Le
Rubriche
di
Nokoss

Io volevo solo ballare - #5

di Eleonora Tonon - 22/08/2007
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CAPITOLO UNDICESIMO
Tutti si chiedevano chi fosse e tutti conoscevano la sua identità.
Andrej Scerbatskij, il noto uomo d’affari di S. Pietroburgo, freddo ed impertinente giovane assetato d’odio, frequentatore assiduo di locali notturni dalla dubbia fama, socio del potente Ghenadij Von Piotrowski, avvelenato dal rancore e dalla rabbia.
Egli stringeva tra le sue braccia Eléo Van Dinh, ed ella lo guardava rapita, incantata dal fascino di quel demonio.

Potevo sentire gli sguardi di tutti su di noi, mentre volteggiavamo, gli occhi tuffati nell’altro.
La musica era soave, elegante, d’altri tempi. E lui mi teneva lieve, delicatamente, sfiorava le mie mani guantate ed io rabbrividivo.
< < Non credevo che sapessi ballare il valzer.>> dissi io, sorridendo.
< < Neanch’io lo credevo.>> rispose lui, ironico.
Ridemmo.
Ballavamo, ballavamo cullati dal sogno, ballavamo in quella dimensione senza tempo, senza età, senza spazio, senza senso. Tutto era assurdo e tutto era meravigliosamente vero.
D’un tratto, lui mi chiese:
< < Come puoi non odiarmi?>>
Io abbassai lo sguardo. Lui mi fissava, impaziente di una risposta. Alzai gli occhi verso di lui.
< < Non me ne hai dato la possibilità.>> risposi mestamente.
< < Ed invece ho fatto di tutto per farmi odiare da te.>>
< < Sì, forse... ma io ti ho odiato di un amore immenso.>>
Lui sorrise appena, lusingato.
< < Elettra, io...>>
Quella sera era la prima volta che mi chiamava per nome.
< < No, non dire niente...>> l’interruppi io.
< < Non posso tacere.>> ribatté Andrej, scuotendo la testa.
< < No, non è vero... hai scelto molto tempo fa di tacere, quando mi hai negato una spiegazione.>>
< < L’ho fatto per il tuo bene.>>
< < Come puoi dire parole simili?>> dissi io, accorgendomi che gli occhi mi si stavano appannando di lacrime.
< < Se tu solo mi ascoltassi...>> bisbigliò lui, avvicinando il suo corpo al mio.
Credetti che potesse udire il battito del mio cuore, tanto mi palpitava in petto.
< < Dopo la mezzanotte, scendi le scale. – sussurrò Andrej al mio orecchio – Io ti aspetterò giù, in un taxi. Poi, andremo al mio albergo. E ti dirò tutto ciò che meriti di sapere.>>
< < Non hai il diritto di avere una seconda possibilità.>> sibilai amaramente.
< < Hai ragione... ma tu hai il diritto di sapere.>> mormorò Andrej.
Io esitai.
< < Forse, adesso non mi interessa più... è passato troppo tempo.>>
Andrej scosse la testa.
< < Non ci credo, è impossibile. Ti conosco, tu pretendi di andare sempre a fondo, in ogni cosa.>>
< < Sono cambiata.>>
< < No, non è vero... sei sempre la mia Elettra.>> bisbigliò Andrej, appoggiando la sua guancia alla mia.
Io, imbarazzata, sentii che stavo arrossendo.
< < Come fai ad esserne convinto?>> chiesi, titubante.
Lui sorrise.
< < Basta guardarti.>> rispose dolcemente.
La musica si affievolì piano piano. Io ed Andrej ci fermammo. Gli ospiti applaudivano, estasiati.
< < Forse... dovremmo lasciarci, ora.>> mormorai, fissandolo.
Andrej mi guardava.
< < Non ti lascerò più.>>
Io lo guardai, mi voltai, e scivolai via.

Rodrigo Vicarelli mi chiese di ballare.
< < Elettra, devo parlarle...>> bisbigliò, avvicinandomisi.
< < Sì, lo so... immagino già cosa voglia dirmi...>> risposi, rassegnata.
Lui mi prese tra le braccia.
< < Mi ascolti bene... lei è libera di fare ciò che vuole, di comportarsi come desidera, di frequentare chi le interessa, ma si ricordi che questa è una serata importante per il Circolo, e lei non si deve permettere di trascurare i suoi ospiti.>> disse severamente.
< < Lo so, ha perfettamente ragione.>> risposi io a capo chino.
< < Bene, sono felice che lei capisca.>>
< < Mi dispiace, professore, mi dispiace che sia deluso da me.>>
Rodrigo sospirò.
< < Elettra, non sono affatto deluso... no, affatto... ma mi preoccupo per lei. E per il Circolo.>>
< < Bene, allora non si preoccupi, perché so quello che faccio... non si preoccupi per il Circolo, professore, perché per me è la cosa più importante, prima dell’amore, prima di me stessa. Se lo ricordi...>> sussurrai altrettanto severamente.
< < Sì, lo so.>> si limitò a dire Rodrigo, catturato dalla mia determinazione.
Ballammo senza proferire parola per qualche minuto, poi, lui disse:
< < Elettra, la prego, stia attenta... Non voglio che soffra.>>
Io sorrisi con amarezza.
< < Non potrei soffrire più di quanto abbia già sofferto.>>
CAPITOLO DODICESIMO
Era la mezzanotte.
Dopo i vari ringraziamenti, gli ospiti erano accorsi a festeggiare la mezzanotte nelle ampie terrazze ad osservare entusiasti i fuochi d’artificio. C’era una baraonda generale, lampi di luce e botti di folgore squarciavano il cielo illuminato a festa, la musica impazziva gioiosamente e gli ospiti erano tutti impegnati nello scambiarsi gli auguri.
Dominique Mimiaugue fu, probabilmente, il solo a vedermi. Io, guardinga, corsi verso la sala dove avevo lasciato la pelliccia. La indossai e scesi le scale. Solo allora, mi accorsi dello sguardo di Dominique fisso su di me e mi voltai verso di lui. Lui esitò.
< < Mademoiselle Van Dinh...>> sussurrò con tristezza.
< < Non dite nulla, vi prego...>> mormorai con un sorriso dolcemente supplichevole.
< < Non dirò niente, ma voi... non andate da lui.>> disse il ragazzo, avvicinandomisi.
< < Non andrei solo per farvi un piacere, mon ami. Ma, se non andassi, tradirei il mio cuore... Potete capirlo?>>
< < Capisco perfettamente, Mademoiselle...>> sussurrò sottovoce, abbassando lo sguardo.
Io feci per andarmene, ma lui mi trattenne.
< < Elettra... – mi chiamò con un improvviso impeto di sicurezza – Anch’io tradirei il mio cuore, se non vi dicessi quanto vi amo.>>
< < Vi supplico... se mi amate, dimenticatemi.>> mormorai, amareggiata.
< < Lo farei per esaudire una vostra richiesta, Mademoiselle... ma tradirei il mio cuore.>>
Io sorrisi.
< < Buon anno, Dominique.>>
< < Buon anno a voi, Mademoiselle.>>

Andrej Scerbatskij la stava aspettando da una decina di minuti. Quella manciata di tempo era parsa interminabile. Aveva atteso per quattro anni, ma ora, quei pochi minuti erano sembrati un’eternità.
Quant’era bella. Quant’era bella… pensava Andrej.
Le avrebbe rivelato tutto. Le avrebbe detto che non aveva mai smesso di amarla.

Sul ciglio della strada era parcheggiato un taxi.
Avevo il cuore in gola. Non provavo quella sensazione da tanto tempo. Incerta ed elettrizzata, euforica ed ansiosa, confusa e felice mi precipitai verso la macchina. Aprii la portiera. Andrej era seduto dietro e guardava fuori dal finestrino. Fu stupito di vedermi arrivare.
< < Non ti avevo vista...>> disse, scusandosi.
< < Non importa, sono qui.>> mormorai, sedendomi vicino a lui.
Andrej fece un cenno al tassista ed in russo gli ordinò con autorità:
< < Hotel Metropole.>>
La macchina partì. Andrej mi prese la mano.
< < Temevo che non saresti più venuta...>>
< < Ed io temo ancora che tutto questo sia un sogno.>>
< < Il sogno sei tu.>>
Avvicinò il suo volto al mio.
Non volevo, non volevo, non volevo… tutto come allora.
Eppure, contro la mia volontà, ma fedele al mio cuore, chiusi gli occhi e lasciai che mi sfiorasse le labbra con la sua bocca.
CAPITOLO TREDICESIMO
Una volta arrivati all’Hotel Metropole, Andrej si diresse con decisione verso la reception e chiese le chiavi. Intimò al receptionist che non doveva essere disturbato per nessun motivo.
Prendemmo l’ascensore.
Andrej mi guardava, in silenzio. Mi sentivo spogliata dal suo sguardo disarmante, inerme dinanzi a tanta sicurezza, tanta freddezza, tanta passione degli occhi.
< < Ecco, siamo arrivati.>> disse, facendomi cenno di scendere dall’ascensore.
Introdusse le chiavi nella serratura ed aprì la porta. La luce si accese. Sul letto matrimoniale era steso un sontuoso abito azzurro.
< < Di chi è?>> domandai, perplessa.
< < Della ragazza con cui sono venuto.>> rispose Andrej con semplicità.
Io, senza capire, lo guardai, accigliata.
< < Sì, volevo presentarmi con lei, ma poi ho cambiato idea.>> soggiunse Andrej.
< < È la tua ragazza?>>
Andrej scoppiò a ridere.
< < È una puttana.>>
Io, stupita, lo fissavo senza capire.
< < La pagavo per fingere di essere la mia ragazza, sì. Da circa tre settimane... non è stata l’unica in questi anni, devo essere sincero. Ce ne sono state molte. Ma non mi ricordo di nessuna.>>
Io, allibita, lo ascoltavo in silenzio, sbattendo le palpebre.
< < Credo che te l’aspettassi...>> disse poi, guardandomi.
< < Sì, ma forse non ero pronta ad ammetterlo.>> risposi, sconfortata.
Lui mi si avvicinò.
< < E tu... invece? A chi sei appartenuta?>>
Io, accigliata, abbassai lo sguardo.
Lui mi prese il mento e mi costrinse a guardarlo negli occhi.
< < Non posso pensare che tu sia stata con qualcun altro... ho sempre creduto che non ne saresti stata capace... anche, se, comunque, avresti fatto bene.>> bisbigliò, fissandomi.
Sorrisi, amareggiata.
< < Sì, è vero. Avrei fatto bene. Ma, come dici tu, non ne sono stata capace...>>
Andrej mi abbracciò forte, forte, forte.
< < Sei stata il mio pensiero ogni giorno, il mio sogno ogni notte, la mia vita nella mia morte, sempre.>> mormorò con voce spezzata.
Io mi abbandonai a quell’abbraccio, intenso, forte, stupendo.
< < Tu non puoi neanche immaginare quanto ti abbia amata...>> soggiunse.
Mi accorsi che stava piangendo.
< < Andrej, come hai potuto... come hai potuto sparire così, senza una spiegazione?>> mormorai, sconsolata, trattenendo le lacrime.
< < Perdonami, perdonami...>> ripeté tristemente, stringendomi.
Io tacevo, senza sapere cosa dire. Lui mi stringeva forte ed affondò il volto nel mio seno.
< < Quanto mi sei mancata...>> bisbigliò tra le lacrime.
Andrej parve ricomporsi. Si scostò dal mio corpo, si asciugò gli occhi e si voltò, dandomi le spalle.
< < Parla, raccontami tutto...>> pregai.
< < Sì.>> rispose semplicemente lui, sospirando.
Anch’io esalai un grosso sospiro.
Andrej si voltò verso di me. Mi osservò per qualche attimo, in silenzio. Poi, disse:
< < Mio padre è stato ucciso.>>
Io, scioccata, lo fissavo.
< < Quattordici anni fa, esattamente oggi, questa notte, mio padre moriva.>> ripeté con leggerezza la drammaticità di quelle parole.
< < So chi è stato, ma avevo undici anni, non potevo fare niente. Così siamo venuti in Italia, io e mia madre. Lei era incinta di Mitia, mio fratello.>> spiegò Andrej.
Io, in silenzio, mi accasciai su una poltroncina.
< < So chi è stato... so chi è stato. – mormorò Andrej, guardando nel vuoto – E farò di tutto per fargliela pagare.>>
Io deglutii, senza respiro.
< < Quattro anni fa, quando tu mi chiedevi quale fosse il mio lavoro... ricordi? Non ti rispondevo, mai. Mai. Ma non perché mi vergognassi di quello che facevo... non mi vergogno di quello che faccio, anzi, ne sono fiero. Perché io farò esattamente ciò che loro hanno fatto a me ed alla mia famiglia, quattordici anni fa. Solo che lo raddoppierò. Lo triplicherò. Lo moltiplicherò. Per tutti gli anni che sono passati...>>
Io abbassai lo sguardo e mi coprii il volto con le mani, esausta di tutto quel dolore.
< < Perdonami, perdonami... non vorrei dirti nulla, non vorrei raccontarti niente. Non avrei dovuto. Eppure sono obbligato a farlo, perché io ti amo, Elettra, ti amo da morire. Sei il regalo più bello della mia vita e perderti è da sciocchi. Rinunciare a te è da pazzi. Sei meravigliosa, sei stupenda. Non ho mai conosciuto qualcuno come te. Sapevi trovare la gioia in ogni mia parola, sapevi darmi il sorriso ogni volta, sapevi rallegrarmi, sempre... sei speciale. Ed io, come potevo inquinare, sporcare, infettare quella tua ingenuità? Come potevo? Sarei stato un mostro. E così... così non ti ho detto niente.>>
Io trattenevo a stento i singhiozzi.
< < Ti ho lasciata perché ero stato minacciato di perderti da loro, ecco la verità. Ho agito da bastardo, ecco. Sono stato orribile, un mostro. Ma speravo che mi avresti odiato, speravo che mi avresti dimenticato e ti saresti innamorata di qualcun altro, di qualcuno di più semplice, più solare, più dolce di me, qualcuno che ti avrebbe dato quella poesia che io non sono mai riuscito a darti.>>
Le lacrime presero il sopravvento su di me. Piangevo, piangevo disperatamente.
< < Elettra... ti prego, piccola... non piangere... perdonami... perdonami...>>
Fu la scena più straziante alla quale assistetti. Andrej si buttò ai miei piedi ed appoggiò il viso sulle mie ginocchia, e continuava a ripetere di perdonarlo, mentre io singhiozzavo. Fu orribile… disperatamente orribile. Così triste, così straziante… Come poteva ridursi l’uomo, per amore e per odio, compresi in quell’istante. Come poteva perdere la dignità, cadere nella disperazione, affondare nel dolore, perdersi in un nero baratro di vendetta e costernazione…
< < Andrej... Andrej, alzati, ti prego...>> biascicai, piangendo.
Lui mi si avvicinò e mi baciò le labbra. Io lo strinsi forte, con le mani al collo, e lui mi prese in braccio. Mi tolse con foga la pelliccia, mi baciò il collo.
< < Elettra, non sai quanto ti amo... non puoi sapere quanto ti ho pensata... non puoi nemmeno immaginarlo... perdonami... ti amo, ti amo...>> sussurrava esacerbatamente, tra un bacio e l’altro.
< < Non ti ho mai dimenticato, non avrei potuto.>> dissi io ad occhi chiusi, stretta al suo petto.
< < Ti voglio.>> disse Andrej con passione.
< < Non ho mai smesso di pensarti...>> continuai io, sempre ad occhi chiusi.
Lui mi gettò sul letto.
< < Nessuno ti assomigliava, nessuno era come te... c’erano tanti, tanti ragazzi, ma nessuno poteva sostituirti... nessuno... perché io ero innamorata di te...>> bisbigliavo io senza tregua.
< < Mi sei mancata da morire...>> mormorò lui, baciandomi il collo.
Io gli tolsi la giacca. Lui mi baciava le labbra con foga, con ardore. Poi, d’un tratto, si fermò e mi fissò negli occhi.
< < Quanto sei bella...>> sussurrò languidamente, magnetizzato dal colore scarlatto delle mie labbra struccate.
< < Sei una donna.>> affermò Andrej.
Io lo guardavo, senza dire niente.
< < ... ma nei tuoi occhi vedo ancora la bambina che ho conosciuto il ventisei gennaio, all’Arador...>>
< < Ti ricordi?>> domandai, eccitata e sorridente.
< < Come potrei dimenticare... è stato il giorno più importante della mia vita. Mi ha dato te...>>
< < Ti amo, Andrej.>> sussurrai felicemente.
< < Anch’io ti amo, ti amo tanto. Non ho mai smesso di amarti.>>
Io lo fissavo, languida e sensuale. Lui contraccambiava il mio sguardo, ed io sapevo che mi voleva, glielo leggevo negli occhi e lo potevo capire dal suo respiro.
Mi baciò tenendo gli occhi aperti. Il suo sguardo errava sul mio corpo, esattamente come allora. Mi girò con forza e mi tolse il vestito. Rimasi quasi nuda sotto di lui. Mi sciolse i capelli, tolse il diadema e lo poggiò sul comodino vicino al letto. Mi accarezzò i capelli, riccioli mori e ciuffi lisci che mi solleticavano la schiena.
< < Come ti sono cresciuti...>> mormorò con un sorriso.
< < Sei bellissima, Elettra...>>
Mi baciò il collo, ancora, forte, ancora, forte…
Sentivo la sua bocca vagare furiosamente sul mio corpo, ricoprirmi dei suoi baci… Avevo gli occhi chiusi, piangevo di tristezza e gemevo di piacere. Contorta in quel lacerante bisogno d’amore, sospiravo stancamente di quella fulgida bellezza, cosciente dei suoi occhi fissi su di me, consapevole di quell’attimo meraviglioso ed etereo.
Credevo di sentire il profumo della nebbia, come quel primo marzo di tanto tempo prima.
CAPITOLO QUATTORDICESIMO
Il silenzio, bianco ed impercettibile, era l’eco dei nostri respiri.
Andrej, il viso sul mio seno, teneva gli occhi chiusi. Io lo guardavo teneramente e l’accarezzavo con lentezza. Lui iniziò a canticchiare. Era la nostra canzone.
Lo abbracciai e scoppiai a ridere. Lui aprì gli occhi e mi guardò.
< < Sono così contento...>>
< < Anch’io...>>
Seguì un attimo di silenzio.
< < Cosa succederà ora?>> domandai, preoccupata.
< < Perché devi sempre chiederti cosa accadrà?>>
< < Sai come sono...>>
Lui mi guardò. Mi accarezzò le labbra imbronciate.
< < Ti amo, ecco cosa succederà dopo.>> mormorò, sorridendomi.
< < Morirei se ti perdessi di nuovo.>> bisbigliai.
< < Non mi perderai più. Non mi hai mai perso, in realtà.>>
< < Ho paura, Andrej, ho paura.>> confessai, accasciandomi sul letto e raggomitolandomi su me stessa.
Lui mi abbracciò ed io appoggiai il viso al suo petto.
< < Di cosa?>> chiese lui con un sospiro.
< < Di cosa potresti fare.>>
< < Quello che farò non riguarda noi due... tu non c’entri niente. Tu devi stare tranquilla.>> mi rassicurò.
< < Ma se...>> sussurrai io.
Andrej mi interruppe:
< < Elettra, non pensare. Non pensare a niente. Pensa solo che ti amo.>>
Io lo strinsi forte e lui mi baciò la fronte.
< < Rimani qui, con me, stanotte...>> pregò lui sottovoce.
< < Sai che non posso.>>
< < Perché?>> domandò lui.
Era lo stesso tono: buffo e stizzito.
< < Devo tornare in albergo, Rodrigo mi starà aspettando. Ho addirittura lasciato la cerimonia, si sarà molto arrabbiato.>>
< < Ma scusa, non penso che dorma con te...>> replicò Andrej.
Io sorrisi.
< < Ed invece sì. Ci hanno dato una matrimoniale, per sbaglio.>>
< < E dormite nello stesso letto?>> domandò, stupito.
Io scoppiai a ridere.
< < Sei geloso?>>
< < No, tranquilla.>>
< < Dai, come no!>> esclamai, ridendo.
< < Forse un po’...>> rivelò lui.
< < Dai, dillo, dillo!>> lo spronai io, come una bambina.
< < Va bene, sono geloso...>> si arrese lui, con un sorriso.
< < Bene, non hai niente per cui essere geloso.>> lo rassicurai.
< < Ma figurati, di uno come lui, poi... invece, ho visto come ti guardava il nipote del tipo... come si chiama... avanti, quello francese!>> notò Andrej.
< < Ah, intendi Dominique?>>
< < Sì, esatto, proprio lui. Eh, allora?!>>
Io scoppiai a ridere.
< < Sì, è vero... gli piaccio.>> ammisi.
< < Poi, qualcun altro? Tanto, ormai siamo in vena...>>
Io ridevo.
< < Elettra, mi sposeresti?>> chiese inaspettatamente.
Io, accigliata, lo guardai.
< < Come?>>
< < Sì... mi sposeresti?>> ripeté Andrej.
Io arrossii.
< < Ma dici per scherzo, o sul serio?...>>
< < No, no... sul serio.>>
Io esitai.
< < Credo di sì.>>
Andrej mi abbracciò.
< < Allora fai finta di essere sposata con me. Fai finta di essere mia moglie, fai finta di aspettarmi per cena... fai finta di avere un anello al dito... fai finta di voler trascorrere la tua vita con me...>>
< < Non occorre fingere, lo voglio davvero.>> sussurrai dolcemente.
Lui mi fissava.
< < Se potessi, se solo potessi... ti sposerei sul serio.>>
Io lo guardavo.
< < ... Ma non posso, non posso.>> soggiunse, scuotendo il capo.
Io, sorpresa, attendevo una spiegazione.
< < Elettra, la verità è che mi controllano. Sanno tutto di me, o quasi. E faranno di tutto per finirmi. Non posso rischiare di metterti in pericolo. Ti amo, e proprio per questo ho rinunciato a te, quattro anni fa. Ora non voglio sprecare il dolore che ho passato. Dobbiamo fingere che questo non sia mai successo.>>
< < Non puoi chiedermi questo...>> dissi io, spaventata.
< < Lo so, è atroce... ma io devo proteggerti. Ti prometto che farò di tutto per vederti, di tutto. Ma fino a quando non sarà finita, non potremo stare insieme.>>
< < Ma Andrej, io... come faccio?>> mormorai, angosciata.
< < Non lo so... – rispose lui, scuotendo la testa ed abbassando lo sguardo. Poi, mi guardò nuovamente – Però mi ami... saresti capace di vivere così? Sei libera, sei libera di fare quello che vuoi.>>
Io, allibita, non sapevo cosa dire.
< < Scegli tu.>> ribadì Andrej.
< < Non puoi dare la responsabilità di una decisione simile solo a me! Non puoi pretendere che ti risponda, ora, da sola... devi aiutarmi tu.>> sbottai io.
< < Hai ragione. Elettra, io vorrei che tu ci provassi. Fallo per me. E fallo per quello che senti. Non ti posso dire altro... solo che ti amo tanto, che vivo per te, che vivo per averti e farei di tutto per stare insieme a te. Ti amo da morire... sei la cosa più bella che mi sia mai capitata.>>
CAPITOLO QUINDICESIMO
Scelsi di stare con lui.
Da quel giorno ebbe inizio un’esistenza tormentata, angosciosa, irrequieta, ma tanto, tanto felice.
Non potevamo telefonarci, mai. Nessuno sapeva niente, nessuno, nemmeno gli amici più cari, nemmeno i genitori, proprio nessuno.
Ci vedevamo assai di rado. Andrej veniva a Parigi, oppure ci incontravamo durante i miei viaggi, a Berlino, Amburgo, Bruxelles, e tante altre città.
Durò due mesi e mezzo, quasi tre.
Era metà febbraio, circa.
I congressi e gli incontri ad Helsinki, Oslo e Stoccolma erano terminati. L’attività del Circolo di Poesia Vivre pour écrire pareva essersi tranquillizzata.
Horace e Dominique Mimiaugue avevano fatto ritorno a Lille: Horace più che soddisfatto della riuscita dell’evento, Dominique infelice.
Rodrigo Vicarelli, invece, doveva aver intuito qualcosa. Ogni tanto mi stuzzicava con domande ambigue, fissandomi negli occhi e scorgendo la mia paura. Ma io sostenevo quella buffa e bislacca farsa, a testa alta, con orgoglio.
Non ho mai mentito in vita mia come allora. Ed io odio mentire, non ne sono capace. Tutti, infatti, sapevano che nascondevo qualcosa, praticamente tutti, anche se nessuno osava dirlo. L’unico, coerente e fedele alle sue sensazioni, era Rodrigo. Affascinante e nobile figura di poesia, spiccava per lealtà ed onestà.
< < Elettra – mi aveva detto un giorno – So che vi vedete, lo so. E non perché l’abbia seguita o chissà cosa... mi basta guardarla negli occhi per capirlo.>>
Io non avevo detto niente.

Un uomo dall’aspetto burbero ed i capelli arruffati, abbigliato miseramente, tossiva con fatica lungo la strada.
I passanti lo guardavano a malapena, inorriditi dal suo aspetto.
L’uomo, che forse un tempo era stato affascinante, vagabondava dicendo frasi folli e senza senso. Tutti lo credevano un pazzo, naturalmente, un povero mendicante fuori di senno.
Firenze era meravigliosa, in quel mese dell’anno. L’inverno pareva sfumare e lasciare spazio alla dolcezza ed al tepore della primavera.
Alfio Maranesi, però, certo non si curava del paesaggio e dello spettacolare e suggestivo scenario della città fiorentina. Stava molto male: stanco, affaticato, provato da tanti anni di miseria e di rovina, appesantito dalle umiliazioni subite, serbava nell’animo un rancore ed una follia omicida disumane.
Meditava con rabbia la sua vendetta su Edoardo Visconti ed Andrej Scerbatskij, gli uomini che odiava di più tra tutte le persone che aveva conosciuto nella sua vita.
Era stato un nobile, una volta: ricco, colto, possidente di molte terre e proprietà, affascinante single in carriera; uomo scaltro e senza scrupoli, disposto a tutto per ottenere ciò che si era prefissato. Ma ora, ora… ora era un povero disgraziato, un misero qualunque, un abietto ed uno spregevole, una nullità.
Dopo aver perso, grazie ad Andrej Scerbatskij, tutti i suoi possedimenti e la villa di Milano, abitava in una catapecchia fatiscente nella periferia di Firenze.
Dopo il fallimento dell’azienda, non aveva più trovato lavoro. Tutti lo mettevano all’indice come speculatore, ladro ed imbroglione.
Inoltre, aveva perso tutte le amicizie e non era più gradito da nessuna di coloro che, tempo addietro, si faceva chiamare amante, fidanzata o chissà cosa.
Come poteva decadere, un grande uomo!
Ma Maranesi, in quegli ultimi mesi, era riuscito, con l’abilità e il gran ciarlare che gli erano propri, a procurarsi dei nuovi “amici”, pronti a soddisfare ogni sua richiesta.
CAPITOLO SEDICESIMO
Andrej Scerbatskij richiuse il giornale, sconvolto.
Era più che allibito ma, come al solito, si tratteneva, non dando a vedere il suo stupore.
Il giovane uomo sedeva al bar di Matteo, il vecchio amico che anche Elettra aveva conosciuto.
Una cameriera gli portò il caffè. Andrej si accese una sigaretta, confuso. Aveva appena letto che Edoardo Visconti era stato trovato ucciso, quella mattina, nella sua casa, a Roma.

Un po’ frastornata, posai le valigie nella mia macchina.
Ero appena scesa dall’aereo ed avevo appuntamento dai miei, quel giorno, mentre, quella stessa sera, avrei rivisto Andrej dopo circa una settimana e mezza che non lo vedevo. Dopotutto, quel giovedì era S. Valentino.
Nel pomeriggio, feci una visita inaspettata a Paola, la mia migliore amica.
Fu contentissima di vedermi. Disse che ero cambiata, che ero ancora più bella, che non mi avrebbe riconosciuta. Mi raccontò delle esperienze che aveva fatto, del suo nuovo ragazzo, della convivenza con lui e del nuovo impiego presso una galleria d’arte.
Le chiesi se era contenta, dato che aveva frequentato un istituto artistico ed il suo sogno era sempre stato quello di dipingere. Disse che era felicissima e che non aveva mai creduto di potercela fare.
E poi mi chiese di Andrej. Con Paola non seppi mentire, non riuscii a fingere. Così le raccontai tutto, ne avevo bisogno, dovevo sfogarmi. Lei mi abbracciò forte, disse che dovevo stare attenta, che era pericoloso e mi consigliò di chiudere, anche se sapeva che non l’avrei mai fatto. Io, infatti, sorrisi e scossi la testa.
Più tardi, mi recai in un Hotel a Pordenone dove avevo appuntamento con Andrej.
Quale fu il mio stupore quando, alla reception, trovai un messaggio per me da parte sua.
Diceva più o meno così:
“Ele, mi dispiace da morire non essere potuto venire, ma ho avuto un impegno improvviso. Ti prego, scusami, non sai quanto mi dispiace. È successa una cosa terribile: leggi il giornale di oggi e capirai. Adesso sono a Roma. Ti prometto che ti telefonerò più tardi da una cabina. Ti amo, tuo A.”
La receptionist mi spiegò che il biglietto era stato portato quella stessa mattina da un uomo di nome Matteo, sulla trentina, e che aveva detto di lasciare il suo nome in caso di bisogno.
Io la ringraziai e corsi al bar di Matteo.
CAPITOLO DICIASSETTESIMO
Eravamo a casa mia, a Parigi, alcuni giorni dopo.
Andrej era molto teso e nervoso.
< < Elettra... l’omicidio di Edoardo Visconti è un segnale, capisci?>> sussurrò, guardandomi negli occhi.
Io, che mi sentivo, in quel periodo, più debole ed affaticata del solito, lo ascoltavo in silenzio.
< < Cosa intendi dire?>> domandai sottovoce.
Andrej mi si avvicinò.
< < Quattro anni fa, sono stato io a far fallire l’azienda di Alfio Maranesi. Ti ricordi di lui?>>
< < Sì... ma cosa c’entra Maranesi, adesso?>> chiesi io, insofferente.
< < Non capisci proprio? Maranesi ha perso tutto, la casa, l’azienda, tutto! E nessuno l’ha aiutato, Edoardo Visconti per primo. Loro erano molto amici, ti ricordi?>>
Io annuii.
< < Bene, Maranesi è scomparso. Nessuno ha più saputo niente di lui, né io l’ho più visto. È per questo motivo che sono convinto che sia coinvolto nell’assassinio di Edoardo Visconti.>>
< < Cosa?>> feci io, accigliata.
Andrej mi guardò dritto negli occhi.
< < Andrej, avanti, non penso che sia vendicativo fino a questo punto...>>
< < Elettra, sei troppo ingenua...>> disse Andrej, sorridendo.
Io, suscettibile e lunatica com’ero in quei giorni, scattai subito.
< < Non sono ingenua!>> esclamai, irritata.
< < Ok, calmati...>> disse Andrej, stupito da quella mia eccessiva reazione.
< < Comunque – continuò – Maranesi non può essere sparito nel nulla. E di sicuro mi odia, mi odia da morire. Sono stato io a farlo fallire, d’altronde. Ed Edoardo gli ha negato il suo aiuto.>>
< < Pensi che ora Maranesi ti possa fare del male?>> bisbigliai, perplessa.
Andrej mi guardò.
< < Tu cosa ne dici?>> domandò con ironia.
< < Andrej, non è il momento di scherzare.>> affermai con decisione, scuotendo la testa.
< < Almeno io la prendo con filosofia...>> notò, sorridendo.
< < Ma perché hai fatto fallire la sua azienda?>>
Andrej si schiarì la voce.
< < Quando all’inizio andavo a S. Pietroburgo e ti dicevo che lavoravo, era una mezza verità... – Io lo fissavo, attenta – Ecco, lavoravo con Ghenadij von Piotrowski, ma non lavoravo proprio per lui... spedivo della merce, illegalmente, a Visconti e Maranesi. Maranesi la rivendeva, spacciandola per sua, utilizzando la sua azienda.>>
Io, sbigottita, esclamai:
< < E Ghenadij non si è mai accorto di niente?>>
< < No, affatto: Ghenadij sosteneva le mie operazioni, altroché!>> rispose Andrej, ridendo.
< < Ma perché?>> domandai, senza riuscire a capire.
< < Perché prima o poi sarebbe fruttato anche a noi, logico, no?>> ribatté Andrej.
< < Non capisco...>>
< < Quando ho fatto fallire l’azienda di Maranesi, ho assorbito tutti i suoi titoli. Ecco perché l’azienda di Von Piotrowski ora è così potente.>> spiegò Andrej.
< < Oh...>>
Mi abbracciò.
< < Piccola, tu sarai esperta di versi e rime, ma sei tanto dolce e bambina...>>
Io sorrisi debolmente.
< < Andrej, sto male...>> confessai.
< < Perché, cosa c’è?>> chiese Andrej, preoccupato.
< < Non lo so, non mi sento molto bene, ultimamente...>>
< < Sarà lo stress, piccina. Non farmi preoccupare, però...>>
< < Oh, avanti, non esagerare... non sto troppo bene, tutto qui.>>
< < Vedrai, ti passerà presto. Devi solo riposare un po’.>> consigliò Andrej.
Io annui.
< < Ti amo, Elettra, ti amo tanto...>>
CAPITOLO DICIOTTESIMO
Il tramonto infuocava nel cielo, scarlatto e purpureo delle fiamme dell’inferno.
Era la serata ideale.
Scerbatskij aveva studiato tutto nei minimi particolari. Sapeva che Piotr Platonovic Nekràsov sarebbe rincasato verso le cinque, quel giorno. E sapeva anche che c’era solo sua moglie, Galina Andreivna, in casa.
Era l’occasione perfetta.
Soffiava un gelido vento di tramontana, annunciatore di una tempesta di neve. Raffiche di vento si succedevano nelle buie strade poco trafficate, bianche e solitarie.
Scerbatskij era in macchina. Ievghienij Necaev, il suo fedele compare, sedeva vicino a lui.
Un capello bruno dai riflessi dorati era sdraiato docile e placido sul posto di guida.
Andrej, tra sé e sé, sorrise. Apparteneva sicuramente ad Elettra.
Povera, dolce, piccola bambina… non sospettava minimamente che quella sera il suo eroe, il suo paladino, il suo caro Andrej andava ad ammazzare qualcuno.
Andrej aveva preferito non dirle nulla. Elettra sapeva in linea generale che cosa accadeva nella vita di Scerbatskij, ma lui non le avrebbe mai rivelato nulla di preciso, nessun dettaglio, nessun episodio.
La macchina accostò molto prima della casa di Nekràsov.
Scerbatskij e Necaev, senza proferire parola, scesero dall’auto dai vetri neri.
Andrej pensò che, probabilmente, non l’avrebbe più rivista integra. Cambiava auto circa ogni due, tre giorni, proprio per depistare i suoi nemici. Però, per quella macchina gli dispiaceva, perché ad Elettra era piaciuta molto, quando si erano visti, alcuni giorni prima, nei pressi di Helsinki. Andrej aveva guidato da S. Pietroburgo fino alla capitale finlandese ed Elettra aveva preso l’aereo da Parigi per Helsinki.
Quante follie per amore…
Un nero stormo di uccelli solcò il cielo e si sovrappose al sole. Scerbatskij li osservò, rapito da quell’immagine che trasudava tanta macabra libertà, tanta selvaggia bellezza.
Necaev lo guardò.
< < Sai quello che devi fare.>> asserì Andrej con serietà.
Ievghienij annuì.
< < Sì.>>
< < Perfetto.>>
Andrej si fermò.
< < Conterò fino a trenta.>> disse, fissando negli occhi Ievghienij.
Necaev proseguì. Scerbatskij respirò a fondo. Lo vide dirigersi con scioltezza ed apparente tranquillità al cancello della villa dei Nekràsov e suonare il campanello. Attese qualche istante.
Galina Andreivna apparve all’uscio.
< < Sì, chi è? Il citofono è guasto... chi è?>> ripeté la donna, aguzzando la vista.
< < Sono Dmitrij, il padre di Olga...>> rispose Ievghienij.
La donna si allargò in un ampio sorriso.
< < Oh, è arrivato! L’aspettavo, questo pomeriggio, ma temevo che non sarebbe più venuto!>> esclamò la donna.
Galina Andreivna non aveva mai visto il padre di Olga, una bambina che, diverso tempo addietro, era stata molto amica dei suoi due figlioletti, Iljà e Sonja, scomparsi quattro anni prima.
I genitori di Olga erano divorziati ma, proprio in quei giorni, il padre aveva fatto visita all’ex moglie ed aveva promesso a Piotr, telefonicamente, che si sarebbe recato dai Nekràsov per una visita di cortesia.
La donna scese i gradini che separavano la casa dal giardino e si diresse verso il cancelletto con un largo sorriso stampato in faccia.
Ievghienij la attendeva, paziente e calmo.
< < Sono molto contenta che sia arrivato, fra poco giungerà anche mio marito!>> esclamò Galina, ma non ebbe nemmeno il tempo di pronunciare quelle parole che Ievghienij aprì il cancelletto e le puntò una pistola al petto. Galina, terrorizzata, tentò di urlare, ma Necaev le premette la pistola contro il seno.
< < Io non lo farei, se fossi in te.>> sibilò con un malefico sorriso dipinto sul volto.
La donna scosse violentemente la testa.
< < Bene, vedo che ci capiamo. Ora voltati e prendimi a braccetto. Prova solo a dire una parola e ti ammazzo. Provaci solo, troia.>>
Galina, sconvolta, obbedì e si voltò lentamente. Ievghienij prese la donna a braccetto e, con forza, la trascinò fino all’entrata.
Circa trenta secondi dopo, Scerbatskij entrò nel giardino della villa. Necaev aveva lasciato il cancelletto aperto. Andrej finse di attendere.
Ievghienij apparve alla porta e, al suo cenno, Andrej si diresse con normalità verso l’entrata, lasciando semichiusa la porta d’ingresso.
Ievghienij stava già legando la donna ad una sedia in soggiorno. Galina, atterrita, guardava da una parte all’altra e piangeva silenziosamente.
< < Perfetto, ora non bisogna che aspettare Nekràsov.>> sussurrò Andrej.
< < Sei sicuro che non arriverà con Anton, vero?>>
< < Necaev, ti ho detto di non preoccuparti.>> lo rassicurò freddamente Scerbatskij.
Attesero per qualche minuto.
Galina si lamentava, piangeva e singhiozzava silenziosamente. Ievghienij le diede uno schiaffo e le intimò di tacere.
< < Necaev... ma chi ti ha insegnato le buone maniere?! Non lo sai, forse, che le donne non si toccano neanche con un fiore?>> sussurrò Andrej, sorridente, fissando Galina Andreivna con occhi feroci.
< < Ma mi infastidisce!>> esclamò l’uomo, spazientito.
Improvvisamente, il campanello suonò. Galina si guardò intorno con occhi spaventati.
< < Perfetto, è già qui.>> sussurrò Andrej.
< < Hai lasciato aperta la porta?>> domandò Necaev.
<> intimò Scerbatskij.
Piotr Platonovic era solo, come Andrej si aspettava. La sua grossa voce si poteva udire da lontano chiamare la moglie.
Piotr entrò ed accese la luce.
< < Galia!>> esclamò spaventato l’uomo, correndo verso la donna, legata ad una sedia nel bel mezzo della stanza.
< < Cosa ti è successo?!>> disse, sconvolto, tentando di toglierle il cerotto che le era stato incollato sulla bocca.
La donna mugugnò qualcosa, ma Piotr non poté capire: un uomo alle sue spalle lo afferrò per il collo.
Andrej Scerbatskij, lentamente, apparve dalla penombra della stanza.
Piotr lo vedeva dinanzi a sé.
< < Ben arrivato a casa, Nekràsov. Saluta tua moglie...>> sibilò Andrej.
Puntò la sua pistola alla tempia della donna, la quale piangeva disperatamente, e sparò.
Piotr, incapace di parlare, tentò di divincolarsi, ma Ievghienij  lo teneva ben fermo e stretto.
Il capo di Galina, riverso e grondante di sangue, si afflosciò senza vita sulla sua spalla.
Piotr tentò di gridare, ma non vi riuscì.
Scerbatskij gli si avvicinò. C’era il terrore negli occhi di Nekràsov.
Gli tirò un pugno nello stomaco. Piotr chiuse gli occhi dal dolore.
Andrej lo costrinse a guardarlo negli occhi, alzandogli il volto.
< < Sai quale a quale sorte sono andati incontro, i tuoi piccoli figli?...>> bisbigliò Andrej, fissandolo.
Negli occhi di Piotr ardeva un orrido terrore.
< < Ora lo scoprirai.>>
Lo fissò per qualche istante, poi, sparò alla fronte.
Tutto durò appena una decina di minuti.
CAPITOLO DICIANNOVESIMO
Quanto lo amavo, quanto lo amavo… più mi era lontano e più lo pensavo, più non lo vedevo e più lo sognavo.
E quando poi ci rincontravamo, prorompevamo in risate, scoppi entusiasti di gioia, euforici sorrisi, abbracci… potevo sentire quell’intenso profumo al lampone, l’odore umido e fresco della nebbia, quell’olio allo zucchero filato e quella sua crema per il viso… erano gli stessi, dolci e cari profumi di quando l’avevo conosciuto.
Inebrianti, mi assalivano la mente nei momenti meno adatti, tormentavano le mie notti agitate e torturavano la mia carne.
Quando lo rividi, dopo circa due settimane, il mese di febbraio volgeva al termine.
Andrej era irrequieto e pensieroso: faceva di tutto per non darlo a vedere, ma io lo capivo ugualmente. Tentava di nascondere, come il solito, quella sua fragile insicurezza, quella sua dolce ed infantile paura: avevo finalmente capito chi fosse realmente Andrej. Spigliato, audace, sicuro di sé, si avvolgeva di una maschera azzurra e spessa, ma egli era fragile, era debole, era spaventato: egli non amava la vita, egli si sentiva morto dentro, da tanti anni, ormai. Era stanco, era stanco. E faceva di tutto per non darmi quest’impressione, faceva di tutto per farmi sentire felice, per distrarsi, per svagarsi, per dimenticare.
Ma per dimenticare cosa, poi?…
Ecco, questo ancora non mi era chiaro.
Certo, suo padre… ma dopo? Cosa c’era, veramente? Cosa lo tormentava, cosa gli rodeva l’anima, cosa lo faceva vivere appeso ad un filo, irrequieto, in perenne movimento, bisognoso di di vagare, errare senza una meta… Cosa?
Mi sentivo impazzire quando ci pensavo.

Andrej Scerbatskij si trovava all’aeroporto di Parigi. Elettra l’aveva già salutato e se ne era andata, piangendo.
L’aereo sarebbe decollato entro una decina di minuti, un quarto d’ora al massimo.
Andrej attendeva seduto ad una poltroncina, sfogliando con distrazione una rivista. Guardava quel giornale, ma era assorto nei suoi pensieri.
Pensava a Sierghej Teliatnikov, alla moglie Dascia, alla figlia Tanciurocka.
La notte successiva, avrebbe sterminato un’altra famiglia. E, ciò che più l’eccitava, era sapere che Teliatnikov non se l’aspettava, non era preparato.
Egli, infatti, era convinto che Piotr Platonovic Nekràsov fosse partito con la moglie Galina Andreivna per l’Italia, da oltre due settimane.
Il presunto Nekràsov aveva spedito un telegramma sia a Sierghej, sia a Vecislav in cui li avvertiva di aver improvvisamente ricevuto importanti notizie dall’Italia riguardo i suoi figli. Nekràsov e la moglie erano partiti immediatamente e si scusavano di non aver potuto avvisare prima. Anton, il fedele braccio destro di Piotr, sembrava essere partito per l’Italia con loro poiché non c’era traccia di lui.
Sierghej Teliatnikov e Vecislav Dobroljubov avevano creduto al telegramma, controfirmato da Piotr Nekràsov.
Era stato lo stesso Scerbatskij a scriverlo e a spedirlo dall’Italia, appena dopo averlo ucciso.

Dominique Mimiaugue aveva il cuore in gola.
Tanto era teso ed emozionato che respirava affannosamente.
Era la prima volta in vita sua che faceva una cosa simile.
Camminava velocemente, le mani gli tremavano, serrate in grossi pugni.
L’aeroporto brulicava di turisti in partenza, uomini d’affari appena arrivati, coppie pronte a decollare per lontani paradisi esotici. Dominique Mimiaugue si guardava intorno, guardingo.
Fortunatamente, un suo amico, Marc, lavorava all’aeroporto e controllava il passaggio dei turisti attraverso il gate. Dominique era sicuro che l’avrebbe fatto passare, avrebbe capito. Ed infatti, una volta spiegatogli tutto, Marc acconsentì a farlo accedere al cuore dell’aeroporto.
Il ragazzo scrutava, pensieroso.
Lo vide. Era seduto e stava leggendo.
Respirò profondamente. Aveva paura.
Gli si avvicinò, cercando di mantenere il sangue freddo.
< < Scusi...>> disse in italiano, impacciatamente.
Andrej Scerbatskij si voltò.
< < Sì?>> domandò freddamente.
Dominique, spiazzato, esitò un istante.
< < Spero che si ricordi di me... sono Dominique Mimiaugue, ci siamo conosciuti diversi anni fa.>> farfugliò il ragazzo.
Andrej annuì.
< < Sì, mi ricordo. Cosa c’è?>>
< < Bene... desideravo solo dirle una cosa... vede, io...>>
Dominique si bloccò. Scerbatskij lo fissava dritto negli occhi e ne fu spaventato.
< < Ecco, io amo Elettra Floriani. La prego di non farla soffrire.>> disse tutto d’un fiato il ragazzo.
Scerbatskij rimase per qualche secondo in silenzio, senza smettere di fissare Dominique.
Dopo qualche istante, con arroganza, rispose:
< < Sono sicuro di amarla molto più di quanto non la ami lei. E so quanto vale, so quanto merita. Non ho bisogno dei suoi consigli, Elettra non soffrirà, non perché lei me lo stia chiedendo, ma semplicemente perché io per primo non lo voglio.>>
Raccolse i suoi bagagli e se ne andò.

 

CAPITOLO VENTESIMO
Andrej Scerbatskij, spossato ed indolenzito, saliva con fatica le scale della sua abitazione.
Sua madre, Tania, ed il piccolo bambino, Mitia, si trovavano in campagna dai nonni materni da diverso tempo.
Scerbatskij era convinto che fosse stato meglio così. Era stato lui ad insistere affinché sua madre, quattro anni prima, vendesse la casa di Roma e tornasse a vivere in Russia. E così Tania aveva agito, sia per volere del figlio, sia per vantaggio del piccolo Mitia.
Andrej sbadigliò, stanco.
Il viaggio in aereo era stato abbastanza tranquillo, ma il giovane uomo si sentiva molto affaticato ed assonnato. Stava per aprire la porta, quando un minuscolo ed insignificante dettaglio colpì la sua attenzione. Lo zerbino piazzato di fronte alla porta d’entrata, si trovava incastrato sotto la porta e sporgeva per soli due terzi. Il rimanente terzo doveva essere imprigionato dall’altra parte della porta, all’interno della casa.
Scerbatskij, molto astuto, fece finta di nulla. Tastò nella tasca del cappotto: il suo coltello giaceva al solito posto.
Andrej mise le chiavi nella toppa ed aprì la porta. Non accese subito la luce: come un gatto, vedeva molto bene anche al buio.
Un sospetto scintillio si mosse furtivamente nell’oscurità.
Il giovane premette l’interruttore. L’elettricità doveva essere stata manomessa, poiché la luce non si accese.
Scerbatskij fece un balzo in avanti. Chi lo attendeva stava tentando di sfuggirgli.
< < La preda diventa cacciatore...>> bisbigliò Andrej, afferrando per il collo il suo misterioso aguzzino.
L’uomo si divincolò dalla stretta di Scerbatskij e sferrò un pugno al giovane. Andrej lo schivò con abilità.
Riconobbe la sagoma di un uomo attempato, abbastanza alto, dal fisico possente e robusto.
< < Bastardo!>> esclamò l’estraneo con voce tuonante e malvagia.
Scerbatskij sorrise.
< < Alfio Maranesi...>>
< < L’esperienza ti ha giovato...>> disse Maranesi, avvolto nell’ombra.
Andrej non aveva ancora estratto il coltello, ma si muoveva con sicurezza, rapido.
< < Sono felice di rivederti dopo tanto tempo... non ho notizie di te da parecchi anni... ma ho visto che sei diventato famoso: il giornale ti ha dedicato un articolo in prima pagina!>> esclamò Scerbatskij con diabolica ironia.
Maranesi si avventò sul ragazzo.
Andrej gli tirò un pugno in pieno volto, ma Maranesi rispose con foga e gli piantò un pugnale nella carne dell’avambraccio. Andrej gemette di dolore.
< < Bastardo, non sai quanto ho aspettato questo momento!>> esclamò con odio Alfio Maranesi.
Andrej si teneva il braccio, dolorante. Il sangue gli scorreva lungo il gomito, fino al polso e alle dita della mano.
< < Mi hai rovinato... hai giocato, sempre, sia con me che con quel bastardo di Edoardo... ci fregavi, e noi non ci eravamo accorti di niente... e poi mi hai fatto fallire, figlio di puttana!>> urlò con rabbia Alfio Maranesi.
Si scagliò contro di lui ma Scerbatskij fu pronto: estrasse il coltello che teneva in tasca e glielo conficcò nello stomaco. Maranesi si accasciò per terra, sanguinante.
Andrej si teneva il braccio. Sputò per terra.
< < È quello il tuo posto...>> sibilò Andrej, fissando Maranesi, sdraiato sul pavimento in una pozza di sangue.
Scerbatskij si allontanò dal corpo dell’uomo, credendolo morto.
Fu un tremendo errore: Alfio, che era ancora vivo, trascinandosi, afferrò il pugnale cadutogli per terra e con il quale aveva ferito Andrej.
Scerbatskij si voltò, percependo i movimenti di Maranesi. Ma, improvvisamente, alle spalle di Maranesi apparve un uomo che sparò su Alfio e lo finì.
Andrej, stravolto, era fermo in piedi, e fissava nell’oscurità un’ombra familiare.
< < Sono felice che non sia accaduto niente... ho fatto più presto che potevo, quando ho scoperto che sarebbe potuto arrivare a casa tua, sono corso immediatamente.>> sussurrò Ghenadij von Piotrowski.
Scerbatskij sospirò.
< < Gliene sono grato.>>
CAPITOLO VENTUNESIMO
Fiokla Kathova, l’animo appassionato e smanioso di assaporare il brivido dell’amplesso, si precipitò alla vecchia pensione dove aveva appuntamento con Sierghej Teliatnikov.
Era vestita molto elegantemente, nonostante la meta del suo convegno d’amore non fosse altrettanto raffinata in proporzione al suo abbigliamento.
Ancheggiava sinuosa e seducente lungo la strada striata di pioggia e nevischio, il sorriso dipinto sulle belle labbra di rubino.
< < Buonasera, ci dovrebbe essere una camera prenotata a nome mio...>> disse, sorridendo maliziosa al proprietario.
L’uomo controllò sul registro.
< < Sì, la venti. Secondo piano.>> rispose concisamente, consegnandole le chiavi della stanza.
< < Grazie!>> esclamò la donna, raggiante.
Salì le scale con attenzione: indossava scarpe con tacchi molto alti e sottili.
Fiokla osservò le porte nel corridoio del secondo piano.
“Eccola qui…” mormorò tra sé e sé.
Inserì le chiavi nella serratura ed entrò.
Non fece tempo ad accendere la luce che qualcuno le tappò la bocca e le rifilò un grosso pugno sulla nuca.
La donna cadde a terra, svenuta.

Dascia Teliatnikova, diffidente, camminava con fretta.
Quella mattina, la presunta amante di suo marito le aveva telefonato.
Dascia non l’aveva mai vista, né aveva udito la sua voce prima.
Era stata schietta, franca, di poche parole:
< < Voglio vederla. Devo parlarle. – aveva detto con determinazione – Non può rifiutare.>>
Inizialmente, Dascia aveva dimostrato molta riluttanza. Non voleva saperne di incontrare quella donna, non voleva nemmeno sapere chi fosse.
Poi, invece, la donna aveva saputo persuaderla. Ora, Dascia era fermamente convinta che dovesse rivelarle chissà cosa o che, probabilmente, tramasse con il marito di raccontarle qualche storia che la convincesse a lasciar perdere la relazione extra coniugale con quella donna.
Un’unica perplessità aleggiava nella mente di Dascia: la donna le aveva indicato come luogo d’incontro una vecchia pensione, molto misera e squallida.
“Per sicurezza, nessuno ci deve vedere” erano state le testuali parole dell’amante.
Dascia, infine, si era lasciata convincere da quella voce sconosciuta e, vinta dalla curiosità, si dirigeva alla vecchia pensione.

Circa venti minuti più tardi, Sierghej Teliatnikov bussò alla porta della camera numero venti.
Nessuno rispose.
< < Fiokla, sono io...>> disse l’uomo, avvicinando il volto alla porta.
< < Fiokla...>> chiamò Sierghej.
Bussò ancora, più forte, più a lungo.
Sconcertato, scese e si presentò al proprietario.
< < Scusi, per caso ha una chiave di riserva per la camera numero venti?>>
< < Perché?>> domandò l’uomo burberamente.
< < Credo che la mia amica sia sotto la doccia, perché non mi ha ancora aperto.>>
< < Veramente la sua amica è andata via un quarto d’ora fa con qualcuno, signore.>> rivelò l’uomo con placidità.
< < Cosa?! Ma perché non me l’ha detto subito, quando sono arrivato?!>> esclamò Teliatnikov, allibito.
L’uomo alzò le spalle e tornò a sfogliare pigramente una rivista.
< < Va bene, grazie.>> tagliò corto Sierghej ed uscì dalla pensione.

Andrej Scerbatskij e Ievghienij Necaev si trovavano in un rifugio sperduto a qualche miglio da S. Pietroburgo.
Alberi ed arbusti si succedevano tristemente nella spoglia e bianca foresta.
Fiokla Kathova e Dascia Teliatnikova, le due donne amate da Sierghej Teliatnikov, erano state legate ed imbavagliate, sedute su due sedie di fronte al caminetto.
Il fuoco scoppiettava angosciosamente. La cenere saltava sulle gambe delle due donne.
Dascia non aveva pianto nemmeno una lacrima, mentre Fiokla piangeva da diverso tempo. Aveva il capo riverso, ancora dolorante per la brutta botta subita qualche ora prima.
Andrej beveva con tranquillità.
< < Scerbatskij, è da molto che aspettiamo. E se non venisse più?...>> azzardò Necaev, timoroso.
Andrej posò il bicchiere sul tavolo.
< < Insomma, vuoi stare calmo?! Sono ore che vai avanti così! È un po’ distante, impiegherà un po’ di tempo... e poi deve anche recuperare la figlioletta, ricordati.>> rispose stizzito Scerbatskij.
Andrej aveva organizzato tutto con precisione.
Una ragazza pagata da Necaev aveva chiamato Dascia, quella mattina, fingendosi Fiokla e l’aveva convinta a recarsi alla pensione. La vera Fiokla, invece, aveva realmente fissato un appuntamento con Sierghej. L’uomo, però, era arrivato dopo le due donne che erano già state condotte via da Necaev, infiltrato con furbizia nella camera della pensione.
Andrej Scerbatskij, nel frattempo, aveva recapitato un biglietto a Teliatnikov in cui lo avvertiva che, se voleva rivedere sua moglie viva doveva recarsi al rifugio.
Attenzione, però: l’uomo avrebbe dovuto portare con sé la giovane figlia, Tanciurocka.
CAPITOLO VENTIDUESIMO
La ragazzina, gli occhi chiusi, fingeva di dormire. Dopo aver a lungo domandato in quale direzione stessero andando e dove si trovasse la sua mamma, Tanciurocka aveva rinunciato ed aveva messo il broncio. Aveva già quindici anni, ma ne dimostrava appena dodici. Non era molto matura, anzi: si comportava ancora come una bambina.
Suo padre, Sierghej, guidava velocemente, angosciato. Sapeva che, qualunque cosa fosse accaduta, si trattava di qualcosa di molto spiacevole. Temeva per la giovane figlia e temeva per Dascia.
Il luogo indicatogli si trovava parecchio lontano dalla città, in una zona isolata e affatto sicura.
Teliatnikov si voltava spesso verso Tanciurocka e ne osservava i dolci lineamenti, i lunghi capelli neri e la pelle chiarissima.
Si chiedeva quale senso avesse avuto la sua vita. Sierghej si sentiva vecchio, ormai. Gli anni, nonostante le brutte vicende trascorse in quell’ultimo e disastroso periodo, erano volati. L’uomo faceva di tutto per mantenersi giovane, per non dare a vedere che, ormai, aveva più di sessant’anni. Eppure, ogni sera, in cuor suo, percepiva quell’odiosa sensazione: il tempo che scorreva e che non si poteva fermare, gli attimi che si susseguivano, eterei e perpetui, e che non ritornavano. L’eternità del tempo l’angosciava immensamente. Ed ora, rendersi conto di una vita sprecata, una vita trascorsa a rincorrere il rischio, il pericolo… una vita consumata nel piacere e nelle menzogne, priva di vere ambizioni, di soddisfazioni… Sierghej comprendeva di non aver costruito nulla di autentico, nella sua esistenza.
Certo, si era sposato ed aveva concepito una figlia, ma non se ne era mai reso conto sul serio, non aveva mai apprezzato il valore della famiglia, la magica semplicità di cullare la propria bambina addormentata e di trascorrere la domenica pomeriggio con la moglie, a passeggio lungo le vie del centro.
Mai. Aveva sempre inseguito il brivido del pericolo, l’attimo fuggente, il rischio… aveva colto tante occasioni ma, inconsapevolmente, non ne aveva mai assaporata nessuna, poiché Sierghej aveva sempre preteso, ma non aveva mai sentito veramente con il cuore. Mai.
Ed ora se ne era accorto. Ora capiva di aver fallito, ora comprendeva di non aver fatto nulla, di aver buttato la vita al vento.
Improvvisamente, un intenso bisogno di riconciliarsi con la moglie e di stringerla forte al suo petto gli pervase il cuore. Provava un sentimento nuovo, mai sentito fino a quel momento: l’impeto di abbracciare Dascia e dirle quanto l’amava gli scorreva nelle vene, mescolandosi al suo sangue.
Ora, finalmente, comprendeva quale fosse la verità: egli non aveva mai amato Fiokla, ella era stata per lui semplicemente un’amante, una giovane sensuale, con la quale poteva nascondere il suo malessere interiore e dimenticarsi del tempo che scorre. Comprese che Fiokla era solo un’amica. Le voleva molto bene e nutriva per lei un immenso affetto ma, oltre alla profonda attrazione fisica, capiva che non era la donna giusta per lui.
La sua vera compagna era Dascia, da sempre. Così buona, dolce, umile e classica nella sua essenzialità. Una donna remissiva, premurosa, sempre pronta a sorreggerlo e a sostenerlo. Timida, così schiva e pudica, era il suo opposto e si era innamorato di lei proprio per quello.
Sierghej premette sull’acceleratore. Non avrebbe permesso di perdere la sua famiglia, non ora che aveva capito quanto fosse importante.

Ievghienij si voltò verso Andrej.
< < Credo di aver sentito una macchina...>> sussurrò sottovoce.
Scerbatskij si accostò alla finestra che dava sulla spoglia stradina scoscesa.
< < Sì... Prendi la borsa della moglie.>> intimò.
Necaev gliela consegnò. Scerbatskij estrasse il suo cellulare dalla borsa e lo accese. Cercò nella rubrica il numero del marito di Dascia, premette sull’ok ed attese.
Dopo due squilli, Sierghej rispose.
< < Pronto, Dascia, amore, dove sei?! Pronto?! Dascia?!>>
Andrej colse la disperazione e la paura nel suo tono.
<>
< < ... Chi parla?>>
< < Come, non mi riconosci? Bene, allora cosa ne dici di entrare a prendere un tè? Tanto per farci compagnia...>>
< < Andrej Scerbatskij... avrei dovuto immaginarlo... dov’è Dascia?>> ringhiò con rabbia e con rancore Teliatnikov.
< < Stai tranquillo, tua moglie ti aspetta qui con noi, al caldo. Vuoi venire? Ah, sai, c’è anche qualcun altro, qui, che ha voglia di rivederti...>>
< < Di chi stai parlando?! Parla!>> minacciò furioso Sierghej.
< < Di Fiokla, naturalmente.>>
Sierghej esitò.
< < Cos’è, hai perso la lingua?>> incalzò Scerbatskij.
< < ... Come faccio con la bambina?>>
< < Direi che è abbastanza grande per conoscere la tua amante, no? E poi, non vorrai lasciarla al freddo, da sola, fuori... sai, ci sono molti lupi da queste parti.>>
< < Sei un bastardo!!!>>
Scerbatskij scoppiò a ridere.
< < Bene, vuoi che ti venga incontro il mio amico o preferisci scendere da solo? Mi dispiace, ma non abbiamo avuto tempo di procurarci il tappeto rosso...>>
< < Scendo da solo... e risparmiati le tue battute pietose.>>
< < Oh, mi dispiace che non siano di tuo gradimento.>>
Teliatnikov riagganciò.
Andrej lanciò un’occhiata a Ievghienij.
< < Apri la porta.>> ordinò.
Necaev si diresse verso l’entrata e spalancò la porta. Scerbatskij si avvicinò all’altro. Sierghej Teliatnikov e la figlia si trovavano ancora in macchina.
< < Perché non scendono?>> domandò Ievghienij.
Scerbatskij, scocciato, ricompose il numero.
< < Allora, scendi o devo venirti a prendere?>> intimò non appena Sierghej rispose.
< < Non voglio che mia figlia assista... è proprio necessario che scenda anche lei?>>
< < Muoviti.>> minacciò Scerbatskij, e riagganciò.
Dopo qualche istante, padre e figlia scesero dall’automobile.
< < Avvicinati lentamente.>> ordinò autoritario Scerbatskij.
Teliatnikov lo fissava negli occhi e teneva per mano la figlia che, confusa ed agitata, gli trotterellava in fianco porgendogli domande curiose.
< < Tanciurocka, cammina piano...>> disse sottovoce l’uomo.
< < Ma perché?>> chiese la figlia.
< < Tanciurocka, obbedisci...>> continuò severamente Sierghej.
< < Papà...>> mugugnò la figlia.
< < Ho detto lentamente.>> ripeté a gran voce Andrej.
Necaev estrasse una pistola.
< < Va bene, va bene!>> esclamò Sierghej.
La ragazzina fissava smarrita Andrej e Ievghienij. Padre e figlia si ritrovarono davanti ai due. Scerbatskij e Necaev si scostarono, tenendo alte le pistole sui due.
< < Una mossa sbagliata e sparo.>> sibilò malvagio Scerbatskij.
Sierghej e Tanciurocka entrarono nella casa, mentre Necaev li seguiva tenendo la pistola puntata su di loro. Scerbatskij li guidava attraverso le stanze.
< < Prego, accomodiamoci in salotto.>> invitò con demoniaca ironia Andrej.
< < Mamma!>> urlò Tanciurocka, scorgendo la madre legata ad una sedia, vicina ad un’altra donna, adiacenti al caminetto.
< < No, no... cara, mi dispiace, ma la mamma rimane seduta lì. Tu, in compenso, siediti sul divano.>> disse Andrej.
Sierghej strinse il polso della figlia e, con parole dolci, le disse di obbedire a Scerbatskij. Tanciurocka si sedette sul sofà, senza staccare gli occhi dalla madre. Non riusciva a capire nulla di ciò che stava accadendo: non sapeva dove fosse e chi fossero quegli uomini, ma si chiedeva con curiosità chi fosse l’altra donna legata vicino a sua madre.
< < Prego, Teliatnikov, siediti anche tu.>> insistette Andrej.
L’uomo obbedì.
< < Liberale subito...>> sibilò Sierghej.
Scerbatskij sorrise.
< < Non sei in condizioni di dare ordini, Teliatnikov.>>
Sierghej rimase in silenzio.
< < Bene, posso offrirvi qualcosa?>> domandò Andrej.
Sierghej scosse la testa.
< < Finiscila... finiscila...>> mormorò stancamente.
Scerbatskij sbatté il pugno sul tavolo di fronte al divano dov’erano seduti Sierghej e Tanciurocka.
< < Io faccio quello che voglio. Ma se vuoi proprio venire al dunque, Teliatnikov, ti propongo un’alternativa... dimmi, preferisci che parli prima la tua amante o tua moglie? Oppure devo uccidere subito qualcuno?>> gridò Scerbatskij.
< < No, mamma, mamma!>> strillò Tanciurocka, scoppiando a piangere.
Dascia e Fiokla, nel frattempo, sconvolte, fissavano terrorizzate Sierghej. Dascia guardava con occhi amorevoli la figlia e non riusciva a trattenere le lacrime.
Sierghej si nascose il volto.
< < No, non coprirti gli occhi... – sibilò Andrej – guarda, guarda questa bella scenetta famigliare... tutti riuniti insieme, per l’ultima volta...>>
< < Smettila, Scerbatskij! – gridò Sierghej – Non hai il diritto di farmi questo, non ce l’hai!>>
Andrej, sbalordito, lo fissò.
< < Non ne ho il diritto?... – ripeté con un fil di voce – Avanti, dillo ancora...>>
Teliatnikov, impaurito, scorse l’odio bruciare negli occhi di Andrej.
< < Scerbatskij, tu devi capire... se noi... io, Piotr e Vecislav abbiamo ucciso tuo padre,...>>
Scerbatskij si avventò su Sierghej e gli tirò un pugno in pieno viso. L’uomo cadde a terra. Si riebbe con fatica, sanguinante.
< < Sai, piccolina, chi è quella signora, quella bella signora vicino alla tua mamma?>> domandò Andrej, come impazzito, mentre gli occhi gli bruciavano delle fiamme dell’inferno.
Tanciurocka, che singhiozzava con foga, scosse lentamente la testa.
< < Bene, quella è l’amante di tuo padre... perché il tuo caro papà si scopava un’altra donna mentre stava con tua madre, capito?!>> urlò Scerbatskij.
La ragazzina strillò:
< < No, non è vero!>>
< < Avanti, Teliatnikov, diglielo... diglielo, dille chi è quella bella signora!!!>>
Fiokla e Dascia piangevano.
< < Papà, non può essere vero, non è vero, non può essere!>> esclamava la ragazzina, piangendo.
< < Vedi, tesoro... il papà ha avuto una sbandata... ma in realtà ama la mamma, sul serio...>> sussurrò con un sorriso forzato.
< < Ti odio, ti odio!>> gridò Tanciurocka.
< < Godi di questo, ci godi?!>> urlò disperatamente il padre di Tanciurocka rivolto ad Andrej.
Scerbatskij lo fissò.
< < No, questo non è niente in confronto a quello che mi avete fatto voi, niente.>>
E Scerbatskij sparò sulla figlia di Sierghej.
CAPITOLO VENTITREESIMO
Un urlo di nero orrore proruppe dalla bocca di Sierghej, accompagnato dagli strazianti lamenti di Dascia.
Il corpicino di Tanciurocka si accasciò sul pavimento in una pozza di sangue.
Il padre si precipitò sulla figlia, la sorresse, ma non c’era più niente da fare: Tanciurocka era morta.
< < Come hai potuto, come hai potuto..!!!>>
Andrej Scerbatskij lo fissava in silenzio.
< < No, no, no... no!!!>> urlava Sierghej, piangendo disperatamente.
Dascia si dimenava e si contorceva, come impazzita.
Sierghej posò il corpo della ragazzina sul divano. Poi, si voltò verso Scerbatskij, l’odio più folle dipinto nel volto. L’aggressività, quel barbaro impulso selvaggio e demoniaco brillava negli occhi dell’uomo.
Scerbatskij sosteneva con fierezza quello sguardo, non ne aveva paura, non lo paventava: egli aveva guardato così per tutta la vita.
Teliatnikov fece per scagliarsi contro Scerbatskij, ma Necaev puntò la pistola sulla tempia dell’amante, Fiokla. Sierghej fu costretto a fermarsi.
< < Figlio di puttana, bastardo... basta, ora basta... hai avuto quello che volevi... basta, basta!!! Quale dolore vuoi infliggere ancora?! Hai già preso una vita, ora basta!>> gridava tra le lacrime Teliatnikov.
Andrej sorrise amaramente, scuotendo il capo.
< < Non sai quante vite dovrò togliere per placare il mio odio, Teliatnikov. Non immagini nemmeno quanto odio io possieda, non lo immagini nemmeno...>> sibilò il giovane uomo.
< < Allora prendi la mia, prendi la mia e vattene!>> esclamò Sierghej.
< < No, sarebbe troppo facile. Non ti priverò del dolore di assistere alla morte di chi ami di più. Sarebbe troppo semplice, troppo...>> replicò sottovoce Scerbatskij.
Andrej fece un cenno a Necaev. Ievghienij tolse il bavaglio a Fiokla.
< < Seriogia! Seriogia!>> gridò la donna, piangendo.
< < Oh, Fiokla...>> rispose Teliatnikov, facendo per avvicinarsi alla donna.
< < Ti amo, ti amo tanto!...>> urlò Fiokla.
Necaev sparò alla tempia della donna. Sierghej fece per impedirlo, ma Andrej si avvicinò a Dascia e puntò la pistola anche su di lei.
< < No!!! Ti prego, no!...>> supplicò l’uomo.
Sierghej cadde a terra, piangendo atrocemente.
< < Bene, sembra proprio che tu sia in ginocchio...>> sussurrò Scerbatskij.
< < Ti prego... no... Fiokla... Tanciurocka... no... basta... ti prego, basta...>> farfugliava disperato Teliatnikov.
Fiokla era morta.
< < Perché... perché...>> mormorava Sierghej.
< < Non farti domande alle quali sapresti già rispondere...>> sussurrò Andrej.
< < Figlio di puttana...>> sibilò Teliatnikov.
Scerbatskij lo fissava.
< < Ridammi mia figlia... mia figlia... e Fiokla... ora basta, basta...>> pregò Sierghej.
Andrej Scerbatskij era irremovibile.
< < Alzati. Guarda in faccia tua moglie, guardala, ho detto!>> ordinò Scerbatskij.
Ievghienij Necaev si avvicinò a Sierghej Teliatnikov e, prendendolo per i capelli, lo costrinse ad alzare il volto. Gli posò la pistola al collo e minacciava di sparare.
Dascia fissava atterrita il marito.
< < Goditi questo tuo ultimo minuto di vita, Teliatnikov... >> sibilò Scerbatskij.
Tra Dascia e Sierghej il tempo parve fermarsi per un istante.
< < Lei è innocente. Lasciala vivere, ti supplico.>>
< < Anche mio padre era innocente!!!>> gridò fuori di sé Andrej Scerbatskij.
Teliatnikov abbassò lo sguardo. Gli occhi di Scerbatskij su di lui, infiammati di veleno e di sangue, erano insostenibili.
< < Dille addio. Tu, almeno, nei hai la possibilità.>> suggerì inflessibile Scerbatskij.
Sierghej teneva gli occhi semichiusi.
< < Bastardo, guardala! Sai già che sparerò, lo sai. Dille addio, te lo dico per l’ultima volta.>> insistette Andrej.
< < Ti prego, falla parlare, falla parlare...>>
< < No.>>
Dascia piangeva disperata. Il suo volto, solcato da mille lacrime, pareva impregnarsi di un’angoscia e di un orrore spaventosi.
< < Dascia, ti ho sempre amata, fin dal primo istante... perdonami, perdonami... perdonami, amore mio...>> sussurrò Sierghej, piangendo.
Dascia mugugnò qualcosa, ma Sierghej non riuscì a capire.
Scerbatskij sparò.
La testa di Dascia si afflosciò sulla sua spalla. Teneva gli occhi aperti e pareva sorridere appena.
< < No...>> biascicò Sierghej, coprendosi il volto.
Scerbatskij gli si avvicinò.
< < Come ci si sente, come ci si sente, a guardare chi ami morire?!... Eh?!>> sibilò con ferocia.
Sierghej piangeva.
< < Non temere, tra poco rivedrai il tuo amico Piotr all’inferno...>> soggiunse Scerbatskij.
Sierghej alzò lo sguardo verso Scerbatskij.
< < Che cosa?>>
< < Hai capito benissimo. Salutamelo, io non ne ho avuto il tempo, prima di ammazzarlo.>> ribatté Andrej.
Sierghej, senza parole, fissava stupefatto il giovane uomo.
Scerbatskij lo guardò negli occhi, anche mentre gli sparava.
CAPITOLO VENTIQUATTRESIMO
Il freddo, il gelo, la neve, il ghiaccio, il vuoto, l’inferno.
Le tenebre, la notte, le stelle, il cielo illune.
Il silenzio, le betulle, il canto di una civetta.
Nubi e vento.
L’angoscia, il terrore, la disperazione: la pazzia.
Il cordoglio, il disfacimento: malvagio, spietato, crudele, di una maniacale cattiveria.
Andrej Scerbatskij guidava all’impazzata, la macchina correva, furiosa, lungo le strade deserte.
Aveva in bocca il sapore del sangue, alle narici il fetore stagnante e nauseabondo della morte.
Non vi sono parole per descrivere l’esacerbata e goliardica follia che si era impossessata di lui.
Il demonio sarebbe stato meno pauroso al suo confronto.

 

CAPITOLO VENTICINQUESIMO
Mi svegliai lentamente. Sentivo freddo. Mi alzai con pigrizia ed andai a prendere una coperta. Mi avvolsi nel lungo panno di lana azzurra e mi sedetti sul divano in soggiorno.
Fuori pioveva.
Era un’umida e gelida mattina di marzo, il vento fischiava dolcemente e la pioggia scendeva melliflua, carezzando le chiome degli alberi e dissetando le timide e soavi prime gemme.
Scaldai una tazza di latte.
Persa con lo sguardo nel vuoto, pensavo ad Andrej. Mi mancava da morire.
Sorseggiai il latte bollente. Il suo caldo sapore infantile contrastava con il gelo e l’umidità della pioggia, fuori dalla finestra.
Miriadi di goccioline azzurre appannavano i vetri delle finestre. Nella casa, nessun rumore: solo il brioso picchiettare romantico della pioggia sul tetto.
Quanta dolcezza, in quella bigia mattina di fine inverno! Quanto lieve tepore, quanta linda e splendente bellezza in ogni goccia che si posava sul vetro della finestra e tracciava il suo lungo e lento percorso danzante…
Qualcuno interruppe quell’atmosfera ovattata. Il suono del campanello mi costrinse a tornare con i piedi per terra. Mi avvicinai alla porta e chiesi chi fosse.
< < Sono io.>> mormorò la sua voce.
Io aprii, sbalordita.
< < Andrej... cosa ci fai qui?!>> esclamai con un ampio sorriso di stupore.
< < Ti prego, abbracciami.>> sussurrò lui sottovoce.
Entrò in casa e, senza guardarmi, si rifugiò nel mio corpo.  Lo strinsi.
< < Cosa c’è? Cosa è successo?>> domandai, preoccupata.
< < Elettra... abbracciami... baciami... dimmi che mi ami...>>
< < Certo che ti amo... ma ti prego, dimmi cosa è successo.>> supplicai io, confusa.
< < No, non dire niente – mi zittì – Per favore, non farmi domande...>>
< < Andrej... sembri sconvolto... Come sei venuto fino a qui?>>
< < In macchina. Sono quasi due giorni che guido.>>
< < Ma... non puoi pretendere che non ti chieda niente... Andrej, cosa è successo? Perché sei qui?>> chiesi, ansiosa.
Per tutta risposta mi baciò.
< < Perché avevo bisogno di te.>>
Io lo strinsi forte.
< < Andrej... ti amo...>> mormorai tristemente.
< < Anch’io ti amo, tantissimo... tantissimo...>>
< < Vieni, vieni a sederti... hai fame? Sei stanco? Dimmi, come hai fatto a guidare da S. Pietroburgo fino a qui?... Tu sei pazzo.>>
< < L’ho fatto altre volte. Avevo voglia di vederti, non potevo aspettare.>>
< < Ma Andrej, anche le altre volte avevi voglia di vedermi, ma non è mai successa una cosa del genere... Andrej, cosa è accaduto? Ti prego, dimmelo.>>
< < Elettra, non farmi domande. Per favore, ti chiedo solo questo...>> supplicò lui, sedendosi sul divano.
Gli scaldai del latte mentre lui mangiava un croissant.
Non l’avevo mai visto così stanco, così esausto, così stravolto. Aveva il viso tirato, spossato.
Mi chiese di potersi fare una doccia.
Mentre lui era in bagno, perplessa, riflettei.
Cosa poteva essere accaduto? Cosa l’aveva spinto a guidare da S. Pietroburgo, per quasi due giorni di fila, fino a Parigi, per vedermi?
Ero molto confusa, ma determinata a sapere. Questa volta non avrebbe potuto evitare le mie domande.

L’acqua scorreva sulla sua pelle, lentamente, bollente.
Andrej sospirò stancamente.
I capelli bagnati, il corpo accaldato dal calore dell’acqua, il respiro affaticato dal vapore.
Rivedeva nella sua mente il sangue, nei suoi pensieri fluttuavano statue di ghiaccio dai volti conosciuti, l’odore di cadaveri dissanguati gli avvelenava l’olfatto.
Ma ora, nella casa di Elettra, a Parigi, aveva ritrovato la serenità. Elettra era dolce, premurosa, affettuosa ed ingenua. Quella sua innocenza, quella sua fiducia nella vita gli dicevano che, forse, la vita esisteva ancora.
Uscì dalla doccia e si asciugò con un morbido telo bianco.
Io, preso coraggio, bussai alla porta ed entrai.
< < Andrej... io devo sapere.>> dissi, guardandolo negli occhi.
Andrej mi si avvicinò.
< < Ti amo, Elettra. Ti amo tanto.>>
< < Allora dimmi cosa è successo.>>
Andrej esalò un grosso sospiro. Mi guardò dolcemente.
< < Non voglio dirtelo. Non voglio, non posso e non devo. Non voglio perché chissà cosa penseresti poi di me... non posso perché ho promesso e non devo perché sei troppo dolcemente bella, vera ed ingenua. Non offenderti, ti prego... ti prego. Ti amo tanto, amore mio... perdonami se non posso dirti niente, perdonami. Ma sappi che ti amo.>>
Lo abbracciai e mi scese una lacrima, lui mi baciò il collo ed io mi abbandonai ai suoi baci.
CAPITOLO VENTISEIESIMO
Scoppiai a piangere disperatamente. Sentivo un immenso bisogno di essere con Andrej, di farmi stringere tra le sue braccia e di farmi consolare da lui.
Era l’otto marzo, un mercoledì di sole, una giornata splendida, primaverile. E quel sole, tanto bello quanto ironico e beffardo, scintillava nel cielo, indifferente al mio profondo dolore.
Rodrigo Vicarelli mi aveva appena comunicato della morte di Dominique Mimiaugue, il nipote di Horace Mimiaugue. Si era suicidato quella notte stessa, impiccato nella sua camera.
Non lo vedevo da circa due o tre settimane e, l’ultima volta che ci eravamo incontrati, mi era parso molto malinconico. Sapevo quale fosse il motivo della sua tristezza, ma la ritenevo una cosa molto normale ed ero convinta del fatto che fosse passeggera. Ma quale errore, quale tremendo sbaglio avevo compiuto! Dominique era mio amico, mio amico… avrei dovuto stargli vicino, anche se la causa della sua infelicità ero proprio io, avrei dovuto consolarlo ed aiutarlo a superare quello stato di tristezza e di solitudine. Mi rimproveravo e mi colpevolizzavo, invano. Dominique non c’era più.
Aveva lasciato una lettera intestata a me ed un’altra a suo nonno. Non avevo il coraggio di leggere ciò che mi aveva scritto, avevo troppa paura.
Quel pomeriggio, mi recai con Rodrigo Vicarelli da Horace Mimiaugue, a Lille. Il nonno di Dominique non piangeva, ma era funereo e serio. Non l’avevo mai visto così prima d’allora e la sua figura, impettita in una greve disperazione, mi rimase fortemente impressa.
Rodrigo mi stringeva la mano, gentile e premuroso. Non mi aveva mai tenuto per mano a quel modo, prima d’ora. Potevo percepire una grande scarica di tenerezza e di affetto, dalla sua mano intrecciata alla mia. Mi dava forza.
Indossavo le lenti scure, per nascondere gli occhi gonfi dal pianto.
< < Buongiorno. Ecco la lettera per voi, Mademoiselle.>> mormorò lugubremente Horace Mimiaugue.
< < Buongiorno... condoglianze, Monsieur Mimiaugue. Non potete nemmeno immaginare quanto ci abbia distrutto questa tragedia.>> rispose Vicarelli, notando che io non riuscivo a parlare.
Mimiaugue mi porse la lettera.
< < Grazie.>> sussurrai con un fil di voce.
< < Voglio che sappiate che non è colpa di nessuno, Mademoiselle... e che è colpa di tutti noi. Grazie per essere venuti.>> bisbigliò Horace.
Quando poi, circa tre ore dopo, io e Vicarelli tornammo a Parigi, pregai Rodrigo di rimanere con me a cena. Lui non osò rifiutare.
Mi chiese se avessi veramente intenzione di leggere la lettera di Dominique. Io non resistetti più e scoppiai in singhiozzi. Rodrigo mi si avvicinò e, per la prima volta, mi abbracciò seriamente, con fare dolce e protettivo, quasi paterno.
< < Non la legga, se non si sente pronta...>> consigliò Rodrigo con dolcezza.
< < Ho paura di leggerla...>> ammisi, piangendo.
< < Allora aspetti un po’ di tempo. Quando vorrà, la leggerà.>>
< < Va bene.>>
Dopo cena, Vicarelli insistette sul mio stato di salute. Temeva che sarei stata male se fossi rimasta sola ed insistette sul fatto di rimanere a casa mia. Disse che avrebbe dormito in soggiorno. Io gli risposi che non occorreva e lo ringraziai debolmente. Quando poi se ne andò, capii di aver sbagliato a lasciarlo andare. La casa non mi era mai parsa così vuota… e poi, sentivo un orribile e nero cordoglio, un lugubre sconforto.
Decisi di andare a letto. Quando però, pronta per andare a dormire, spensi la luce in cucina e notai la lettera di Dominique sul tavolo, un’incredibile tentazione di leggerla mi pervase l’animo.
Allora, dubbiosa e tremante, l’afferrai e la portai con me in camera. Mi sistemai nel letto, accesi l’abat-jour ed aprii la busta. Le mani mi tremavano. Ero emozionata, spaventata ed impaurita.
Poi, lessi:
Cara Mademoiselle Floriani,
quando leggerete queste mie sciocche parole, sarà già tardi.
Ho deciso di lasciarvi per sempre, Mademoiselle. Vi amo come mai ho amato nessuno. Vi amo dal primo attimo in cui vi ho vista, tanti anni fa, al Circolo. Vi amo, Mademoiselle, e vi amerò in eterno, poiché avete rubato il mio cuore.
In realtà, Mademoiselle, io sono già morto. Sono morto di desiderio e d’amore, invaghito dalla vostra eleganza e dalla vostra determinazione. Avete così tanti sogni, così tante speranze… vi ammiro molto, Mademoiselle. Voi riuscite a fare sempre ciò che volete, sempre, mentre io non sono mai riuscito in nulla in tutta la mia vita. Siete così dolce e così bella… non amarvi sarebbe da pazzi.
Grazie per avermi permesso di esservi accanto, siete stata l’unica ad essermi amica. Non avrei mai dovuto pretendere di più. Perdonatemi, perdonatemi se preferisco morire e lasciarvi naufragare nel dolore piuttosto di superare questa mia atroce follia, so che sarete molto arrabbiata con me.
Ma un giorno, Mademoiselle, spero per voi un giorno molto lontano, ci rincontreremo. Ed allora voi scriverete poesie ed io le canterò per voi.
Mi auguro solo di non confondervi con un angelo.
Non tradite mai il vostro cuore, Elettra. Mai.

Addio

Dominique
CAPITOLO VENTISETTESIMO
Vecislav Ossipovic Dobroljubov si guardò intorno. Afferrò con foga un suppellettile e lo scagliò contro la porta. Il suppellettile si ruppe in mille pezzi emettendo un suono argenteo ed acuto, simile al grido di una donna.
L’uomo sbatté violentemente un pugno sul tavolo. Poi, si accasciò su una sedia, portandosi una mano alla fronte.
Quella stessa mattina, alcuni uomini che lavoravano per lui avevano scoperto il cadavere di Sierghej Teliatnikov, di sua moglie Dascia, della figlia Tanciurocka e dell’amante Fiokla Kathova in uno sperduto rifugio nel bosco, distante alcune miglia da S. Pietroburgo.
Cinque giorni prima, inoltre, erano stati ritrovati i corpi di Piotr Platonovic Nekràsov e quello di sua moglie Galina Andreivna nella loro stessa casa.
Vecislav era esasperato. Non aveva pianto la morte dei suoi due amici e delle loro famiglie, non ne era stato capace, non sapeva piangere.
Vecislav era infuriato: era stato ingannato fin dal primo momento. Un’abile ombra nascosta nella notte, avvolta dal tenebroso manto dell’inferno aveva ricamato alle sue spalle una diabolica ed atroce vendetta, spietata quanto brutale, empia quanto crudele. Due intere famiglie sterminate, distrutte, uccise nella disperazione, mutilate dall’oblio della morte.
E dietro tutto ciò vi era la mano di Andrej Scerbatskij.
Vecislav si ricordò delle parole di Sierghej, sussurrategli ancora qualche mese prima, nella stanza dell’albergo:
< < Abbiamo sottovaluto Scerbatskij...>>
Allora non gli aveva creduto, non gli aveva dato retta. L’aveva considerato esagerato: ora doveva riconoscere che Sierghej aveva avuto ragione a dire così. Ma, adesso, era troppo tardi. Sierghej era morto, e con lui era morta tutta la sua famiglia.
Vecislav temeva per sua moglie Alessia, per suo figlio, ma, soprattutto, temeva per se stesso. Se Scerbatskij avesse osato toccare chi apparteneva a lui… ma Vecislav sapeva già che l’ultimo a morire doveva proprio essere lui.
Fortunatamente, Andrej Scerbatskij non sapeva che Dobroljubov aveva scoperto della morte di Nekràsov e Teliatnikov, quindi Vecislav avrebbe tranquillamente potuto preparare una contro mossa. Aveva, infatti, tutto il tempo per prevenire qualsiasi azione da parte di Scerbatskij.

Cruento e sanguigno, moriva il sole sul fiume. Nell’acqua, dolci e maligne increspature rosseggianti ballavano sorridendo. La volta del cielo scintillava dei suoi colori aranciati e purpurei. Le nuvole, dorate e nere, si rincorrevano dispettose. Il freddo, rigido ed inflessibile, aleggiava nell’aria.
Michail Mìrskij fissava affascinato il morente spettacolo di sangue affrescato nel cielo.
Qualcuno bussò alla porta.
Michail si voltò lentamente. Aveva movenze eleganti, leggiadre.
< < Sì?>> disse con voce calda e dolce.
< < Il signor Dobroljubov chiede di lei, signore.>> annunciò la cameriera.
< < Oh, bene, fatelo entrare.>> rispose Mìrskij.
Vecislav entrò nella stanza. Indossava un lungo cappotto grigio.
< < Vecislav Ossipovic, sono felice di rivederti, dopo tanto tempo!>> esclamò Michail avvicinandosi a Vecislav e tendendogli la mano.
< < Anch’io, Michail.>> rispose Vecislav, stringendogli la mano.
< < Ma prego, accomodati.>> invitò gentilmente Michail.
Vecislav si sedette su una poltroncina davanti alla scrivania di Mìrskij.
< < Allora, come stai? Come sta tua moglie? E tuo figlio?>>
< < Bene, grazie, ma non sono venuto qui per parlare di loro.>>
< < Allora di cosa devi parlarmi?>>
< < Di Andrej Scerbatskij.>>
Michail sorrise.
< < Ti ricordi di lui, immagino.>> sussurrò Vecislav freddamente.
< < Certo. Ma mi ricordo meglio di suo padre.>>
Vecislav scoppiò a ridere.
< < Bene. Penso che tu abbia già saputo della morte di Nekràsov e di Teliatnikov.>> continuò Dobroljubov.
< < Sì, una morte orribile... tutta la famiglia sterminata.>>
< < Già. – disse Vecislav – Immagino anche che tu possa sospettare chi sia il colpevole.>>
< < Sì. Il figlio di Scerbatskij.>> mormorò Michail grevemente.
Vecislav esitò un attimo.
< < Penso che sia giunto il momento di mandarlo a trovare suo padre.>>
< < D’accordo, sono pronto.>>
< < Voglio che tu scopra dove si trova sua madre, se si è risposata, se ha avuto altri figli... e se Scerbatskij si frequenta con qualcuno.>>
< < Va bene.>>
< < Attento, però: non voglio che tu faccia niente. Devi solo trovare queste informazioni. Al resto penserò io.>>
< < Personalmente?>>
< < Può darsi.>>
CAPITOLO VENTOTTESIMO
“Tradirei il mio cuore” era il mio nuovissimo libro. L’avevo scritto in pochissimo tempo e, infatti, era piuttosto breve. L’avevo dedicato a Dominique. Era una fiaba dolce, romantica, a lieto fine. Il protagonista era un giovane principe, nobile di nascita e di cuore, pronto a rischiare la vita per salvarne quella di un altro. Ebbe un buonissimo successo, e fu un altro gradino verso il trionfo conquistato dal Circolo. Horace Mimiaugue fu molto fiero di annunciarlo, il ventiquattro marzo, ad un convegno d’arte e poesia a Lille.
Quel giorno, dopo tante giornate tristi, finalmente mi sentivo un po’ più serena. Indossavo un abito azzurro, stampa di fiori a fantasia, ed ai piedi calzavo un paio di décolletés color crema. Rodrigo Vicarelli mi sedeva accanto, sorridente e felice di vedermi più tranquilla.
Durante il convegno, avevo notato un movimentato brusio. Distratta da quella confusione, uscii un momento per prendere una boccata d’aria. Nel corridoio adiacente la sala congressi ove si stava svolgendo il convegno, non c’era anima viva.
Passeggiai per qualche istante in silenzio, persa nei miei pensieri, ascoltando solo l’eco dei miei tacchi tintinnare sul pavimento. Poi, d’un tratto, udii un fruscio verso di me. Mi voltai. Un uomo sui quarant’anni, piuttosto magro, baffuto, il viso scavato e sparuto, mi fissava. Mi si avvicinò.
< < Buongiorno, Mademoiselle, mi chiamo Aleksandr Turgenev.>>
< < Eléo Van Dinh, molto piacere.>> dissi, sorridendo e stringendogli la mano.
< < Ho letto i vostri libri, Mademoiselle, e ne sono rimasto molto colpito. So che vi siete è iscritta al Circolo Vivre pour écrir molto presto, ed avete sfondato con facilità. Io sono un critico letterario e ho da poco fondato un club per scrittori a S. Pietroburgo.>>
< < Oh, bellissimo... – risposi, meravigliata – Allora avrete sicuramente partecipato alla cerimonia del Circolo di Capodanno, a Mosca...>>
< < Purtroppo non ho potuto, Mademoiselle, per motivi di salute. Non potete nemmeno immaginare quanto mi sia dispiaciuto.>> rispose mortificato Aleksandr Turgenev.
< < Da quanto tempo avete fondato il vostro club?>> domandai con interesse.
< < Appena una settimana, Mademoiselle, ma l’inaugurazione non è ancora stata svolta. Sono qui proprio per chiedervi di accettare la mia proposta... Mademoiselle Van Dinh, so che la vostra presenza ha giovato molto al Circolo Vivre pour écrire: vorrei che foste proprio voi a sponsorizzare il mio club.>>
< < Oh... siete veramente gentile...>> risposi io, sbalordita.
< < Mademoiselle, sarei contentissimo se accettaste.>> insistette Aleksandr.
< < Ne sarei molto lieta, ma prima devo parlarne con Monsieur Mimiaugue.>>
< < Capisco. Comunque, sappiate che soggiornerò solamente per altri due giorni, qui, a Lille; poi, tornerò a S. Pietroburgo. Alloggio all’Hotel Bellevue, in Rue Nationale.>>
< < Perfetto. Mi farò sentire al più presto. Grazie, intanto, Monsieur Turgenev.>>
< < A voi, Mademoiselle Van Dinh. Au revoir.>>
E quell’uomo freddo e misterioso scomparve nel nulla, lasciandomi attonita e sconcertata.

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