Le
Rubriche
di
Nokoss

Io volevo solo ballare - #2

di Eleonora Tonon - 31/07/2007
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CAPITOLO DICIANNOVESIMO

Era la domenica di carnevale. Lungo le strade del mio paese giacevano, come foglie d’autunno, variopinti coriandoli di forme svariate. Nell’aria piovevano schiuma bianca e stelle filanti, mentre la musica impazziva e carri mascherati sfilavano, danzando.
Io, avvolta in un giubbotto bianco, osservavo Vania, Diego, Eugenio ed altri amici occupati in una gara di coriandoli, ai giardini pubblici.
Quella domenica indossavo un vestito nero anni trenta, con spalline sottili, cortissimo e pieno di frange nere. Avevo calze finissime e ai piedi calzavo le solite scarpe con il tacco a spillo. Attorno al collo, poi, avevo un boa di piume color cenere, tenevo tra le dita un bocchino d’avorio rubato a mio padre e mi davo delle arie da diva. La mamma mi aveva fatto i capelli: erano tutti boccoli, una cascata di ricci mori che mi accarezzava le spalle. Ero molto truccata: gli occhi contornati dalla matita, il fard rosa sugli zigomi, un rossetto color porpora sulle labbra e un neo disegnato sulla guancia.
Vestita come una showgirl della belle époque, attendevo l’arrivo di Paola, la mia migliore amica, per raccontarle cosa mi era accaduto la notte scorsa. La sera prima, appunto, dopo essermi congedata da Andrej, ero filata in camera con un sorriso ebete stampato sulla faccia ed avevo confessato tutto al mio orsacchiotto, parlandogli con il pensiero. Avrei voluto custodire quell’emozione per sempre, tra i miei pensieri, nei miei ricordi. Non volevo dirlo a nessuno, nemmeno a mia madre. Eppure pensavo anche che Paola avrebbe dovuto saperlo: dopotutto, era la mia migliore amica. Poi, pensavo, avrei atteso un po’ di tempo, e l’avrei raccontato a mia madre. Da una parte, smaniavo di urlarlo al mondo: avrei voluto dirlo a tutti, per festeggiare insieme ciò che provavo. Dall’altra, avrei voluto custodirlo solo per me.
Paola mi corse incontro con il suo cucciolo al guinzaglio. Era serena, tranquilla, di buon umore. Forse, già intuiva cosa le avrei detto. E, infatti, quando glielo raccontai, non rimase stupita, ma fu felice per me. Non mi abbracciò, non esplose in urla gioiose, ma si aprì in un sorriso dolce, affettuoso, dicendomi che era contenta.
Ben presto l’euforia dei carri mascherati ci esaltò: Eugenio, il mio migliore amico, che quel giorno avevo truccato e vestito come una donna, prestandogli i miei abiti e le mie calze a rete, continuava a scherzare con i passanti per la strada insieme a Diego, anche lui abbigliato come una donna. Erano simpaticissimi e ridicoli: con in testa foulard e strani cappellini d’oro per nascondere i capelli, cipria e rimmel per camuffare il volto; stretti in aderenti magliettine che evidenziavano i petti di cotone ed ovatta era un divertimento vederli passeggiare per le vie del centro.

Il mese di marzo prese a scorrere velocemente: il mio rapporto con Andrej diventava sempre più intenso, più intimo, più forte. Ciò nonostante, spesso mi assalivano insolite incertezze.
Andrej non mi parlava mai di cosa faceva: da quando lo conoscevo aveva già cambiato due lavori. Prima aveva lavorato per una fabbrica a Conegliano, poi era stato il rappresentante di una ditta per elettrodomestici. Ma c’era qualcosa che non mi quadrava. Lui riusciva sempre ad evitare con furbizia le mie domande scarne e titubanti, ed io restavo con i miei dubbi.
Ripensavo a quando, una sera di febbraio, riaccompagnandomi a casa, mi aveva detto:
< < L'unico problema che può esserci tra di noi è questo... io non rimarrò per sempre in Italia, lo sai. Prima o poi dovrò partire e tornare in Russia, anche se non so quando. Spetta a te scegliere... puoi decidere di chiudere adesso, oppure di vivere in fondo questa esperienza. Io credo solo che sia meglio pentirsi di ciò che si fa, piuttosto che rimpiangere... >>
Le sue parole mi avevano scosso. Andrej viveva la vita come un rischio: non aveva paura di buttarsi in tutto ciò che faceva, prendeva le occasioni al volo, senza farsi troppi problemi, ma per me era diverso. Ero molto più riflessiva, più razionale, più cauta. Quell’imminente e futura partenza mi terrorizzava.
< < Sarebbe saggio chiudere ora. - dissi seriamente. Lui ascoltava, attento e silenzioso. - Ma non sarebbe giusto rispetto a quello che sento. >>
Lui mi abbracciò, e così io firmai la mia condanna: la condanna all’amore.
Ripensavo con dolce nostalgia a quei momenti, e non ero affatto pentita: se fossi potuta tornare indietro avrei rifatto esattamente le stesse scelte. Sapevo che prima o poi avrei dovuto lasciare Andrej: lui avrebbe fatto ritorno nella sua Russia e mi avrebbe dimenticato. In ogni istante mi sovvenivo di quella futura partenza, e perciò cercavo di vivere al massimo i momenti con lui. Con Andrej era sempre un dubbio, un perenne non lo so: il tempo per lui non aveva regole, ed io vivevo nell’illusione che, forse, non sarebbe mai partito.

CAPITOLO VENTESIMO

Era una gelida serata di marzo.
Usciti dal bar di Matteo, io ed Andrej passeggiavamo diretti alla Clio. Lui mi teneva un braccio sulle spalle, stavamo parlando dolcemente ed io ridevo per le sue battute spiritose. D’improvviso, però, Andrej si fermò bruscamente. Doveva aver visto qualcosa in lontananza, o meglio qualcuno, ed arrestò il passo, costringendo anche me ad imitarlo. Lo guardai, smarrita.
Un uomo dall’aspetto severo, alto, i capelli brizzolati, leggermente ondulati, la barba grigia ben curata, grandi occhi di un vivido castano avanzava impettito verso di noi. Indossava un impermeabile bianco, lungo quasi fino alle caviglie.
< < Alfio! >> esclamò Andrej, stupito.
< < Ciao, Andrej! >> rispose l’uomo, tendendo la mano al ragazzo.
Io lo osservavo silenziosa, sbattendo le ciglia, fino a quando non parve accorgersi di me. Si voltò, infatti, Andrej mi guardò, poi posò nuovamente lo sguardo sull’uomo, ed asserì con vivacità:
< < Ti presento Elettra, la mia ragazza. >>
< < Molto lieto... >> sussurrò galantemente, stringendomi la mano.
Io sorrisi con grazia e farfugliai qualcosa di sciocco e banale.
Alfio tornò a rivolgersi ad Andrej.
< < Mi aspettavo che chiamassi, dopo il tuo rientro da Roma! >>
< < Già, lo so, ma ho avuto molte cose da fare. >>
Alfio mi guardò.
< < Sì, capisco. >>
Il tono con cui pronunciò quelle parole mi mise a disagio ed abbassai lo sguardo, quasi per scusarmi.
< < Bene, allora hai concluso l'affare con Visconti? >>
< < Sì, siamo d'accordo. >>
< < Per quando è fissata la partenza? >> domandò Alfio, incurante di me.
Io, che non stavo capendo nulla di cosa si stavano dicendo, non facevo altro che osservare le espressioni di Andrej e fissare con umiltà la sicurezza e il fascino che emanava Alfio Maranesi.
Andrej parve esitare, ma né io né Maranesi ce ne accorgemmo.
< < Questo ancora non lo so di preciso. Ma ti terrò informato, te lo prometto. >>
Alfio inarcò le sopracciglia con scetticismo.
< < Come hai fatto l'ultima volta? >>
Andrej sorrise, e nel suo sorriso lessi l’astuzia, la spavalderia e l’impulsività di quel giovane del quale ero innamorata.
< < Ti telefonerò. >> disse Andrej molto vagamente.
< < D'altronde, posso ben capire come tu ti sia dimenticato di telefonarmi, con una tale gioia accanto... >> mormorò Alfio Maranesi, fissandomi.
Ebbi paura del suo sguardo: era avido, vorace ed impenetrabile. Certo, non freddo quanto quello di Andrej, ma molto più bramoso, torrido e tormentato.
Accennai un debole sorriso, poi Alfio strinse di nuovo la mano ad Andrej, mi salutò e scivolò via con la sua lunga camminata decisa.

< < Perché mi guardava così? >>
< < Perché sei bella, ed è invidioso. Chi non lo sarebbe, in effetti? >> rispose Andrej, guardandomi con orgoglio.
< < Di cosa stavate parlando? >> continuai, ignorando i suoi sottintesi.
< < Di un affare che stiamo concludendo. >> rispose con abile calma Andrej, senza lasciar trapelare la minima emozione, come sempre.
Quella volta, però, io non mi arresi, ed insistetti.
< < E di cosa tratta? >>
Andrej mi guardò negli occhi. Il suo sguardo diretto, audace ed intimidatorio mi fece paura, mi sentii minacciata, e capii che stavo invadendo un territorio al quale non avrei mai potuto avere accesso.
Andrej mi sorpassò ed aprì la macchina.
Con il cuore in gola, decisi di osare fino in fondo.
< < Si riferiva alla partenza per la Russia, vero? >>
Questa volta, Andrej non mi guardò. Rimase immobile, le chiavi nella portiera della Clio, io che attendevo una risposta con angoscia.
< < Sì. >>
Mi si gelò il sangue.
< < Sali. >> intimò, autoritario, ed io mi sentii offesa da quella sua arroganza.
Accese la radio, e fui irritata da quella mancanza di tatto. Guidò parlando del più e del meno fino all’autostrada, poi, io esplosi. Spensi la radio di botto, lui mi rivolse uno sguardo interrogativo.
< < Perché hai spento? >>
< < Dobbiamo parlare, Andrej... non puoi fuggire ancora le mie domande, non è giusto. >>
< < Va bene. Chiedi pure. >>
< < Non puoi evitare sempre di rispondere a quello che ti chiedo... a volte mi sembra quasi di non conoscerti, di non sapere chi sei... hai tanti volti e non ne hai nessuno e questo mi spaventa... >> esclamai ansiosamente.
Lui taceva, l’espressione impassibile, affatto turbata, irremovibile.
< < Perché ti ostini a tacere?! >> sbottai, sentendo salirmi le lacrime agli occhi.
D’improvviso, accostò bruscamente. Spense il motore, mi prese il mento con una mano, accese la luce sopra lo specchietto.
< < Guardami negli occhi... guardami... >> disse con passionale violenza.
Io obbedii, passivamente rassegnata.
I suoi freddi occhi azzurri avevano anima e carne, in quell’attimo. Ardevano di qualcosa di spaventoso, come una tormenta di neve infuocata, di vendetta, rammarico e cordoglio. Cosa c’era in quegli occhi? Quale segreto celava il mio Andrej?
< < Io vorrei dirti tutto di me... ma tu sei così fragile... e deve rimanere così... devi restare come sei, mia piccola bambina... sei così indifesa, così dolce, così ingenua... >> sussurrò velatamente, con affetto, allentando la presa sul mio mento.
Io lo fissavo con tristezza, spaventata.
< < Io ti amo... e ti proteggerò, sempre. Ma per far sì che io ti protegga, tu non mi dovrai mai chiedere niente... niente del mio lavoro, piccina mia. Non pensare che mi vergogni di quello che faccio, no, non è questo il punto. Ma non voglio che tu lo sappia: vedi la vita come un giardino fiorito, non sarò io a far venire una gelata e morire tutti quei fiori. No, non io. Ti amo troppo... >>
Mi abbracciò con forza, stringendomi al suo petto, poi le mie spalle presero a sussultare e scoppiai a piangere. Lui mi accarezzava i capelli.
< < No, bimba, non piangere, ti prego... scusa, scusa... è solo colpa mia... ti prego, non piangere... >> sussurrava Andrej al mio orecchio, ma io continuavo a piangere.
< < Io mi preoccupo per te... >> biascicai tra le lacrime, con quella voce puerile e strozzata che si ha quando si piange.
Lui sorrise, forse provando tenerezza per le mie vane preoccupazioni.
< < Non capisci che... se non mi parli... sarò ancora più preoccupata?... Se mi dici almeno, se mi dici cosa fai... non avrò dubbi... saprò... e non sarò più preoccupata... veramente... >>
< < No, no... - mi tranquillizzò - Non dire così... dai... non piangere... piccola mia... sei così cara, così bella, così dolce... ti amo tanto... >>
< < Anch'io ti amo... >> gli feci eco, abbracciandolo.
Mi baciò le labbra bagnate dal pianto, asciugò le lacrime che mi rigavano le guance, e sussurrò:
< < Non voglio vederti piangere... tu mi dai sempre il sorriso, ogni giorno di più: non posso permettere che tu sia triste... o spegnerai anche me... avanti, ora basta. >>
Finalmente gli diedi ascolto ed incitai i miei occhi a calmarsi. Respirai profondamente, e fissai gli occhi su Andrej.
< < Amore... lo sai, la mia non è una vita semplice, non lo è mai stata. Da quando è morto mio padre, dieci anni fa, e da quando sono venuto in Italia, ho sempre dovuto lottare... sempre... e lo farò fino in fondo. Non ci sarà niente o nessuno che potrà fermarmi... Il lavoro che faccio adesso sai anche tu cos'è... lavoro presso quella ditta di elettrodomestici, tutto qua. È in Russia ciò che mi aspetta sul serio. Ma è qualcosa di grande, immenso, difficile da spiegare... ed io non te lo voglio spiegare. Non perché voglio escluderti dalla mia vita, no, affatto: ma perché ti voglio proteggere da qualcosa che ti potrebbe spaventare, capito? >>
Io annui, sconcertata.
< < Quando andrai in Russia, Andrej? >> chiesi tristemente.
Lui sospirò.
< < Non lo so, ancora. Sul serio. >>
< < Forse dovremmo lasciarci. >>
< < Sei pazza?! >>
Io lo fissavo immobile, silenziosa.
< < Mai! - esclamò - Non lo permetterò! >>
E mi prese tra le braccia, stringendomi forte.
< < Ma io non ti voglio perdere... >> mormorai, sentendo di nuovo affiorare le lacrime.
< < Non mi perderai mai... ma non devi pensarci, adesso. Sto così bene, con te... avanti, basta. Non pensiamoci più. Ti va di mangiare con me, stasera? Dai, chiama tua mamma e avvisala! >> propose infine Andrej.
Ciò che amavo in lui era anche il fatto che, qualunque cosa fosse successa, riusciva sempre a farmi distrarre.

CAPITOLO VENTUNESIMO

S. Pietroburgo, accovacciata come l’esile e snella curva di una sfinge, rimirava placida e solenne i tetti della città, le vie maestose, l’eleganza e la sfarzosità dei palazzi bianchi di neve sciolta, mentre l’aria timida della primavera soffiava sopra le acque della Neva.
Ghenadij von Piotrowski stava passeggiando lungo uno dei numerosissimi ponti che attraversavano la Neva, contemplando il paesaggio incantato della città russa quando, all’interno della tasca del pesante cappotto, sentì vibrare il telefono cellulare. Si fermò, e così fecero dietro di lui anche le due guardie del corpo di Piotrowski, Ivan e Kolpik.
L’uomo, nel vedere sullo schermo del telefono lampeggiare il nome di Andrej Scerbatskij, sussultò, sbalordito. Dall’immenso stupore, lasciò addirittura che il telefono squillasse all’impazzata, incantato nel fissare quel nome.
Finalmente destato, rispose. La voce del figlio di Nikolaj Scerbatskij impressionò a dir poco il potente uomo d’affari. Il tono forte, calmo e virile era lo stesso: chiaro, risoluto, deciso e nel timbro della voce poteva rivedere anche le espressioni di Nikolaj, le labbra che si rattrappivano, i freddi occhi azzurri che si assottigliavano e poi lo poteva ricordare portarsi una piccola mano pallida sui capelli biondi, accarezzarli con mosse felpate, leggere e brevi, per poi accarezzarsi il mento e lisciarsi la bionda barba ben curata.
Gli avevano detto che il figlio, Andrej Nikolajevic, era identico al padre, gli somigliava fisicamente e di carattere, conservava la stessa risoluta freddezza e l’intimidatorio e minaccioso sguardo azzurro.
Ghenadij non l’aveva mai visto, ma era stato amico del padre. Nikolaj era un uomo intelligente, astuto, saccente ed affascinante, era stato un grande industriale ed aveva avuto una bellissima moglie, ma aveva perso tutto, o meglio, gli era stato tutto sottratto. Era morto quando Andrej aveva solo dieci anni, una notte di dicembre, nel più grande ospedale di S. Pietroburgo. Era fortemente malato, ma quasi nessuno credeva alla favola della morte per malattia. Si vociferava altro a S. Pietroburgo, tra le fredde vie della città e i caldi salotti dell’alta società.
Ora, il giovane figlio, solo ventenne, cresciuto in Italia con la madre ed il fratellino, lontano dalla patria che visitava varie volte l’anno, aveva cresciuto un odio implacabile ed un violento rancore. La vendetta che tramava era folle, estrema e orribile, ma nessuno ne era veramente a conoscenza, in Russia.
Da molto tempo, ormai, Ghenadij attendeva quella telefonata. Era stato in contatto per diversi mesi con Edoardo Visconti, che lo teneva informato tramite Alfio Maranesi sui continui sviluppi del giovane Scerbatskij, i suoi spostamenti, gli improvvisi traslochi a Trieste, Milano, Roma, Pordenone; l’assiduo andirivieni tra Russia ed Italia, le strane amicizie e le svariate conoscenze di senatori e consoli italiani.
Andrej Nikolajevic era cresciuto in fretta, mantenendo nel sangue la stessa austera nobiltà del padre, l’identica fierezza russa e l’esigente saccenteria, coltivando una segreta ossessione per la vendetta, succhiando ogni giorno un veleno omicida che gli aveva contorto la mente. Divenuto adulto con l’odio nel cuore, ora il giovane pretendeva vendetta, ed avrebbe fatto pagare con il sangue le crudeltà subite, ad ogni costo.

Sulla spettrale città russa avanzava brumosa la notte, avvolgendo palazzi e viottole nelle sue gelide spire azzurrognole. Una coltre di nuvole striate di pervinca aleggiava sofficemente nel cielo, nascondendo il tramonto.
Rari viandanti si aggiravano per le vie di S. Pietroburgo diretti alla propria casa; alcune macchine dai vetri scuri sfilavano lentamente per la città: era sera, e la gente si affrettava a correre a casa. Non era affatto consigliabile, infatti, starsene fuori a quell’ora. Il freddo diveniva più intenso, l’aria si faceva più rarefatta, ruvida, gelida, avvolgendo le vie oscure di S. Pietroburgo in una torbida atmosfera inquietante.
Piotr Platonovic Nekràsov osservava deliziato il riflesso della luna sull’acqua della Neva. Era un’immagine offuscata, ottenebrata che rifletteva a tratti lo scarno spicchio bianco della luna. L’aria soffiava sulla Neva, ed allora il riflesso scompariva per qualche attimo, lo spicchio di luna pareva ondeggiare febbrilmente sull’acqua e sembrava avere lo stesso spessore di un bianco fantasma. Poi ritornava, macabro, quel fantasmino pallido e argenteo, brillava appena sull’acqua, come per riflettere i deboli raggi della luna, alta nel cielo, ad oriente. Anche il fioco tremolare delle stelle si rifletteva nel fiume, ma queste si vedevano a fatica. A volte, il fiume sollevava una lievissima ondina, ed allora inghiottiva orribilmente tutte quelle stelle luccicanti e tremebonde, quasi con un ghigno malvagio.  
Piotr scostò la tenda e tornò a camminare per lo studio, pensieroso.
Quel pomeriggio aveva fatto seguire uno dei suoi nemici più pericolosi, Ghenadij von Piotrowski. Da tempo meditava di tenere sotto controllo le sue comunicazioni, sia quelle dal telefono fisso, sia quelle del telefono cellulare. Quel giorno aveva avuto la conferma che avrebbe dovuto farlo molto tempo addietro.
Ghenadij sembrava parlare animatamente, con molta attenzione, ed era scivolato velocemente in macchina con le fedeli guardie del corpo per poter parlare con più tranquillità. L’anziano braccio destro di Piotr, però, il vecchio Anton, da parecchi anni al servizio di Nekràsov, aveva saputo seguire con furbizia ed astuzia Ghenadij ed intercettare la sua conversazione mediante un ingegnoso apparecchio satellitare. Quella sera stessa, al calar del sole, aveva riferito al padrone, ossia Piotr Platonovic Nekràsov, quanto eseguito, portando al suo cospetto il nastro con la registrazione della telefonata.
“Quanto odio coltiva nel cuore il figlio di Scerbatskij?” si chiedeva con leggera preoccupazione Nekràsov, gironzolando per il suo studio.
Un immenso silenzio troneggiava nella casa: la moglie, da qualche tempo malata, riposava nella sua stanza, mentre i due figlioletti erano in campagna presso i nonni paterni. Quanto alle guardie del corpo, dovevano essere di turno all’entrata della villa o nel salone al primo piano. Il fedele Anton, invece, stava mangiando con gli altri camerieri nella cucina a loro riservata.
Piotr sospirò stancamente, accasciandosi con abbandono in una soffice poltrona dello studio. Si portò le grosse mani ai capelli, per poi scivolare con pressione fino alla nuca, portandoseli tutti indietro.
Piotr Platonovic Nekràsov aveva quarantatré anni, meravigliosi occhi cobalto, capelli color noce, lunghi fino sotto le orecchie, corporatura tozza ed atticciata, statura assai bassa, gambe corte, spalle robuste e braccia possenti. Da sedici anni era sposato con Galina Andreivna, una donna spietata, arrivista e crudele, disposta a tutto pur di ottenere ciò che voleva.
Avevano avuto due gemelli, un maschio ed una femmina, e li avevano chiamati rispettivamente Iljà e Sonja. I bambini avevano solo quattro anni, erano giocosi, allegri: più timido e riservato Iljà e più civettuola e disinvolta Sonja. Erano adorati e viziati dai genitori, specie da Piotr, mentre la madre, che aveva poco istinto materno, si limitava a ricoprirli di regali.
Qualcuno bussò alla porta, interrompendo bruscamente i fitti pensieri di Piotr.
< < Chi è? >>
< < Io. >> ripose la voce metallica della moglie, aprendo la porta.
< < Cosa fai in piedi, Galia? Non hai capito cosa ti ha detto il dottore? >> ruggì irritato Piotr, alzandosi dalla poltroncina.
< < Sono stufa di starmene ferma a letto. Ho bisogno di muovermi, uscire. Mi hanno riferito che stasera si fa baldoria dai Dobroljubov, perché non me l'hai detto? >> ribatté seccamente Galina.
< < Perché non è di tuo interesse, visto che devi riposare. >>
< < E tu ci vai? >>
< < Forse, più tardi. >>
< < Voglio venire anch'io. >> azzardò la moglie, stringendosi il nodo della vestaglia dai perlacei ricami viola.
Piotr Platonovic scoppiò in una risata.
< < Va' a dormire, prima che ti ci mandi io di forza. >> impose l’uomo alla donna, ritta in piedi davanti a lui, le braccia conserte e lo sguardo esigente.
Piotr, notando che Galina non si muoveva, bensì manteneva un orgoglioso contegno, si avvicinò alla donna e con facilità se la caricò sulle spalle, mentre lei si dibatteva e gridava furiosamente.
< < Fammi scendere, villano! Fammi scendere, ho detto! Pjetia! >>
< < Smettila! >> ordinò Piotr con decisione, spalancando con un calcio la porta della camera da letto della moglie e poggiandone il corpo sul materasso del letto a baldacchino.
< < Non voglio starmene qui!>> urlò Galina, fremente di rabbia.
<> tentò di zittirla il marito.
< < No! Non sto male, sto benissimo, non vedi?! >> esclamò la donna, alzandosi dal letto con agilità.
< < Non mi importa. Buona notte. >> disse Piotr, chiudendo la porta.
< < Pjetia! >> strillò Galina, sentendo che l’uomo stava chiudendo a chiave la stanza da fuori.
< < Pjetia, non puoi farmi questo! >> gridava, furiosa.
< < Se hai bisogno di qualcosa, chiama con il telefono. Non urlare, ho mal di testa. Buona notte, cara. >>
< < Pjetia!!! >>
E l’uomo se ne tornò al suo studio, deciso a lasciar perdere il figlio di Scerbatskij e andare dai Dobroljubov a far festa.
CAPITOLO VENTIDUESIMO
Era l’ultimo mese di scuola. Ero molto stanca e spossata, ma mantenevo la mia ferrea allegria e la spontaneità di sempre e, quando incontrai Andrej alla stazione di Pordenone - il suo fresco taglio di capelli da bambino, la polo azzurra a maniche corte, la mia gonna bianca a balze e un top verde fantasia - ci saltammo addosso reciprocamente. Dopo esserci abbracciati, gli feci notare come era strano: ci eravamo conosciuti con il freddo, ci eravamo visti per la prima volta avvolti in folti cappotti ed ora camminavamo mano nella mano, sfiorandoci i fianchi, sotto il caldo sole di maggio, io con i sandali e la fronte grondante di sudore, le guance accese di caldo e gli occhi di desiderio.
Andrej mi pareva cambiato. Ancora più affettuoso nei miei riguardi, mi porgeva sguardi carichi d’amore, mi stringeva al suo petto come se volesse proteggermi da tutti i mali del mondo, mi parlava con un tono dolce che non avrei mai potuto tessere sulle sue labbra appena pochi mesi prima. Andrej era diverso, Andrej aveva capito di amarmi sul serio. Certo, non che prima non fosse innamorato, anzi, ma solamente adesso si era reso conto di quanto contassi per lui: ero la sua dolce Elettra, e per lui ero tutto, gli davo la gioia. Aveva capito di non aver mai amato prima di me: aveva avuto molte donne ma in realtà nessuna di queste gli era appartenuta veramente, e nemmeno lui sentiva di essersi donato sinceramente a loro. Io ero diversa: avevo il privilegio del suo amore.

Un tardo pomeriggio di maggio, dopo un afoso martedì trascorso a scuola tra compiti ed interrogazioni varie, mi trovavo in macchina con Andrej diretti a casa sua, a Pordenone.
Ero allegra: la scuola volgeva al termine e, oltretutto, uno dei miei più grandi sogni si stava avverando.
Alcune volte ho accennato, nelle pagine addietro, alla mia dolce vena poetica: qui devo specificare che io, piccola giovinetta sognatrice, spesso scrivevo poesie. Pochi mesi prima avevo trovato un annuncio su una rivista che trattava di un concorso di poesie, a Roma, la quale premiazione si sarebbe svolta negli ultimi giorni di maggio presso la sede dell’Accademia. Non avendo niente da perdere, avevo spedito alcune mie poesie all’Accademia, senza nemmeno sperare che potessero essere accettate. Con mia grande sorpresa, invece, ricevetti una risposta dall’Accademia, la quale mi invitava a Roma il trentuno maggio per la premiazione.
Ero a dir poco raggiante, euforica ed entusiasta. Andrej era orgoglioso di me: parlava ai suoi amici con enfasi dei miei malinconici scritti esaltando la mia appassionata dedizione alle parole, raccontava in giro di avere come ragazza una giovane poetessa in erba, bella quanto promettente. Ero lusingata da tutti quegli elogi, ero felice.
Stavo canterellando qualcosa in macchina, quando Andrej mi interruppe un po’ bruscamente dicendomi che doveva parlarmi. Disse che doveva ritornare a Roma.
< < Questo lo so - risposi io, affatto stupita - Me l'avevi già detto! >>
< < Sì, ma vedi, questa volta è diverso. >>
Andrej guardava fisso davanti a sé, senza batter ciglio, mentre io, confusa e perplessa, lo fissavo senza capire.
< < In che senso è diverso? >> domandai, un po’ ansiosamente.
< < Il trentuno scade il contratto dell'appartamento di Pordenone. Devo tornare da mia mamma, a Roma. >>
Io, stupefatta, me ne stavo senza parole, lo sguardo smarrito. Dopo un lungo attimo di silenzio, soggiunsi:
< < E quando torni? >>
< < Non lo so. >>
Io sospirai, e dolcemente mormorai:
< < Con te è sempre un non lo so, Andrej...>>
Lui mi guardò con tenerezza, provando una morsa di profondo dispiacere, staccò una mano dal volante e mi accarezzò con passione una guancia, mentre io chiudevo gli occhi per soffocare le lacrime.
Cercai di scacciare dalla mente le sue parole; una volta arrivati a Pordenone andammo al bar da Matteo dove trovammo Stefano e Roberto assorti nella lettura di una rivista d’automobili.
Dopo neanche una mezz’ora, eravamo a casa sua a giocare nella sua camera. Era buio, le persiane erano totalmente abbassate, vicino alla finestra giaceva il suo divano letto, completamente sfatto; per terra erano sparpagliati jeans, una forcina per capelli, un pacchetto di fazzoletti.
Io ero nuda, lui anche. Ridevamo e ci facevamo il solletico senza darci un attimo di tregua, fino a quando, dopo una sua acida battuta sul mio pancino morbido e lievemente dorato io non gli piantai le unghie in un braccio. Lui urlò di dolore, tentò di afferrarmi, sempre ridendo, io gli sfuggii, lui mi prese per i capelli. Indignata per quell’affronto, stavo per ribattere a tono, quando non lo sentii stringermi forte al suo petto, farmi sdraiare accanto a lui, per terra, con forza, e sussultare leggermente.
< < Io non voglio perderti...>> sussurrò sottovoce, il tono incerto, insolito, tremebondo.
Io, sconcertata, presi ad accarezzargli la schiena.
< < Ma no, non dire così...>>
< < Io non voglio perderti...>>
Sentii una lacrima bagnarmi il collo e mi accorsi che stava piangendo.
CAPITOLO VENTITREESIMO
Nessuno prima d’ora aveva mai pianto per me in mia presenza.
Ero di stucco, senza parole, in totale smarrimento: non sapevo cosa dire, con quale tono pronunciare le mie parole.
Andrej sussultava lievemente, sentivo il suo viso imperlato di pianto affondato nel mio seno, potevo udire le sue parole e soffrirne atrocemente. Diceva che sapeva che era tutta colpa sua, che non avrebbe mai dovuto continuare il nostro rapporto, che non si sarebbe dovuto innamorare di me, perché ora mi avrebbe fatto tremendamente soffrire. Disse che sapeva da due settimane della scadenza del contratto dell’appartamento, che aveva pensato in ogni modo come dirmi che sarebbe partito, ma che si era sentito un vile.
Gli domandai perché non mi avesse rivelato prima della sua partenza, lui rispose che non voleva farmi soffrire prima del tempo, che bastava che soffrisse lui.
Intenerita dalle sue parole, così preziose, improvvisamente acquistai forza, comprensione, e gli diedi conforto, lo abbracciai, lo strinsi a me, gli bisbigliai che non mi avrebbe mai perso, che lo avrei aspettato, che lo amavo, che niente avrebbe potuto separarci.
Facemmo l’amore, e unirmi a lui fu sublimemente triste ed appassionato: mi sentivo fremere sotto di lui come la prima volta che mi aveva avuta, riprovavo le stesse intense emozioni, tremavo per le sue audaci carezze. Fare l’amore quella volta fu bellissimo: pareva un addio, soave quanto struggente, straziante quanto furioso; nell’amplesso parevamo urlare l’uno all’altro quanto ci amavamo, gridare con follia il nostro fulmineo e banale incontro, a gennaio, nella discoteca; rivivevamo ogni momento passato insieme, vedevo scorrere davanti a me immagini e scene dimenticate, o solo sbiadite.
E, dopo, ci accasciammo sul divano letto, l’uno abbracciato all’altro, aprimmo appena la finestra, un raggio di sole morente entrò nella stanza e noi osservammo il tramonto, parlando sottovoce di quando ci eravamo conosciuti, le sensazioni che avevamo provato.
< < Se tornassi indietro farei esattamente quello che ho fatto. Non importa cosa succederà... - mormorai con ferma convinzione - Sapevo fin dall'inizio che te ne saresti andato... cosa cambia ora? Io verrò a Roma, a fine maggio... ci vedremo... e poi ci sentiremo... insomma, non è un addio, non lo sarà mai. Sarebbe stupido chiudere ora, ora che ho capito quanto ti amo.>>
Lui mi abbracciò forte, e sentii di nuovo che i suoi occhi si inumidivano.
< < Non avrei mai voluto farti soffrire, mai... puoi perdonarmi?>>
Lo zittii.
< < ... Non dire nulla, nulla. Non c'è niente da perdonare. Ti amo, Andrej.>>
< < Anch'io ti amo tanto, amore mio.>> rispose lui con sicurezza, posandomi un bacio sulle labbra.
Quella sera, quando poi mi riaccompagnò a casa, andai a dormire con nel cuore una sicurezza nuova: non avrei più vissuto dicendomi che la nostra storia era destinata a finire in poco tempo. Ora sapevo che io e Andrej non ci saremmo mai lasciati, volevo con tutto il cuore rimanere per sempre con lui, amare lui e soltanto, vivere per lui e celebrare ogni giorno ringraziando qualcuno per averlo condotto a me, il mio caro Andrej.

 

CAPITOLO VENTIQUATTRESIMO
Il conducente dell’Eurostar annunciava l’arrivo alla stazione di Roma Termini.
Raccattai il beauty, un borsone ed una valigia verde scuro, facendomi strada verso l’uscita, preceduta dai miei genitori.
L’aria calda fremente d’estate mi accolse in tutta la sua intensità: uomini e donne camminavano frettolosamente diretti chissà dove, trascinandosi dietro valigie e borsoni. Respirai la calda atmosfera della stazione: il viavai della gente, il fischiare dei treni, la confusione, il rumoroso vociare, la baraonda, il movimento, le vetrine dei negozi. Sentivo l’odore cinereo, rude della stazione, potevo assaporarne il gusto ad occhi chiusi: vedevo il cielo striato di carminio, le tinte aranciate del sole, le rade nuvole bianche. Adoravo tutta quella frenesia, quel fitto, caotico, torbido viavai di gente: amavo il profumo speziato, il susseguirsi dei treni, quei fiotti di sangue infuocati dipinti nella sferica volta del cielo dove vedevo riflettersi il Colosseo e Piazza di Spagna.
Roma ha tutto un profumo particolare, un’aria magica, dove soffia un vento rosso, carico di passione, amore e trucchi di prestigio; Roma ha un’aurea calda e romantica che le aleggia intorno; Roma ha mille sfaccettature diverse, assume i toni più svariati ma il colore che più le si addice è quello aranciato del tramonto, l’atmosfera calda e purpurea, dorata, il sole che muore sopra Trastevere, i locali piccoli e affollati, le bancarelle striminzite e colme di oggettini e ninnoli sfiziosi.
Mio padre mi fece un cenno e, prese le valigie, lo seguii. Una volta usciti dalla stazione, prendemmo un taxi ed arrivammo all’Hotel Capo d’Africa, a pochi passi dal Colosseo.
Era una serata meravigliosa, sensuale, stellata, profumata d’ambrosia e gelsomino.
La camera dell’albergo era elegante ed essenziale: la carta da parati bianca, le lenzuola color panna e gli ampi balconi che davano sulla via, la luce chiara e luminosa della stanza, il grande armadio spazioso in legno.
Dopo aver sistemato le mie cose, feci una doccia, mentre mio padre guardava la tv e mia madre riordinava i suoi vestiti nell’armadio. Quando verso le nove e mezza fummo tutti e tre pronti, andammo a mangiare con dei nostri amici in un ristorante la cui specialità, ovviamente, era la cucina romana.

La mattina seguente, il sole sprizzava di luce, ed io, come lui, ero raggiante. Erano appena le dieci e tre quarti ed io me ne stavo al bar dell’Hotel intenta a bere un cappuccino spruzzato di cacao.
Appena uscita dall’Hotel, vidi Andrej. Ci corremmo incontro sorridenti, ci abbracciamo, e prendemmo a passeggiare diretti alla metropolitana.
Io indossavo un abito nero, chiuso sul collo come il kimono di una cinese, con due profondi spacchi sulle gambe e alti sandali argento che mi fasciavano i piedi in stringhe incrociate.
Camminavamo parlando allegramente, l’uno accanto all’altro, mano nella mano, gli occhi tuffati in quelli dell’altro.
Era la prima volta che prendevo la metropolitana, credevo di averne paura, ed invece non provai niente attraverso i lunghi tunnel sotterranei. Nella metrò si aggiravano strani tipi colorati, barboni, mendicanti, uomini in giacca e cravatta, liceali dirette a scuola.
Io mi stringevo al mio Andrej sorridendo, pensando tra me e me che, finalmente, avevo terminato la scuola: avevo finito tutte le interrogazioni e i compiti in classe, perciò mi sentivo libera e spensierata, nonostante il dieci giugno non fosse ancora arrivato.
Quando arrivammo a Piazza di Spagna, una massa di turisti seduti sulla scalinata ci rese difficile la discesa dei gradini sotto Trinità dei Monti. Le scale, affollate di spagnoli, americani, giapponesi e tedeschi, erano ricoperte di azalee ed il profumo intenso dei fiori aleggiava nell’aria.
Vicino alla Barcaccia, diversi uomini vendevano rose ai passanti, a volte premendole con forza in mano, senza nemmeno dare ascolto al secco no dei viandanti.
Una lunga fila di negozi si susseguiva in Via Condotti. Incerti se dirigerci verso la Via del Corso o Via Condotti, decidemmo di arrivare a piedi alla Fontana di Trevi. Perciò scendemmo Via Condotti, svoltammo in Via Bocca del Leone, ci ritrovammo in Via Frattina e svoltammo nuovamente in Via del Corso, per poi ripassare attraverso Via del Tritone.
Non camminai mai così tanto in vita mia come quel giorno, lo posso assicurare.

Seduti di fronte alla Fontana di Trevi, gustavamo con enfasi un gelato, contemplando la famosa piazzetta traboccante di turisti affamati sotto il sole cocente.
Era quasi l’una, e certo non era l’ora giusta per un gelato, ma io e Andrej non ce ne badavamo e mangiavamo con foga il cono al cioccolato ridendo come bambini. Era da diversi giorni che non ci vedevamo, ed ero molto felice di stare con lui, quell’assolata mattina di maggio.
Mi riaccompagnò all’albergo in metropolitana e promise che ci saremmo visti la sera seguente.
Il giorno dopo, sabato trentuno, c’era la cerimonia di premiazione all’Accademia.
CAPITOLO VENTICINQUESIMO
L’avevo accompagnato alla metrò per salutarlo. Sarei partita entro mezz’ora, un’ora al massimo, e mi si stava spezzando il cuore. Le promesse di essere forte, sopportare il tempo, stringere i denti si facevano fioche e deboli. Riuscivo solo a fissare Andrej, lo sguardo malinconico e smarrito, i suoi profondi occhi azzurri assorti in un’espressione che non avevo mai visto.
Poggiato ad una colonna, mi osservava in silenzio, ed io non udivo nulla nonostante la baraonda dei turisti, il frastuono delle automobili, le voci confuse delle guide vicino al Colosseo.
Per terra, dopo la parata del due giugno, giacevano rifiuti e fazzoletti di carta. Il vento caldo ci soffiava sopra facendoli ondeggiare per qualche attimo.
Il ronzio del vento mi fischiava nelle orecchie, trattenevo a stento le lacrime, vedevo Andrej dinanzi a me guardarmi con tristezza, mi voltai a fatica, feci qualche passo, poi mi fermai e mi voltai di nuovo, credendo che lui se ne fosse già andato. Invece, lui era ancora là a guardarmi, poggiato alla colonna, immobile, lo sguardo fisso su di me, impenetrabile, pensieroso e pessimista. Desideravo tornare da lui, ma i suoi occhi parvero parlare e mi dissero di andare via. Così obbedii, e feci ritorno all’albergo dove ci aspettava un taxi che avrebbe condotto me e la mia famiglia alla stazione di Roma Termini.

In treno, il viso schiacciato contro il finestrino, osservavo scivolare il verde paesaggio, il colore azzurro ed intenso del cielo, limpido e nitido.
Ripensavo a tutto ciò che mi era successo, il concorso di poesia all’Accademia, le persone che avevo conosciuto, la velata delusione di non aver vinto, la trionfante soddisfazione di aver ricevuto l’onore di partecipare a quel grandioso concorso, riservato - avevo scoperto - a poeti veri e propri, tutti sopra i trent’anni. Ero la più giovane presente nella sala, ed un uomo si era accorto di me. Mi aveva detto che scrivevo in un modo dolce e appassionato, ed aveva chiesto di poter avere alcune mie poesie in modo da leggerle, analizzarle e confrontarle.
Ripensavo ad Andrej, ai pochi giorni passati insieme a lui a passeggiare lungo Via Vittorio Veneto, Via Barborini, Piazza Navona, Piazza del Popolo, Piazza di Spagna…
Ripensavo all’atmosfera incantata di Trastevere, il caldo, assordante profumo pepato delle viottole illuminate dai lampioni, l’ammasso variopinto di gente, le bancarelle accatastate l’una sull’altra.
In ogni angolo vedevo Andrej, il mio sorriso che si rifletteva negli occhi suoi; potevo gustare il sapore dei suoi baci, rivivere il brivido delle sue carezze.
Quando l’avrei rivisto? mi chiedevo tristemente. Lui sarebbe rimasto a Roma per tutta l’estate, ed io, cosa avrei fatto? Per chi avrei vissuto per tutto quel tempo? A chi avrei dedicato ogni mio respiro?
Amavo Andrej e stargli lontano era insopportabile. Ci eravamo lasciati da poche ore, ma già sentivo un enorme vuoto dividerci, come un profondo abisso immacolato, oscuro, buio, senza soglia né uscita, e mi sentivo in trappola, rinchiusa in quel labirinto nero.

< < Pronto, Alfio?>>
< < Sì, chi parla?>>
< < Sono io, Andrej.>>
< < Ah, ciao, ragazzo! Come va?>>
< < Non c'è male.>>
< < Sei a Roma?>>
< < Sì, come fai a saperlo?>>
< < No, immaginavo...>>
< < Bene, telefono per dirti che ho deciso di partire per la Russia quest'inverno.>>
Alfio Maranesi esitò, sconcertato.
< < ... Quest'inverno? Ma come, Andrej? Credevo partissi entro la fine di giugno...>>
< < No, non più. Ho cambiato idea. Ho deciso che aspetterò. Ho appena telefonato a Ghenadij, siamo già d'accordo. Partirò verso l'inizio di dicembre, forse anche verso la fine di novembre. Ma quest'estate non se ne parla.>>
< < Ma... perché?>> domandò sbalordito Alfio.
< < Sono affari che non ti riguardano... Alfio.>> rispose seccamente Andrej Scerbatskij, senza aver paura di risultare troppo scaltro.
Maranesi, allibito, rimase di stucco.
< < Bene, ti auguro buone vacanze, allora... ci sentiamo verso i primi di settembre, d'accordo?>>
< < Sì...>> rispose incredulo e titubante Alfio.
< < Ok, ciao.>>
E Scerbatskij riattaccò, lasciando Maranesi senza parole.

Non ci potevo credere: dopo tre lunghe settimane, finalmente potevo rivedere Andrej!
Aveva trovato lavoro in un ristorante in montagna, faceva il barman e, da quello che sapevo, se la cavava anche abbastanza bene.
L’estate fu meravigliosa. Andrej, a causa del lavoro che faceva, cambiò molto: diventò più responsabile, puntuale, affidabile, serio. Certo, mantenne il suo carattere, l’imprevedibilità, la sfrontatezza, la simpatia, l’umorismo, ma vaghe tracce di responsabilità penetrarono nel suo modo di fare.
Ero felice, grata ed incredula: Andrej era tornato e lavorava per stare vicino a me, vedermi quando voleva e quante volte voleva; era sempre dolce, gentile ed affettuoso, sentivo di amarlo sempre di più, finalmente mi rendeva partecipe del suo lavoro ed aveva iniziato a parlarmi anche del suo passato in Russia.
CAPITOLO VENTISEIESIMO
Rodrigo Vicarelli aveva cinquantacinque anni ed abitava a Roma da quando era nato. Non si era mai spostato dalla capitale italiana: celibe, era stato sul punto di sposarsi una volta, ma la fidanzata aveva fatto marcia indietro all’ultimo momento scappando con un giovane argentino in Messico. Si occupava di lettere da quando aveva ventidue anni ed aveva insegnato alle scuole medie, in vari licei classici e addirittura in un ateneo di Roma. Il suo lavoro lo entusiasmava e gli dava grosse soddisfazioni, nonostante ormai Rodrigo sapesse che, entro pochi anni, sarebbe volto al termine. Insegnava da anni presso una scuola media, a Roma, naturalmente, e, nel frattempo, si occupava di curare concorsi di poesia nella città. Vicarelli conosceva molto bene, infatti, l’Accademia Internazionale di Arti Moderne, la quale svolgeva da diversi anni, ormai, un concorso di poesia, pittura e scultura aperto non solo agli studenti frequentanti, ma bensì a tutti coloro che scrivessero poesie, dipingessero o eseguissero sculture.
Proprio quell’anno, il trentuno di maggio, era stata svolta la cerimonia di premiazione all’Accademia e Rodrigo Vicarelli, come sempre, aveva partecipato all’evento con allegria ed entusiasmo.
Tra i partecipanti, però, aveva scorto una ragazzina. Era giovanissima, bella e sprizzante di grinta e voglia di successo: Rodrigo l’aveva subito notata e, a fine cerimonia, le si era gravosamente avvicinato.
La ragazza era parsa turbata e intimidita dalla persona di Vicarelli, un uomo alto, dai capelli ormai grigi, gli occhi verdi, la carnagione chiara, gli abiti eleganti e profumati di vecchi amori perduti.
< < Mi scusi, signorina, vorrei farle una domanda, se me lo concede.>> aveva detto gentilmente alla giovane.
Lei lo guardava ad occhi sbarrati, tra le braccia aveva stretto un grosso quaderno ad anelli, aveva poche tracce di trucco sul bel viso sprizzante di sole, e floride braccia dorate.
< < No, si figuri...>> aveva risposto timidamente.
Rodrigo si era presentato e le aveva chiesto quanti anni avesse.
Alla risposta della giovane l’uomo sussultò, allibito.
< < Le avrei dato diciotto, diciannove anni!>> aveva esclamato, sbalordito.
La ragazza aveva sorriso lusingata, poi aveva fatto per andarsene, ma Vicarelli l’aveva fermata.
< < Scusi di nuovo, signorina, potrei disturbarla ancora un attimo?>>
La giovane aveva annuito sorridendo.
< < Cos'è quel quaderno che tiene stretto al petto con tanta ansia? Deve contenere qualcosa di molto prezioso perché gli dia tutto quel valore.>>
Lei era scoppiata a ridere, Rodrigo aveva sorriso dolcemente, ed in quel momento aveva realizzato che quella giovanetta dall’aria allegra ed ingenua dovesse essere anche molto intelligente e arguta.
Proprio per questo aveva chiesto alla giovane di poter leggere le poesie contenute nel quaderno, aveva scambiato il suo indirizzo con quello della ragazza e le aveva promesso di scriverle il più presto possibile.
Quella mattina d’agosto, appunto, Rodrigo Vicarelli stava facendo colazione in un piccolo bar.
Sorseggiava con calma e pacatezza il caffè macchiato, assorto nei suoi ordinati pensieri.
Poi, prese con leggerezza una busta bianca posata sul tavolino, la osservò con attenzione e la riposò lievemente sul tavolo.
La busta conteneva una lettera per la signorina Elettra, la giovane che aveva conosciuto qualche mese prima al concorso dell’Accademia, a Roma.
Rodrigo aveva letto tutte le sue poesie, interessatissimo, ed aveva dedotto che quella piccola ragazza aveva talento. Scriveva con passione, con un trasporto ed uno slancio carico di emozione e colmo di lugubre drammaticità da intimidire persino un adulto, temprato da mille avventure e svariate esperienze.
Rodrigo Vicarelli era rimasto assolutamente affascinato dallo stile vezzoso e solenne di Elettra e le aveva risposto con attenzione e serietà, offrendole una proposta imperdibile che, era convinto, la ragazza non si sarebbe lasciata sfuggire.

Quando mi svegliai, il quattordici di agosto, sentii una tremenda fitta alla testa, come se una banda di ballerini di tip tap avesse iniziato le prove per un saggio. Spossata dal forte mal di testa, innervosita ed irrequieta, scesi le scale della mia casa ed uscii diretta, per l’ennesima volta dopo tanto, alla cassetta della posta.
L’uomo che avevo conosciuto a Roma, Vicarelli, aveva promesso di scrivermi presto, appena dopo aver letto le mie poesie. Certo, ne avevo scritte molte, ma non pensavo gli occorresse l’intera estate per analizzarle. Mia madre diceva di portar pazienza, ma io ero scettica.
Invece, quella mattina, nella cassetta della posta trovai una busta il quale mittente era proprio Rodrigo Vicarelli, l’affascinante uomo che mi si era avvicinato al concorso dell’Accademia, il trentuno di maggio.
CAPITOLO VENTISETTESIMO
Vecislav Ossipovic Dobroljubov e Piotr Platonovic Nekràsov, in piedi vicino alla lunga tavolata del buffet, discutevano animatamente sorseggiando della vodka.
La moglie di Vecislav, la bellissima Alessia, una ragazza di soli ventiquattro anni, era occupata ad accogliere i numerosi ospiti nella villa del marito. La giovane, poco pratica delle imperiali maniere delle persone illustri ed emergenti come gli amici ed i conoscenti del marito, quella sera stava rimediando una figuraccia su un’altra, commettendo goffaggini imperdonabili.
Galina Andreivna, la moglie di Piotr Platonovic Nekràsov, non si lasciava sfuggire uno sbaglio della giovane Alessia, della quale invidiava la radiosa bellezza e la sprizzante giovinezza, e faceva di tutto per punzecchiarla in presenza di altre donne. Galina era schietta e crudele, gioiva delle debolezze di Alessia e le sfruttava a proprio vantaggio. In realtà, la donna era terribilmente gelosa, e temeva con tutto il suo cuore che il fascino di Alessia potesse stregare tutti gli amici di Piotr, suo marito, e infatuare lui stesso. Alessia, invece, era profondamente innamorata di Vecislav, ricchissimo, potente e temuto in tutta S. Pietroburgo.
Vecislav Ossipovic Dobroljubov, uomo spietato e senza scrupoli, otteneva quello che voleva, sempre, in ogni caso, ad ogni costo. Qualsiasi fosse il prezzo da pagare, lui andava fino in fondo. Era un uomo senza valori, egoista, incapace di amare, nonostante fosse sposato con Alessia. L’aveva colpito per la sua grazia, accattivato per le sue movenze feline e seducenti: Vecislav l’aveva presa senza nemmeno aspettare, poiché era un uomo istintivo e incapace di ragionare. Alessia era rimasta incinta e, quattro anni prima, aveva avuto un bambino, Griscia. Lei e Vecislav si erano sposati molto tempo dopo, appena otto mesi prima, quello stesso anno, ed ora Alessia pareva essere di nuovo incinta.

Piotr e Vecislav furono concordi nell’allontanarsi dal salotto. I due, con in mano i bicchieri semipieni di vodka, entrarono in una piccola sala ben arredata e si richiusero la porta alle spalle.
< < Bene, - iniziò Vecislav con autorità - hai fatto installare questo apparecchio nella villa di von Piotrowski?>>
<>
< < Ormai non serve a niente parlare - replicò Vecislav - piuttosto, speriamo di sapere qualcos'altro da von Piotrowski. Dici che Alfio Maranesi l'ha chiamato diverse volte, in questo periodo, vero?>>
< < Esattamente, Slava. Gli ha telefonato parecchie volte, sia in questa che nella scorsa settimana. Possiedo tutti i nastri delle conversazioni, a casa, nel mio studio.>>
Vecislav sorrise, ed un ghigno malvagio gli si rattrappì sulle labbra sottili e violacee.
< < E il figlio di Scerbatskij, invece?>>
< < Non si è fatto più sentire da giugno.>>
< < È veramente uno strano ragazzo, quello.>> sibilò Vecislav, fissando un quadro appeso alla parete.
< < Non dobbiamo sottovalutarlo, Slava: ricordati che gli abbiamo ucciso il padre.>>
< < No! - scoppiò adirato Vecislav, mentre negli occhi gli fulminava un infuocato bagliore - Non siamo stati noi... o meglio, non l'abbiamo fatto noi di persona.>>
< < Abbiamo mandato Mìrskij ed i nostri uomini, però.>>
< < Taci, Pjetia. Perché devi sempre ricordare cose spiacevoli e ormai dimenticate?>> disse annoiato Vecislav.
< < Slava, non puoi ignorare il figlio di Scerbatskij: è suo figlio, il figlio di Nikolaj, un uomo che aveva il triplo della nostra potenza e più di tutte le nostre fortune messe insieme. Sarebbe capace di tutto, ne sono sicuro.>>
< < Ti preoccupi troppo, invece, Pjetia. Cosa vuoi... è solo un ragazzo... un adolescente che crede di dover vendicare gli assassini del padre... ma noi, Pjetia, noi ne sappiamo niente di questa storia?>> chiese ironicamente Vecislav.
Piotr rimase in silenzio, perplesso.
< < E poi - aggiunse Vecislav lentamente - non dobbiamo dimenticarci di Seriogia, il nostro amico...>>
< < Seriogia non è più colpevole di noi.>>
< < Ma cosa c'è, hai paura, forse?>>
Piotr sostenne con arroganza lo sguardo di Vecislav fisso su di lui.
< < Io, te e Seriogia non abbiamo niente da temere.>> assicurò Vecislav Ossipovic Dobroljubov.
Piotr scosse la testa.
< < Io starei più in guardia, se fossi in te, Slava. Sei troppo imprudente. Se dovesse toccare la mia famiglia, io...>>
< < Oh, basta! - sbottò Vecislav - Mi dai la nausea, Pjetia! Fai gli stessi discorsi di un bambino spaurito. Quando imparerai a rilassarti un po'? Sono passati dieci anni dalla morte di Nikolaj, vuoi farti venire i sensi di colpa ora? Ci dovevi pensare prima, caro mio...>>
< < Il tuo umorismo mi disgusta, Slava.>>
Vecislav divenne furioso e sbatté con foga i pugni sul tavolo.
< < Per il diavolo, non eri forse d'accordo, dieci anni fa, anche tu, con me e Seriogia, ad uccidere Scerbatskij? Sì?! Bene! E allora come mai solo ora cominci a rifletterci meglio?! Avanti, smettila con questi discorsi da femminuccia, e sii meno pauroso!>>
Piotr, che contro la folle foga impulsiva di Vecislav, come tutti, d’altronde, non poteva nulla, rimase in silenzio.
< < A proposito, dov'è il caro Seriogia?>> domandò improvvisamente calmato il padrone di casa.
< < In vacanza con l'amante, presumo.>>
< < Oh, la bella Fiokla, se non sbaglio, vero?>>
< < Sì, Fiokla.>>
< < Quanto è bella, quella donna...>> mormorò bramoso Vecislav, distogliendo lo sguardo dall’amico e fissando fuori dalla finestra.
< < Sì... molto bella, ma neanche la moglie di Seriogia è da lasciar perdere, non credi?>>
< < Ah no, affatto! Dascia è una donna molto attraente.>>
Così i due uomini presero a discorrere delle donne più desiderate tra i loro amici, come appunto l’amante di Sierghej, Fiokla, sua moglie Dascia ed altre ancora.
CAPITOLO VENTOTTESIMO
Era un lunedì, non mi ricordo quando esattamente. So solo per certo che era un lunedì prima del quattordici agosto, e cioè prima di quando ricevetti la lettera del signor Vicarelli.
Andrej mi era parso strano al telefono, annoiato, nervoso ed irrequieto. Era stufo di lavorare lì, in montagna, in quel ristorante. Mi parlava di com’era prima di conoscermi, diceva che rimpiangeva quei tempi in cui era spietato, noncurante degli altri, egoista e spregiudicato.
Sentivo nel tono sprezzante e demoralizzato che gli mancava la sua Russia, l’eccitante scorrere dell’adrenalina nel sangue che provava nell’entrare in un bar qualsiasi, la brama di osare, di rischiare, l’allucinante, fanatica voglia del pericolo.
Avevo paura di quei suoi discorsi accesi, e, anche se non lo vedevo, attraverso il telefono potevo scorgere quell’espressione folle e demoniaca nei suoi occhi, luccicanti di desideri torbidi e maligni. Ero spaventata da quelle sue frasi, e, quel che è peggio, è che temevo che la voglia del pericolo, di quel brivido d’emozione fosse più forte dell’amore che lo legava a me. Glielo dissi, e lui negò con decisione. Ma io paventavo ugualmente i suoi discorsi infuocati di vendetta e di astio selvaggio. Andrej cambiava nel tono, nell’espressione, nelle movenze leggere ed eleganti: Andrej diveniva schietto e malvagio, negli occhi scorgevo un corrusco bagliore aranciato, rosseggiante di sangue e di morte. Si muoveva con enfasi, quasi a scatti, meccanicamente e dinoccolato, contorto in quelle lugubri frasi intrise di veleno.
Temevo Andrej, perché non conoscevo quella sua intima personalità, così selvaggia e demoniaca. Non potevo abbatterla, ero troppo debole e spaventata; non potevo appoggiarla, ero troppo leale e sincera; non potevo comprendere, perché non conoscevo le orribili umiliazioni ed esperienze che doveva aver vissuto il mio Andrej. Non potevo fare niente, e sentirmi impotente mentre lo udivo parlare in quel modo, sputare odio e veleno e sangue e vendetta era terrificante.
Per fortuna, invece, dopo circa un’ora trascorsa al telefono, riuscii a calmarlo. Oltretutto, stava bevendo da diverso tempo e, sotto l’effetto dell’inebriante torpore dell’ubriacatura poteva esagerare nei termini e confondersi nei discorsi eccitati.
Quella telefonata mi turbò. Avevo paura di ciò che aveva passato Andrej in Russia, la morte del padre doveva essere per lui un peso straziante che lo tormentava ogni giorno: in ogni attimo doveva scorgere le urla disperate della madre, i pianti struggenti, doveva vedere dappertutto il lugubre corteo nero del funerale, udire le grida delle donne, le parole sussurrate sottovoce per conforto.
Il cordoglio, l’oppressione, l’angoscia della morte doveva pesargli sul cuore e ottenebrargli l’anima più della massa di un macigno, più folta e fitta e pungente del groviglio mostruoso di un cespuglio di spine, più furibonda e adirata dell’impennarsi delle onde sul mare, durante la tempesta.
Ed io non potevo fare niente… niente che lo sollevasse, niente che gli desse conforto e consolazione… volevo stare vicino ad Andrej ma mi sentivo inutile e sciocca, scontata e prevedibile, e piansi, piansi a lungo quella notte: piansi perché tutto quello che aveva sofferto Andrej avrei voluto soffrirlo io per evitare la sua drammatica caduta in quel baratro nero dell’anima.

Lei era comprensiva, dolce, gentile e amorevole: non si stancava mai di ascoltarlo, non lo derideva, lui non si sentiva giudicato, bensì compreso.
Quella dolce ragazza era così buona e cara, così premurosa che Andrej si sentì molto in colpa, il mattino seguente, quando si alzò con un forte mal di testa e ripensò alla conversazione della sera precedente.
Elettra doveva aver avuto paura delle sue frasi adirate e malvagie e forse lui aveva detto qualcosa di brutto e spiacevole nei suoi riguardi. Tentò di ricordare, ma la mente era annebbiata in una folta, fitta e bianca bruma. Si portò una mano sulla fronte, ripiombò stancamente nel letto e una disperata costernazione gli afflisse le membra.

Dopo quella telefonata, Andrej mi chiese scusa. Disse che non avrebbe mai dovuto sfogarsi con me e che si era comportato male, che io ero piccola ed indifesa e non avrei mai dovuto udire quelle frasi cattive e crudeli. Disse che andavo protetta, che lui mi aveva macchiato di malignità e che non si sarebbe mai perdonato. Io lo tranquillizzai, pensando tra me e me che Andrej mi riteneva veramente una bambina da salvare dal nemico e tenere a debita distanza dalle cattiverie del mondo. Un po’ mi inteneriva pensarlo, Andrej era il mio eroe buono e coraggioso che mi difendeva da tutti e combatteva senza paura, senza timore, lottava per me ed avrebbe fatto tutto per me.
Sentivo di amarlo infinitamente e, quel giorno, venne a trovarmi per farsi perdonare. Ovviamente ci riuscì benissimo.

La proposta di Rodrigo Vicarelli era allettante, inaspettata e preziosissima.
Ne rimasi allibita, fissavo attonita la carta da lettere dove aveva scritto le sue intenzioni verso di me, elogiava i miei scritti e mi proponeva di trascorrere una settimana a Roma, agli inizi di settembre. Diceva che per lui sarebbe stato molto importante vedermi, aggiungeva che era urgente, che doveva parlarmi di persona e che sarebbe stato lieto che venissero anche i miei genitori.
Mia madre rifiutò vivamente: aveva paura di viaggiare e prendere l’aereo, per lei, era più che una follia. Mio padre iniziava a lavorare il primo settembre, perciò non poteva certo accompagnarmi. Così la soluzione fu presto trovata: mi avrebbe accompagnata il mio Andrej.
Andrej finiva di lavorare proprio il trentuno agosto e così, il primo settembre partimmo alla volta di Roma.
CAPITOLO VENTINOVESIMO
< < Due biglietti?!>> domandò stupito Alfio Maranesi.
< < Sì, due.>> rispose Edoardo Visconti.
< < Ma... per chi è l'altro?>>
< < Forse un suo amico...>> azzardò Edoardo Visconti, contemplando le vetrine di Via del Corso.
< < No... Scerbatskij non viaggia con i suoi amici... almeno che...>>
< < Almeno che, cosa?>>
Alfio sogghignò orgogliosamente.
< < Ma certo! È quella ragazza...>>
< < Quale ragazza?>> chiese Edoardo, sconcertato.
< < La ragazza di Andrej, naturalmente... ora mi sfugge il nome, ma l'ho vista una volta, ancora questa primavera, a Pordenone... passeggiava con Scerbatskij, stretta a lui, con lo sguardo sognante... certo, è lei!>>
< < Allora mi informerò. Ma sei proprio sicuro?>> insistette Edoardo.
< < Assolutamente.>>
< < Bene, allora ti richiamerò domani, quando ne saprò qualcosa di più. Ciao, Alfio.>>

Io e Andrej passeggiavamo allegramente lungo Via dei Fori Imperiali.
L’autunno avanzava dolcemente su Roma, le chiome degli alberi già si tingevano di rosso e porpora e l’aria si faceva più frizzante e pungente.
Rodrigo Vicarelli mi aspettava il giorno seguente, giovedì quattro settembre, in Piazza Navona. Ero emozionata, eccitata, preoccupata ed agitata. Andrej diceva di calmarmi, mi rassicurava sul fatto che sarebbe andato tutto bene: io ero perplessa, dolcemente confusa e felice. Felice di essere con Andrej, felice di passeggiare nuovamente a Roma con lui. Era tutto così romantico: il profumo infuocato della città, le tinte amaranto del tramonto sul Vittoriano, la maestosità del Colosseo, il fascino antico dei Fori Imperiali.
Andrej mormorava al mio orecchio qualche galanteria, io ammiccavo divertita, e non pensavo a niente, non esisteva nulla, solo il paesaggio della città scivolava mellifluamente ai nostri fianchi, e contemplavo sognante Piazza Venezia, il Vittoriano, le persone che camminavano velocemente per la strada dirette alle loro case.
Mi sentivo al sicuro vicino ad Andrej, niente poteva ostacolarci, nessuno poteva dividerci. Lui era euforico, raggiante: il lavoro era terminato e finalmente avrebbe potuto riposarsi. Inoltre, la mia presenza accanto a lui lo rendeva alquanto contento.
Sembravamo due bambini dispettosi e monelli, mentre per strada ci consumavamo in banali battibecchi da innamorati, e poi finivamo per scoppiare a ridere, divertiti dalla nostra stessa indole permalosa e suscettibile.
La prima sera eravamo stati a Trastevere: passeggiare con lui lungo le viottole incantate e scoscese del quartiere mi era parso incredibilmente fantastico. E poi la notte, tessuta di stelle profumate di gelsomini, la luna piena e rotonda che si rifletteva nelle acque del Tevere, le coppiette che, come noi, azzardavano baci lungo la strada, fermi sui marciapiedi. Il ponte che collegava il centro di Roma a Trastevere era illuminato, ed il Tevere scorreva dolce e tranquillo sotto di lui. L’acqua era pacata, calma, silenziosissima.
< < Andrej... ti amo...>> avevo bisbigliato, commossa da quel paesaggio incantato e paradisiaco, mentre poggiavo dolcemente la mia testa sulla sua spalla.
Lui mi aveva stretto forte, mi aveva baciato con passione, e mi aveva preso il viso tra le mani e, guardandomi fisso negli occhi, aveva risposto così, febbricitante di desiderio:
< < Ti amo così tanto anch'io... ti amo da morire... io vivo per te...>>
< < E tu sei in ogni mio respiro, in ogni attimo della giornata, in ogni singolo istante che passa...>>
Quell’esasperato, logorante, struggente amore, così disperato e folle, quella passione… mi sentivo elevata rispetto al mondo circostante, come su una rupe argentea, illuminata da un raggio di sole, mentre gli altri restavano in ombra. Lui mi faceva sentire così, mi faceva sentire che con lui sarebbe stato un eterno, perpetuo slancio d’amore. Andrej mi stregava, ero profondamente innamorata di lui, mi dava tutto ciò che potessi sognare e di più, adoravo il suo modo di fare ed il suo carattere, anche le sfumature più grigie erano da me adorate ed ammirate, perché facevano parte di lui.
Se voi, se il mondo, se Dio solo potesse comprendere l’amore che provavo… da piangere solo a pensarci, da urlare, strapparsi i capelli dalla furia, dimenarsi disperatamente sotto la tempesta e farsi trafiggere il petto da mille lame senza sentirne nemmeno una…
Un sussurro accennato, velato, bisbigliato al vento con delicatezza, trasportato dall’aria come un petalo di rosa essiccato dal sole, diverrebbe allora un bocciolo di lava e brucerebbe di passione se solo avesse toccato la mia anima pervasa da quell’amore che mi univa ad Andrej.
Può esistere un amore così folle? Quell’amore che cantano i poeti, quell’amore che dipingono nei quadri, nelle parole, nei libri, nei film…
Andrej… riesco solo a pronunciare il tuo nome, e mentre lo pronuncio io tremo, fremo di passione e di tristezza, amor mio, perché ti ho amato più di qualsiasi altra cosa, avevo bisogno di te, eri il sollievo della sera e la forza dell’aurora, ti ho amato, Andrej, e ti amerò per sempre.
CAPITOLO TRENTESIMO
Rodrigo Vicarelli, seduto in un lussuoso caffè in Piazza Navona, sfogliava pigramente un giornale guardando con disattenzione le didascalie trascritte sotto le immagini.
Era mezzogiorno passato, e la signorina Elettra era in ritardo di qualche minuto.
Ogni tanto, l’uomo alzava lo sguardo, gettava una lenta occhiata verso la piazza, indugiava un poco, e poi tornava a posare gli occhi sul giornale, un po’ annoiato.
Era una giornata un po’ fredda, il cielo era grigio, e grosse macchie di nuvole annerivano il telo di quel dipinto armonioso ed immenso che è la volta azzurra.
D’un tratto, Vicarelli scorse avanzare verso di lui una ragazza. Indossava un abito nero a fiorellini bianchi che le arrivava fino sopra il ginocchio, a maniche corte e scollo quadrato. Ai piedi calzava un paio di sabot bianchi con un vertiginoso tacco a spillo. Aveva i capelli raccolti, e qualche ricciolino castano le scendeva sul collo arricciandosi lievemente. Vicino a lei c’era un giovane, appena più alto, capelli biondi a caschetto; indossava una camicia color amaranto e un paio di jeans un po’ svasati sul fondo.
Rodrigo si alzò.
< < Signorina Elettra... buongiorno!>> esclamò con un sorriso gentile dipinto sul volto cordiale.

Rodrigo Vicarelli era un uomo molto affascinante: nel viso un po’ scavato potevo scorgere le tracce di una vita trascorsa ad insegnare, una vita di soddisfazioni e sacrifici, e negli occhi verdi, ormai di un opaco verde appassito, potevo intravedere i segni di un’anima avventurosa ed entusiasta della vita, desiderosa di offrire agli altri e di donare se stessa.
Andrej lo guardava con attenzione, studiandone i lineamenti con acuta freddezza.
< < Buongiorno, Professore. - risposi io timidamente - Questo è Andrej, il mio ragazzo.>>
Rodrigo lo guardò incuriosito, Andrej si presentò nuovamente e si strinsero con energia la mano.
Ci accomodammo.
Vicarelli indossava una camicia a maniche lunghe di un rosa molto pallido e tenue, quasi tendente al bianco, pantaloni verde bottiglia, scarpe e cintura di cuoio. Posata su una sedia affianco al nostro tavolino giaceva la sua giacca, una giacca in camoscio, morbida ed elegante.
< < Allora, avete fatto buon viaggio?>> domandò Rodrigo, guardandomi.
< < Sì, siamo venuti in treno.>> risposi io, sempre sorridendo.
< < E quanto vi fermate a Roma?>>
< < Fino a domenica.>>
Rodrigo notò la mia espressione sconsolata e rise.
< < Le piace Roma?>>
< < Oh sì, tantissimo.>> mi affrettai a rispondere, sorridente.
< < Sa, io sono nato qui e, tanto innamorato della mia città, non me ne sono più andato.>>
< < Ah no?>>
< < No, mai. Ho sempre lavorato qui, ho insegnato in diverse scuole, certo, ma sempre a Roma. E mi creda: sono felice così. Non amo spostarmi: credo che la vita sia un dono che non va sprecato, ed io amo l'ordine e l'equilibrio. Per questo non me ne sono mai andato, nonostante ne avessi la possibilità. Questa è casa mia, e a me non piace vagabondare.>>
Rodrigo sorrise affabilmente, e nel suo sguardo scorsi un velo di nostalgia.
In quel momento arrivò il cameriere che interruppe i nostri discorsi chiedendoci cosa volessimo da bere. Dopo le ordinazioni, riprendemmo a discorrere.
Andrej ascoltava silenzioso e, come tutte le volte che conosceva qualcuno per la prima volta vicino a me, era freddo e taciturno, altezzoso e superbo.
< < Ma veniamo a cose più importanti, ora, Elettra.>> disse ad un tratto Rodrigo Vicarelli, posando il bicchiere di vino sul tavolo.
Io annuii prontamente.
< < Ho letto le sue poesie, signorina, e devo complimentarmi con lei, assolutamente.>>
< < Grazie, Professore...>> mormorai timidamente, arrossendo.
< < Devo ammettere di non aver mai incontrato un talento così giovane, sul serio. Mi deve credere: lei scrive con una tale passione, ha così tanta creatività da lasciare tramortito un adulto con alle spalle una larga esperienza professionale.>>
< < Ma no... ora esagera!>> esclamai io, sorridendo modestamente.
< < No, sto parlando sul serio.>> replicò gravemente Vicarelli, ed ebbi paura di averlo offeso con la mia avventata superficialità. Tacqui, mortificata.
< < Ed è per questo, signorina, che le voglio offrire una proposta. So che lei ha solo sedici anni...>>
< < Quasi...>> interruppi io con un sorriso.
Vicarelli sorrise a sua volta.
< < Bene... so che lei ha quasi sedici anni, ed è molto giovane... eppure, sono convinto che un simile talento dovrebbe essere coltivato sin da adesso. Ed è per questo che, signorina Elettra,  vorrei che venisse con me a Parigi, questo Natale.>>
Io, sconvolta, fissavo senza parole Vicarelli.
Andrej, a sua volta sbalordito, taceva, immobile.
< < Mi spiego meglio... a Parigi conosco diversi docenti di letteratura, ed ho svariati conoscenti impegnati nella realizzazione di un concorso di poesia. Sono sempre venuti loro a trovarmi, naturalmente, a Roma, eccetto qualche rara occasione durante la quale sono andato in vacanza a Parigi. Ecco, io desidererei che lei venisse alcuni giorni con me in Francia, a Parigi. Se mi è possibile e se lei è d'accordo, vorrei introdurla nel Circolo francese di Poesia che ha luogo a Parigi.>>
Ero allibita, attonita, stravolta: mille pensieri mi ronzavano in testa ed avevo mille domande da fare, ma nemmeno una sillaba mi usciva di bocca. Ero allucinata, di stucco, sbalordita. Non sapevo se ridere o piangere, se ringraziare o rifiutare immediatamente, immaginavo cosa avrebbero detto i miei, mi chiedevo cosa stesse pensando Andrej.
< < Ma... - riuscii solo a pronunciare con un fil di voce - Ma... a Parigi?>>
Vicarelli, improvvisamente preoccupato, disse:
< < L'ho forse spaventata, signorina?>>
< < No, no... è che, insomma... tutto mi aspettavo meno che una proposta simile...>>
< < Come si chiama questo Circolo di Poesia?>> domandò razionale e pratico Andrej, stupendomi ancora di più per la sua freddezza ed oggettività.
Vicarelli prese la giacca di camoscio, frugò nella tasca interna ed estrasse soddisfatto un foglietto illustrato. Ce lo porse con gentilezza, ed io, che studiavo il francese da cinque anni, lessi sottovoce, ancora stravolta, a caratteri cubitali:

Vivre pour ècrire

CAPITOLO TRENTUNESIMO
“Vivre pour écrire, Vivere per scrivere, fu fondato da Monsieur Horace Mimiaugue esattamente ventitré anni fa.
Circolo di prestigio del quale fanno parte i più colti poeti ed i più illustri scrittori contemporanei, da solo pochi anni, invece, è aperto anche a quei giovani poeti in cerca di fama e successo provenienti da ogni parte d’Europa.
Solo alcuni impressionanti numeri per rendere la grandezza di questo Circolo immenso e prestigioso: 1135 soci francesi, 1110 soci provenienti da Londra, 160 soci originari di Madrid, ed una piccola minoranza di italiani, solo 80, infatti.
Oggi, si contano al Circolo francese Vivre pour écrire più di 2300 associati e una ventina tra funzionari e coordinatori responsabili della direzione.
Il presidente, Monsieur Mimiaugue, oggi residente a Lille, visita il Circolo almeno due volte al mese e il ventiquattro dicembre, anniversario della fondazione del Circolo, viene celebrata una sfarzosa cerimonia pittoresca alla quale prendono parte tutti gli associati, i responsabili del Circolo e i cittadini di Parigi.

Vivre pour écrire:
un Circolo di Poesia aperto a tutti, piccoli e grandi;
un Circolo di Poesia dove avverare i propri sogni, nella città più bella del mondo:

Parigi.”
Leggevo e rileggevo, sempre più incredula, il dépliant lasciatomi da Rodrigo Vicarelli riguardante il Circolo di Poesia di Parigi, Vivre pour écrire.
Lo fissavo stralunata, nei miei occhi scorrevano quelle parole vuote di significato, che io leggevo ma non capivo, tanto era il mio stupore.
< < Piccola... dai... vieni...>> chiamava Andrej dall’altro lato della casa.
Io ero in terrazza, la porta aperta, l’aria che mi solleticava la pelle, l’attenzione fissa su quel dépliant sul quale mi sarei basata per decidere della mia vita.
Vicarelli mi aveva offerto un’opportunità preziosissima, assai rara per una ragazza qualsiasi.
Egli sosteneva che, comunque, fosse necessario un confronto con i genitori. Era più che intenzionato a parlargli il più presto possibile ed era dispiaciuto di non averlo potuto fare il giorno prima, in Piazza Navona, di persona.
< < Piccina... - disse Andrej, affacciandosi alla porta della terrazza - Andiamo?... è tardi...>>
< < Sì, arrivo subito.>> risposi io, alzandomi di scatto e lasciando cadere per terra il dépliant.
Andrej lo raccolse con lentezza.
< < Lo stavi ancora leggendo? Basta, altrimenti lo imparerai a memoria...>> asserì con vivacità canzonatoria.
Io gli sorrisi appena, distrattamente.
< < Ma che cos'hai?>> domandò stupito, notando il mio comportamento.
Io entrai in casa ed Andrej chiuse la porta della terrazza. Un lieve tepore mi attraversò il corpo, gelato per l’aria fresca che mi aveva accarezzato fino a un momento prima.
< < Niente...>> risposi io svampita, osservando il vuoto.
Andrej, poco convinto, non si scoraggiò:
< < È da ieri che sei così... è per lui, vero?>>
< < E per cosa vuoi che sia?!>> esplosi io, stizzita.
< < Ehi, calmati!>>
< < Ma come faccio a stare calma?>>
Ero così fortemente provata, lunatica, distratta e disattenta che ero esplosa per un nonnulla ed intendevo litigare.
< < Non devi essere così agitata, altrimenti non potrai essere lucida per decidere cosa fare.>> disse con decisione Andrej, fissandomi negli occhi.
Io, comprendendo che aveva ragione ma non volendogliela dare vinta, continuai, pungente e capricciosa:
< < Non sono affatto agitata, sono calmissima. Sei tu quello agitato, che mi strilla dietro consigli e pretende di fare sempre il genitore.>>
Andrej, divertito per quella mia frase sarcastica, rise amaramente.
< < Vuoi che faccia sul serio il genitore?>> chiese con fredda ironia.
Io non risposi, imbronciata.
< < Vuoi che lo faccia sul serio, eh?>> incalzò, sicuro.
Io mi ostinavo nel mio silenzio.
< < Ti ci vorrebbe, sai, ogni tanto? Sei così viziata che un po' di no ti farebbero solo bene.>>
Io, allibita per la secca affermazione, stavo per ribadire qualcosa, furibonda, quando lui mi si avvicinò, mi tappò la bocca con una mano e mi strinse forte a sé.
< < Stai zitta...>> sussurrò sottovoce.
Io, senza comprendere, mi dimenavo innervosita.
< < Zitta...>> sibilò con autorità, schiacciandomi contro il suo petto.
Io mi preoccupai.
Andrej, con la mano sulla mia bocca per farmi tacere, si avvicinò alla porta d’entrata.
Io riuscii a divincolarmi dalla sua presa.
< < Ma cosa ti ha preso?!>> esclamai, allucinata.
Si accostò ancora di più alla porta e, d’improvviso, la spalancò completamente. Uscì dall’appartamento, si guardò intorno con circospezione, poi rivolse un’occhiata allo zerbino e notò una busta bianca per terra. Non c’era mittente.
CAPITOLO TRENTADUESIMO
Scerbatskij aveva evitato con cura e maestria le domande curiose di Elettra riguardo la lettera anonima, dicendole che era stata inviata da un suo vecchio amico, un giovane chiamato Ghenadij.
Lei, ovviamente, pur avendo frequentato un corso di russo, non riusciva a capire tutte le parole scritte nella lettera, perciò si era limitata a credere alle sue invenzioni.
Ma Elettra non sapeva che, in realtà, quella lettera anonima era stata scritta da Ghenadij von Piotrowski, che non era precisamente un amico di Andrej Scerbatskij.
Il contenuto della lettera era altamente urgente, e diceva più o meno così:
30 agosto 20.., S. Pietroburgo

“Egr. Sig. Scerbatskij,
Le scrivo con urgenza per informarLa della gravosa situazione nella quale mi trovo e la scrittura è, purtroppo, l’unico mezzo sicuro - o almeno mi auguro - con il quale possa esprimermi liberamente.
Due giorni fa, in data 28 agosto, la mia domestica ha trovato, casualmente, in un angolo del mio salotto, uno strano, minuscolo strumento che mi è stato prontamente consegnato. Era una cimice. Oltre a questo, ho scoperto che il mio telefono di casa e il mio portatile sono controllati da alcuni uomini della città, di cui, immagino, non servirà che riporti i nomi.
Le scrivo, infine, oltre che per avvisarLa, per darLe un consiglio sincero: La prego nel modo più assoluto di fare attenzione e di evitare qualsiasi conversazione telefonica. Sospetto che il Sig. Maranesi non sia a corrente di quanto mi è accaduto, ma sostengo che lui e il Sig. Visconti nascondino qualcosa. Mi permetta di consigliarLe di prestare attenzione a Maranesi e a Visconti, che, a parer mio, tramano contro di Lei.
Per il momento, se ha qualcosa da riferirmi, mi può rintracciare al telefono dell’ufficio che sono sicuro di averLe dato. L’ho fatto controllare ed ho appurato che è l’unico telefono non sorvegliato che io possieda.
Ciò nonostante, La inviterei a rispondermi con uno scritto, un telegramma oppure una lettera. Le ricordo, infine, che è assolutamente meglio evitare il fax, perché non sono affatto sicuro che non possa essere intercettato da qualcuno.
Mi auguro che riusciremo ad entrare in contatto al più presto possibile.

I miei ossequi.
Dott. Ghenadij von Piotrowski”
Dopo aver letto e riletto la lettera, quando Elettra già dormiva nella sua camera, Andrej Scerbatskij accese una sigaretta che prese a fumare con calma sdraiato sul divano nel salotto della casa a Roma.
Era molto perplesso. Non si sentiva né in ansia, né era preoccupato: era solo molto pensieroso.
Se chi credeva aveva piazzato cimici ed altre spie nella casa di von Piotrowski, allora qualcuno lo teneva d’occhio. Andrej scosse la testa, in segno di disapprovazione.
Sicuramente Alfio Maranesi ed Edoardo Visconti non sapevano nulla delle cimici e delle spie presenti nella casa di von Piotrowski: loro, infatti, non conoscevano bene il ricco industriale di S. Pietroburgo, né tantomeno sapevano chi fossero i nemici di Scerbatskij.
Maranesi e Visconti avevano spinto Andrej Scerbatskij a lavorare in Russia perché l’azienda di Ghenadij von Piotrowski, in realtà, esportava in Italia prodotti e materiali a basso prezzo che Maranesi e Visconti vendevano illegalmente ai loro clienti. Questo scambio illegale e segretissimo fruttava un grosso guadagno ai due uomini d’affari, ai quali perciò faceva comodo che Andrej andasse a lavorare a S. Pietroburgo poiché potevano tenersi informati mediante lui sui nuovi arrivi della merce.
In realtà, Andrej Scerbatskij, una volta arrivato in Russia, sapeva che non si sarebbe minimamente preoccupato di informare Visconti e Maranesi sull’andamento dell’azienda di von Piotrowski e il prossimo arrivo della merce: il suo obiettivo non era certo fare affari, a S. Pietroburgo.
Il lavoro presso Ghenadij von Piotrowski era una credibilissima copertura che serviva a mascherare le sue reali intenzioni.
Fino quando Maranesi e Visconti sarebbero stati convinti che Andrej andava in Russia per concludere affari, lui sarebbe stato tranquillo, in Italia. Ma se i due fossero venuti a conoscenza delle reali intenzioni di Scerbatskij, le cose per il giovane si sarebbero ulteriormente complicate.

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