Le
Rubriche
di
Nokoss

Io volevo solo ballare - #4

di Eleonora Tonon - 14/08/2007
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CAPITOLO CINQUANTUNESIMO

Ievghienij Necaev passeggiava oziosamente lungo la tortuosa strada che conduceva alla casa di Andrej Scerbatskij.
Era mattina presto, il sole non si era ancora levato, ma una dolce e gelida nebbia blu aleggiava tra le vie di S. Pietroburgo.
Necaev aspirò profondamente la fredda aria portatrice di morte che alitava il cielo e riconobbe lo stagnante odore nauseabondo degli sgorghi della Neva.
La casa di Scerbatskij era triste e spenta: le finestre chiuse, il giardino incolto dove l’erba cresceva da molto tempo ormai senza più essere curata, la vernice scrostata del cancello che una volta era stato di un nero lucido conferivano alla villetta un aspetto fatiscente ed abbandonato che poco invitava i viandanti a soffermarsi nei suoi paraggi.
Ievghienij si voltò, guardingo. Scrutò attentamente nei dintorni, fissò tra il buio degli angoli delle case, concentrandosi sulle ombre e le sagome tracciate per terra, poi, con circospezione e sospetto, spinse cautamente il cancello ed entrò nella villa apparentemente abbandonata.
Era un quartiere molto poco raccomandato della grande città russa, colmo di malfattori, traboccante di ladruncoli e mendicanti, spesso sede di diabolici squinternati senza casa i quali si divertivano a compiere atti di vandalismo nelle misere casupole disabitate.
La villetta con giardino, da tutti considerata covo di qualche potente assassino o chissà cosa, in realtà era la segreta dimora di Andrej Scerbatskij, da lui utilizzata durante le giornate e le notti più buie e pericolose, nelle quali era poco raccomandabile fare rientro a casa. Andrej usava dormire lì quando sapeva di essere seguito e pedinato da qualcuno: spesso, infatti, gli era capitato che degli uomini, sospettosi di lui, lo seguissero e fossero pronti ad attenderlo nella sua vera casa, nel centro della città, ed allora lui sfuggiva ai suoi predatori nascondendosi abilmente come la più sagace delle volpi in quella diroccata villa nel quartiere malfamato di S. Pietroburgo.
Ievghienij, il quale non possedeva le chiavi della casa, si accucciò sui gradini di fronte alla facciata e digitò alcuni numeri sui tasti del telefono cellulare. Non udì alcun rumore, solo, un attimo dopo, si accorse che qualcuno all’interno della villa stava scendendo le scale. La porta si aprì lentamente, all’interno vigeva il buio più totale.
Ievghienij entrò con cautela, quasi trattenendo il respiro.
< < Buongiorno.>> mormorò Andrej, accendendo un fiammifero.
Indossava l’accappatoio e reggeva tra le mani il piccolo fiammifero. La dolce fiammella tremolava nell’oscurità della villetta.
< < Salve, Scerbatskij. Spero di non essere troppo in anticipo.>>
< < Veramente sei in ritardo.>> sussurrò Andrej con un sorriso ironico.
Nella casa faceva molto freddo, ed Ievghienij notò che Andrej, al di sotto dell’accappatoio, indossava un maglione e il completo di una tuta.
< < Come mai non hai ancora riparato la porta secondaria?>>
< < Non ne ho avuto tempo. Dai, seguimi e abbassa la voce.>> tagliò corto Andrej, facendo strada all’amico.
Si diressero nella sala del piano inferiore e Necaev si sedette sul divano.
< < Vuoi una coperta?>>
< < Sì, meglio. Si gela qua dentro.>>
< < Lo so.>>
< < Potresti impiantare il riscaldamento, però...>>
< < Già, perché no? Poi, magari, potrei fare una bella cena con i vicini, giusto per conoscerli meglio, non trovi?!>>
Necaev sorrise.
< < Vuoi un po’ di tè?>> offrì Andrej.
< < No, grazie.>> rifiutò Ievghienij.
< < Bene, allora veniamo a discorsi meno idioti. – disse risoluto Scerbatskij. – Voglio che tu vada ancora dai bambini.>>
< < Oggi?>>
< < No, in settimana.>>
< < Ma dici che Nekràsov non sospetti di niente?>>
< < No, dico il contrario. Ma non importa. Non ha nessuna prova. E poi, anche se fosse? Non c’è alcun problema, ti dico. Voglio che tu vada a prenderli a scuola, stavolta. Anton impiega giusto dieci minuti in più, il venerdì, perché è impegnato con Piotr nell’azienda. In più, proprio questo venerdì alle quattro ci sarà una riunione in azienda. È l’occasione buona.>>
Ievghienij tacque per qualche istante, pensieroso.
< < Sì... si può fare.>> disse infine, annuendo lentamente.
Andrej si avvicinò alla finestra che dava sulla strada.
< < E per la moglie di Vecislav, invece?>> continuò Necaev.
< < So che il parto è prossimo. Penso che sia il momento più adatto.>> rispose Scerbatskij, fissando il vuoto al di là del vetro.
< < Il problema, però, è che Alessia non guida quasi mai sola, Scerbatskij: è sempre con il marito.>> fece notare Ievghienij.
< < Allora farai in modo che il giorno dell’incidente ci siano solo lei ed il suo autista, nell’auto. Vecislav deve assolutamente rimanere in vita. Quale divertimento c’è, se no?>> disse Scerbatskij.
Ievghienij sorrise.
< < Non vorrei mai essere tuo nemico, Scerbatskij.>>
Andrej lo guardò.
< < Allora esegui gli ordini. Ora va’, prima che sia giorno. Fa’ attenzione. Ci vediamo prima di venerdì. Credo che sarò a casa mia, la prossima volta. Ti telefono io, comunque.>>
< < Perfetto.>>
Andrej accompagnò Ievghienij alla porta.
Necaev si mise le lenti scure ed abbottonò la giacca nera. La sua oblunga e slanciata figura scivolò sinistramente lungo la via e scomparve nel buio, mentre l’aurora accendeva il cielo delle sue tinte d’amore.

CAPITOLO CINQUANTADUESIMO
< < Andrej, non vorrei ritardare...>> sussurrai languidamente.
Lui mi guardava con attenzione: occhi di ghiaccio che riflettevano il mio sguardo seduttivo e lezioso.
< < Rimani ancora un po’... ti prego...>>
Io sorrisi. Andrej mi fissava senza indugio, desideroso di possedermi ancora, ed io scherzosamente giocavo a non concedermi, sdraiata accanto a lui, le lenzuola che mi coprivano il ventre e le gambe.
Feci per alzarmi, lui mi afferrò il polso.
< < Non andare...>>
< < Andrej, non sei curioso del risultato del concorso?>> domandai con una vena ironica nel tono della voce.
< < Sì... dopo, però.>> rispose lui, sorridendo.
Io ricambiai il sorriso, mi avvicinai a lui e lo baciai lievemente. Poi, mi alzai di scatto, di modo che lui non potesse trattenermi. Presi i miei vestiti, lui si alzò.
All’interno della stanza i caldi raggi del sole di maggio filtravano luminosi e facevano brillare i miei occhi.
< < Ti amo, piccina.>> disse Andrej con dolcezza, abbracciandomi.
Io lo strinsi forte.
< < Anch’io, tanto.>>
< < Sono sicuro che tu abbia vinto.>>
Io risi.
< < Non farmi sperare, Andrej... potrei rimanere delusa...>> ribattei io, abbassando lo sguardo.
< < Ma Ele, sei così brava! E la poesia era bellissima!>> esclamò Andrej con entusiasmo.
< < Grazie...>>
< < Dai, andiamo, adesso. In caso continuiamo dopo.>>
Io scoppiai a ridere e porsi i jeans ad Andrej.

Al Centro per la Cultura di Treviso, nei pressi di Piazza Signori, si era radunata una piccola folla di giovani. Erano artisti e poeti in erba, come me, e nei loro occhi potevo scorgere lo stesso cieco desiderio di primeggiare, la stessa passione, la stessa brama di essere qualcuno che vedevo ogni mattina riflessa nello specchio mentre mi pettinavo.
Andrej notò che ero molto nervosa ma non me lo fece pesare. Mi incoraggiò, tentò di tranquillizzarmi dicendomi che non avevo nessun motivo per essere così agitata, che tutto sarebbe andato bene.
All’interno dell’Istituto, trovai Rodrigo Vicarelli ad attendermi. Vicino a lui c’erano Horace Mimiaugue e il nipote Dominique appena arrivati da Lille.
< < Sono quei due?>> domandò guardingo Andrej, notando in lontananza Horace e Dominique Mimiaugue.
< < Sì. Come ti sembrano?>>
Il nostro dialogo s’interruppe bruscamente poiché Vicarelli ed i Mimiaugue ci avevano raggiunto.
< < Buongiorno, Elettra.>> disse Rodrigo, sorridendomi.
Io gli strinsi la mano. Era passato diverso tempo dal nostro ultimo incontro: la fiaba che avevo scritto era stata inviata al Circolo di Parigi ma ancora non avevamo avuto notizie da Mimiaugue.
< < È un piacere rivedervi, Mademoiselle.>> disse galantemente Horace Mimiaugue, prendendomi con delicatezza la mano e sfiorandola appena.
Io sorrisi ed arrossii un poco.
Dominique, il nipote di Horace, mi si avvicinò timidamente ma non mi fece il baciamano, si limitò semplicemente a salutarmi.
< < Vi posso presentare il mio ragazzo, Andrej.>> annunciai con un grande sorriso.
Horace gli strinse energicamente la mano ed Andrej gli sorrise con freddezza.
Mimiaugue presentò suo nipote al mio ragazzo. Dominique assunse un’espressione che io trovai molto insolita: arricciò il naso ed inarcò le sopracciglia, mentre una smorfia di incomprensibile emozione gli prese forma sulle belle labbra.
< < Sono molto felice di rivedervi dopo tanto tempo, Mademoiselle. Siete ancora più bella di come vi ricordavo.>> disse Mimiaugue con eleganza.
Io faticai a comprendere il francese veloce con il quale mi si era rivolto, ma comunque afferrai il concetto di ciò che intendeva e ringraziai cortesemente.
< < Prego, sarà meglio entrare.>> disse Vicarelli, indicandoci la porta mediante la quale si accedeva alla sala dove si teneva la premiazione.
< < Ho letto la vostra fiaba, Mademoiselle: provvederò al più presto alla sua pubblicazione nell’antologia del Circolo. Mi ha veramente molto colpito, credetemi.>> disse Horace.
Io arrossii.
< < Sul serio? Grazie... avevo paura che non vi fosse piaciuta abbastanza, Monsieur...>>
Horace scoppiò a ridere.
< < Oh, Mademoiselle, non dite assurdità: ogni parola scritta da voi è già una poesia. Ogni singola parola.>>
E mi guardò con galanteria. Io sorrisi, estasiata.
< < Ele, non capisco niente.>> sussurrò Andrej al mio orecchio.
Io trattenni una risata.
< < Tranquillo, non parliamo di te.>> replicai io scherzosamente.
Finalmente prendemmo posto.
Il Presidente del Centro per la Cultura iniziò a parlare.
Andrej mi sfiorava la mano con la sua, carezzandola dolcemente.
< < È strano sentirti parlare in francese.>> disse sottovoce.
< < Ti ci dovrai abituare, ora che diventerò una famosa scrittrice ed andrò a vivere a Parigi...>> bisbigliai ironicamente.
< < Ma se andrai da sola, non c’è bisogno che mi abitui a sentirti parlare, allora...>>
< < Non ho mica detto che andrò sola... ci sarai tu con me, sciocchino.>>

Dopo la premiazione, io, Andrej, Vicarelli, Horace e Dominique Mimiaugue fummo raggiunti dai miei genitori.
Quando mia madre seppe che ero arrivata seconda, mi abbracciò commossa, facendomi i complimenti.
Ero raggiante, sprizzavo felicità da tutti i pori, non riuscivo proprio a contenermi e a stento controllavo il mio atteggiamento così allegro e gioviale.
Mio padre propose di andare a cena: dopo un po’, io e tutti gli altri ci ritrovammo seduti l’uno di fronte all’altro in un delizioso ristorante appena fuori Treviso. Durante la cena, mia madre prese a conversare amabilmente con il giovane Dominique. Sembrava piacerle molto, mentre lui doveva sentirsi aggredito dalle chiacchiere confuse ed argentine di mia madre, cordiale e gioiosa. Lo vedevo arrossire e balbettare dolci sillabe francesi con voce tremante dall’emozione e dalla vergogna, imbarazzatissimo. Mio padre più volte lanciò occhiate d’ammonizione a mia madre, cercando di farle capire che era meglio se lo lasciasse stare, ma mia madre continuava a parlargli entusiasta, con la limpida franchezza di un pettirosso.
Andrej, seduto vicino a me, parlava con mio padre e con Vicarelli: quando io ed Horace Mimiaugue scambiavamo qualche battuta in francese, ascoltava incuriosito ed osservava con interesse il movimento delle mie labbra.
< < Elettra è sprecata, qui, in Italia.>> disse ad un tratto Vicarelli.
Mio padre lo guardò un po’ stupito.
< < Ha talento: sarebbe un enorme peccato se si limitasse solo alla partecipazione ai concorsi, mi creda. Ora è iscritta al Circolo, è vero, ma per esercitare meglio, dovrebbe farsi conoscere a Parigi.>>
Mio padre sorrise, titubante e perplesso.
< < Mia figlia studia, ha solo sedici anni... credo sia prematuro parlare di cose simili.>>
Intuii che voleva proteggermi e provai una tenerezza infinita.
< < E poi lei vuole lavorare come receptionist in un albergo, no?>> si intromise Andrej.
Io lo guardai, attonita. Rendermi conto di avere gli uomini più importanti della mia vita così interessati al mio futuro, in quell’attimo, mi fece sentire più elevata di un angelo in paradiso.
Vicarelli sorrise.
< < Certo, certo, è molto prematuro... ma non bisogna scartare un’ipotesi simile. Elettra potrebbe avere un fantastico avvenire.>>
E Rodrigo mi guardò. Io sostenni il suo sguardo, così franco, diretto e schietto, forte quanto un tuono nella notte. Quanta grinta, quanta passione c’erano nei suoi occhi! Quante avventure doveva aver vissuto quell’uomo! Quanta poesia doveva aver vissuto nei suoi anni di gagliarda gioventù… lo ammiravo molto, provavo rispetto per la sua cultura, adoravo il suo modo di fare, così posato, fermo ed autorevole. Aveva sicurezza nei gesti, nelle parole, ma anche tanto fascino nell’atteggiamento un po’ antico e leggiadro. Era umile, ma non era come quelle persone falsamente modeste, era sinceramente umile, non provava invidia per nessuno, ammirava tante persone e nutriva per loro affetti leali e sinceri. Mi sarebbe piaciuto essere così, avere quella sua calma posata e quel fascino sottile e poetico.
Tra me e lui si era instaurato un rapporto cordiale e professionale. Sentivo di piacergli come persona, sentivo che credeva in me e che si aspettava molto da me: esigeva che mi comportassi in un certo modo, che parlassi con un certo tono alle persone del Circolo, che fossi elegante, posata e gentile con tutti, ma ferma, decisa e senza scrupoli quando era il momento di sfoderare le unghie.
Per me Rodrigo era un maestro, una guida, e provavo per lui un forte rispetto ed una profonda, sconfinata ammirazione.

 

CAPITOLO CINQUANTATREESIMO
< < Ha perso il bambino.>>
Vecislav Ossipovic Dobroljubov si accasciò incredulo su una sedia lungo il corridoio dell’ospedale.
Il medico lo fissava dispiaciuto.
< < Sono desolato, signor Dobroljubov.>> sussurrò, mortificato.
Vecislav, con un gesto, gli intimò di lasciarlo solo. Il dottore fece ritorno nella stanza di Alessia, la moglie di Vecislav.
< < Com’è possibile?...>> bisbigliò Vecislav, fissando nel vuoto.
Sierghej Teliatnikov, uno dei fedeli amici di Dobroljubov, si trovava affianco a lui e gli teneva una mano sulla spalla.
< < Mi dispiace tanto, Slava.>> rispose sottovoce Teliatnikov.
< < Ci teneva così tanto...>> continuò Dobroljubov.
< < Ne potrete avere degli altri...>>
< < Non mi importa! – esclamò Vecislav, scattando in piedi, rosso in volto – Lei voleva questo bambino, nessun altro. Non se lo perdonerà mai, mai.>>
< < Ma non è stata colpa sua, Slava!>> ribatté Sierghej.
< < Lo so, Seriogia, lo so, ma Alia si darà la colpa dell’incidente, la conosco meglio di te.>>
Sierghej tacque, sconcertato.
Vecislav si avvicinò alla finestra.
< < Noi, invece, scopriremo chi è stato... – sussurrò l’uomo con un diabolico scintillio che gli illuminava lo sguardo crudele - ... e gli daremo un’adeguata lezione.>>
Vecislav si voltò verso Sierghej.
Teliatnikov annuì lentamente.
< < Pensi già di sapere chi è stato?>>
< < No, ma ci metterò poco a scoprirlo.>>

Era l’ultimo giorno di scuola.
Quanto avevo sudato quell’anno! Quante notti agitate avevo trascorso, quante serate a studiare, quante volte avevo fatto tardi e la mattina dopo mi ero svegliata alle sei… ma finalmente tutto era finito, finalmente mi attendevano tre strepitosi mesi di vacanze!
Andrej si trovava a Roma. Era partito il 5 giugno e sarebbe tornato solamente il 20. Nel frattempo, io avevo trovato un impiego come receptionist in un Hotel di Lignano Sabbiadoro. Avrei iniziato il 1 luglio ed avrei terminato di lavorare il 1 agosto.
Poi, sarei andata a Parigi per due settimane con Rodrigo Vicarelli. Il mio “benefattore”, come soleva affettuosamente identificarlo mia madre, sosteneva che sarebbe stato fondamentale per me il prossimo soggiorno nella capitale francese. Avevo concluso, infatti, il mio libro di fiabe e, grazie al Circolo Vivre pour écrire, un editore avrebbe provveduto a pubblicarlo. Quando Vicarelli mi aveva comunicato la splendida notizia, ero stata più che felice. Avevo subito telefonato ad Andrej, il quale però, con mio gran dispiacere, non si era dimostrato molto contento per me. Ciò, ovviamente, era stato causa di un violento e futile litigio in cui io prendevo le parti della capricciosa, e lui del freddo ed insensibile. Dopo la telefonata, comunque, io ed Andrej sembravamo esserci rappacificati, anche se percepivo nell’aria un non so che di negativo e minaccioso che pareva ostacolare la mia raggiante felicità.
Tutto andava bene nella mia vita: i miei sogni più belli, che coltivavo fin da piccola negli angoli reconditi della mia fantasia, stavano prendendo vita; avevo al mio fianco un uomo dall’affascinante passato, pronto a darmi fiducia, che mi stimava e credeva in me, Rodrigo Vicarelli; la scuola era terminata, nessun compito o interrogazione mi avrebbe più assillata per tre mesi; solo con Andrej le cose sembravano aver preso una brutta piega.
A volte provavo a convincermi che si trattava solo di un periodo, che la lontananza, il suo nervosismo, i suoi gravosi impegni e i frequenti e spossanti viaggi tra Russia ed Italia contribuissero a rendere agitata la nostra situazione, altre volte, invece, pensavo che tra me e Andrej intercorresse un periodo di crisi.
Quando gliene parlavo, lui mi rassicurava sul fatto che non era assolutamente così, mi dava dell’ansiosa e della paranoica, io ci rimanevo male e litigavamo di nuovo. Era sempre la stessa storia, ma ciò non significava che io non lo amassi più, anzi. Era sempre nelle mie fantasie, nei miei sogni, nei miei pensieri; scrivevo parole appassionate per lui e mi ritrovavo a leggere con malinconia il mio diario, divorando con intenso trasporto le pagine più belle della nostra storia.
La magia, l’incanto dei primi tempi, di quando l’avevo conosciuto, riviveva in quelle pagine di diario ed ogni volta che le rileggevo una stretta mi prendeva il cuore e pensavo a quanto fossi fortunata, a quanto ero stata felice ed avrei continuato ad esserlo. E allora piangevo, e lacrime affannate mi rigavano le guance, le spalle sussultavano dolcemente, una pigra e melliflua aurea di malinconia mi volteggiava accanto e, guardandomi allo specchio, ridevo di me stessa, così scioccamente innamorata.

< < Danke.>> rispose sorridente uno degli ospiti dell’Hotel La Perla di Lignano Sabbiadoro.
< < Bitte. Auf Wiedersehen!>> esclamai io cordialmente.
L’uomo, aiutato dal facchino che trasportava il bagaglio, uscì dall’albergo.
Erano quasi le nove di sera ed ero stanchissima. Lanciai un’occhiata impaziente all’orologio appeso alla parete della reception e sbuffai un poco. Contai le chiavi delle camere: erano già più di trenta. Tutti gli ospiti avevano finito di cenare ed erano usciti.
Andai a sedermi sulla poltroncina di fronte al computer e sfiorai svogliatamente la tastiera.
< < Elettra! – disse ad un tratto una voce – Hai finito, puoi andare a casa.>>
Era la moglie del padrone, la signora Raffaella, una donna molto elegante e compita, raffinata e sempre sorridente.
< < Ok, grazie!>> risposi sfinita, esibendo uno stanco sorriso.
Presi la mia borsetta sistemata all’interno della reception, nell’ufficio del signor Leonardo, il padrone dell’albergo, ed uscii dall’hotel.

 

CAPITOLO CINQUANTAQUATTRESIMO
Percorsi il lungomare osservando la spiaggia illuminata dai falò e il mare sul quale si riflettevano le stelle. L’acqua era piatta, non c’erano onde, e la linea dell’orizzonte pareva farsi tutt’una con quella del cielo, limpida e chiara.
Pensavo ad Andrej. Erano tredici giorni che non mi chiamava. Non era mai successo prima. Ero molto preoccupata, continuavo a chiamarlo senza sosta e trovavo sempre il telefono staccato. Si trovava a S. Pietroburgo da una settimana e mi aveva detto di essere molto impegnato in quel periodo, ma ciò non giustificava il fatto che non mi avesse telefonato. All’inizio mi ero arrabbiata, poi invece avevo cominciato ad essere in ansia.
Provai ancora a chiamare, già rassegnata di trovare il cellulare spento. E, infatti, era così. Riagganciai, avvilita e sconsolata.
Finalmente raggiunsi l’appartamento dove vivevo con alcuni dipendenti dell’albergo. Eravamo in quattro, ed io ero l’unica ragazza. I miei coinquilini erano tutti più grandi di me ma mi trovavo molto bene con loro, erano simpatici e spigliati, semplici ed alla mano. Uno di loro era spagnolo e si chiamava Felipe. Era molto carino, con grandi occhi scuri e pelle ambrata, dalla voce leggiadra e l’accento sensuale e disinvolto tipico di tutti gli spagnoli.
Aprii la porta e, sul pianerottolo, vidi Giordano. Era altissimo, e la sua lunga figura slanciata spiccò immediatamente ai miei occhi.
< < Ciao! Stanca?>> domandò, sorridendo.
< < Abbastanza...>> risposi debolmente.
< < Ok, io vado. Riposati!>> disse lui concisamente.
< < Dove vai?>>
< < Alla festa di Sara, in spiaggia, non ti ricordi?>>
< < Ah, sì, mi ero dimenticata... divertiti!>>
< < Senz’altro!>> rispose lui e corse fuori dalla porta.
Entrai nell’appartamento. Alberto, il più timido dei quattro, se ne stava comodamente accoccolato sul divano. Quando mi vide entrare, scattò subito in piedi.
< < Ciao... come va?>>
< < Insomma, sono sfinita. Non penso proprio di venire con voi alla festa, stasera.>>
< < Ti ha più chiamata?>> domandò gentilmente, riferendosi ad Andrej.
Io scossi il capo.
< < No...>>
< < Dai, vedrai che ti telefonerà... sarà impegnato...>>
Io mi sforzai di sorridere.
< < Felipe e Valerio dove sono?>> domandai.
< < Valerio deve ancora arrivare e Felipe oggi aveva giorno libero, non ti ricordi?>>
< < Ah già, è vero... scusami, sono proprio fusa.>> sussurrai io, portandomi una mano alla fronte.
< < Tranquilla...>>
< < Tu non vai in spiaggia stasera?>>
< < Non credo, non è che abbia tanta voglia... oggi al bar ho lavorato di brutto.>>
< < Anch’io sono distrutta... vado a farmi una doccia.>>
Andai in bagno, mi spogliai lentamente ed aprii il rubinetto della doccia. Nella stanza c’era il più totale disordine. Mi guardai allo specchio: avevo le occhiaie e l’abbronzatura facilmente conquistata alcuni giorni prima si stava un po’ dissolvendo.
Stavo per entrare nella doccia, quando sentii Alberto che mi chiamava.
< < Ele, c’è il tuo cel che sta suonando!>>
Io mi avvolsi immediatamente nell’accappatoio e mi precipitai nel piccolo salotto.
< < Pronto?>>
< < Ciao, piccola.>> sussurrò stancamente la voce di Andrej.
< < Ma dov’eri finito?! È da giorni che non ci sentiamo, ti rendi conto?! Cosa dovrei pensare?! Non ti passa proprio per la mente che potevo essere preoccupata, no?!>> lo assalii, arrabbiata.
< < Vedi, ti posso spiegare..>>
< < Ma spiegare cosa?!>>
< < Ele, veramente, non l’ho fatto apposta...>>
< < Ma Andrej, è da tredici giorni che non ci sentiamo, capisci?! E tu mi chiami sempre! E non hai mai il telefono spento! Sono stata in pensiero, lo sai?! Spero che tu abbia una giustificazione valida!>> sbottai senza fiato.
< < Sì, sì... sono stato a Mosca con il tipo...>>
< < Il tipo chi?!>>
< < Von Piotrowski, quello con cui lavoro...>>
< < E allora?! Cos’è, a Mosca il telefono non prende?!>>
< < Ti vuoi calmare?!>> esclamò lui.
< < Ma calmare cosa!!! Pretendi di sistemare tutto con un “ti vuoi calmare”?!>>
< < No, no... stai calma però! Sono stato a Mosca e sono partito all’improvviso, perciò mi sono dimenticato il carica batterie a casa e il telefono mi si è scaricato.>>
< < E a Mosca non esistono cabine telefoniche?!>>
< < Non ho avuto tempo di chiamarti, Ele, sul serio. Sono andato in giro con Ghenadij per aziende varie, l’altro ieri sono stato all’ambasciata e in consolato e ieri abbiamo incontrato un paio di persone.>>
< < Non penso che un paio di persone ti abbiano impedito di chiedere una telefonata in prestito a von Piotrowski, se permetti! O si è dimenticato anche lui il carica batterie?!>> esplosi io, ironica.
< < Potrai non crederci, ma è così.>>
Io scoppiai a ridere.
< < Infatti non ci credo.>>
< < Ele, devi credermi. Non avrei avuto motivo di non telefonarti, lo sai. Mi dispiace moltissimo, sul serio. Scusami tanto, scusa. Mi dispiace che tu sia stata in pensiero. Scusami.>>
Io, agitatissima, respiravo affannosamente, incredula e furibonda.
< < Non mi interessano le tue scuse! – gridai – Sei sfuggente, sei strano, non mi chiami... e poi dici anche che sono io quella che si fa paranoie!>>
< < Elettra, questo non c’entra niente...>>
< < No, c’entra eccome! – lo interruppi io – Come puoi credere di sistemare tutto con uno “scusa”?! Tu non puoi neanche immaginare come sia stata male!...>>
<>
< < E poi, cosa ci dovevi fare a Mosca? Mi avevi detto che avevi molto da fare, sì, ma a S. Pietroburgo...>>
< < Non posso sapere cosa devo fare ogni giorno, Elettra, possono anche capitare degli imprevisti!>>
< < E allora si può anche avvertire!>> replicai io.
Alberto taceva e fissava impaurito i miei movimenti e le mie furiose espressioni di collera.
< < Io sono stanca morta, se permetti, ho lavorato un casino in questi giorni, soprattutto oggi, ed ora ho voglia di dormire. Ci sentiamo. Prima di Natale, spero.>>
< < Elettra, aspetta!>>
< < No, non aspetto più! Mi sono stufata di aspettare! Sempre in giro, a S. Pietroburgo, a Roma, a Pordenone... e adesso anche a Mosca! E senza nemmeno avvertire! No, questa proprio non me la dovevi fare!>>
< < Elettra, ti ho già detto che è stato deciso tutto al momento e non ho avuto tempo per prepararmi... Elettra, sul serio, mi dispiace, so che ho sbagliato, non devi pensare che non abbia voluto chiamarti, sai che non è così...>>
< < No, invece io non so più niente! – esclamai io, scoppiando in lacrime – Non ti interessa più niente di me, ti sei stancato, forse hai trovato un’altra, cosa ne so?! Forse l’hai sempre avuta!...>>
< < Elettra, ora smettila!>>
< < No! Io ti aspetto sempre, sono sempre qui ad aspettare te, una tua telefonata, il tuo ritorno... ma ora basta, sono stufa di aspettare! Tu non mi meriti!>>
< < Non puoi dire così, non dopo tutto quello che ho fatto per te! Se ti ricordi bene, cara, io l’estate scorsa ho lavorato tre mesi in montagna in un posto sperduto a costo di starti vicino!>>
< < Sì, è vero, ma dopo?! Dopo non hai fatto altro che andare in Russia e a Roma, a Roma e in Russia... sono stufa!!!>> gridai, piangendo.
< < Elettra, sapevi fin dall’inizio a cosa andavi incontro, non ti puoi lamentare ora.>>
La  sua freddezza fu come un coltello in pieno petto.
< < Ti detesto.>> sibilai fuori di me.
Un secondo dopo mi ero già pentita di cosa avevo detto.
< < Ah sì?>> fece lui con freddezza ed ironia.
Io rimasi in silenzio, tentando a stento di soffocare i singhiozzi.
< < Se non è odio, è una buona imitazione.>> dissi con la voce spezzata dalle lacrime.
< < Se mi odi cosa aspetti a chiudere, allora?>>
< < Oh, perché fai così?! Perché sei così freddo, così insensibile, così crudele?! Sembra che non te ne freghi niente di me, niente!!!>>
< < Cosa dovrei fare, buttarmi ai tuoi piedi e supplicarti di perdonarmi?!>>
Allibita per il suo comportamento, rimasi senza parole.
< < È meglio se ci salutiamo.>> dissi gelidamente, soffocando le lacrime.
< < Vedi, adesso fuggi i problemi!>> replicò lui.
< < Non voglio più parlare con te, hai detto già abbastanza.>>
< < Senti, so che ho sbagliato, ma ti ho chiamato e ti ho chiesto scusa, se non ti basta io non so proprio cosa farci.>>
< < Sei orribile...>> sibilai io, sconvolta.
< < Già, il mostro sono sempre io...>> disse lui, ridendo.
< < Ci sentiamo.>>
< < Ciao.>>

CAPITOLO CINQUANTACINQUESIMO
Andrej fissava il soffitto della sua camera. Non aveva chiuso occhio per tutta la notte ed ora le prime luci dell’aurora filtravano nella stanza, disegnando sagome incantate lungo le pareti.
Aveva pensato, pensato, pensato. Penosamente e disperatamente si era reso conto di quanto male le aveva fatto, le stava facendo, ed avrebbe fatto.
Lui amava Elettra di un amore infinito. Non aveva mai vissuto un’esperienza più bella in tutta la sua vita. Ed ora, dovervi rinunciare così… era da idioti. Eppure era consapevole che, per il bene di lei, avrebbe dovuto farlo. Doveva ferirla. Doveva ucciderla. L’avrebbe spenta, già lo sapeva. Le avrebbe rubato l’anima, e si odiava per questo. Si sentiva un mostro, si considerava ignobile e meschino. Ma doveva, doveva farlo, per il bene di Elettra. Altrimenti lei avrebbe sofferto di più e chissà cosa sarebbe potuto succederle. Doveva pensare ai suoi sogni, al suo avvenire, al suo futuro radioso… Elettra non meritava di veder naufragare i suoi sogni. Elettra si meritava una vita di soddisfazioni, di gioia e d’amore.
Andrej si nascose il viso tra le mani.
Le parole di von Piotrowski gli rimbombarono nella mente.
Quell’eco terribile, di affanno e di dolore, di cupa rassegnazione, così sordida e bigia, tormentava i suoi pensieri e non gli dava pace. Sapeva che avrebbe dovuto lasciare Elettra al più presto, ma non si decideva a farlo.
Ogni giorno Ghenadij gli ricordava quelle parole orribili e spaventose, ed Andrej sapeva che non poteva andare avanti così, che doveva lasciarla per salvarla, che doveva ferirla per farla rimanere in vita.
Se Dobroljubov, Teliatnikov e Nekràsov solo l’avessero toccata… se solo avessero osato ostacolare la sua vita… lui non se lo sarebbe mai perdonato. Era una faccenda in sospeso tra lui e loro, nessun altro. Mettere in mezzo Elettra non era leale, era meschino. Lei doveva rimanerne al di fuori. Andrej aveva il compito di proteggerla, di custodirla e coprirle gli occhi agli orrori della vita.
Elettra doveva essere felice, Elettra doveva essere lasciata in pace… solo questo era il suo pensiero… solo questa era la sua preoccupazione… ma il modo in cui doveva metterla in atto era crudele, spietato e vigliacco.
Andrej si sentì inumidire gli occhi. L’amava da morire, più della sua vita stessa, serbava per lei un amore profondo e vero, autentico ed infinito, ma proprio perché l’amava così tanto doveva rinunciare a lei.

Nataša Nevskaja osservava il fluido scorrere della Neva.
Il vento soffiava piano, i lunghi capelli neri della giovane si muovevano dolcemente, Nataša chiudeva con lentezza le palpebre bianche e sospirava con stanchezza.
Guardò in direzione della casa di Scerbatskij. Non lo vedeva da circa tre anni, da quando la loro storia era finita. Nataša era consapevole di aver sbagliato. Si era servita di Scerbatskij per arricchirsi ed entrare nella temuta alta società di S. Pietroburgo.
Ora, però, le mancava molto. Da quando aveva saputo che si era legato ad una italiana, provava una stretta fitta di gelosia al petto che la torturava e la rodeva immensamente. Sentiva un acido rodio morsicarle il cuore, ed il viso, la bocca, gli occhi azzurri di Scerbatskij le comparivano dinanzi.
L’immagine di Scerbatskij la tormentava, occupava i suoi sogni e le sue giornate. Spesso lo sognava, ma accanto a lui vi era sempre una figura sconosciuta, una bella ragazza dai lineamenti dolci e lievi, con un sorriso infantile dipinto sulle labbra. Allora Nataša si svegliava sgomenta, si stropicciava gli occhi e capiva che era stato solo frutto della sua fantasia.
Avrebbe tanto voluto incontrarla, quella piccola italiana. Sentiva di odiarla profondamente. Doveva essere una frivola ragazzina senza testa, con grandi labbra tumide e riccioli posticci, chiacchierona e stupida. Nataša si sentiva impazzire.
Alcune settimane prima, aveva visto Vecislav Ossipovic Dobroljubov. Aveva saputo che sua moglie, Alessia, aveva perso il bambino. Si era avvicinata a lui e gli aveva espresso il suo rammarico. Lui aveva sorriso appena, con quella smorfia crudele della bocca, e le aveva domandato cosa stesse facendo al momento. Lei aveva risposto che continuava a ballare nei locali e allora Vecislav le aveva chiesto se avesse trovato un fidanzato. Lei aveva riso e Vecislav le aveva sussurrato:
< < Hai saputo di Scerbatskij?>>
Nataša aveva avuto un tuffo al cuore.
< < No, cosa gli è successo?>>
< < Sta con un’italiana, e da molto tempo.>>
Per la Nevskaja era stata una pugnalata. Poi, Dobroljubov aveva aggiunto:
< < Ma non aver paura, non ci rimarrà ancora per molto.>>
< < Perché?>>
Vecislav aveva sorriso.
< < Ora devo salutarti, ciao Nataša.>>
E lei l’aveva osservato scivolare via.
Ancora quelle parole le ronzavano nella mente, nonostante fosse passato diverso tempo.
Ora, finalmente, si era decisa: avrebbe fatto una breve visita a Scerbatskij, nella speranza di riconquistarlo e farlo suo.

 

CAPITOLO CINQUANTASEIESIMO
< < Pronto, signorina Elettra? Sono Vicarelli, la disturbo? Pronto, signorina, mi sente?...>>
Non riuscivo a parlare, nonostante sentissi perfettamente la voce di Rodrigo. Feci un respiro profondo e biascicai:
< < Sì, la sento...>>
< < Signorina, si sente bene?>> domandò preoccupato Vicarelli.
Io trattenni a stento le lacrime.
< < Sì, sì... dica pure...>>
< < Signorina Elettra, non mi sembra proprio che lei stia bene...>>
A quel punto non resistetti più e scoppiai a piangere.
< < Professore, per favore, può richiamare più tardi?>> dissi con la voce rotta dai singhiozzi.
< < Certo... Elettra, spero che non sia niente di grave... le telefonerò dopo. Arrivederci.>>
< < Arrivederci.>>
Una volta chiusa la breve conversazione con Vicarelli, mi buttai sul letto.
Fortunatamente non c’era nessuno nell’appartamento e potevo sfogarmi del tutto. Un improvviso bisogno di rifugiarmi nel caldo abbraccio di mia madre mi sfiorò i pensieri e mi si addentrò nell’animo.
Ma fu un attimo. Subito dopo pensai che dovevo soffrire da sola. Me lo meritavo. Me lo meritavo, perché non mi ero accorta di niente. Me lo meritavo, perché ero stata illusa come una bambina ed era tutta colpa mia.
“Avrei dovuto troncare prima..” mi ripetevo dolorosamente in testa.
Affondai il volto nel cuscino.
Quella voce continuava a rimbombarmi nella mente.
Ora tutto mi si spiegava: l’improvvisa partenza per Mosca, le mancate telefonate, le litigate, il suo essere distratto… no… tutto avrei pensato, ma questo… no… non poteva essere vero…
Eppure… la voce che aveva risposto, quella voce di donna, così matura, così bella e sinuosa… no, non poteva essere vero! Continuavo a piangere e presi a sbattere i pugni sul cuscino.
Ero furiosa, disperata, allibita. Continuavo a dirmi che non poteva essere vero, che non poteva essere successo a me. Mi sembrava di impazzire.
Andrej… non poteva avermi fatto questo… no, non poteva… mille pensieri contorti, macabri e orribili sfilavano lugubremente nella mia mente, mi pareva di impazzire e mi misi le mani sulle tempie, come per paura che la testa mi potesse esplodere da un momento all’altro. I singhiozzi si fecero lamenti orribili, lunghi e strazianti, disperati e terribili. Odiavo ascoltarmi, odiavo sapere che avrei dovuto convivere con quel dolore, quella morte nel cuore.
Andrej… come aveva potuto farmi questo… come aveva potuto tradirmi così… io, tradita… no, non poteva essere vero. Perché?… Perché? Perché?!
Speravo che fosse un diabolico incubo, ma sapevo che era la realtà. Ma non poteva essere… era tutto così assurdo, così insensato… lui mi amava, esistevo solo io per lui… tutte le parole, le promesse, le frasi sussurrate dolcemente…
E poi rammentai tutto. Dal primo bacio alla prima volta, S. Valentino, i suoi regali, i suoi viaggi, la settimana a Roma con lui, la festa di compleanno da Matteo, Capodanno allo chalet, l’anniversario… no, non poteva essere vero… da quanto poteva durare, poi? E se fosse sempre stato? No, no, Dio, no, ti prego. No, non poteva essere così… mi aveva sempre preso in giro… no… si era preso gioco di me…
Non mi rendevo conto che stavo parlando ad alta voce. Mi sentivo pazza, pazza di dolore, di rabbia, di incredulità. No, non poteva essere vero…
Chi era? Chi era lei?! Chi!!! Perché?! Perché?! Cosa non avevo io che lei aveva?! E perché a me? Perché l’aveva fatto? Perché aveva mentito? Perché?!…

 

CAPITOLO CINQUANTASETTESIMO
Erano passati diversi mesi dalla fine della storia tra Andrej ed Elettra, ed Andrej non l’aveva più vista, né l’aveva più sentita. Sapeva comunque dai suoi amici che aveva trascorso un momento orribile.
Ogni giorno Andrej si sentiva un mostro.
La tentazione di telefonare ad Elettra, precipitarsi da lei e raccontarle tutto era fortissima, estrema, immensa. Ma sapeva che non avrebbe dovuto, mai.
Ghenadij von Piotrowski continuava a dirgli che era stata la cosa migliore. Elettra ora era salva, libera, ma, la cosa più importante, non sarebbe stata in pericolo.
Andrej ripensava a quando, quell’orribile mattina d’estate, la sua ex ragazza, Nataša Nevskaja, si era presentata a casa sua. Ricordava il suo stupore nell’essersela ritrovata davanti agli occhi, ricordava la decisione di lei, la sua risolutezza, la sua determinazione. Nataša gli aveva detto di volerlo ancora. Andrej era stato tentato dal prenderla a schiaffi. L’avrebbe fatto volentieri, se solo in quel momento non avesse telefonato Elettra. Nataša era riuscita a rispondere e chissà cosa doveva aver pensato Elettra. La giovane, che non parlava italiano, si era comunque fatta capire. Ed Elettra aveva capito. Andrej aveva un’altra.
Scerbatskij era rimasto immobile, consapevole che, in un modo o nell’altro, la sua storia con Elettra sarebbe dovuta finire. Certo, non era quella la fine alla quale aveva pensato. Ma aveva fatto tutto Nataša, e non si poteva tornare indietro.
Elettra aveva chiamato. Telefonava a tutte le ore, tutti i giorni. Andrej non aveva mai risposto. Doveva farsi odiare, doveva farsi detestare. Elettra doveva dimenticarlo. Elettra doveva imparare a vivere senza di lui.
Andrej Scerbatskij, subito dopo la telefonata, aveva cacciato la Nevskaja da casa sua. L’aveva rivista un paio di volte, ma non si erano mai parlati. Odiava quella donna di un furore atroce, nonostante, tempo addietro, l’avesse addirittura avuta come ragazza.
Ora, Andrej piangeva, piangeva spesso. Quando si guardava allo specchio, poi, provava un brivido, una sensazione funerea e trista che mai aveva sentito in vita sua. Era consapevole di aver perduto per sempre l’amore. Sarebbe rimasto solo per tutta la vita. Aveva sacrificato l’amore per la vendetta. Era prevalso l’odio sull’amore.
Ghenadij von Piotrowski, invece, sosteneva il contrario. Rassicurava Andrej sul fatto che, forse, un giorno, sarebbe stato di nuovo in pace con se stesso. Diceva che Andrej doveva essere felice, perché aveva imparato ad amare. Aveva amato, aveva amato tanto, più della sua vita stessa. Ne era la prova il fatto che avesse rinunciato ad Elettra per proteggerla, per difenderla.
Dobroljubov, Nekràsov e Teliatnikov avrebbero avuto il loro eterno castigo. Non l’avrebbero potuta toccare, mai. Era un duello troppo orribile, macabro e tenebroso perché Elettra ne facesse parte. Lei doveva restarne al di fuori. Scerbatskij avrebbe avuto la sua vendetta. Ed Elettra sarebbe rimasta in vita.

Quello stesso autunno, i gemelli Nekràsov scomparvero. Si presumeva che fossero stati rapiti ma, per il momento, nessuno aveva sussurrato la parola riscatto. La disperazione di Galina Andreivna e di Piotr Platonovic accresceva nel rancore.
Nel frattempo, la moglie di Sierghej Teliatnikov, Dascia, era venuta a conoscenza attraverso delle foto speditole anonimamente della relazione extraconiugale di suo marito.
Andrej Scerbatskij stava solo attendendo.

SECONDA PARTE

 

CAPITOLO PRIMO
< < Posso presentarvi Mademoiselle Eléo Van Dinh, autrice di “Sogni e biberon”, “Non è colpa mia”, “Profumo al lampone” e del recente best-seller “Spiacente amore mio”!>>
Sorrisi. Nonostante fossero passati due anni, non mi ero ancora abituata al fragoroso applauso del pubblico. Calcare il palco, annunciare il classico discorso, addirittura firmare autografi… tutto mi pareva nuovo come il primo giorno.
Da quando avevo finito la scuola e mi ero trasferita a Parigi, avevo conosciuto gli scrittori più illustri e famosi di tutta Europa. Vivevo da sola, ma non mi ero mai sentita veramente sola. Rodrigo Vicarelli, infatti, aveva abbandonato lo sconforto impossessatosi di lui dopo la fine della sua storia d’amore ed aveva venduto la casa di Roma, stabilendosi a Parigi. Avevamo intrapreso un’avventura meravigliosa, io e lui; io, dolce e piccola sognatrice, e lui, galante e saggio professore di letteratura.
Ma adesso tutto era diverso. L’etichetta dell’eterna bambina mi era stata scucita di dosso: ora ero una donna. I soci del Circolo di Poesia mi vedevano come una giovane forte, intraprendente, affascinante. Tutti mi consideravano pignola, eccentrica nei modi e nel comportamento ma, specialmente, avevano timore della mia freddezza. Ero schiva, sfuggente: non permettevo a nessuno di invitarmi a cena, né ammiccavo con i bei ragazzi francesi che avevo conosciuto. Agli altri sembrava che stare sola fosse la mia volontà, che vivere nella solitudine fosse qualcosa che mi piaceva.
Quanto si sbagliavano, pensavo io. Come può, mi chiedevo, una scrittrice che parla d’amore in ogni sua poesia, che descrive l’amore come la più sublime gioia esistente al mondo desiderare la solitudine? In realtà, pensavo, io ero condannata alla solitudine. Tutti mi ritenevano distaccata, fredda e gelida, incapace di provare passione, ma io sapevo di non essere così. Io avevo amato, ed ora l’amore esuberante ed appassionato che aveva preso fuoco nel mio animo si stava affievolendo piano piano. Ma ancora sentivo dentro di me quel calore, scoppiettare come fuoco in un camino, ardere di magia e di bellezza. L’amore esisteva, pensavo io. L’amore era la forza più grande della vita. L’amore era la vita. Amare era vivere. Ed io non ero ancora morta, perché, dentro al mio cuore, continuavo ad amare. Amavo un fantasma, amavo un ricordo. Ma amavo. Ed ero forte per quello.
Non avevo mai dimenticato Andrej Scerbatskij. Anzi. Ogni singolo giorno che passava, ricordavo tutto molto meglio, più vividamente. Parole, gesti, espressioni, episodi prima banali ora divenivano essenziali. Non avevo mai smesso di pensare a lui. Mai. Non mi ero mai rassegnata di averlo perso. Non l’avevo mai sostituito con nessuno, nonostante ne avessi avuto la possibilità.
Non avevo più avuto un ragazzo da quando era finita tra me e lui. E non lo volevo. Avrei avuto paura di tradirlo. Già, perché io mi sentivo ancora di Andrej. Mi sentivo sua. E questo lo odiavo. Mi rendeva schiava, mi rendeva prigioniera del passato, serva di un fantasma che non c’era più.
Non passava un attimo senza pensare a lui. Durante i primi tempi avevo pensato che fosse normale. Ora mi ritenevo un tantino pazza. Eppure, mi dicevo quasi per consolarmi, tutti gli scrittori sono un po’ pazzi.
Non avevo più avuto notizie di lui. Non sapevo se era vivo, non sapevo se era morto. Non sapevo dov’era, non sapevo cosa faceva. Vivevo nel dubbio. Odiavo vivere così. Odiavo me stessa.
Avevo telefonato, tante volte, tante volte. Avevo scritto a sua madre, a Roma. Non avevo ricevuto risposta e, non contenta, qualche tempo dopo, con l’aiuto di Vicarelli, ero andata a Roma, a casa sua. Ma la casa non c’era più, o meglio, era stata venduta. Quindi, non riuscii a sapere che fine avesse fatto la sua famiglia. Forse erano tornati tutti a S. Pietroburgo, chi lo sa. Da Andrej mi sarei potuta aspettare di tutto.
Oggi, mi guardavo allo specchio e vedevo una donna. Ero felice di chi ero diventata, soddisfatta di me stessa e di quello che avevo fatto per esserlo. Mi sentivo realizzata, i miei sogni si erano avverati. Ero stimata ed apprezzata, ammirata e rispettata, ma nessuno mi amava. O meglio, nessuno che potesse interessarmi.
E, dentro di me, nonostante tutti mi chiamassero donna, nonostante avessi vent’anni, nonostante vivessi da sola, nonostante lavorassi come giornalista per mostre e convegni d’arte e fossi un’affermata scrittrice, io mi sentivo ancora una bambina. L’etichetta della dolce, piccola, ingenua Elettra profumava ancora di ricordi e mi accompagnava ogni notte nel mio freddo letto. Ma adesso ero Eléo Van Dinh, una donna, una giornalista, una scrittrice, una poetessa. Ero tutto, all’infuori di Elettra.

 

CAPITOLO SECONDO
Erano i primi giorni di dicembre. Parigi era tessuta da quel profumo e da quei colori di magia che tanto mi avevano colpito durante il mio primo soggiorno nella capitale francese. C’era quell’odore di belle époque, nell’aria, quell’odore dolce dei ricordi, quell’effluvio intramontabile di sogni e fantasia, desideri e tristezza. Amavo Parigi. Era una città magica, avvolta in un alone ovattato, colorata di lilla e zaffiro.
In quel periodo, fervevano i preparativi per l’anniversario del Circolo Vivre pour écrire. Horace Mimiaugue, il suo borioso fondatore, mi aveva fatto visita a Parigi con il bel nipote, Dominique.
Rodrigo ed io li incontravamo spesso ed io avevo avuto l’occasione di conoscere meglio il timido Dominique Mimiaugue, quel ragazzo dall’aria angelica e l’animo nobile. Avevo scoperto una personalità creativa, effervescente, frizzante in Dominique. Un carattere che non gli avrei mai potuto immaginare addosso, a prima vista. Anche lui si era molto più aperto con me. Certo, conservava la sua storica timidezza, ma mi considerava un’amica cara e preziosa. In realtà, sapevo benissimo che Dominique nutriva per me più di una semplice amicizia. Glielo si leggeva nei bellissimi occhi verdi.
Suo nonno, Horace, una volta mi aveva parlato del nipote e mi aveva confessato che sarebbe stato felicissimo di vederci insieme. Io avevo sorriso, un po’ in imbarazzo e gli avevo risposto che per Dominique nutrivo uno squisito affetto, ma che non ci poteva essere dell’altro. Horace era parso molto deluso e, sconsolato, si era scusato per l’invadenza ed aveva promesso che non mi avrebbe più chiesto niente riguardo il mio rapporto con il nipote.
Quel martedì di dicembre, io, Rodrigo, Horace e Dominique ci ritrovammo a casa di Rodrigo per cenare tutti insieme. Horace Mimiaugue, che indossava una stravagante cravatta color giallo limone abbinata ad un completo bluette, mangiava con foga e beveva con delizia lo champagne acquistato da Rodrigo per l’occasione, conversando piacevolmente, smanioso di informarci delle ultime notizie.
< < Miei cari – disse con una gran prosopopea – questo champagne è ottimo!>>
< < Lo so, l’ho comprato io, Monsieur Mimiaugue.>> rispose con ironia Vicarelli.
Io, seduta vicino a lui, lo guardai sorridente.
< < E voi, Mademoiselle Elettra, siete più radiosa che mai.>> aggiunse Horace con un gran sorriso.
< < Grazie, Monsieur Mimiaugue, siete galante come sempre.>>
Horace arrossì e si aggiustò la cravatta.
< < Bene, devo parlarvi di una cosa molto importante.>> annunciò con serietà.
Dominique, silenzioso, lo fissava con ansia. Horace se ne accorse.
< < Figliolo, cos’è quella faccia?!>> esclamò, sorpreso.
Dominique abbassò lo sguardo.
< < Nonno, arriva al dunque...>> incitò timidamente.
< < Oh, quanta fretta! – esclamò Horace – Voi giovani non smaniate altro che avere tutto e subito!>>
Tutti scoppiammo a ridere e Dominique mi guardò. I suoi occhi, così dolci e sinceri, mi fecero tenerezza.
< < Quest’anno abbiamo avuto uno spaventoso incremento di associati, al Circolo. Vi comunico perciò, miei cari amici, che il numero dei nostri soci è triplicato. Siamo quasi in ottomila, ora.>>
< < Oh, ma è fantastico!>> esclamai io.
< < Magnifico!>> mi fece eco Vicarelli.
< < Ma non è tutto. – continuò gravosamente Mimiaugue – Abbiamo avuto un notevole afflusso da nuovi paesi, miei cari. Paesi come la Scandinavia, l’Olanda... e la Russia.>>
Io sentii una ben nota sensazione al cuore. Abbassai lo sguardo. Andrej Scerbatskij bussava ancora alla porta della mia anima.
< < Voi sapete, miei cari, che i paesi nordici non hanno mai dimostrato una particolare vena artistica e poetica, qui, al Circolo. È sorprendente, infatti, come in questi ultimi tempi ci sia stato questo notevole interessamento da parte loro. Specialmente dalla Russia.>>
Rodrigo si schiarì la voce.
< < Monsieur Mimiaugue, credo sia adeguato aggiungere che, molto probabilmente, tutto questo afflusso sia spiegato dal fatto che l’ultimo libro della signorina Elettra ha avuto molto successo in Europa, specialmente in Belgio, Germania, Scandinavia e, sorprendentemente, anche in Russia. Ovviamente l’immagine di Elettra giova moltissimo al Circolo, e presumo quindi che il crescente numero degli associati sia dovuto da questo, non credete?>>
< < Sono assolutamente d’accordo. – rispose Horace – Ma ciò non toglie che sia molto, molto insolito. Certo, non possiamo che esserne lieti, indubbiamente.>>
< < Scusate, Monsieur Mimiaugue... – interruppi io – Vedete, io ritengo che forse il Circolo ha puntato molto sulla mia immagine come icona della poesia, ed è per questo che il numero dei soci è salito così tanto.>>
Horace Mimiaugue mi guardò perplesso.
< < Un’icona della poesia... mi piace, mi piace!>> esclamò, brioso.
Io sorrisi.
< < Nonno, non hai detto tutto...>> sussurrò Dominique.
< < Ah, già... – borbottò Horace, riportato alla realtà – Devo aggiungere dell’altro, amici miei. Una notizia che troverete veramente molto insolita.>>
Rodrigo ed io lo ascoltavamo curiosamente.
< < Dato il favoloso incremento dei nostri associati, ho deciso che, eccezionalmente, quest’anno la celebrazione dell’anniversario del Circolo non si terrà qui, a Parigi, la vigilia di Natale.>>
Noi lo osservammo stupiti.
< < ... si terrà l’ultimo giorno dell’anno... a Mosca, nella capitale russa.>>
Io e Rodrigo, strabiliati, rimanemmo senza parole per qualche attimo.
< < ... E perché?>> domandai io con ingenuità.
< < Ma naturalmente, mia cara Mademoiselle, per ringraziare la Russia della vasta e fervida partecipazione letteraria al nostro Circolo.>>
< < E per la Scandinavia e l’Olanda?>> aggiunse sbalordito Vicarelli.
< < Non vi sfugge niente, Monsieur Vicarelli! – esclamò con un sorriso Mimiaugue – Bene, conto di organizzare alcune giornate di festa anche lì, Monsieur. Intendo così intensificare i rapporti con quei paesi, Monsieur Vicarelli, in modo da tenerceli stretti. Penso che sappiate meglio di me quanto siano importanti, letteralmente e artisticamente, paesi come la Russia e la Scandinavia.>>
Dopo un attimo di perplessità generale, Rodrigo asserì:
< < Trovo che sia un’idea veramente geniale, Monsieur Mimiaugue. Sono convinto che avrà un ottimo successo e che attirerà molto pubblico. Mi immagino già la stampa...>>
Horace Mimiaugue scoppiò a ridere.
< < Già, ci sarà una bella baraonda... e voi, Mademoiselle, cosa ne pensate?>>
Io, ancora incredula, senza parole, sorrisi stupidamente.
< < Monsieur, non me lo sarei mai aspettato, sul serio...>> farfugliai, sconcertata.
< < Bene, ora dovremo solo occuparci di organizzare la serata del trentuno a Mosca, trovare un posto e promuovere l’evento. Per quanto riguarda Svezia, Finlandia, Norvegia e Olanda pensavo di occuparmene l’anno prossimo, nei mesi di gennaio e febbraio. Ovviamente so già che non sarà semplice, intendo organizzare un’équipe, e poi trovare una sede adatta...>>….
Horace Mimiaugue e gli altri continuarono a parlare, ma io non udivo più le loro voci.
Ero nel mio mondo, allibita e sognante. Mosca… Russia… e se avessi rivisto Andrej? Non volevo illudermi, ma già ci speravo.

CAPITOLO TERZO
Calava la notte, tremavano le stelle, avvolte nel gelido manto nero del cielo. L’oscurità delle tenebre, audace e sensuale, pareva una macabra ballerina messaggera di morte. Danzava e s’inchinava, piegava il capo e strizzava i sottili occhi felini, lasciando dietro di sé una scia color pervinca.
Un uomo fissava silenziosamente il dolce e malinconico scenario notturno. Aspirava nervosamente il filtro della sigaretta, assorto nei suoi contorti pensieri. Osservava i bui ricami della notte. La luna, sferica e gelida, scintillava di luce, contornata da un alone d’argento che pareva l’ovattato tepore di un sogno.
Spense la sigaretta, irrequieto. Insoddisfatto, ne accese un’altra. Poi, tornò a contemplare le stelle. L’elegante danza di quella ballerina col volto d’infante gli ricordò lei. Tesseva argentei guizzi languenti tra le stelle, sospirava pigramente, serpeggiava con maestria tra le costellazioni.
A Scerbatskij scese una lacrima. Erano anni che non piangeva, da quando era finita con Elettra. Quanto aveva sofferto, da solo, in silenzio… ma ora si era nuovamente abituato al silenzio. Il tacere dell’anima. Il gelo del cuore.
Si alzò, infreddolito. Chiuse la porta della terrazza che dava sulla Neva e rientrò in casa. Sul tavolino nel soggiorno c’era l’invito per il 31 donatogli da un amico. Sapeva che ci sarebbe stata anche lei. Era tentato da morire e frenato dal peso di un macigno che portava nel cuore da molto tempo, ormai.
Aveva letto i suoi libri, seguito i suoi passi verso quel mondo di poesia che tanto aveva sognato, una volta. Era orgoglioso di lei. Ce l’aveva fatta. Aveva scalato la montagna. Era diventata una donna. Ma quale volto aveva, adesso? Quale sfumatura di passione la rivestiva, ora?
La sua dolce e bella Elettra, femminile e purpurea fiamma di vento, lasciva ed ingenua, incantata dal mondo e smaniosa di prendervi parte.
Gli era mancata da morire… quando pensava alla vita che doveva aver trascorso una volta senza di lui, una terribile angoscia s’impossessava di Scerbatskij. Ma, specialmente, subentrava la velenosa e malvagia fitta della gelosia. A chi altri era appartenuta? Chi aveva osato lambirle le labbra? Labbra che, una volta, erano state sue.
Al solo pensiero, Andrej si sentiva impazzire. Lui aveva avuto moltissime altre donne, era vero.  Era stato con tante ragazze, tante, tante. Ma non ne ricordava nemmeno un viso, un nome, una frase, un’espressione. Mentre di Elettra ricordava tutto. Rammentava il profumo, che lo assaliva, aggressivo e muliebre; ricordava le mani affusolate, le lunghe unghie scarlatte, le ciglia nere; rammentava il sorriso degli occhi, scuri e penetranti; ricordava i vizi ed i capricci.
Non aveva mai smesso di amarla, mai.
Nonostante fosse occupato in atroci progetti d’odio, l’amore non era svanito. L’amore aveva continuato ad ardere nel suo cuore. Ma Andrej era solo. Andrej non aveva nessuno. Andrej si era smarrito in un’umida nebbia tagliente, e vagava, vagava, cercava qualcosa all’impazzata, e si sentiva il capo pesante ed aveva freddo e, dopo tanto tempo, aveva paura.

< < un suo amico...>> ripeté il giovane con fare supplichevole.
< < Avanti, sparisci!>> intimò l’omaccione, ritto in piedi dinanzi al teatro.
< < Ah, eccola!>> esclamò il ragazzo, scorgendola.
Io alzai lo sguardo e mi tolsi gli occhiali da sole.
< < Eugenio!>> esclamai, raggiante, precipitandomi verso di lui.
< < Ciao, Elettra!>> esclamò il mio caro amico, abbracciandomi.
< < Come sono felice di vederti!>> urlai io, euforica.
< < Anch’io, tanto!>> rispose lui, stringendomi forte e sollevandomi da terra.
Ci staccammo l’uno dall’altra sorridendo entusiasti, poi, io lanciai un’occhiata a François, la mia guardia del corpo, e lui si allontanò un poco da noi.
Prendemmo a camminare lungo il viale, a braccetto, mentre François ci seguiva ad una distanza di circa otto metri.
< < Sei veramente bellissima!>> esclamò lui con un gran sorriso, squadrandomi da testa a piedi.
< < Grazie! – risposi, sorridendo – E tu, come sei cambiato!>>
Eugenio sorrise. Io osservai i suoi occhi scuri, scintillanti e lucenti, e nel suo sguardo riconobbi il ragazzo birbante ed ottimista che era stato il mio migliore amico. Gli scostai un ciglio dalla guancia e, con fare amorevole, gli diedi una carezza.
< < Non ti ringrazierò mai abbastanza per avermi permesso di venire a Parigi.>> dichiarò con gratitudine.
< < Non devi neanche dirlo. L’ho fatto con piacere, lo sai. E poi avevo tanta voglia di vederti!>> ammisi, un po’ commossa.
< < Sei stata tanto gentile, sul serio.>> disse Eugenio.
< < Avanti, parlami di te! Certo, ci scriviamo, ma non è mai abbastanza! Racconta, quando parti per l’Irlanda?>>
< < Il prossimo anno, a gennaio.>> rispose lui, entusiasta ed orgoglioso.
< < Sono tanto fiera di te, Eugenio.>>
< < Finalmente ce l’ho fatta...>>
< < Assisterai alla corsa, all’Isola di Mann...>>
< < Sì... ma, quel che è importante... parteciperò!>>
Io abbassai lo sguardo. Eugenio mi guardò, sospettoso.
< < Elettra, non tenermi il muso. Sai che l’avrei fatto comunque, sia che tu me l’avessi permesso, sia che tu non avessi voluto. È la mia vita. Lasciami fare quello che voglio.>>
< < Eugenio, tu hai perfettamente ragione. – risposi con un grosso sospiro – Ma sai che è pericoloso, e che io ho tanta paura. Veramente, sei proprio sicuro?>>
< < Conosci già la risposta...>>
< < Sì, è vero. Ma ti prego, sii prudente... fai attenzione... non è un gioco.>> ripetei io.
< < Lo so, Ele, lo so. Ma tu devi smetterla di preoccuparti per me...>> mi rassicurò Eugenio.
Mi guardava con attenzione, sorridendo.
< < Dio, quanto sei bella!>> esclamò dolcemente.
< < Grazie.>>
< < Sei proprio una donna.>>
< < Non so se sia un bene o un male...>> replicai io, inarcando le sopracciglia.
Eugenio rise.
< < Tranquilla, è un bene. Sei cresciuta, sei diventata grande. E come sei cresciuta! Sei bellissima, Elettra.>>
< < Sei fin troppo gentile...>>
< < Ma dai, parlami di te! Quanti impegni avrai... e quanti fans!>>
Io scoppiai a ridere.
< < Non credere, non credere... – risposi, scuotendo la testa – La mia è una vita impegnata, certo, ma non è tutta rose e fiori come potrebbe sembrare. Ricordati che sono sempre la stessa ragazza di una volta, anche se può sembrare difficile a crederci.>>
< < No, io so che sei rimasta uguale. Basta guardarti negli occhi... la stessa luce, lo stesso sole. Sei bellissima.>>
< < Avanti, ora smettila di adularmi!>> esclamai io, ridendo.
Eugenio sorrise.
< < E a lui? Ci pensi ancora?>> chiese con tono serio.
Io abbassai lo sguardo.
< < Secondo te?>> dissi, tristemente ironica.
< < Elettra, sono passati quasi quattro anni. Devi fartene una ragione. Non mi stancherò mai di dirtelo.>> disse severamente Eugenio.
Io rimasi in silenzio.
< < Sai che non ci riesco... o meglio, sai che non voglio.>>
< < Elettra... scusa se te lo dico, ma... secondo me faresti meglio a non andare a Mosca, per capodanno.>> confessò Eugenio.
Io lo guardai.
< < Perché?>>
< < Perché per me farai di tutto per farti ancora più male.>>
< < Sai che devo andare, è per il Circolo. Non posso sottrarmi a questo impegno. Non lo farei mai. E poi, non andare significherebbe essere vigliacchi. Io non mi sento così.>>
< < Già, è lui quello che dovrebbe sentirsi così...>> sibilò con acidità.
< < Eugenio, ti prego... >> lo supplicai io mestamente.
Andammo a prendere qualcosa insieme in un piccolo café e poi lo accompagnai alla metrò.
< < Mi raccomando, riguardati.. e scrivimi subito, appena arrivi, ok? Mi mancherai da morire...>> sussurrai io, trattenendo le lacrime.
< < Ele, grazie, grazie ancora... sono felice di averti rivisto. Sei bellissima. Continua così, che vai forte. I tuoi libri sono fantastici. Mi piacciono da morire. Sei un mito.>>
Io lo abbracciai.
< < Ti voglio tanto bene...>> mormorai, piangendo.
< < Anch’io. Non piangere, non piangere... ciao, Elettra. Stammi bene.>>
< < Ciao, Eugenio... fatti sentire, mi raccomando. Scrivimi...>>
E lo guardai scivolare via, mentre una morsa di dolore mi prendeva il petto.
Tre anni dopo, all’ennesima partecipazione alla corsa all’isola di Mann, sarebbe morto in un incidente.

CAPITOLO QUARTO
Sierghej Teliatnikov era già arrivato all’albergo.
Ad attenderlo non c’era nessuno: Piotr Nekràsov e Vecislav Dobroljubov, infatti, quel sabato erano stati trattenuti da una riunione improvvisa ed avrebbero tardato di circa tre quarti d’ora.
Teliatnikov, una volta in camera, poggiò il pesante giaccone sul piccolo e grazioso sofà e si sedette su una poltroncina. Alla parete della lussuosa stanza d’albergo era appeso un grande specchio.  Sierghej vi si rifletteva, pensoso. Stupito dalla sua stessa immagine, si contemplò allo specchio. Quale costernazione lo afflisse, allora! Quale miserevole uomo era divenuto! Si vergognava di se stesso e il suo riflesso fungeva da odioso promemoria di quell’onta vile e meschina che si era impadronita di lui da quasi quattro anni.
Spesso l’uomo pensava a sua moglie, alla piccola figlia Tanciurocka, ormai adolescente, e ricordava la sua piacevole vita familiare, rammentava con malinconica nostalgia la lieta calma che provava a casa sua, accanto a sua moglie Dascia. Ma da quando la donna aveva scoperto della sua relazione con Fiokla Kathova, la sua vita era diventata un inferno. Dascia sembrava impazzita: la rabbia, la gelosia, la disperazione si erano impossessate del suo docile spirito remissivo e l’avevano trasformata in una donna scontrosa e volgare. Sierghej non riconosceva più in lei la dolce e tranquilla donna della quale era stato innamorato. Nonostante avesse tentato disperatamente di riconquistare la donna perduta, Dascia non aveva voluto più saperne di lui. Lo odiava e serbava per lui un rancore mostruoso.
Ciò nonostante, la donna non aveva voluto il divorzio. Era convinta che la figlia non avrebbe capito ed avrebbe sofferto immensamente. Così, aveva nascosto tutto a Tanciurocka ed aveva deciso che Sierghej avrebbe continuato a vivere nella loro casa. Quella situazione per Sierghej era insostenibile. Dover fingere di essere felice con la figlia, sostenere gli sguardi carichi d’odio della moglie, dormire nel suo letto e udirla piangere ogni sera, prima di addormentarsi, e non poter fare niente per consolarla…
E, nel frattempo, Fiokla godeva di quella situazione. Si era attaccata ancora di più a Sierghej e pretendeva che tutti sapessero della loro relazione. Era diventata ancora più possessiva, gelosa e capricciosa. Sierghej aveva chiuso tantissime volte, per suo volere, con l’amante, ma la giovane donna continuava a perseguitarlo e lo seduceva ogni volta con il suo fascino e la sua bellezza.
Per l’uomo era una vita molto difficile. Era diviso tra il rimorso, l’affetto per la famiglia, l’amore platonico per Dascia e l’impulso di abbandonare tutto, la violenta passione per Fiokla, l’odio cieco e rabbioso per il mondo.
Sierghej, inizialmente, non aveva capito chi fosse stato a spedire le foto anonime a Dascia. Al momento dell’incidente di Alessia nel quale la donna aveva perso il bambino, e, successivamente, al rapimento dei figli di Piotr, i tre uomini avevano capito che qualcuno tramava una diabolica vendetta contro di loro. In seguito, i titoli dell’azienda erano cominciati a scendere drasticamente ed i problemi per la società erano aumentati.
La causa di tutto era Andrej Scerbatskij, il figlio di Nikolaj.
Sierghej, Vecislav e Piotr l’avevano capito da molto tempo. Vecislav aveva saputo che Scerbatskij aveva una ragazza ed aveva minacciato di farle del male. Scerbatskij doveva aver recepito il messaggio, poiché, poco tempo dopo, Dobroljubov aveva saputo che i due si erano lasciati. Ciò nonostante, nessuno dei tre uomini aveva mai visto l’ex ragazza di Andrej e nessuno sapeva nulla di preciso di lei: l’unica informazione certa che possedevano era che aveva cinque anni in meno di lui ed era italiana.
Sierghej fu bruscamente riportato alla realtà dal violento battere sulla porta. Si alzò ed aprì: erano Vecislav e Piotr.
< < Ciao, Seriogia.>> dissero in coro i due.
< < Com’è andata alla riunione?>> domandò Sierghej, notando le nere espressioni dei suoi due amici.
< < Male, malissimo!>> sbottò adirato Vecislav, scaraventando con rabbia il cappotto sul divano.
< < Avanti, Slava...>> mormorò Piotr, tentando di calmare l’amico.
< < Ah, stai zitto!>> esclamò Vecislav, avvicinandosi al frigo bar e versandosi da bere.
Piotr, mortificato, tacque, come ogni volta, incapace di replicare qualcosa.
< < Danne un po’ anche a me.>> disse Sierghej, avvicinandosi a Vecislav.
L’uomo versò del whisky all’amico e poggiò con forza la bottiglia sul tavolino in cristallo. Sierghej bevve tutto d’un sorso.
< < Seriogia, abbiamo perso il 25% delle azioni.>> annunciò tutto d’un fiato Vecislav.
Sierghej lo guardò accigliato.
< < Cosa?!>> fece, allibito.
< < E, quel che è peggio – aggiunse Piotr, guardando altrove – è che sono state assorbite dall’azienda di Ghenadij von Piotrowski.>>
< < Ma non è possibile!>> esclamò Sierghej, avvampando improvvisamente.
< < Ed invece è così.>> ribatté amaramente Vecislav.
Piotr sospirò.
< < Cosa proponi di fare, ora?>> farfugliò Nekràsov, guardando Sierghej.
< < C’è ben poco da proporre...>> sibilò Sierghej, versandosi da bere.
Vecislav, una furiosa espressione di astio negli occhi, si avvicinò alla finestra.
< < Accendete la radio...>>
Piotr si guardò in giro e scorse la radio. La accese subito e mise una stazione a caso. Vecislav si voltò verso i due amici.
< < È passato troppo tempo. Sono stufo di aspettare.>> disse con decisione.
Sierghej e Piotr lo guardavano: Piotr perplesso e terrorizzato, Sierghej curioso ed attento.
< < Dobbiamo ucciderlo.>>
< < Slava!>> esclamò atterrito Piotr.
< < Sta’ zitto! – intimò autoritario Vecislav – Si farà come dico io.>>
Sierghej lo fissava, immobile e silenzioso.
< < Abbiamo aspettato troppo.>> continuò Vecislav, scuotendo la testa.
< < Ma abbiamo cercato, Slava, e non c’è traccia di lui...>> replicò Sierghej.
< < Seriogia – sibilò velenoso Dobroljubov, avvicinandosi all’uomo – Stiamo parlando dell’uomo che ha fatto fallire il tuo matrimonio...>>
Sierghej abbassò lo sguardo.
< < E dell’uomo, Pietia – soggiunse Vecislav, rivolgendosi a Piotr – che ha rapito i tuoi figli...>>
Piotr si nascose il volto con le mani.
< < Stiamo parlando di un bastardo, un bastardo che farà di tutto per farci fallire!>> esclamò rabbioso Vecislav, sbattendo il pugno sul tavolo.
< < Lo so, Slava, lo so.>> rispose Sierghej.
< < E allora, Seriogia, prima che sia troppo tardi, entriamo in azione. Ascolta me. Non abbiamo mai sbagliato quando abbiamo fatto come dicevo io... è solo un ragazzo, non ha che venticinque anni... cosa può farci, ancora?>> disse Vecislav con un sorriso malvagio.
< < Credo che l’abbiamo troppo sottovalutato, invece.>> ribatté Sierghej, realistico.
< < Sì, può darsi, ma non faremo più errori. Uccidiamolo, Seriogia, uccidiamolo adesso.>> sibilò Vecislav.
Teliatnikov, Nekràsov e Dobroljubov si guardarono senza proferire parola.
La musica di Beethoven aleggiava leggiadra nella stanza.
CAPITOLO QUINTO
Rodrigo Vicarelli, un’insolita e forte tachicardia, si dirigeva a passo spedito verso la casa di Elettra.
Una leggera pioggerellina argentea scendeva frizzante sulle strade di Parigi. Vicarelli, senza l’ombrello, camminava velocemente mentre le gocce d’acqua gli bagnavano le tempie ed il lungo cappotto grigio.
Negli ultimi tempi il suo rapporto con la giovane Elettra Floriani si era fatto più intenso, più intimo, più confidenziale. Rodrigo vedeva Elettra così bella, così sicura di sé, così donna… e la ricordava piccola e fragile, ingenua e sorridente, raggiante di luce e radiosa d’amore.
Dopo la fine della sua storia con il ragazzo russo Elettra aveva molto sofferto. Rodrigo ricordava la sua infelicità e il lungo e straziante stato di depressione che aveva attraversato. Lui le era stato sempre vicino. Non aveva fatto nullo per dipingere Andrej come un mostro, non le aveva promesso nuovi amori più belli e gioiosi: non le aveva detto nulla e, con il silenzio, le era stato accanto. Ma adesso, Rodrigo si rendeva conto che Elettra non aveva mai dimenticato Andrej.  Aveva cercato di distrarla, di presentarle tante altre nuove persone, di condurla in un mondo di sogni e di fantasia, ma intuiva che Elettra aveva la testa da un’altra parte.
Ed ora, quando Monsieur Mimiaugue aveva annunciato loro che la celebrazione dell’anniversario del Circolo si sarebbe svolta in Russia, a Mosca, Rodrigo aveva sentito una fitta al cuore.
Chissà che cosa doveva aver pensato Elettra, si chiedeva Vicarelli. Forse sperava di rivederlo, forse paventava un incontro, forse desiderava dimenticare tutto.

Stavo aspettando Vicarelli da qualche minuto. Lui era sempre puntuale ma, questa volta, era leggermente in ritardo. Quando lo scorsi arrivare sotto la pioggia e senza ombrello, gli andai incontro.
< < Professore, buongiorno!>> esclamai, coprendolo con il mio ombrello.
< < Buongiorno Elettra, oh, grazie.>> rispose lui, sorridendo.
Lui mi rubò l’ombrello dalle mani ed io presi Rodrigo a braccetto. Sotto lo stesso ombrello, ci dirigevamo verso la boutique dove solevamo recarci in occasioni speciali.
< < Come mai non siete venuto in macchina?>> domandai io in francese.
< < Ero andato a mangiare fuori e ho fatto una corsa.>> rispose lui in italiano.
< < Oh, capisco. – risposi, sempre parlando in francese. – Vi siete divertito ieri sera?>>
< < Sì, abbastanza.>> rispose lui, distratto.
< < Com’era l’opera?>>
< < Buona, ma mi aspettavo di più.>> disse lui, senza guardarmi.
Rimanemmo qualche attimo in silenzio, poi lui riprese:
< < Ha già qualche idea particolare, per l’abito del trentuno?>>
< < No, non ancora... ma ho visto nella vetrina della boutique un vestito nero molto elegante.>>
< < Ancora nero? – replicò lui con una smorfia – Perché non compra qualcosa di blu, invece?>>
< < Oh, no, sa che non mi piace il blu...>>
< < Bene, adesso vedremo se c’è qualcosa che le piace, allora.>>
< < E lei, cosa indosserà?>> chiesi io divertita, sapendo che quella domanda metteva sempre in imbarazzo il professore.
< < Oh, avanti, Elettra... sa che non so mai cosa mettere. Indosserò lo smoking, come ogni anno...>>
Io scoppiai a ridere.
< < Ecco, siamo arrivati...>> annunciò Rodrigo, alzando gli occhi verso la porta della boutique Annabelle. Chiuse il mio ombrello ed entrammo. Non c’era nessuno, come sempre, del resto, a quell’ora.
< < Buongiorno Madame.>> dicemmo in coro rivolti verso la padrona del negozio, un’allegra signora molto bassa e dai fianchi larghi.
< < Oh, buongiorno!>> rispose con una risata.
A me e a Rodrigo piaceva molto quella donna. Era simpatica, cordiale ed alla mano: una volta, molto tempo prima, ci aveva scambiato per marito ed amante e, da allora, ogni qualvolta che c’incontravamo ridevamo di quel lontano accaduto.
< < Bene, cosa desiderate?>> domandò gentilmente.
< < Un abito per me, Madame.>>
< < Oh, perfetto! Nero?>> domandò la donna che, ormai, conosceva le mie preferenze a memoria.
< < No, preferirei cambiare, questa volta.>>
Vicarelli mi guardò e sorrise.
< < Bene, quale colore, allora?>>
< < Blu.>> rispose rapidamente Rodrigo.
Io sorrisi.
< < Qualsiasi colore, ma non blu.>> replicai, ridendo.
< < Oh, lo so, Mademoiselle! ...Allora, vediamo... ci sarebbe questo – disse la donna, porgendomi un abito – Lungo fino ai piedi, in raso, liscio, elegante, lineare, senza fronzoli.>>
< < È molto bello, ma mi sembra un po’ troppo serio...>>
< < Oh, avete ragione! Forse è un po’ troppo da signora, per voi.>> concordò la donna, annuendo.
< < Il vestito nero che avete in vetrina è disponibile anche in altri colori?>> domandai, speranzosa.
< < No, Mademoiselle, mi dispiace... tra l’altro, è l’ultimo che è rimasto... vediamo... – continuò la donna, frugando tra gli armadi della piccola boutique – ...È per la cerimonia del Circolo, immagino...>> disse la donna.
< < Sì, esattamente.>> rispose Vicarelli.
< < Allora, dunque... l’anno scorso cosa avete indossato?>>
< < L’abito nuvola, quello bianco.>> risposi.
< < Oh, sì, mi ricordo... delizioso!>> squittì la donna, sorridendo.
< < Se no ho questo, Mademoiselle... molto particolare, originale... e anche molto alla moda.>>
Mi porse un abito fantasia, coloratissimo, appariscente e simpatico.
< < Che bello! – esclamai – Peccato però che non sia molto adatto...>>
< < Già, avete ragione... vedete, in questo periodo ho venduto moltissimi abiti e, purtroppo, mi è rimasto ben poco...>> disse dispiaciuta la padrona del negozio.
Rovistò tra gli scaffali, nei cassetti, negli armadi. Mi mostrò una decina di abiti, ma erano tutti troppo seri o troppo appariscenti.
< < Mi dispiace molto, Mademoiselle... ma purtroppo credo di non avere nient’altro di adatto... ho venduto tutta la merce più bella... d’altronde, non mi pare proprio il caso che acquistiate un altro vestito nero... e poi, per Capodanno... ci vuole qualcosa di particolare, insomma!>>
< < Già, è vero.>> annuii, un po’ delusa.
< < Ma ditemi, come mai quest’anno la cerimonia si tiene a Mosca?>> domandò curiosamente la donna.
< < È stata un’idea di Horace Mimiaugue.>> spiegò concisamente Rodrigo.
< < Oh, bene, spero proprio che vi divertiate, allora!>> esclamò, sorridente.
< < Bene, grazie mille, Madame. Torneremo a trovarla. Buone feste!>> rispose Rodrigo.
< < Oh, buone feste anche a voi, Monsieur!>>
Ed uscimmo dalla boutique Annabelle.
CAPITOLO SESTO
Aliona Sniktina mise le mani nella tasca del cappotto di Andrej.
< < Sto più calda, così...>> sussurrò, sorridendo maliziosa e fissando Andrej. Scerbatskij, impassibile, non rispose.
< < Allora, dai, parlami di questo ricevimento... come vuoi che mi vesta?>> continuò melensamente la ragazza.
< < Non lo so, come vuoi.>> rispose Andrej, indifferente, guardandosi intorno.
I due stavano passeggiando lungo il viale: i bordi della strada erano ricoperti di neve.
< < Ma è meglio un abito lungo, da sera, elegante, o qualcosa di più tranquillo, di più casual?>> insistette Aliona.
< < Oh, insomma, fa’ come ti pare.>> disse scocciato Scerbatskij. Aliona, demoralizzata, mise il broncio.
< < Sei sempre così antipatico con me... io cerco di essere carina e dolce, e tu invece sei così freddo...>> si lagnò la ragazza.
< < Ti pago per scopare. Dovresti essere contenta, non credi? Ti dovrebbe bastare così. Ed invece hai anche il coraggio di protestare. Sta’ zitta, ogni tanto. Non mi ci vuole niente per trovarmene un’altra.>> disse con freddezza Scerbatskij, senza guardare Aliona negli occhi.
La ragazza, ferita, rimase in silenzio. Dopotutto, Andrej aveva ragione. Lei era una ballerina, lavorava in locali notturni e, se ne aveva l’occasione, faceva la prostituta.
Era bella, molto bella, con lunghi capelli scuri e labbra pronunciate, slanciata, con delle gambe affusolate. Sapeva di esercitare un certo potere sugli uomini. Ma era anche molto capricciosa, egocentrica e venale. Non le interessava nulla, se non il denaro.
Andrej Scerbatskij doveva averne molto, ed aveva fatto di tutto per tenerselo stretto. D’altronde, le piaceva anche parecchio. Era schietto, orgoglioso, superbo e passionale.
Aliona pensava che Andrej fosse incapace di amare. Lo riteneva vanitoso, antipatico e troppo sicuro di sé, ma le piaceva e, comunque, le faceva molto comodo. Da quando stava con lui, aveva i vestiti più belli, frequentava i posti più chic ed era super invidiata da tutte le sue amiche. Sapeva di essere molto bella e contava di legare a sé Scerbatskij con il suo fascino.
Eppure, qualcosa di Andrej le sfuggiva. Sapeva del suo passato, conosceva la sua storia e sapeva che suo padre era stato ucciso da Dobroljubov, Teliatnikov e Nekràsov. Non era un segreto per nessuno. Tutti, a S. Pietroburgo, lo sapevano, anche se nessuno aveva il coraggio di parlare. Però, Andrej sembrava conservare un altro segreto, nel profondo del cuore, un segreto troppo grande per poter essere confidato.

Ero agitatissima. Era il 26 dicembre e mi trovavo a Mosca con Rodrigo Vicarelli.
Horace e Dominique Mimiaugue alloggiavano da due settimane in un lussuoso albergo nel centro della città.
Quella stessa sera, avevamo appuntamento con loro in un ristorante di Mosca.
Sapevo benissimo che Mosca era una città enorme e che Andrej proveniva da S. Pietroburgo, eppure, non so perché, ero convinta che l’avrei rivisto.
Ero sola, nella stanza dell’hotel che condividevo con Vicarelli. Per errore, ci avevano assegnato una matrimoniale, ma non era un problema. Anzi, mi sentivo più sicura nella stessa stanza con lui. Era la prima volta che facevo un viaggio così lontano ed ero più che elettrizzata. Vicarelli se ne era accorto, ma non mi aveva detto niente.
Era uscito da più di due ore, e cominciavo ad essere preoccupata. Accesi la televisione. Canali russi si succedevano sullo schermo. Da quanto tempo non sentivo parlare quella lingua… ricordavo Andrej, quando rispondeva al telefono ed iniziava a parlare in russo, ed io, incantata, ascoltavo con interesse quel suo tono caldo e rilassante, quella voce morbida e profonda.
Dopo la fine della nostra storia, non avevo più frequentato il corso di russo a scuola. Ciò nonostante, ricordavo ancora qualcosa e, seppur non fossi in grado di sostenere un intero dialogo in russo, ero ancora capace di parlarlo.
Finalmente, qualcuno bussò alla porta. Era Rodrigo e teneva un grosso pacco tra le mani.
< < Oh, ben tornato...>> dissi io un po’ ansiosamente, quasi in tono di rimprovero.
< < Scusi il ritardo, signorina Elettra, ma ho visto qualcosa che non potevo proprio lasciare perdere e mi sono soffermato un po’ troppo sul prendere una decisione...>> si giustificò enigmatico l’uomo.
Io richiusi la porta.
< < Di cosa si tratta?>> domandai curiosamente.
Rodrigo poggiò il pacco sulla scrivania e ne estrasse una scatola. Mi guardò, sorridendo maliziosamente. Io, perplessa, contraccambiai il suo sguardo.
< < È per me?>> chiesi, senza capire.
Rodrigo annuì, sempre sorridendo. Mi avvicinai.
< < Avanti, lo apra...>> m’incoraggiò dolcemente Rodrigo.
Aprii la scatola, lusingata. Con imbarazzo, sollevai la carta. Un abito blu mi si rivelò in tutta la sua eleganza. Guardai Rodrigo, esterrefatta.
< < Lo provi.>> incitò l’uomo con un sorriso.
< < Ma...>>
< < No, non dica nulla... lo provi, Elettra.>>
Io scivolai in bagno con il vestito tra le mani. Mi spogliai e, lentamente, indossai l’abito. Era senza spalline, scollato, aderente, lungo fino ai piedi, privo di spacchi. Aveva dei veli blu che scendevano dal retro del corpetto e con i quali potevo avvolgermi le spalle ed il busto.
Mi guardai allo specchio. Mi stava perfettamente. Era meraviglioso, elegantissimo.
Uscii dal bagno. Rodrigo, intento a guardare la tv, si volse verso di me. Mi fissò, senza pronunciare parola. Poi, mi si avvicinò e disse:
< < Può infilare i veli nelle braccia, così.>>
E mi mostrò come dovevo fare.
< < Le piace?>> domandò, guardandomi negli occhi.
< < È stupendo.>> sussurrai, quasi commossa. Mi rimirai nello specchio.
< < Non doveva.>> dissi severamente.
< < L’ho visto ed ho pensato a lei. Ancora non avevamo trovato un abito adatto. L’ho trovato io e gliel’ho comprato.>> replicò Vicarelli, fissando il mio riflesso nello specchio.
< < È bellissimo, sul serio...>> continuai, contemplandomi.
< < È adatto a lei.>> mi corresse Rodrigo.
Lo guardai.
< < Blu...>> bisbigliai, sorridendo.
Rodrigo Vicarelli scoppiò a ridere.
CAPITOLO SETTIMO
“Sei sempre nei nostri pensieri. In bocca al lupo per il trentuno. Ti vogliamo tanto bene, con affetto. Mamma e Papà”
Erano queste le dolci e semplici parole scritte sul biglietto bianco che accompagnava un grande mazzo di rose rosse il trentuno dicembre.
Erano passati due mesi da quando non vedevo i miei e mi mancavano molto. Sentivo mia madre per telefono ogni sera, ma non bastava mai.
Fui riportata alla realtà dalla voce di Rodrigo Vicarelli.
< < Elettra, mi dispiace disturbarla, ma è tardi. Farebbe meglio ad iniziare a prepararsi...>>
< < Sì, ha ragione.>>
< < Un taxi verrà a prenderci alle sette e mezza. Monsieur Mimiaugue ed il nipote ci aspettano già là.>> spiegò Vicarelli.
< < Bene.>> risposi io ansiosamente.
Estrassi dal beauty il mascara, ma Rodrigo mi fermò.
< < Signorina Elettra...>> sussurrò quasi con timidezza.
< < Cosa c’è?>> domandai, confusa.
< < Vede, è da molto che volevo dirglielo, e so che questo è il momento meno opportuno... ma, signorina, non deve essere in ansia. La vedo molto tesa in questi giorni, e ne capisco il motivo, però, mi creda, si deve rilassare.>>
Io sorrisi, intenerita dalla dolcezza e dalla premura di Vicarelli.
< < Professore, non si preoccupi.>> lo rassicurai.
< < Elettra, non finga con me. La conosco bene, e so che soffre.>>
Io, mortificata, abbassai lo sguardo.
< < Elettra, questa sera ci sarà anche Andrej Scerbatskij.>>
Fu come uno sparo. Mi sentii morire. Mi si gelò il sangue. Rimasi senza fiato. Non avevo parole. Potrei scrivere tante altre frasi del genere, ma nessuna parola varrebbe a spiegare ciò che provai.
< < Andrej?>> gli feci eco sottovoce.
Rodrigo annuì.
< < Come fa a saperlo?>> chiesi, stupefatta.
< < Mi sono procurato la lista degli invitati.>>
< < Quando?>> domandai, sempre più incredula.
Rodrigo esitò.
< < Due settimane fa.>>
Io, sbalordita, farfugliai:
< < E perché non me l’ha detto prima?>>
< < Temevo che sarebbe stato peggio, Elettra. Forse avrebbe rinunciato a venire o, peggio ancora, avrebbe confabulato chissà che cosa. No, sono convinto di aver fatto bene a non dire nulla. E, per evitare imbarazzi, ho voluto avvisarla ora.>>
Allibita, non sapevo cosa dire. Non capivo se dovevo essere arrabbiata o grata a Rodrigo.
< < Ora è diventato socio di un uomo molto importante, a S. Pietroburgo... si chiama Ghenadij von Piotrowski, non so se lo conosce... bene, la loro è un’azienda molto notevole e sono stati invitati tutti e due, questa sera.>> spiegò tutto d’un fiato Vicarelli.
< < Ma... abita a S. Pietroburgo?>> chiesi con un fil di voce.
< < Penso di sì... Elettra, non voglio che lei pensi che le abbia fatto un dispetto, non voglio nemmeno che creda che le abbia tenuto qualcosa nascosto. L’ho fatto per il suo bene... forse ho sbagliato a dirglielo solo ora, ma ho agito come ritenevo più giusto. Non sia arrabbiata con me, la prego. E si dimostri serena e forte questa sera, come ritengo che sia.>>
Mi accorsi che stavo per piangere. Il nervoso, l’ansia, l’angoscia e l’agitazione che mi scalpitavano nel cuore da diversi giorni stavano per esplodere. Stancamente, mi accasciai sul letto.
< < Signorina...>> biascicò Rodrigo tristemente, fissandomi.
Io mi coprii il volto e scoppiai in singhiozzi. Rodrigo si sedette vicino a me.
< < Oh, no, la prego... non pianga... non sia triste... oggi dev’essere una giornata felice per lei... è la sua serata... la prego, Elettra... oh, che stupido sono stato!>>
< < No, lei non c’entra niente...>> farfugliai io tra le lacrime.
< < Mi dispiace, Elettra, mi dispiace se le ho fatto del male... non era mia intenzione... non avrei mai voluto... Elettra, la prego, mi scusi... non avrei dovuto dirle nulla, o forse avrei dovuto parlarle prima...>>
< < No, no, non piango per questo... – l’interruppi io - ...è che mi illudevo di essere indifferente a lui, ed invece...>>
E scoppiai a piangere disperatamente. Rodrigo non mi abbracciava, ma era seduto accanto a me, e la sua vicinanza mi dava forza.
< < Elettra, lei è molto forte e dev’essere fiera di quello che ha fatto e di chi è diventata. Io... vedo una donna davanti a me.>>
Mi asciugai le lacrime.
< < Scusi se ho pianto...>> dissi umilmente.
< < Non deve nemmeno dirlo...>> ribatté Vicarelli.
< < Grazie per tutto quello che ha fatto e che continua a fare per me.>> sussurrai dolcemente.
< < Deve solo ringraziare se stessa di essere tanto forte...>>
< < Vado a vestirmi...>> dissi semplicemente.
Rodrigo mi osservò scivolare via.

CAPITOLO OTTAVO
Horace Mimiaugue, un completo azzurro cielo ed un papillon color crema, correva da una parte all’altra della sala. Nervoso, irrequieto ed eccitato, controllava che tutto fosse in ordine. Gli invitati sarebbero giunti tutti dopo le otto. L’orchestra era pronta e si scaldava con qualche melodia. Il buffet era servito e le tavole imbandite.
Dominique Mimiaugue indossava per la prima volta lo smoking che era appartenuto a suo padre. Gli stava divinamente. I riccioli biondi, gli occhi di smeraldo, il profumo inebriante, il portamento elegante e compito facevano di lui un vero ometto. Se solo non fosse stato così timido ed impacciato… pensava Horace, il nonno. Eppure, sapeva che, quella sera, Dominique era deciso o, per così dire tentato, di dichiarare i suoi sentimenti alla bella Elettra Floriani. Come non contraddirlo? Elettra era così bella… fine, elegante… e, nel frattempo, così superba, fredda e distaccata!
Horace scosse la testa.
< < Dominique! – strillò – Va’ a vedere se Monsieur Vicarelli e Mademoiselle Van Dinh sono arrivati!>>
Dominique non se lo fece ripetere. Scese le scale del palazzo di Mosca adibito, quella sera, a sede per la cerimonia dell’anniversario del Circolo di Poesia Vivre pour écrire ed aprì il grande portone. C’erano alcuni uomini, guardie del corpo, che controllavano e vigilavano in silenzio, senza proferire parola. Dominique, imbarazzato da quel silenzio, rientrò subito. Guardava attraverso le ampie e lussuose vetrate: scorse un taxi. La macchina frenò proprio davanti al portone. Un uomo scese dal taxi ed aprì la portiera destra. Una figura femminile apparve nel buio della notte, lucente di sensualità ed ubriaca di bellezza. Rodrigo Vicarelli ed Elettra Floriani si diressero verso l’entrata del palazzo. Dominique, imbarazzatissimo, corse lungo le scale e si nascose in una stanza. Udì la porta aprirsi e Rodrigo ed Elettra conversare sottovoce. Lei indossava una lunga pelliccia bianca ed i tacchi delle scarpe tintinnavano sul pavimento di marmo. Vicarelli portava un elegantissimo Chesterfield color antracite e le sue francesine nere riecheggiavano sulle scale. Dominique riusciva a vederli nascosto dietro la porta della stanza e li seguì con lo sguardo. Elettra aveva i capelli acconciati in uno chignon sulla nuca e un diadema d’argento che scintillava dei colori dell’arcobaleno. Dominique poté sentire l’intenso profumo di Elettra e ne respirò il dolce effluvio.

Andrej Scerbatskij ed Aliona Sniktina avevano preso l’aereo quella mattina ed ora si trovavano a Mosca. Ghenadij von Piotrowski, il socio di Andrej, non era potuto venire per motivi di salute.
Scerbatskij aveva portato con sé la bella Aliona, più raggiante e felice che mai. Le aveva comprato un abito bellissimo, lungo fino ai piedi, color del cielo, abbinato ad un paio di guanti bianchi in raso. La ragazza era splendida.
Ciò nonostante, Andrej non la riteneva all’altezza di partecipare ad un evento simile. Sarebbe stata presente tutta l’alta società russa, gli associati europei del Circolo di Poesia, scrittori illustri e celebri, persone dotte e colte, ricche ed intelligenti. Aliona certo era bella, ma ben poco educata ed attenta all’etichetta. Si esprimeva in modi volgari, era chiacchierona e poco compita, per niente composta e manierosa. Scerbatskij si chiedeva se fosse stato un errore condurla a Mosca.
Indossato l’elegante smoking, Scerbatskij si contemplò nello specchio della stanza dell’albergo. I capelli biondi, appena lavati, profumavano di balsamo. La pelle del viso, fresca e liscia, odorava di dopobarba. Andrej si fissò attentamente allo specchio.
Si accorse che il cuore gli batteva forte in petto. Un’emozione fortissima gli scorreva nel sangue. Non aveva fatto altro che pensare ad Elettra tutto il giorno ed ora che mancava meno di un’ora all’inizio del ricevimento si sentiva più eccitato che mai. Non la vedeva da quattro anni, dopotutto.
< < Andrej... – chiamò Aliona – ti piaccio?>>
La ragazza sfilò con vanità verso Scerbatskij, sorridendo con civetteria. Andrej sorrise appena, fissando il corpo della giovane.
< < Spogliati.>> disse il giovane uomo.
Aliona sorrise.
< < Ma dobbiamo andare, Andrej... non vorrai farlo ora...>> sussurrò, provocatoria e maliziosa.
< < No, infatti. – rispose Scerbatskij con ironica freddezza – Rivoglio l’abito di ritorno.>>
Aliona, stupita, sbatté le ciglia.
< < Perché?>>
< < Perché ho deciso di andare da solo.>>
< < Cosa?! Ma non puoi!>> strillò la ragazza, furiosa.
< < Certo che posso.>>
< < Ma è Capodanno, non puoi lasciarmi qui!!!>>
< < Infatti non ti lascio qui. Torni a S. Pietroburgo, mia cara. Non sono così ingenuo da lasciarti qui, potresti rubarmi persino l’asciugacapelli.>>
< < Ti odio!!! – urlò la ragazza, lanciando contro Scerbatskij una scarpa. – Ti odio, hai capito?!>>
< < Sì, sì, ho capito, non c’è bisogno di urlare. Chiamati un taxi. All’aeroporto dì che ti ci mando io, hai capito? Ciao. Buon anno.>>
< < Andrej, non puoi abbandonarmi qui!!! Andrej!!!>>
E Scerbatskij, una volta indossato il Chesterfield nero, uscì dalla stanza

CAPITOLO NONO
Ecco, ci siamo. Finalmente i nostri due protagonisti si incontrano.
Bene, non è un capitolo così semplice, così facile da descrivere. Direi forse che è il capitolo più complesso ed impegnativo che mi sia mai capitato finora.
Tutto questo perché è passato tanto tempo, tanto, tanto.
L’amore, il rancore, l’odio, il dolore ed i ricordi non sono mai svaniti, bensì sono accresciuti.
Tutto è divenuto più nitido, tutto è divenuto più lontano e più vicino: le parole inaspettate, i gesti imprevedibili, i baci rubati ad ogni semaforo rosso mi hanno accompagnato ogni notte per quattro anni nel mio letto, prima di addormentarmi, e sono stati gli eterni protagonisti dei miei sogni a lieto fine.
Come potrei descrivere, ora, in pochi paragrafi, ciò che non dimenticherò mai e che mi accompagnerà a dormire per tutta la vita? Il ricordo più sublime, più dolce, più eccitante ed emozionante che abbia, il momento più vero ed autentico di tutta la mia vita, in cui gioia e dolore, amore ed odio, verità e bugie si sono fusi in una pozione di magia, vellutata come l’aria e frenetica come la luce.
Perché quando io ho rivisto Andrej, e quando lui ha rivisto me, e quando i nostri sguardi si sono incrociati, quella sera, quel trentuno dicembre di tanto, tanto tempo fa, io non so scrivere cosa provai. Io non so scrivere niente. Io perdo tutto il mio dono. Io sono vuota di parole.
Io mi sento viva e mi sento innamorata, mi sento sola e mi sento infelice, mi sento donna e mi sento bambina, mi sento morta in un inferno d’amarezza e di solitudine.
Perché incrociare il suo sguardo è stato come morire. Ho risentito quell’ardore, quella fiamma, quel fuoco di desiderio e di ebbra felicità palpitarmi nell’animo.
I suoi occhi vitrei, assenti, freddi, intransigenti, imperturbabili erano per me. Dedicava il suo sguardo azzurro a me. E quell’istante di vita rimarrà per sempre scolpito tra i miei ricordi.
Rimarrà per me.
Non ho mai creduto al destino, non ho mai creduto al fato. Ho sempre pensato e sostenuto che ciò che vogliamo ce lo costruiamo da soli, che niente piove del cielo, che tutto è frutto del nostro impegno e della nostra costanza.
Ma Andrej… Andrej è stato il dono più bello di tutta la mia esistenza.
Io sognavo un amore così, sognavo una passione così, sognavo di vivere per qualcuno, di essere in ogni suo pensiero e di appartenergli, anima e corpo… ed è successo.
È successo con lui, è successo quel ventisei gennaio in quella discoteca, quando l’ho conosciuto, la prima volta che l’ho visto… è successo quando mi sono lasciata baciare nemmeno un’ora dopo, quando mi ha detto “ti amo” e quando ho fatto l’amore con lui per la prima volta.
Ed è successo quel trentuno dicembre di tanti anni fa, è successo in quella frazione di secondo, in quel fatale e fatidico millesimo di istante, in quella goccia di eternità che è la vita, in quell’attimo perpetuo ed eterno che non tornerà mai più.

CAPITOLO DECIMO
Horace Mimiaugue annunciava gli ospiti.
La sala era gremita di gente. Donne bellissime, agghindate nei loro lucenti abiti da sera, uomini affascinanti, imbellettati negli eleganti smoking, sorseggiavano drink conversando tra loro.
Andrej Scerbatskij, appoggiato ad una bianca colonna affusolata, beveva lentamente un cocktail, lo sguardo impercettibile, la posa rilassata e sciolta.
Dominique, il nipote di Horace Mimiaugue, faceva gli onori di casa. Rodrigo Vicarelli, sorridente ed affabile, accoglieva gli invitati con cordialità ed impeccabile eleganza. Fino a quando, Horace Mimiaugue, impettito e brioso, vivacemente mi annunciò.
L’orchestra suonava un valzer. La musica era bellissima, celestiale e dolce.
Io scendevo con raffinatezza la scalinata, illuminata dalla luce dell’enorme lampadario di cristallo, il volto appena chinato, un ciuffo di capelli sul viso. Tenevo il vestito blu con una mano guantata, nell’altra reggevo una piccola borsa di velluto, impreziosita da piume e perle. Potevo sentire gli sguardi di tutti su di me, ed io, ubriaca di piacere e d’imbarazzo, sorridevo, sorridevo con naturalezza, dolcemente.
Horace Mimiaugue decantava la mia bellezza, elencava gioioso i miei libri, le mie poesie, e rideva, rideva e sorrideva, indicandomi come l’icona della poesia. Io gli andai incontro. Camminavo con scioltezza, come se nulla fosse vero in quell’attimo, come se mi trovassi in un sogno, come se quella calda atmosfera fosse solo un’illusione.
Tutti mi guardavano, sentivo gli occhi degli uomini e delle donne puntati su di me, fissavano le mie movenze ed il mio bel vestito, il diadema che portavo tra i capelli e la bocca senza rossetto.
Mi avvicinai ad Horace Mimiaugue. Mi baciò la mano.
< < Eléo Van Dinh.>> disse semplicemente, e gli applausi scoppiarono, violenti e fragorosi.
Sorridevo, infinitamente grata di quella splendida accoglienza, soddisfatta dalla numerosa partecipazione, orgogliosa della mia persona. Tutto pareva un sogno. Mi pareva di trovarmi in un’atmosfera astratta e sinuosa: mi attraeva con i suoi miraggi camaleontici e mi ammaliava con la sua sconfinata bellezza.
Horace Mimiaugue si dilungò in un discorso senza senso, senza capo né coda, ed io ridevo tra me e me, lanciavo occhiate d’intesa a Rodrigo Vicarelli ed evitavo di proposito lo sguardo marcato ed insistente di Dominique.
Monsieur Mimiaugue terminò il suo discorso e gli ospiti ripresero a conversare tra loro. Io mi diressi verso Vicarelli. Mi abbracciò.
< < Elettra, è stata magnifica.>>
< < Ma non ho detto niente!>> esclamai io, ridendo.
< < Lo so, lo so... ma come ha camminato, con quale fierezza, con quale eleganza... sono orgoglioso di lei.>>
Io sorrisi. Rodrigo Vicarelli mi guardava con affetto. Dominique, timidamente, si avvicinò a noi.
< < Mademoiselle Van Dinh... desideravo parlarvi...>> sussurrò.
Io mi voltai.
< < Oh, Dominique... sì, va bene... ma più tardi, ok?>> risposi, un po’ imbarazzata.
Dominique annuì con incertezza e mi osservò scivolare via. Poi, si voltò verso Vicarelli.
< < Monsieur, credete che potrebbe mai amarmi?>>
Rodrigo, intenerito da quel giovane fiducioso e romantico, rispose in francese:
< < Credo che Mademoiselle Van Dinh sia una donna imprevedibile, Monsieur.>>
Dominique sospirò.
< < Siete molto innamorato?>> domandò Rodrigo.
< < Si vede tanto?>>
Vicarelli trattenne un sorriso.
< < No... solo che si capisce, almeno un po’...>>
< < Mademoiselle Van Dinh è tanto bella... è stupenda, meravigliosa. E poi, è così intelligente...>>
< < Sono perfettamente d’accordo.>>
Dominique sospirò nuovamente.
< < Ma ora, forza, non pensateci: ci aspetta una serata impegnativa!>>
Stavo parlando con uno scrittore che da molti anni partecipava alla celebrazione dell’anniversario del Circolo. Era molto simpatico e mi piaceva il suo modo di fare. Affianco a noi c’erano altri uomini ed io ero l’unica donna. Tutti mi davano del “voi”, mi parlavano in francese, russo ed inglese, ed io, disorientata ed insieme perfettamente a mio agio mi divertivo a saltare da una lingua all’altra.
Poi, d’un tratto, mi voltai. Feci per andarmene e mi diressi verso il buffet. Attraversai buona parte della sala e mi avvicinai all’ampia vetrata. All’improvviso, mi arrestai bruscamente. Appoggiato ad una colonna, un uomo mi dava le spalle. Non era molto alto, aveva spalle fragili e vita sottile, lo smoking nero sembrava calzargli un po’ grande, ed i capelli biondi gli cadevano morbidamente sulla nuca. Mi accorsi che stavo tremando. E lui sembrò capirlo, perché si voltò.
Fu un attimo.
La musica, le voci, la baraonda e la confusione, il tempo, lo spazio, tutto scomparve e tutto cessò di esistere. Sembra quasi scontato… sembra quasi scontato.
Eravamo io e lui.
Una donna ed un uomo.
Elettra ed Andrej.
Eléo Van Dinh ed uno sconosciuto che non avevo mai smesso di amare.
Istintivamente, accennai un sorriso. Lui non ricambiò, ma continuò a fissarmi. Quella freddezza, quella flemmatica durezza dello sguardo di vetro, quell’espressione lontana ed assente che mai avevo dimenticato mi infiammò l’anima.
Notai che mi si stava avvicinando. Paralizzata, non riuscivo a muovermi.
< < Ciao.>> mormorò lui.
Io, sconvolta, lo guardavo in silenzio.
< < Come stai?>> continuò Andrej.
Io sorrisi.
< < Bene. E tu?>>
< < Bene.>> rispose lui con semplicità.
Quante cose avrei voluto dire, quanti baci avrei voluto dargli, quanto odio avrei voluto far esplodere!
La musica cessò e gli applausi scoppiarono. Poi, la melodia riprese.
< < Vuoi ballare?>> domandai io, senza staccargli gli occhi di dosso.
Lui sorrise.
< < ... Vuoi solo ballare?>> chiese lui, fissandomi negli occhi.
Io esitai.
< < Sì... sì, credo di sì.>> risposi.
Lui mi prese tra le braccia ed io avvertii un brivido.
Mi fece volteggiare con delicatezza, con maestria, con morbidezza, proprio come allora.
Ed io mi strinsi a lui, tremando e, proprio come allora, lasciai che quel sogno prendesse vita.

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