ora di tempo, e di Andrej nemmeno l’ombra.
Lo stavo aspettando da ormai dieci minuti, al freddo, sola. Calava il buio, il cielo era di panna, striato di sfumature pervinca.
Le mie povere mani affusolate erano viola di freddo, gelide. Mi sedetti su una panchina di legno e sistemai le mani sotto le gambe, attenta a non rompere le sottili calze nere con le unghie appuntite. Con le punte degli stivali dondolavo i piedi, sprofondata nella panchina. Mi guardavo intorno: rare coppiette azzardavano baci diafani di affetto vicino alla fontana spenta. Estrassi dalla piccola borsetta nera lo specchietto rosa, mi guardai, studiando il poco accenno di trucco sugli occhi.
D’improvviso, il mio cellulare prese a squillare. Risposi col fiato in gola. Era lui.
Diceva di essere al bar, che mi stava aspettando. Riattaccai, mi alzai dalla panchina, diedi un’ultima occhiata allo specchietto: la pelle del viso pallida di freddo, gli zigomi appena rosati di fard, le labbra spoglie di rossetto, nude, color minio. I capelli freschi di parrucchiera ondeggiavano lievemente seguendo i miei passi svelti. Arrivai al bar, era affollato.
Lui era in piedi, il cellulare all’orecchio, un morbido cappotto blu.
Salii le scale che conducevano al bar, lo vidi, sorrisi timidamente. Mi venne incontro, porse le guance perché io vi posassi le labbra. Un leggero schiocco di bacio fece eco ai nostri saluti cortesi e formali.
Entrammo al bar, mentre lui si scusava per il ritardo. Ci sedemmo, lui era di fronte a me, come io avevo immaginato. Ordinammo: io un tè freddo alla pesca, Andrej un tè verde caldo.
Non ricordo di preciso come iniziammo a parlare: so solo che la conversazione non cadde mai. Andrej si rivelò molto loquace, forse, fin troppo. Parlammo di molte cose, mentre lui mescolava il suo tè fumante ed io sorseggiavo fugacemente il mio lungo bicchiere di vetro. Ogni tanto abbassavo appena gli occhi, sbattevo le ciglia, come a voler evitare il suo sguardo di cristallo ed eluderne il brivido che mi dava quando lo incrociavo.
Però, quando diceva qualcosa che pareva entusiasmarlo, lo fissavo dritto negli occhi, seguivo le sue parole con apparente attenzione, concentrata, anche se, in realtà, non lo stavo nemmeno ascoltando. Studiavo il suo modo di parlare, osservavo con arguzia i suoi gesti eleganti, i suoi sguardi fulminei, il suo corpo molto proteso in avanti. Si accese una sigaretta. Io odio il fumo e, con la mano ancora rossa di freddo, ne scansai una nuvola grigia. Lui spense subito la sigaretta e mise in tasca il pacchetto.
Avevo le gambe incrociate sotto il tavolino, giocherellavo con l’orlo della gonna nera.
Mi chiedevo se fosse veramente lui quel ragazzo che avevo baciato domenica: sì, era lui, decisamente. Lo riconoscevo dai modi eleganti, dalla cadenza raffinata della voce angelica, da come si tirava indietro un ciuffo biondo che gli cadeva sugli occhi azzurri.
Ad un tratto, guardai l’orologio, un dorato e sfavillante Baume Mercier, indossato appunto per l’occasione. Era tardi, dovevo andare.
Feci per prendere il portafoglio, quando lui mi fermò. Si alzò, andò alla cassa e pagò.
Uscimmo dal bar, poco distanti l’uno dall’altra. Fuori era già buio pesto, il freddo mi gelò di nuovo le mani, appena appena intiepidite.
Lo accompagnai alla macchina. Disse che, il giorno seguente, sarebbe venuto a prendermi per andare in discoteca. Io rifiutai vivamente, sorridendo con dolcezza. Lui insistette.
Fui costretta ad accettare. Poi, mentre stavo per andare, mi prese con decisione ma con delicatezza per il cappotto, mi avvicinò a lui, ed io chiusi gli occhi, mentre ricevevo un candido bacio a labbra chiuse.

Andrej, quel sabato d’inizio febbraio, arrivò in ritardo all’appuntamento con la ragazza a causa del traffico. Quando la vide sgambettare verso di lui, mentre i tacchi degli stivali neri echeggiavano lungo il pavimento, fu sorpreso nel constatare che era molto più bella di come se la ricordava.
I capelli castani, lisci fino alle orecchie, terminavano in graziosi riccioli neri che, monelli, si arricciavano verso l’alto. Aveva pochi segni di trucco sugli occhi scuri, ciglia lunghissime, palpebre bianche. Andrej notò il colore acceso della bocca, così rossa e lucida di vita, piena, voluttuosa, sensuale. Credeva che indossasse il rossetto quando, in realtà, quello era il puro colore delle sue labbra.
Quando si accomodarono nell’ampia sala del bar, semipiena, lei si tolse il cappotto nero, posandolo impacciatamente sulla sedia a lei vicina. Portava una maglietta nera, dalle maniche in tulle, la profonda scollatura quadrata che le evidenziava il seno, premuto sotto il leggero tessuto. Aveva il collo bianco e quando, una volta tolto il cappotto, Andrej poté osservarlo in tutto il suo candore, un improvviso desiderio di affondare le labbra su quel collo gli divorò i sensi.
Rimase molto colpito dall’eleganza di quella ragazza. Era molto curata e si vedeva che, per quell’appuntamento, aveva dedicato tutta la sua buona volontà per apparire il meglio possibile.
Le sue mani, arrossate per il freddo, si muovevano energicamente quando parlava, seguivano gli sprazzi entusiasti delle parole, si placavano con l’argenteo tono di voce femminile. Aveva lunghe unghie dipinte di scarlatto, ovali e fresche di smalto appena messo.
Aveva incrociato le gambe sotto il tavolo e, con la caviglia coperta dalla pelle nera dello stivale, gli sfiorava appena la gamba, senza accorgersene.
Aveva un modo molto civettuolo di osservarlo: piegava le ciglia con affabilità, sorridendo appena, esibendo un lieve rossore che le imperlava le gote. Quando, poi, lui parlava, lo seguiva, attentissima, gli occhi castani fissi su di lui, un profondo oceano di boschi e deserti in un’espressione di fiabesco velluto.
Andrej si aspettava che le ragazze di quell’età fossero più frivole, sciocche e scontate, ma quella giovane parlava alternando impeti d’enfasi a grevi concetti, tanto da indurlo a pensare che non dimostrasse i suoi genuini quindici anni.
Lo colpivano l’armonia dei suoi lineamenti, il viso dall’espressione dolce, il fulgido contrasto carnale tra i suoi sorrisi di bambina e gli sguardi di ninfa, il sole degli occhi e l’essere florido e rigoglioso del suo corpo, così curvilineo ed accomodante.
Affascinato dalla ragazza, ma senza ovviamente darlo a vedere, si alzò per pagare il conto, appena quaranta minuti dopo dal loro incontro.
Lei diceva di doversene andare. Ciò che infastidiva Andrej era che la giovane gli dedicasse poco meno di un’ora dopo che lui era ritornato da Roma per vederla.
Usciti dal locale, lei lo accompagnò fino al parcheggio dove lui aveva lasciato la macchina.
Gli dispiacque che la ragazza indossasse nuovamente il cappotto: gli era piaciuto contemplarla senza che lei se ne accorgesse.
Lei stava per andarsene, quando Andrej le prese il cappotto e posò ad occhi aperti un lieve bacio sulle labbra rosse di lei. La vide chiudere gli occhi ed abbandonarsi a quel breve bacio, assaporandone con timido tepore la fulminea dolcezza.
Poi, la vide attraversare velocemente la strada e correre verso una libreria dove, diceva, doveva acquistare un regalo per un amico.

CAPITOLO NONO

Oh, la felicità, il raggio di sole, la splendida sensazione di sentirsi leggere, volare nella pallida aria azzurra d’inverno, il sapore fremente di un bacio sulle labbra ancora calde di desiderio, il sanguigno impeto di corteggiarsi!…
Ero contenta di essere uscita con lui, quel sabato.
Gli avevo dimostrato di essere seria, gli avevo fatto capire che non ero quell’impetuosa ragazza avida di momenti di piacere che aveva incontrato una settimana prima! Io ero ben altro, e lui doveva rendersene conto.
In libreria trovai Eugenio, il mio amico: aveva già acquistato il libro per Diego ed insieme ci apprestammo ad incamminarci verso casa mia.
Eugenio mi chiese, cercando di nascondere la curiosità, se avessi visto Andrej. Gli risposi con un sorriso, sbattendo le ciglia. Lui alzò gli occhi al cielo. Subito dopo, si mise ad imprecare parole arrabbiate, mettendomi in guardia da Andrej, dicendo che non voleva altro che prendermi in giro, che io mi stavo cacciando in una brutta situazione, che stavo rischiando ancora di farmi male.
Rimasi scossa dalle sue parole: erano colme di rabbia, forse esageratamente protettive, ma decisi di non prendermela, dopotutto Eugenio voleva solo il mio bene. Così lo rassicurai e gli promisi che sarei stata molto attenta ad Andrej.
Quella sera, alla festa di Diego, devo ammettere che non mi divertii neanche un po’. Tutti si ubriacarono, eccetto la sottoscritta e Paola.
Eugenio fu costretto a fermarsi da Diego, completamente ubriaco.

Andrej, la radio al massimo, correva verso Pordenone lungo l’autostrada.
Aveva cambiato idea circa il foulard bianco per la ragazza: avrebbe atteso ancora un po’, per regalarglielo.
Lei era così deliziosamente ingenua… pareva vera, pareva sincera, leale e ferita. Nelle faville degli occhi si celava un’ombra di nostalgia: sembrava che lei fosse molto diffidente, scettica. Era stata l’unica ragazza che mai lo avesse ringraziato per una semplice bibita offerta, la prima ad insistere affinché egli non venisse a prenderla il giorno seguente, per andare in discoteca. Era fin troppo dolce nei modi garbati, ed Andrej si stupì molto di quel comportamento, poiché non aveva mai avuto a che fare con una giovane simile.

Domenica, 2 febbraio.
Quella domenica, i miei erano andati via con amici, ed io avevo tutta la casa libera per me.
Rovistai nell’armadio, rovesciando vestiti, magliette, gonne, di tutto: infine mi decisi per un top rosso scollato e da allacciare dietro la schiena e la gonna che avevo indossato il giorno prima.
In attesa della telefonata di Andrej, preparai un po’ di pasta mentre canterellavo con euforia, ballando ridicolmente per i corridoi della casa.
Poi, feci una doccia.
Accaldata, uscii dal bagno avvolta nell’accappatoio di mio padre, morbido e profumato. Feci appena in tempo ad arrivare in cucina che il mio telefono prese a squillare. Risposi con voce allegra: Andrej mi disse buongiorno con galanteria. Sorrisi. Disse che sarebbe arrivato verso le due e mezza e ci saremmo incontrati al bar vicino a casa mia, il caffè Matisse.
Dopo la telefonata, corsi in bagno a completare i preparativi, ascoltando la mia musica preferita e mimando pose da diva guardandomi nello specchio appannato.

Andrej arrivò in ritardo anche quel giorno: sinceramente non me ne stupii, ma m’infastidì quel piccolo accenno di ritardo di qualche minuto. Le donne non si fanno mai aspettare. Tra l’altro, ero uscita cinque minuti dopo le due e mezza appositamente perché fossi io ad arrivare in ritardo.
Comunque, si presentò con un suo amico, Roberto.
Io ero avvolta nel mio bel cappotto nero, ai piedi indossavo le piccole scarpine nere a punta, con un sottile tacco a spillo non eccessivamente alto. Indossavo calze trasparenti.
Ci sedemmo al bar, loro presero due caffè, io niente.
Fuori tremolava un pallido sole primaverile, incerto e vibrante.
Andrej, seduto al mio fianco, sorseggiava pigramente il caffè mentre parlava con il suo amico. Io tacevo: mi sentivo a disagio tra loro due, così grandi in confronto a me.
Ci alzammo dopo circa un quarto d’ora, pagò Roberto, uscimmo e ci accomodammo in macchina di Andrej. M’infastidiva che ci fosse anche Roberto che, tra l’altro, non mi stava simpatico.
Certo, non lo conoscevo, ma ci sono alcune persone che, a pelle, proprio non si sopportano. Lui era una di queste.

Arrivati in discoteca, c’era la solita fittissima fila lungo le scale: con Andrej ed il suo amico Roberto mi feci strada attraverso la gente ed entrai per prima. Andrej, infatti, pratico dell’Arador, non aveva problemi ad entrare quando voleva e, naturalmente, a non pagare.
Mi sentivo una piccola privilegiata ad essere entrata per prima, ma quella sensazione mi piaceva. Anche la mia amica Vania, la mia compagna di scuola, era entrata con noi. Stavo appunto chiacchierando con lei, quando mi accorsi che Andrej e Roberto erano spariti.
Io e Vania entrammo ugualmente nella discoteca: era probabile che Andrej e Roberto si fossero già sistemati nella sala commerciale.
Posammo i cappotti al guardaroba e poi andammo a sederci ad un divanetto. Questa volta non era lo stesso della domenica scorsa, ma anche questo si trovava vicino alla consolle, dall’altro lato della pista.
Per un’ora io non vidi Andrej, quella domenica.
Mi piantò lì, come una povera illusa.
Inizialmente ci rimasi un po’ male, ma poi capii che non aveva senso e presi a ballare con Vania in mezzo alla pista. Faceva caldo, si soffocava.
Vania osservava maliziosamente la scollatura del mio top, scuotendo lievemente il capo. Io le sorridevo, birichina.
Erano le quattro passate, ormai, ed io avevo sete. Al bancone ordinai una semplice coca cola: non mi stupì lo sguardo allucinato del barista nel sentire cosa volevo da bere.
Stavo per tornarmene dalla mia amica, quando sentii un braccio cingermi la vita: era Andrej.
< < Vieni, che ti presento i miei amici! >> esclamò con dolcezza.
Io, un po’ freddamente, feci per andarmene, ma lui mi prese un polso e mi portò nella sala snack - bar della discoteca dove c’erano Massimo, Riccardo, Daniele e Matteo.
Furono gentili con me: mi colpì specialmente Massimo, che mi osservava, affascinato.
Da quel momento, Andrej stette sempre con me: ci baciavamo sopra il ponte della sala tecno, mi abbracciava scendendo le scalette che conducevano alla commerciale e poi, alle sei, m’invitò a ballare i lenti con lui.
Mentre ballavamo insieme, pensai che, giusto una settimana prima, lì, proprio lì, ci eravamo conosciuti. Ed ora stavamo ballando insieme… sorrisi, scettica. Sapevo che tra meno di quattro, al massimo cinque giorni, di punto in bianco, avrebbe smesso di chiamarmi. Era ovvio, me lo aspettavo.
Per la prima volta in vita mia non mi facevo complessi sull’ufficializzare quello che era nato tra noi: semplicemente pensavo, con molta oggettività, che non fosse importante.
Lui non era nessuno di speciale ai miei occhi, perché doveva essere diverso dagli altri?
Aveva vent’anni, sapeva come incantare le ragazze; io sapevo che, molto probabilmente, lo stava facendo anche con me. Eppure io ero molto estranea alla cosa, non mi sarei fatta prendere da quel suo affascinante modo di fare nemmeno morta.
Già, povera illusa…

CAPITOLO DECIMO

Mi riaccompagnò lui a casa, quella domenica.
In macchina eravamo io, lui, il suo amico Roberto e la mia amica Vania, stretti stretti nella piccola Clio nera.
Vania fu fatta scendere per prima, poi venne il mio turno.
Ad ogni curva mi ritrovavo dall’altro lato dell’auto: Andrej guidava come un folle e ne ebbi paura.
Arrivati a casa mia, Andrej scese insieme a me dalla macchina, mi si avvicinò e disse che ci saremmo sentiti presto. Un bacio sulla bocca… e corsi via, verso il portone di casa.

I giorni presero a correre, a volare. Non potevo fermarmi a pensare un momento che subito mi capitava qualcosa di più straordinario, di più romantico ed inaspettato da sconvolgermi nuovamente.
Diffidavo da Andrej: i suoi modi così vaghi, l’età, la vita frenetica e senza schemi che conduceva erano molto diversi dai limiti delle mie fantasie sconfinate.
Già, perché io sognavo, ma non mi lasciavo mai andare completamente: i miei sogni, i miei desideri, le mie dolci aspirazioni erano fuoco, un ardore che mi bruciava dentro ma non riusciva a scoppiare.
E lui ci soffiava, sopra a quel fuoco. Sentivo crescere una fiamma, ero tutta faville.
Lui viveva in ogni mio respiro. La prima cosa a cui pensavo la mattina non era il compito di matematica o l’interrogazione di geografia, non era la festa di un amico o il vestito nuovo: era chiedermi che cosa sarebbe successo quel giorno.
Lui era sempre imprevedibile: i suoi discorsi, il tono con il quale mi parlava, i suoi baci inaspettati e le frasi che sovente azzardava mi facevano palpitare il cuore. Trepidavo, rabbrividivo di emozioni e di novità, godevo del rischio, ma paventavo di assaporarlo. Lo scacciavo, lo fuggivo e tentavo in ogni modo di raffreddare i romantici ed appassionati slanci di Andrej: mi facevo fredda e superba, non rispondevo alle sue telefonate e lasciavo il cellulare spento per giorni, a volte. Eppure, lui non cedeva.
E le settimane passavano, le parole si facevano sempre più belle, più imprudenti, meno pudiche e più dolci.
Lui si stava innamorando di me.

Era un sabato, il sette febbraio, forse.
Indossavo gonna nera, calze trasparenti, scarpine nere, una camicia bianca molto scollata. Presi la corriera delle tre ed arrivai alla stazione FS di Conegliano appena alle tre e mezza. Il mio treno per Pordenone era alle tre e trentacinque minuti.
Lo presi, preoccupatissima che non fosse quello giusto.
Non ero mai andata in treno da sola, ma Andrej aveva tanto insistito affinché lo andassi a trovare a Pordenone che avevo dovuto accettare, con la gelosia imbronciata di mio padre.
In treno guardavo fuori dal finestrino, terrorizzata che prima o poi mi sarei ritrovata in un posto sconosciuto. Tenevo sott’occhio le persone a me vicine: ricordo che c’era una comitiva di bambini accompagnata da una suora vestita di bianco che si accomodò vicino a me, nel mio stesso vagone. I bambini avevano zaini capienti, traboccanti di patatine, walk - man e fumetti.
C’era un grande brusio attorno a me: osservavo chi mi circondava con dolce curiosità, sistemandomi appena i capelli, sbattendo con eleganza le palpebre.
Le stazioni si succedevano fuori dal finestrino senza che io me ne facessi scappare una: Pianzano, Orsago, Sacile, Fontanafredda… finché non arrivai a Pordenone.
Scesi dal treno molto lentamente, attenta a non inciampare nei tacchi delle scarpe. Con una mano guantata mi tenevo indietro i capelli, che altrimenti mi cadevano sugli occhi, impedendomi di vedere i gradini.
Alzai il viso, sistemai la borsetta e in lontananza mi apparve Andrej nel suo morbido cappotto blu. Mi venne incontro con un lieve sorriso, mi diede un bacio leggero sulle labbra chiuse e mi fece cenno di seguirlo.
Mi sentivo molto orgogliosa di essere arrivata da sola a Pordenone! Non avevo mai viaggiato in treno senza qualcuno che mi accompagnasse. Telefonai a mio padre, come lui mi aveva raccomandato, per avvertirlo di essere arrivata.
Andrej ed io arrivammo in centro. Lasciò la macchina in un parcheggio e prendemmo a passeggiare lungo il viale centrale: c’era abbastanza gente, in giro. Donne ingioiellate avvolte nelle loro costose pellicce, scarpe a punta che rimbombavano sul pavimento in lastrico, uomini che discutevano allegramente dei programmi per quel fine settimana, ragazzi che sfoggiavano gli ultimi acquisti, esibendoli maliziosamente.
La città mi piacque, a differenza di Andrej, che la trovava vuota ed orribile, ma le era smisuratamente affezionato. Ascoltavo con pazienza i suoi lunghi discorsi che, quasi ogni volta, avevano come tema principale le sue sfrenate scorribande ai tempi della scuola e i viaggi intrapresi all’insegna del caso e del divertimento. Pareva divino, mentre, al Posta, il bar più chic della città, sorseggiando lentamente il solito tè caldo, mi raccontava con placida veemenza - un corrusco scintillare negli occhi di vetro - le sue ultime malefatte in Russia, a S. Pietroburgo, città di cui io ero letteralmente affascinata.
Mi parlava raramente del suo lavoro, quasi mai: quando gli chiedevo che cosa facesse di preciso a Roma, sapeva sempre come rendere grezza ed insignificante la risposta. Non la evitava sfacciatamente: aveva arte nell’essere vago, nell’essere riservato ed esauriente insieme: insomma, io non avevo nessun motivo per cui replicare e dovevo rassegnarmi a restare nel dubbio di sapere che cosa facesse in verità.
Eppure sentivo di non volergli ancora bene. Certo, mi piaceva e ne ero attratta, stavo bene con lui e mi entusiasmava uscirci insieme, ma non sentivo di provare del sentimento per Andrej, era ancora troppo presto. Lui, invece, da sempre abituato a trattare con donne più grandi di lui e più esperte di me, si muoveva con smania di possedermi, toccava il mio corpo con passione, bramava di avermi mentre io gli negavo il contatto. Ero seria, schizzinosa, forse fin troppo fredda e monotona, ma non gli permettevo di osare più di un bacio, mentre lui sognava carezze per me illecite ed insisteva per qualcosa di più.

Trascorremmo un’ora buona, al Posta, ghermito di gente perbene.
Il cameriere era letteralmente sparito dopo aver portato lo scontrino e non aveva più fatto ritorno. Lo stavamo aspettando da dieci minuti buoni, azzardando gesti spazientiti e nervosi in sua direzione, quando Andrej mi fece cenno di alzarsi, risoluto e deciso. Lo imitai, più incerta e titubante.
Percorremmo una buona parte della sala, salimmo i gradini ed uscimmo dal bar. Tutto questo si svolse in diversi minuti, poiché il locale era, come già detto, pieno. Ecco perché io, da brava ingenua, non mi accorsi di niente.
Una volta fuori, nella piazza di fronte al Posta, lui esibì con ridente scherno una banconota intatta da dieci Euro. Lo guardai, confusa.
D’improvviso, poi, capii: non aveva pagato.
Scoppiai in risa incredule, mentre rimproveravo lui della sua incoscienza. Andrej mi rassicurava, dicendo che l’aveva fatto un milione di altre volte.
Io ero letteralmente incredula. Ma chi diavolo mi ero trovata?!

CAPITOLO UNDICESIMO

Si avvicinava S. Valentino.
Trepidavo, ero un continuo, frivolo e lezioso fremito spensierato. Navigavo nell’aria, fluttuavo dolcemente immersa in rosei pensieri, mentre l’altra parte di me insisteva nel rimanere a terra.
Ero fermamente convinta che Andrej, nel giro di pochi giorni, sarebbe scomparso dalla mia giovane vita.
Ed invece… era un venerdì, forse il giorno prima del mio giro in treno a Pordenone… sì, era un freddo venerdì, nella sua macchina nera, fermi in una stradina sperduta e deserta.
E lui, mentre mi stava baciando ed io toglievo con decisione le sue mani dai miei fianchi, mi chiese, di punto in bianco:
< < Tua madre non avrebbe niente in contrario se una sera di queste uscissimo a cena insieme? >>
Io, stupita dall’insolita domanda, sorrisi.
< < Non lo so... Perché me lo domandi? >>
< < Volevo andare a cena con te, venerdì prossimo. >>
Ed io, con l’aria più ingenua del mondo, sapendo benissimo che il venerdì seguente era S. Valentino:
< < E perché proprio venerdì? >>
< < Perché è S. Valentino. >>
Io, cercando di contenere la sorpresa, l’imbarazzo e la gioia, arrossii e sorrisi, con dolcezza.
< < Veramente?... Mi porteresti a cena? >> sussurrai sottovoce.
< < Sì. >> rispose, annuendo prontamente.
Sorridevo, estasiata, cercando invano di non dare a vedere la mia febbricitante allegria.
< < Non so se mi lascerà... >> dissi poi con un triste sospiro, guardando verso il basso con le ciglia spiegate.
< < Perché? >> domandò con quel suo buffo tono tra l’incuriosito e lo stizzito.
< < Perché durante la settimana non esco... mai, di solito. >>
< < Oh. >> fece lui, avvicinandomisi.
Mi posò una mano tra i capelli, con affetto.
< < Vedrai che ti lascerà! >> esclamò poi con un sorriso, riprendendo a baciarmi.
Le sue mani erravano ovunque sul mio corpo inesperto, ed io le toglievo continuamente, ed era sempre uno sbuffo da parte sua e una risata allegra da parte mia.
Lui mi guardava in un modo… era uno sguardo tra il gioco e la malizia, insistente, pungente e impenetrabile; scavava in me una sorta di elettrizzante brivido fremente, e quel brivido mi percorreva l’animo ed i pensieri. Non possedeva il mio corpo, ma già sentivo che era il padrone della mia mente, e ahimè, si ha molto più potere quando si possiede la testa che non il fisico.

CAPITOLO DODICESIMO

Fino alla sera del quattordici, Andrej non mi rivelò dove mi voleva portare a cena.
Avevo atteso con tanta ansia e trepidazione quel giorno che non mi sembrava vero che fosse arrivato tanto in fretta.
Per la serata, indossai il mio più bell’abito: era nero, in raso, con sottili spalline e generosa scollatura, lungo fino alle ginocchia, un po’ scampanato, l’orlo della gonna leggermente ondulato. Avevo calze trasparenti e sottili scarpe décolleté, nere, con tacco a spillo. Sopra, indossavo un golfino nero con scollatura a V, sul collo tutto arricciato di pelo nero.
Ero bella, è inutile negarlo. Con il cappottino nero sembravo una piccola donnina, dimostravo più della mia età, mi muovevo con grazia e timidezza sugli alti tacchi da donna e socchiudevo gli occhi con vanità.
Avevamo appuntamento alla stazione FS di Conegliano per le sei.
Scesi al Cavallino, a Conegliano, poco distante dalla stazione; entrai in un lussuoso negozio di fiori. Comprai cinque rose rosse ed inserii tra i fiori una busta bianca, dove avevo dolcemente scritto qualcosa ad Andrej.
Era sempre stato un mio piccolo sogno quello di regalare dei fiori ad un ragazzo: è insolito, non ci si aspetta un dono del genere, da sempre dedicato alle donne, ma io volevo stupirlo e lusingarlo.
Nella busta che avevo messo tra i fiori, c’era un piccolo foglietto a quadretti dove avevo scritto alcune frasi ad Andrej. Diceva più o meno così:

Caro Andrej,
dapprima ero convinta che non sarebbe servito scriverti qualcosa, ma ora lo sento necessario… ti prego solo di non schernire le mie parole, non deridere i miei sentimenti, non sottovalutare le mie timide allusioni…
Ti conosco da così poco eppure ti penso già così tanto; quando non sei con me mi manchi, quando ci sei il tempo dura un battito d’ali.
Non capisco cosa mi piaccia di te, so solo che, quando ti guardo mentre parli o quando ti porti la sigaretta alle labbra non posso fare altro che sospirare e pensare a quanto mi affascini.
Questa tua imprevedibilità mi disorienta e mi ammalia; la tua impulsività, la passione che investi quando mi baci, quando mi guardi… mi confondono e mi lusingano.
È così difficile per me lasciarmi andare, è così complicato pretendere che mi abbandoni a ciò che sento, ma non posso fare a meno di dirti che quando sto con te dimentico di esistere.
Grazie per la felicità che mi sai donare.
Buon S. Valentino.

L’avevo scritta il giorno prima, a scuola, durante la lezione; poi, l’avevo fatta leggere a qualche mia compagna, e tutte mi avevano detto di consegnargliela.
Camminavo velocemente sui tacchi a spillo diretta alla stazione, le rose nella mano senza guanto, arrossata dal freddo.
Le persone sui marciapiedi mi guardavano, sorridendo, pensando che quei fiori fossero per me. C’erano alcune coppiette, mano nella mano, che passeggiavano lungo il viale centrale, osservando le vetrine illuminate.
Arrivai alla stazione: Andrej era già là. In effetti, ero in ritardo di un quarto d’ora, ma ne ero contenta: finalmente anche lui doveva aspettarmi un po’!
Quando mi avvicinai ad Andrej, guardò incuriosito i fiori che tenevo in mano e disse:
< < Chi te li ha regalati? >>
Io sorrisi.
< < Sono per te! >> esclamai con una risata, porgendoglieli.
Lui mi guardò meravigliato.
< < Ma... >> mormorò, sbigottito, osservando le rose.
< < Dai, tienili! >> insistetti, sorridente.
Mi porse il biglietto per il treno e salimmo sul vagone.

< < Dove mi porti? >> domandai, eccitata.
< < Prima andiamo a casa a Pordenone perché devo farmi la doccia, poi prendiamo la macchina e... e vedrai. >>
< < Dai!!! Dimmelo! >> insistetti, ridendo.
Lui come risposta mi abbracciò.
Le rose giacevano sul sedile davanti a noi, fresche e belle.
< < C'è anche un biglietto, ma voglio che tu lo legga dopo. >> dissi, accorgendomi che stava osservando i fiori.
<>
< < Così. >> risposi, alzando le spalle.
Mi guardò.
< < Come ti sei vestita? >> chiese curiosamente, cercando di sbirciare nel cappotto.
Io gli diedi un leggero schiaffo sulla mano.
< < No, dopo. >>
Sorrise.
Ci abbracciavamo teneramente, mentre lui mi baciava le guance con schiocchi rumorosi.
< < Ma pensa... pensa che io prendevo in giro quei tipi che si baciavano dappertutto... e adesso... sto facendo io la stessa cosa... >> sussurrò Andrej.
< < E ti dispiace? >>
< < No, neanche un po'. Solo che se me l'avessero detto alcuni mesi fa non ci avrei mai creduto. >>
< < Perché? Eri tanto diverso? >>
< < Sì... io non ho mai avuto una ragazza fissa, da quando sono qui in Italia. >>
< < Cioè... in dieci anni non ne hai mai avuta una? >>
< < No... avevo tante storie, ma nessuna. >>
< < Oh.>>
< < Perché io, io ti considero così, piccola. >>
Lo fissavo, incredula.
< < Così come? >>
< < Come la mia ragazza, sciocchina. Roberto mi ha detto cosa è successo domenica, all'Arador. >>
< < Cosa è successo domenica? >> domandai, fingendo ingenuità.
< < Avanti, non fare finta di non capire... non ti ricordi più cosa gli hai detto? >>
Esitai.
< < Eh? >> insistette.
< < Lui mi si è avvicinato e mi ha chiesto se non ero arrabbiata, visto che tu stavi con loro, con i tuoi amici... >>
< < E tu cos'hai risposto? >>
< < Gli ho detto che non mi importava, che tu puoi stare con chi vuoi: tanto, non sei mica il mio ragazzo. >>
< < Che sciocchina che sei. >> replicò.
< < Perché? >> domandai, imbarazzata.
< < Allora, sentiamo, come mi consideri? Chi sono, se non sono il tuo ragazzo? Uno qualsiasi? >>
< < No, no, affatto... >> mi affannai a rispondere.
Lui mi accarezzava il viso.
< < Tu non sei un passatempo per me, lo vuoi capire? Ti vuoi fidare? Io non ti voglio prendere in giro, non lo farei mai. Tu sei una bambina, piccola, dolce, ingenua: io non ne approfitterei mai. E tu devi iniziare a credermi. >>
Mi fissava dritto negli occhi e l’azzurro limpido del suo sguardo mi perforava il cuore, mi dava un brivido.
< < Non fare più questi discorsi, sciocchina. >> sussurrò dolcemente.
< < Va bene... >> risposi, strascinando le parole, infantilmente.
Lui sorrise, ed io gli diedi un bacio sulle labbra.

CAPITOLO TREDICESIMO

Una volta arrivati a Pordenone, io con il mazzo di rose in mano, c’incamminammo verso casa sua.
Abitava in una buia stradina tortuosa, poco trafficata, in un condominio un po’ vecchio.
Girando le chiavi nella serratura aprì la porta, prendemmo l’ascensore, mentre lui azzardava baci sul mio collo profumato.
Il pavimento del salotto, a piastrelle nere, mi provocava una lugubre impressione. Era molto cupa la sua casa: i mobili di un legno scuro, quelle pareti vuote, prive di quadri, i divani blu, rarissime suppellettili contribuivano a rendere freddezza e grigiore all’appartamento.
Mentre lui si faceva una doccia, io giacevo in salotto, la televisione accesa su un programma stupido, il volume al minimo. Impiegò diverso tempo in bagno, pignolo vanitoso, ed io, nel frattempo, non feci altro che alternare un canale all’altro.
Quando finalmente ebbe finito, ero comodamente seduta sul divano, il vestito luccicava di nero, le pieghe di raso giacevano sinuose sopra il sofà. Entrò in salotto e mi osservò, senza che io me ne accorgessi. Poi, mi si avvicinò, si sedette vicino a me, avvolto in un accappatoio rosso, i capelli biondi e caldi, appena asciugati, la pelle fresca e sbarbata, mi lambì la bocca con un bacio violento, passionale, forte, che mi stupì.
Poi, scivolò via ed andò a vestirsi.
Alle otto e qualche minuto partimmo verso il ristorante dove aveva prenotato.

Michele Zarrillo cantava alla radio una splendida canzone, romantica, sensuale e disperata.
Non potevo fare a meno di rabbrividire ascoltando quel caldo timbro di voce e desiderare di stringermi ad Andrej nella nota più acuta della canzone.
Lui guidava con sicurezza, parlavamo del più e del meno… oh, se solo potessi tornare indietro!
A volte mi perdo in quei ricordi meravigliosi, mi soffermo ad immaginare di essere ancora lì, infreddolita nel cappotto nero, tutta imbellettata per lui, ad osservarne con trasporto i lineamenti dolci del viso, fremere per una sua carezza regalata ad un semaforo rosso. A volte vorrei poter tornare indietro, rivivere quelle emozioni di spietata gioia e non vivere di altro.
Andrej! …Quanto ti ho amato! Quanta gioia mi hai saputo donare, quante serate abbiamo trascorso a ridere e corteggiarci in quella tua Clio nera, quante volte mi hai riaccompagnato a casa a notte tarda, quando io il giorno dopo avevo un’interrogazione a scuola!… E tutto ora sembra così lontano e perfetto, così bello, custodito nel buio silenzio di quelle fredde notti stellate di febbraio, quando ancora vivevo d’innocenza ed ero felice per una tua parola!
Ma avanti, non devo perdermi nel triste labirinto dei ricordi.
Quella sera, Andrej mi portò in un posto bellissimo, di cui io avevo tanto sentito parlare ma dove non ero mai stata: era un grande ristorante lussuoso che aveva le vesti di un castello. Al suo interno c’erano tappeti di porpora, arazzi, quadri dalle massicce cornici dorate: tutto quello che si può trovare in un castello.
Era affollatissimo: non c’era un tavolo libero e noi due ci sistemammo in una delle sale attigue alla principale, vicino ad un’ampia vetrata dalla quale si vedeva l’intera valle.
Il castello era, infatti, situato sulle colline, in una cittadina vicino a Sacile, e vi si accedeva unicamente mediante una funicolare. Anch’io e Andrej fummo obbligati a prenderla: era molto ripida e viaggiava abbastanza velocemente e sono costretta ad ammettere che il tragitto mi provocò un titubante disagio.
La cena fu deliziosa: dopo aver ordinato, io ed Andrej prendemmo a parlare con scioltezza, contemplando lo sfarzoso e suggestivo ambiente che ci circondava, eccitati per lo splendido panorama da fiaba che offriva.
In lontananza, si scorgevano le colline fiocamente illuminate dalle stelle, le luci dei paesi vicini, il reticolato di strade, il passeggiare delle macchine, minuscole da dove noi le vedevamo.
Mangiammo allegramente, mentre ci fissavamo negli occhi con giocosa malizia, e tutto il mondo che ci circondava scompariva alle nostre spalle. Per me esisteva solo il suo sguardo fisso su di me, la sua voce che volava vibrante nell’aria, le sue parole che mi davano rossore e piacere.
Parlammo di tante cose, lui mi rivelò che non aveva mai avuto a che fare con una ragazza più piccola di lui e per l’aggiunta vergine. Io arrossii lievemente.
< < E ti dà fastidio? >> domandai timidamente.
< < No, ma non so come comportarmi. >> rispose lui con naturalezza, tagliando la carne.
< < Perché? >>
< < È diverso! - esclamò - Con una che ha una certa esperienza sei più sicuro, diciamo che ci sono meno problemi, meno complicazioni... insomma, è un'altra cosa! >>
< < Che genere di complicazioni? >> insistetti.
< < Una che è vergine, come te, si fa paranoie che non esistono. >>
Un po’ delusa per la schiettezza con la quale aveva pronunciato quelle semplici parole, risposi, secca:
< < Io non mi faccio paranoie. >>
Andrej sorrise, essendosi accorto di essere stato un po’ troppo brusco.
Cambiammo argomento, mentre la frase di prima ancora mi bruciava nei pensieri.
Costituiva dunque un ostacolo per lui la mia inesperienza? Era un problema? Non lo capivo, ma intuivo vivamente che era per me problema più grosso la sua maturità. Io, così giovane e piccola, ingenua, timida, affatto disinibita e sfrontata, temevo il confronto con le donne che lui aveva avuto prima di me. Com’erano loro? Aggressive, disinvolte e schiette? E allora, cosa ci trovava in me, così dolce e remissiva, difficilissima da avere, timorosa di lasciarsi andare? Si sarebbe presto stancato del mio timido atteggiamento? Questa era la mia paura.

Dopo che ebbe pagato il conto, ci avviammo fuori dal ristorante. Erano quasi le undici. Mi aiutò a mettere il cappotto, solleticandomi la guancia con un bacio.
Attendemmo un po’ prima di riprendere la funicolare, incantati nel contemplare il romantico paesaggio che ci si offriva. Mi strinse, mentre io sentivo un brivido percorrermi la schiena, e mi baciò con passione, mentre chiudevo gli occhi, cercando di bere fino all’ultima goccia quella piacevole e tentatrice sensazione di abbandono.
Poi, scendemmo e ci avviammo alla macchina. Mi chiese se dovevo già tornare a casa. Io gli risposi di no, ed allora lui disse che aveva voglia di stare ancora con me e tornammo a Pordenone, a casa sua.

CAPITOLO QUATTORDICESIMO

Difficile è descrivere adesso la passione che, inaspettatamente, mi travolse come una furia.
Rimasi sconcertata dello slancio che mi avvolse in quel turbinio di emozioni e di palpiti, ero tremante e concupiscente nelle sue braccia di uomo, fremente di desiderio e spaventata di quella brama di concedermi a lui.
Una volta che ebbe richiuso alle nostre spalle la porta dell’appartamento, mi avviluppò con forza tra le sue braccia, mi strinse contro il suo petto, mi afferrò il collo ed affondò il suo viso sulla mia pelle, sentivo i suoi baci ricoprirmi il volto, cercare impetuosamente la mia bocca. Mi trascinò nel soggiorno, spingendomi contro l’ampio divano, mi sentii cadere con facilità, e lui mi abbracciava ad occhi aperti, fissando quel suo gelido sguardo su di me.
Continuavo a pensare che non sarebbe dovuto succedere nulla, che era da poco tempo che lo conoscevo, che probabilmente mi stava prendendo in giro… macabre e pessimiste sfaccettature mi scorrevano nella mente, quando l’istinto di abbandonarmi alle sue carezze urlava impazzito dentro la mia anima.
E mi abbandonai, mi abbandonai perdutamente ai suoi baci feroci e spietati, cedetti con tristezza al contatto con il suo corpo, rabbrividivo d’angoscia e non riuscivo a godere di quegli attimi così belli solo perché ne avevo maledettamente paura.
Se ora ci ripenso credo che non successe quasi nulla, semplicemente non lo obbligai - come ero solita fare - a ritrarre le sue mani dal mio corpo, ma questa volta le lasciai vagabondare su di me, errare febbricitanti sulla mia pelle, baciarne i pori con delicata velleità, accarezzarne gli angoli nascosti pudicamente.
Non c’era luce, tutto era buio e sentivo la sua bocca scivolare sul mio collo, le sue mani tastare con smania le mie gambe, intrufolarsi sotto il raso del vestito, tentare di strappare le calze.
Ma non accadde nulla, io lo fermai: non volevo, non doveva succedere niente, ed ancora oggi sono felice che non ci sia stato alcunché quella sera.
Quando poi rivolsi una svogliata occhiata all’orologio e mi accorsi che era mezzanotte, dissi ad Andrej che dovevo proprio rientrare a casa.
Lui, accendendo la lampada che giaceva dietro al divano, si diresse verso la scrivania vicina al muro dall’altro lato della stanza, ne aprì pigramente un cassetto, ed estrasse un pacchetto lucente che posò sul tavolino di cristallo di fronte a me.
Stupita, lo osservai, incerta. Andrej mi incoraggiò ad aprirlo, ed io obbedii, curiosa ed imbarazzata.
Un bellissimo foulard mi si rivelò in tutta la sua raffinatezza, nelle linee morbide e discrete e nella bianca leggerezza del tessuto. Gli saltai al collo come una bambina, ringraziandolo mille volte per quel regalo che già sentivo di amare.
Lui mi abbracciò, ma il suo sguardo era fisso sulle rose che gli avevo donato io, sistemate in un vaso sulla scrivania.
Si alzò e, ricordatosi del biglietto nascosto tra i fiori, lo prese per leggerlo.
Lo fermai appena in tempo, pregando di aspettare che io me ne andassi. Andrej non capiva perché dovesse attendere e, mentre io mi davo un’occhiata allo specchio in corridoio, lesse frettolosamente le ultime righe della lettera. Quando comparvi dinanzi a lui, pronta ad andare, mi canzonò allegramente per le ultime parole scritte sul foglio.
<> esclamava, ridendo, esaltato per le adulatorie frasi del mio dolce biglietto.
Io gli rispondevo con smorfie da bambina, un po’ scocciata e stizzita.
Andrej indugiava, esitava, troppo occupato a badare alla mia lettera: io premevo affinché si vestisse, poiché era molto tardi.
Finalmente, quando anche lui fu pronto, scendemmo le scale e salimmo in macchina.
Per tutta la strada, con lui che correva forte, veloce, sui centotrenta all’ora, io, con la cintura messa di sghimbescio, mi sdraiai sul suo ventre, in una posizione assai scomoda.
Ero felicissima.
Contro la sua pancia, avvolta nei suoi vestiti, con l’aria calda della macchina che mi soffiava sulla faccia, me ne stavo dolcemente assorta nei miei pensieri, la radio accesa sulla solita canzone, lui silenzioso, il viso fisso sul parabrezza.
Fu la prima volta che pensai che gli volevo bene. Durò una frazione di secondo, un millesimo di un attimo, ma lo pensai. Pensai che non potevo stare senza di lui, pensai che ero felice.
E quando poi arrivammo a casa, lui mi accompagnò fino alla porta. I miei non erano ancora arrivati, così salì un po’ da me. Trascorremmo ancora una mezz’ora insieme e poi, quando lo riaccompagnai alla porta, mi si avvicinò e, sorridendomi maliziosamente, mormorò:
< < Sei tanto innamorata di me, si vede dagli occhi. >>
Arrossendo, replicai, stizzita:
< < Non è vero! E poi ha parlato lui! >>
Andrej sorrise dolcemente, mi baciò stringendomi forte e scivolò via, sussurrando un grazie per la bella serata trascorsa.

CAPITOLO QUINDICESIMO

Dopo il giorno di S. Valentino, una magica brezza di velluto s’impossessò dei miei pensieri, del mio animo, del mio cuore. Andrej mi aveva letteralmente soggiogato: continuavo a respingere quelle folli opinioni che mi ciondolavano in mente, non volendo ammettere nemmeno a me stessa che mi stavo innamorando di lui. Eppure non passava giorno che lui non mi chiamasse, io tormentavo le mie amiche delle frasi imbevute d’amore che lui mi dedicava quando ci vedevamo, ed ogni volta che indossavo o toccavo semplicemente il leggero foulard bianco rabbrividivo di emozione.
Ogni sera mi scriveva un messaggio, dolce e tenero, augurandomi la buonanotte, fino a quando non mi chiese perché io non gli scrivessi mai di mia iniziativa. Così, non la stessa sera, ma quella seguente, gli scrissi un messaggio dolce, vibrante di poesia che lo affascinò.
Ogni mattina, a scuola, m’incantavo a guardare fuori dalla finestra, immaginando cosa sarebbe successo quel giorno, quando l’avrei visto.
Fino a quando non arrivò il ventidue febbraio, un sabato freddo ed allegro. Non ricordo nitidamente se anche quel pomeriggio ero stata a Pordenone, so solo che, quando lui mi riaccompagnò a casa, ci fermammo in un piccolo spiazzo di fronte ad una tabaccheria e ad un negozio di profumi.
Questa volta, stranamente, la radio era spenta.
Quel sabato era il compleanno di Eugenio, il mio migliore amico, e quella sera ci sarebbe stata la sua festa: io ero invitata a mangiare dai suoi nonni insieme a tutta la famiglia e a Diego, il suo amico, e poi tutti insieme saremmo andati da una mia compagna di scuola, Vania.
Stavo appunto descrivendo il mio programma ad Andrej, quando notai una lieve punta di gelosia in lui.
Mi punzecchiava con quelle sue taglienti battute, stuzzicandomi vivamente. Allora io ridevo, lusingata della sua piccola innocente gelosia. Fino a quando, d’improvviso, nel silenzio che seguì la mia risata, lui mi si avvicinò al seno e, affondandovi il viso con delicatezza, sussurrò:
< < Ti amo. >>
Mi stava abbracciando la vita e quel suo volto affondato nel mio seno mi parve quello di un bambino smarrito che si rifugia nel caldo abbraccio di una madre.
Incredula e sbigottita, specie perché non era il momento per pronunciare una frase simile, rimasi senza parole, inebetita.
Lui, allora, sollevò il capo, mi guardò con quei suoi occhi di vetro e dedusse, sorridendo con ironia:
< < Guarda com'è contenta... >>
Io, arrossendo, ribattei:
< < Non è vero... >>
I nostri sguardi si fecero uno solo, dentro di me udivo fremere farfalle e cantare usignoli, ma non capivo quell’emozione, ero ancora troppo confusa, non la sapevo distinguere.
Così mi riaccompagnò a casa, senza che io avessi risposto al suo “ti amo”.
Mi pregò dolcemente di regalargli un messaggio, quella sera, uno dei miei soliti messaggi poetici e sdolcinati. Io non glielo assicurai, e scivolai via con un bacio.
Erano quasi le otto del ventidue febbraio e, sebbene fosse solo sera e la luna ancora non fosse sorta, io mi sentivo già sul suo ventre argenteo, beata e felice.

Canterellando, mi feci trovare pronta appena dieci minuti dopo dai miei amici, Eugenio e Diego.
Mi aspettavano in strada, in macchina, ed io mi affrettai a salire. Indossavo l’abito che avevo messo per Andrej la sera di S. Valentino. Ero sprizzante d’allegria e ben presto i miei due amici se ne accorsero.
Che bella serata trascorsi!
A casa di Eugenio c’erano i suoi nonni, i suoi genitori, la sorellina e il fratello, alcuni zii, e tutti eravamo riuniti attorno al caminetto dove il fuoco scoppiettava dolcemente.
Che bell’inverno, che delizioso febbraio! Andrej! Il mio cuore trabocca di passione e di nostalgia quando penso a tutti quei momenti… era tutto così perfetto, tutto così splendido! Quanto ti amavo! Quanto felice ero!…
Oh… spesso mi perdo in ricordi disperati che mi fanno soffrire e mi pugnalano l’anima, e allora mi confondo in frasi sdolcinate e piango, piango di malinconia!… Ma non accadrà più. Proseguo.
Quella sera, a tavola, seduta vicino a Diego e di fronte allo zio di Eugenio, mangiai di gusto, ridendo con i presenti. Il padre di Eugenio era di buon umore: simpatico, spontaneo e alla mano, faceva ridere tutti.
Eugenio continuava a ripetermi che ero un piacere agli occhi. Gli chiesi cosa significasse, e lui rispose che ero così allegra e gioiosa da riempire di gaudio anche chi mi stava attorno.
Dopo la cena, che fu squisita, Diego ci accompagnò in macchina da Vania, la mia compagna di scuola, dove c’erano diversi nostri amici. La serata fu allegra, saporita, a ritmo di musica.
Quando Eugenio aprì il mio regalo, un libro che aveva come tema l’isola di Mann e quella gara di moto che vi si svolge e di cui ora mi sfugge il nome, mi saltò addosso, felicissimo. Eugenio aveva una folle passione per la moto, ed avrebbe voluto a tutti i costi partecipare a quella dannata gara.
Fu allegrissimo per tutta la serata, mi abbracciava, ridendo e ringraziandomi, felice.
Ma ormai era tardi, e mentre nella mia mente ripercorrevo le parole di Andrej, quel ti amo sussurrato piano, mi resi conto che forse era inopportuno mandargli un messaggio a quell’ora.
Certo, di sicuro era sveglio ed era insieme ai suoi amici, ma forse fu proprio questo a bloccarmi: e se i suoi amici, leggendo il mio messaggio poetico e sdolcinato, mi avessero preso in giro, o peggio, se avessero preso in giro entrambi? Preferii rinunciare, un po’ per questo motivo, e un po’ per fare la preziosa.
Ma fu quello il mio errore.

Il giorno seguente, domenica 23, ricordo che i miei non c’erano: probabilmente impegnati con gli amici nella solita uscita domenicale.
Durante la mattina, dopo aver fatto i compiti di francese assegnati per il giorno successivo, mi feci un lungo bagno, attendendo pazientemente la chiamata di Andrej.
Nella vasca galleggiavano trasparenti bolle di bagnoschiuma che io mi divertivo ad infrangere con le dita.
Era quasi l’una, io ero a mollo nella vasca da bagno, ma Andrej ancora non aveva chiamato.
Non mi andava di fargli uno squillo, gliene avevo già fatto uno di controvoglia circa un’ora prima. Uscendo dalla vasca, cercai di convincermi che forse stava ancora dormendo, oppure era impegnato.
Mi stavo asciugando, quando, finalmente, il cellulare squillò. Era lui, e veder lampeggiare il suo nome sulla schermata mi diede una gioia ed un sollievo indescrivibile.
Ma la sua voce… il suo tono… no, affatto.
Pareva sprezzante, ironico, freddo: cercai di soffocare quella mia impressione.
Mi avvertiva che quella domenica non poteva passare a prendermi per andare all’Arador, né tantomeno poteva riaccompagnarmi.
Mi organizzai, e venne Vania a prendermi.
Indossai il lezioso abitino rosso che avevo messo circa un mese prima, quando l’avevo conosciuto.

La discoteca quella domenica era piena perché c’era come ospite un personaggio della televisione molto popolare.
Ero arrivata già da un po’, ma non avevo ancora visto Andrej, e me ne stavo con le mie compagne di classe vicino al solito divanetto a lato della consolle.
Stavo ballando con due mie amiche, quando lo vidi passare di corsa con Stefano e Roberto.
Credo che mi avesse visto, ma non venne a salutarmi, e ci rimasi male, senza però darlo a vedere.
Non capivo il motivo per cui si stesse comportando così: già prima, al telefono, mi era parso strano, ed ora non veniva a salutarmi… mi pareva tutto molto insolito.
D’improvviso, tra la folla, scorsi Eugenio e Diego. Erano venuti anche loro all’Arador e fui felice di vederli.
Finalmente, Andrej ripassò vicino al nostro divanetto e venne da me.
Mi diede un bacio e mi disse qualcosa, ma il suo era un tono sprezzante, ironico, quasi ipocrita. La luce del suo sguardo non era quella dolce ed affettuosa che soleva dedicarmi, ma era una smorfia crudele e sarcastica che mi punse nell’animo. Era superbo, altezzoso, mi trattava come una bambina puerile e un po’ sciocca, e quello che mi faceva più male era il fatto che io non riuscissi a capirne il motivo.
Si allontanò nuovamente e raggiunse i suoi amici nell’altra sala.
Mi lamentai del suo comportamento con le mie amiche, ammettendo il mio triste sconforto.
Loro mi consigliarono di parlargli e chiedere spiegazioni, ma io esitavo. Mi tratteneva un inspiegabile bagliore d’orgoglio. Quando ritornò da me, io ero seduta sulla consolle e guardavo le mie amiche ballare.
Mi si avvicinò, e sentenziò con malvagia ironia qualche parola tagliente che mi fece male. Credo che si riferisse al messaggio che non gli avevo mandato la sera precedente, ed io gli chiesi se era quella la causa per la quale mi trattava in quel modo. Non ricordo bene le nostre battute, so solo che le sue parole mi ferirono. E poi, disse esattamente, con fare sprezzante e ricco di odiosa tracotanza:
< < Tanto è inutile che fai l'offesa: anche se ti arrabbi alla fine so che non puoi fare a meno di tornare da me. >>
Pronunciò quelle parole con un tono così malizioso e superbo che ricordo nettamente anche ora e l’arroganza dei suoi modi mi ferì profondamente, la sua freddezza mi abbatté.
Stizzita, cercando di trattenere la delusione ribattei:
< < Sei proprio sicuro? Bene, allora vediamo. >>
E me ne andai via.

Quando avevamo scambiato quelle parole, erano circa le quattro, forse appena passate.
Non ci parlammo più fino alle sette e mezza, quando io feci per andarmene.
Ero troppo furiosa: si credeva veramente così prezioso ai miei occhi? Era così sicuro di avermi in pugno, pendente dal suo modo di fare? E osava trattarmi con quella superbia e quella pungente ironia? No, non glielo avrei mai permesso.
Ero molto orgogliosa e lo sono ancora adesso. Ero convinta che si stesse comportando come un bambino, certo anch’io dopo esagerai, ma lui mi aveva provocato, e volevo fare di tutto affinché si ricredesse e ammettesse di aver sbagliato.
Così, notando che lui, nonostante poi fosse sempre nei paraggi con i suoi amici, non mi degnasse nemmeno di uno sguardo, mi convinsi di non essere poi così triste e con le mie amiche presi a ballare e a scatenarmi. Quanto bene si sta quando si è sicuri di sé! Mentre ballavo insieme alle mie amiche mi sentivo forte, bella, corteggiata, e nemmeno la sua indifferenza poteva farmi male, anzi, lui proprio non doveva esistere.
In realtà ci stavamo trattenendo entrambi: lui, fingendo di non guardarmi, manteneva perennemente il suo freddo sguardo azzurro su di me, mentre io sentivo un’odiosa angoscia mordermi il cuore.
Erano quasi le sei e mezza e ci sarebbero stati i lenti.
Solitamente usavamo ballare insieme, sempre nello stesso punto in cui ci eravamo conosciuti, ogni domenica. E siccome era passato circa un mese da quel giorno di gennaio, sarebbe stato carino farlo anche quella domenica. E, invece, lui se ne stava per i fatti suoi, con Stefano, Roberto, Sebastiano, Matteo e gli altri.
Quanto male stavo, lì, seduta da sola su quel divanetto, pensando che sarei potuta essere in pista a ballare con lui, mentre Andrej rideva beato lontano da me e nemmeno mi badava!
Così, quando, d’improvviso, mi si avvicinò un certo Tommaso, un ragazzo con il quale mi ero vista qualche volta appena poco tempo prima di conoscere Andrej, e mi chiese di ballare, accettai, perfida.

Volteggiavo abbracciata a lui, e ne potevo sentire il forte profumo spruzzato al collo, ne aspiravo l’odore avidamente, un odore nuovo, a me estraneo, così banale in confronto al magico profumo di Andrej!
E, proprio mentre ballavo, e sentivo lo sguardo incredulo e divertito di Andrej fisso su di me, potei udire nettamente un messaggio offensivo nei miei riguardi pronunciato dallo stesso DJ e che tutta la gente presente nella sala poté sentire.
Non avevo dubbi su chi fosse il vero mittente e, dispiaciuta dall’infantilismo di Andrej, dopo poco, quando la canzone finì, feci ritorno al divanetto, più triste che mai.
Eugenio, il mio amico, cercò di consolarmi come poté, ma io non volevo sentire ragioni: Andrej era un bambino, un orgoglioso e un insolente permaloso, ed io non avevo intenzione di rivolgergli la parola. Così filai al guardaroba, misi il cappotto nero e feci per salutare le mie amiche, quando, inaspettatamente, Andrej mi raggiunse. Stavo già per emettere un lieve sospiro di sollievo, quando, invece, disse, freddamente:
< < Ecco, volevo solo darti questo. >>
E mi mise in mano un foglietto a quadretti piegato in quattro che io curiosamente aprii e riconobbi subito: era il biglietto che gli avevo scritto per S. Valentino.

CAPITOLO SEDICESIMO

< < Cosa vuol dire, scusa? >> feci seccata, fissandolo negli occhi con crescente furore.
Lui contraccambiava il mio sguardo, più seriamente, e assunse quasi un’espressione grave e solenne.
< < Te l'ho ridato, tutto qua. >> rispose con strafottenza, fissandomi freddamente.
Odiai la tensione di quel momento. Lui era freddo, schietto, serio e scaltro; io ero arrabbiata, nervosa ed esigevo le sue scuse.
Cominciammo a discutere, accusandoci l’uno con l’altro di essere permalosi e bambini.
Io dichiarai che lui mi aveva provocato, e che era stata la sua fredda superbia ad indurmi a comportarmi così e a non rivolgergli la parola per il resto del pomeriggio. Lui, dal suo canto, replicò che ero stata una bambina nel ballare con l’altro e aggiunse che, proprio in quel momento, aveva deciso di venire da me, scusarsi, e prendermi tra le braccia portandomi a ballare con lui.
Ribattei che avrebbe dovuto sbrigarsi, allora.
Incredulo della sfacciataggine con la quale dissi quelle ultime parole, continuò, seriamente:
< < Vai, allora, se vuoi. Ma sappi che finisce qui. >>
Io, spaventata dalla durezza di quella frase e dalle tristi conseguenze alle quali sarei andata incontro, in un attimo vidi trascorrere davanti a me tutte le giornate e le serate passate insieme: mi ricordai di quando l’avevo conosciuto, proprio lì, dove ora stavamo per chiudere, sovvenni della cena insieme di S. Valentino, e mi prese una fitta al cuore per il dolce ricordo del giorno prima, di quando per la prima volta mi aveva detto “ti amo”.
Vale la pena sciupare tutto per una stupidaggine? pensai allora, titubante. Mi sentivo smarrita, di nuovo persa davanti a lui, così disinvolto e risoluto, sicuro e certo di quello che diceva e pensava.
Ma l’orgoglio, ahimè, vinse, ed io mi voltai.
Lui mi prese, ed io fui costretta a guardarlo negli occhi.
< < Vuoi veramente andartene via? >> domandò ancora, nascondendo con maestria l’incredulità che stava provando di fronte al mio atteggiamento.
Io, guardandolo nei freddi occhi magnetici che mi avevano conquistata, non seppi resistere e, dimenticando l’offesa e l’orgoglio, risposi, debolmente:
< < No, lo sai. >>
E lui mi abbracciò, ed io mi abbandonai ad occhi chiusi al tepore passionale ed irruento del suo caldo abbraccio, e lasciai che mi baciasse le labbra, mentre sentivo gli occhi dei suoi amici fissi su di noi.
Qualcuno si mise a ridere, sentii qualche stupido applauso, ma in quel momento ero solo felice di non essermene andata e che lui fosse tornato.

Mille volte ci chiedemmo scusa a vicenda di ciò che era accaduto, e quando uscimmo insieme dalla discoteca e la frenesia, il movimento, il turbinio delle voci e dei volti frullavano intorno a noi ci accostammo caldamente l’uno verso l’altro, provai un dolce tepore frammisto ad una lieta sensazione di sollievo. Come avrei potuto perderlo? Continuava a fissarmi con l’impenetrabile sguardo celeste, senza batter ciglio, ed io provavo un brivido forte, intenso e sentivo altrettanto fremente l’impulso di dirgli che lo amavo.
Esitavo infantilmente, fino a quando Andrej non se ne accorse e mi incoraggiò a parlare.
Io non ero convinta che sarei riuscito a dirlo con la stessa irruenta passione e bramosia con la quale l’aveva pronunciato lui appena un giorno prima, avevo uno sciocco timore di risultare puerile e sdolcinata, invece… quando gli dissi “ti amo” il mio non fu un fioco sussurro velato, né tantomeno un pauroso bisbigliare, fu come se tutte le emozioni, i sentimenti, la gioia, l’eccitazione e la confusione che avevo trattenuto fino a quel momento si sciogliessero tutte insieme, in quelle due brevi parole, e provai una fitta al cuore nel fissarlo negli occhi mentre lo pronunciavo, quel “ti amo” che Andrej attendeva da tempo.
Seppe controllare con esperta maestria lo stupore, il mio Andrej, come sempre, ed io non mi accorsi invece che era rimasto sbigottito quanto me il giorno precedente.
Comunque non mi rispose, ma mi strinse forte, ed io chiusi gli occhi, aspirando il suo profumo e l’odore di tabacco acre e intenso che sprigionavano le sue labbra.
Il suo abbraccio non era uguale a quello dei miei compagni di scuola, non era quello degli adolescenti della mia età, impacciato, goffo e tenero, non era quello di un padre, affettuoso, protettivo e nostalgico, non era quello di un uomo, avido, virile e potente, era un caldo rifugio dove sapevo di trovare conforto ogni qualvolta lo desiderassi. Tra le sue braccia non avrei mai temuto pericolo, stretta al suo petto non avrei mai sofferto la paura, né angoscia alcuna.
La sicurezza e la protezione che mi sapeva dare Andrej erano magiche, fortissime e sconfinate.

Anche la settimana seguente trascorse in un attimo, tra le sue telefonate e le frequenti uscite insieme.
Febbraio volgeva al termine, ed io mi sentivo più che mai innamorata di Andrej, ormai quasi lo ammettevo.
Era una sera, un giovedì sera, eravamo nella Clio, i vetri appannati, i nostri respiri caldi e unanimi, le sue carezze ed il suo sguardo concupiscente, il mio corpo fremente di offrirsi a lui.
Per la prima volta da quando lo conoscevo, sentivo il bisogno di fare l’amore con Andrej, sentivo che sarebbe andata così, sentivo che lui era quello giusto, colui al quale avrei offerto il mio dono, l’unico che meritava di avermi, di possedere le mie emozioni, il mio fisico, i miei pensieri.
Non c’era nessuno che come lui era riuscito mai a trasmettermi quei desideri, nessuno era veramente riuscito a sbloccarmi, ad avere quell’impatto su di me.
L’impulso di darmi a lui ora era al culmine, sentivo sopraggiungere l’agonia del mio corpo che si fondeva con il suo, sentivo noi due stretti in unico abbraccio, respirare insieme lo stesso respiro, nello stesso istante.
E fu in quel momento che capii che sarebbe stato lui il primo ad avermi.

Era il primo giorno di marzo, un sabato.
Quella sera dovevo uscire con due mie compagne: ci saremmo incontrate a Conegliano nel pomeriggio e poi avremmo preso insieme il treno per Sacile e saremmo andate a mangiare la pizza. Avevo detto ad Andrej che dopo potevamo vederci, e lui mi aveva promesso che mi avrebbe portato ad una festa.
Quel sabato pomeriggio di marzo, seduta da sola nella corriera, in fondo, avvolta nel mio solito cappottino nero ben spazzolato, i capelli appena lavati, profumati di schiuma, le unghie dipinte di scarlatto, vestita come la prima volta che ero uscita insieme ad Andrej, me ne stavo assorta nei miei pensieri, fantasticando su me e lui.
Avevo più volte pensato a come sarebbe stato fare l’amore con Andrej, trascorrere un momento così importante proprio con lui.
Andrej mi affascinava, mi attraeva e sentivo di amarlo, sentivo che nessun altro eccetto lui si meritava il mio amore, ero convinta che non avrei mai potuto amare qualcuno con la stessa intensità con cui amavo lui. Ero decisa, sicura, senza nessun dubbio. Io lo amavo, me lo diceva il cuore, me lo sussurrava il mio animo, me lo sibilava la mente.
Ero felice, esistevo per lui, ogni mio sospiro era esalato per una sua parola, i suoi sguardi viaggiavano nei miei occhi come il turbinio della neve, il suo modo di fare, così imprevedibile, sfrontato, spavaldo mi lusingava e mi ammaliava come il canto maligno di una sirena.
Ripensavo a quando, una domenica dopo la discoteca, mentre mi stava riaccompagnando a casa, tutto d’un tratto aveva frenato improvvisamente. Avevo avuto paura, credevo che stessimo uscendo di strada o una cosa simile, e, invece, quando fummo fermi del tutto e lui si voltò verso di me, rimasi attonita nel vederlo avvicinarsi violentemente alla mia bocca e baciarmi con slancio e passione.
I suoi movimenti, i suoi discorsi, il suo modo di vedere la vita erano completamente diversi dalla calma e pacata monotonia alla quale ero abituata; i suoi orari così sregolati e la sua impulsività mi soggiogavano, sapeva come sciogliermi e come intrigarmi, ed io mi sentivo sua.
Persa nelle mie fantasie e nei ricordi di quel mese di febbraio, osservavo fuori dal finestrino quando finalmente arrivai a Conegliano. Scesi in centro e m’incamminai verso il bar dove dovevo incontrarmi con Veronica e Samantha. Con mia sorpresa le trovai insieme a due ragazzi che già conoscevo, e decidemmo di andare tutti insieme a mangiare la pizza.
Una volta arrivati a Sacile, dopo che avemmo preso il treno da Conegliano, facemmo un giro per il centro.
Faceva molto freddo: il cielo era nero, senza luna, soffiava un vento gelido e calmo, come un sospiro di mare. Parlavo di scuola e cose simili ma in realtà la mia attenzione era dedicata ad Andrej, e sentivo il bisogno di vederlo, mi mancava, nonostante ci fossimo visti appena due giorni prima.
Arrivammo in pizzeria e ricordo che, quando mi specchiai nel bagno del locale, constatai che non ero poi così bella come credevo. Vicino a Veronica e Samantha, poi, così carine, una mora e l’altra bionda, occhioni scuri e sottili occhi di gatta color smeraldo, alte, con il loro fisico asciutto e senza un capello fuori posto mi sentivo il brutto anatroccolo della compagnia.
Un po’ delusa e rattristata, feci ritorno con le mie amiche nella sala. D’improvviso, il mio cellulare prese a squillare: era Andrej. Mi avvertiva che sarebbe arrivato prima dell’ora prefissata. Non fece nemmeno tempo a dirlo che mi affrettai ad ordinare, mangiai a velocità supersonica e in un baleno ero già pronta, i capelli pettinati, il poco trucco sistemato, uno spruzzo di profumo dietro le orecchie.
Andrej già mi aspettava fuori dal locale.

CAPITOLO DICIASSETTESIMO

Era lì, ad attendere me, immobile, le mani nelle tasche del cappotto.
Gli sorrisi dolcemente. Salimmo in macchina e, radio accesa e conversazione fitta, dopo qualche minuto arrivammo all’oratorio dove si teneva la festa di un suo amico.
C’erano Matteo, Stefano, Sebastiano, Roberto e gli altri, tra cui una ragazza di cui non ricordo il nome, sciatta, occhialuta, di un castano slavato, i capelli raccolti in una coda bassa.
Parlavamo tutti insieme, lì, fuori, sotto il cielo nero, verso le dieci e qualcosa, poco lontano da Pordenone, nel giardino che circondava l’oratorio. Un gran vociare, luci e musica provenivano dall’entrata, mentre un folto viavai di persone entrava ed usciva a piacimento dall’oratorio.
Andrej mi cinse la vita con dolcezza, mentre parlava con Roberto. Io, come una bambina, contenta ed intimorita, tacevo, avvolta in quel morbido abbraccio, ascoltavo attentamente il tono ambrato della sua voce, sentivo il suo lieve respiro sul mio collo.
Ricordo quegli attimi con candida nitidezza, potrei specchiarmici dentro e rivedere le stesse scene da me descritte. I bicchieri di carta che loro tenevano in mano, il mio sguardo smarrito e felice di bambina, i loro discorsi accesi e le leggere movenze impercettibili di Andrej.
Ad un tratto mi propose di entrare. Lo seguii.
Davanti alla porta d’ingresso, spalancata, c’era un ampio tappeto di gomma nera, a buchi.
Io, come già detto, ero vestita come la prima volta che ero uscita con Andrej, ad eccezione di un’unica variante: invece degli stivali, indossavo le scarpe nere con il tacco a spillo.
Non mi ero accorta di quel tappeto di gomma a buchi e, goffamente, rimasi incastrata con il tacco in un buco. Ero paralizzata e trattenevo a stento le risate, anche perché Andrej non si era accorto di niente ed era entrato.
D’altra parte, non potevo chinarmi ed arrangiarmi da sola, specie perché ero bloccata e mi era difficile muovermi. Così chiamai Andrej. Non mi sentì, e fui costretta ad alzare la voce, mentre un paio di ragazzi ridevano dietro di me.
Andrej si voltò, ed inizialmente non capì. Gli feci cenno di venire da me, si avvicinò e gli indicai il tacco della scarpa, ridendo. Si chinò, sorridente, mi prese la caviglia e mi aiutò a liberarmi.
Scoppiammo a ridere e finalmente entrammo nell’oratorio.

Rimanemmo molto poco alla festa. Salutammo un paio di persone e poi fummo concordi nell’andarcene. Tornammo alla macchina, sistemata in un parcheggio di ghiaia, dove erano stanziati diversi gruppetti di adolescenti intenti a parlottare confusamente.
Risalimmo in macchina, ed Andrej mi propose di andare da lui, a Pordenone.
Da come lo disse, capii che sarebbe successo qualcosa, capii che era risoluto, era deciso, mi voleva e sapeva che anche per me era così.

CAPITOLO DICIOTTESIMO

Andrej scoppiava di desiderio, fremeva di averla: da troppi giorni lei tormentava i suoi sogni e lo seduceva con i suoi sguardi, le sue parole, le sue timide espressioni di bambina.
Sentiva che con lei fare l’amore sarebbe stata un’esperienza unica, mai vissuta per entrambi.
Per lei, perché naturalmente era la pr