Io volevo solo ballare - #6 - ULTIMA PUNTATA
di Eleonora Tonon - 29/08/2007
CAPITOLO VENTINOVESIMO
< < Signorina Floriani, permettetemi di dirvi che avete fatto molto male a non trattenere quell’uomo. D’altronde, mi sorprende che lui stesso non si sia presentato a Monsieur Mimiaugue.>> osservò Rodrigo Vicarelli con severità.
< < Lo so, professore, l’ho trovato strano anch’io.>> ammisi con sincerità.
Horace Mimiaugue ascoltava curiosamente.
< < Voi, Monsieur Mimiaugue, cosa pensate in proposito?>> domandò Vicarelli.
Horace sbuffò.
< < Credo che sia meglio controllare nella lista degli invitati della cerimonia di capodanno a Mosca il nome di questo Turgenev. Io, personalmente, non ricordo di averlo sentito.>> rivelò Mimiaugue.
< < E riguardo il fatto di pubblicizzare il club?>> chiesi.
< < Io non sono d’accordo.>> rispose categorico Rodrigo.
< < Oh, Monsieur Vicarelli, come siete severo! – esclamò Horace Mimiaugue – Avanti, io dico che sarebbe una cosa buona per Mademoiselle Elettra.>>
< < Ma Monsieur Mimiaugue, permettetemi, abbiamo così poche informazioni riguardo questo Aleksandr Turgenev! Non sappiamo niente di lui e, per di più, quest’uomo spunta dal nulla e non si preoccupa nemmeno di presentarsi a voi!>> replicò Rodrigo energicamente.
< < Proprio per questo motivo, Monsieur Vicarelli, bisogna informarci. Chiamerò subito Paulette, la mia segretaria, e le dirò di telefonare a Mosca.>> disse Horace Mimiaugue.
Io tacevo, perplessa.
< < Ma voi, signorina, cosa ne pensate?>> chiese Vicarelli, proseguendo in francese.
< < Non lo so, professore... quell’uomo mi ha fatto uno strano effetto, mi ha dato una strana impressione... non saprei nemmeno come definirlo...>> confessai, sospirando.
< < Ma voi sareste disposta a partecipare all’inaugurazione di questo club?>> insistette Rodrigo.
< < Sì, certo... ma non voglio assolutamente allontanarmi dal Circolo, sia chiaro. Se si tratta solo di inaugurare il club, sono d’accordo... ma promuovere addirittura una campagna pubblicitaria con il mio volto ed il mio nome mi sembrerebbe molto scorretto nei confronti di Vivre pour écrire.>>
Vicarelli sorrise.
< < Sono molto contento di sentirvi parlare così, signorina.>>
Poche ore più tardi, avevamo tutte le informazioni necessarie riguardo Aleksandr Turgenev. Abitava a S. Pietroburgo, non era sposato, non aveva figli, era un conosciuto critico letterario della società russa ed era stato invitato alla cerimonia del trentuno a Mosca.
Per quanto riguardava la fondazione del club, era tutto vero: era stato fondato da appena una settimana ma doveva ancora essere inaugurato e presentava uno scarso numero di iscritti.
< < Avete visto, Monsieur Vicarelli? Ora, sappiamo tutto di lui.>> annunciò trionfante Horace Mimiaugue.
Rodrigo rispose:
< < Sì, certo, Monsieur... ma ciò non attenua i miei dubbi.>>
Mimiaugue scoppiò a ridere.
< < Ah, Monsieur Vicarelli, siete veramente molto diffidente e sospettoso!>> esclamò, divertito.
Io sorrisi.
< < Mademoiselle Floriani – disse Horace, rivolgendosi a me – Io vi consiglio di chiamarlo. Fatelo questa sera stessa.>>
< < Signorina Elettra, vi prego... non voglio che possa succedere qualcosa di spiacevole.>> ribatté Vicarelli, frenando l’entusiasmo di Mimiaugue.
Io scoppiai a ridere.
< < Così mi confondete le idee...>> esclamai, sorridente.
< < Appunto, Monsieur Vicarelli, è quel che dico anch’io! – sbottò ironico Mimiaugue – Lasciatela decidere da sola!>>
< < Signorina Elettra, se deciderete di incontrarlo, voglio esserci anch’io. E pretendete di sapere, non abbiate paura. Dovete esigere chiarezza.>> raccomandò Vicarelli.
Io sorrisi ed annuii.
< < Non preoccupatevi, professore.>>
CAPITOLO TRENTESIMO
Il presunto Aleksandr Turgenev era piacevolmente sdraiato nella vasca da bagno, gli occhi chiusi, un caldo tepore che appannava il grande specchio.
I baffi finti giacevano sul ripiano della toletta, le lenti a contatto scure erano state riposte nella loro custodia. Ora, immerso nel bagnoschiuma, c’era Vecislav Ossipovic Dobroljubov.
Ripensava ad Eléo Van Dinh, giovane e fiorente ventenne, scrittrice di fiabe, poesie e romanzi, donna ambiziosa ed affascinante. E, quella bella giovane, altri non era che Elettra Floriani, la donna amata da Andrej Scerbatskij.
Michail Mìrskij aveva svolto in fretta il suo incarico: aveva scoperto ove si trovassero la madre ed il fratello di Andrej ed aveva rintracciato la ex ragazza di Scerbatskij, la bella Elettra Floriani che era divenuta una celebre scrittrice e portava il nome di Eléo Van Dinh.
Mìrskij aveva informato Dobroljubov del fatto che la Floriani e Scerbatskij si vedevano da qualche mese, forse dall’inizio di gennaio: ne era prova il fatto che, indagando, avesse scoperto prenotazioni in diversi alberghi a nomi sospetti.
Vecislav, seppur sapesse che si trattava di un’idea audace ed avventata, aveva preteso di recarsi lui stesso a Lille, da Elettra, ed aveva abilmente inscenato, con l’aiuto e la fedele collaborazione di Mìrskij, un piano per far cadere la Floriani in trappola.
L’idea del critico letterario era saltata in mente a Mìrskij; Dobroljubov aveva contribuito con l’idea del club. Così, Michail Mìrskij era riuscito ad inventare il personaggio di Aleksandr Turgenev, ambito critico letterario; inoltre, era riuscito con un originale stratagemma ad inserirlo nella lista degli ospiti della cerimonia del Circolo svoltasi il trentuno a Mosca.
Aleksandr Turgenev risultava esistente per la città di S. Pietroburgo, di modo ché, in caso la Floriani avesse sospettato qualcosa riguardo la sua persona, avrebbe potuto tranquillamente controllare e capacitarsi del fatto che esisteva sul serio.
Mìrskij e Dobroljubov avevano architettato tutto con machiavellica maestria: non c’erano probabilità che Elettra Floriani o chiunque altro avesse potuto smascherare il loro piano.
Dobroljubov avrebbe assolutamente dovuto convincere la Floriani a seguirlo a S. Pietroburgo dove, secondo Elettra, la giovane avrebbe partecipato all’inaugurazione del club per scrittori.
Il telefono interruppe i fitti pensieri di Dobroljubov.
Scocciato ma consapevole dell’eventuale importanza di quella telefonata, si alzò, si avvolse in un asciugamano e, ricoperto di schiuma, si precipitò in camera e rispose.
Al telefono era Eléo Van Dinh.
Ghenadij von Piotrowski ed Andrej Scerbatskij, quella stessa sera, cenavano in un elegante ristorante di S. Pietroburgo.
I due uomini si sedettero al tavolo prenotato da von Piotrowski e presero a conversare.
< < Allora, sei stato molto assente all’azienda, in questo periodo. Qualche impegno importante?>> domandò con calma Ghenadij.
Andrej si schiarì la voce.
< < Sì, ma so già che non occorre che le spieghi di cosa si tratta.>> rispose il giovane uomo.
Ghenadij sorrise.
< < Andrej, mi piacerebbe che tu ti fidassi di me.>> rivelò Ghenadij con semplicità.
Andrej, che guardava nel vuoto, si voltò verso il cameriere e gli fece un cenno.
Von Piotrowski proseguì:
< < Vedi, quando, poco tempo fa, sono accorso a casa tua, quando c’era Maranesi, ero convinto che tu ce l’avresti fatta comunque, con o senza il mio aiuto. Però, Andrej, volevo farti capire che puoi contare su di me. Capisci quello che intendo?>>
Scerbatskij, scocciato dalla amichevole insistenza di Ghenadij, rispose, scaltro:
< < Sì, lo so, le ho già detto che la ringrazio per essere venuto.>>
Ghenadij sorrise tristemente.
< < Sei come tuo padre.>> pronunciò sottovoce, con malinconia.
Scerbatskij lo guardò in volto, con occhi aggressivi.
< < Perché?>>
< < Anche Nikolaj usava atteggiarsi come fai tu, proprio uguale a te. Gli assomigli molto.>>
< < Perché fa di tutto per ricordamelo?>>
< < E perché invece tu fai di tutto per non parlarne?>>
< < Perché è una storia vecchia.>>
< < Non significa che la si debba dimenticare...>>
< < Io non ho dimenticato mio padre.>>
< < Non sto insinuando questo, Andrej... se solo tu potessi capire...>> mormorò Ghenadij, scuotendo la testa.
< < Cosa c’è da capire?>>
Ghenadij sospirò.
< < Nikolaj non vorrebbe vederti così, consumato d’odio...>>
< < Penso di aver conosciuto mio padre molto meglio di lei.>>
< < Certo, non lo metto in dubbio... ma anch’io gli volevo bene.>>
< < E allora? Non può capire il dolore che ha provato mia madre, il dolore che ha provato la mia famiglia. Non potrebbe mai comprenderli. Era mio padre.>>
<
<
<
Andrej lo fissava.
<
Andrej taceva, immobile.
<
Il cameriere apparve al tavolo e si scusò per il ritardo.
Andrej e Ghenadij ordinarono e, da quel momento, non pronunciarono più una parola riguardo Elettra e il padre di Scerbatskij.
CAPITOLO TRENTUNESIMO
Arrivammo puntuali al ristorante di Lille. Aleksandr Turgenev già ci attendeva. Aveva prenotato un tavolo per me e Rodrigo Vicarelli alle otto e mezza. Horace Mimiaugue, il fondatore e presidente del Circolo di Poesia, non era stato invitato. Ero stata io ad insistere affinché Rodrigo potesse accompagnarmi.
Turgenev ci accolse con un sorriso sibillino che non mi piacque affatto.
Quando mi strinse la mano e la sfiorò appena con le sottili labbra violacee, rabbrividii, ma non di emozione, bensì di riluttanza e di timore. Quell’uomo suscitava in me una sensazione insolita, effimera e di caduca malignità. Era strano, imprevedibile, misteriosissimo.
Seduto di fronte a me ed al fianco di Rodrigo, mi fissava negli occhi con impertinenza, con uno sguardo che mi pareva famigliare.
Aveva occhi scuri, di un colore indefinibile, forse tendente al blu. La pelle del viso era molto pallida, quasi rugosa: aveva guance scavate e scolorite, la fronte molto alta e spaziosa. E poi, le sue labbra… viola, viola, come se avesse avuto un rossetto color ciliegia. I baffi non mascheravano la laidezza della sua bocca: erano piccoli, ben curati, biondastri, ispidi. Ed i suoi movimenti… così schivi, evanescenti, appena accennati. Persino la sua voce era strana, insolita: una diabolica alternanza di timbri profondi giocava contro una calda e lusinghiera, quasi ruffiana melodia.
A tavola, quella sera, Turgenev si dilungò in discorsi assurdi e difficili, di un’ingegnosa e distratta psicologia con la quale pareva studiare ogni mio minimo movimento, ogni mia singola espressione.
Turgenev aveva la capacità di mettermi tremendamente in imbarazzo. Anzi, mi metteva proprio a disagio. Era schietto, privo di tatto, insistente, forse anche maleducato.
A volte, si interrompeva bruscamente, si guardava intorno, e poi tornava ad osservare Vicarelli, esibendo un sorriso velenoso ed amaro come la morte, mentre le sue brutte labbra viola si contorcevano in una smorfia.
Alternava il francese al russo e azzardava qualche parola pronunciata scorrettamente in italiano. Si sforzava di fare l’erudito quando, in realtà, si capiva che non aveva assolutamente studiato lingue.
Non seppi mai l’impressione che diede a Rodrigo. Si manteneva vago, ma capivo benissimo che era molto sconcertato dalla figura di Aleksandr Turgenev.
Il critico letterario, durante la cena, descrisse alla lunga il suo club e parlò dell’idea che aveva in proposito alla sua inaugurazione.
Se, mentre mi parlava, riuscivo a non soffermarmi sul suo aspetto, il suo discorso mi interessava molto. Ma, non appena Turgenev mi fissava in silenzio ed esibiva quel suo sorriso, io abbassavo gli occhi, come paralizzata da tanto orrore.
< < Mademoiselle Van Dinh, sarei lieto se decideste di venire con me a S. Pietroburgo, dopo domani.>> annunciò finalmente Turgenev.
Rodrigo mi guardò con titubanza.
< < Ma, Monsieur Turgenev – interruppe Vicarelli – Forse non comprendete che Mademoiselle Van Dinh possa essere molto incerta in proposito, e che darle appena un giorno di tempo per riflettere sulla sua proposta sia poco, non credete?>>
< < Sì, sono d’accordo, ma ritengo anche che sia solo Mademoiselle Van Dinh a dover decidere.>> replicò con freddezza Turgenev.
< < Monsieur Turgenev, sono felice che abbiate pensato a me per l’inaugurazione del vostro club... Ammetto di essere molto tentata e parteciperei volentieri all’inaugurazione, ma non voglio in alcun modo pubblicizzare un’intera promozione della vostra nuova attività letteraria, sia ben chiaro.>> dissi con determinazione.
Aleksandr sorrise.
< < Certo, vi capisco. Vi prego solo di farmi sapere quale decisione avete preso entro domani sera. Infine, Mademoiselle, vi ricordo che, dopo l’afflusso di molti scrittori russi al Circolo Vivre pour écrire di Parigi, sarebbe un peccato che tradiste i vostri numerosi fans e li privaste della vostra piacevolissima presenza.>> recitò Turgenev.
Io sorrisi.
< < Lo so, è per questo che sono molto indecisa...>>
< < Spero proprio che prenderete la decisione più saggia, allora, Mademoiselle Van Dinh.>>
Quando ci congedammo da Turgenev – il quale aveva offerto la cena al ristorante di Lille – egli salutò Rodrigo con una forte stretta di mano. Lo fissò negli occhi, gelido, senza sorridere, e gli disse “arrivederci”.
Quando, invece, prese la mia mano, egli la portò con lentezza alle labbra, guardandomi, e mormorò qualcosa sottovoce, qualcosa che io sperai di non comprendere, tanto quell’uomo mi faceva paura. Probabilmente disse solo “buonanotte”, eppure, non capii mai per quale motivo, quella sua frase non udita mi ghiacciò il sangue.
CAPITOLO TRENTADUESIMO
Ho appena riletto i primi capitoli, versi e paragrafi che tracciano il ritratto di Andrej, pagine e pagine che descrivono la nostra nascente passione.
Andrej mi manca da morire.
Lo so, sto sbagliando a scrivere queste mie parole ora, ma mi è impossibile non accennare qualcosa.
Io ho amato da morire Andrej, ho cercato di spiegarlo: ogni capitolo, ogni paragrafo, ogni frase, ogni parola rifletteva quel rosseggiante amore perduto che provavo e provo tuttora verso di lui.
Eppure, le parole non bastano.
Vorrei che il mondo potesse odorare quel profumo di lampone, l’effluvio dolce ed inebriante della sua pelle, l’umida fragranza della nebbia.
Ogni sera, quando cala la notte e le stelle si accendono, io risento quel profumo, risento l’odore fresco e timido della nebbia, ed io piango, piango, perché amo un fantasma, perché amo uno spirito, perché amo ed amerò per sempre, non morirò mai, e non troverò mai pace.
Sono così felice di aver conosciuto Andrej, sono così felice di essermi innamorata di lui… mi ha donato quel sogno che tanto decantavo nelle mie poesie, ha permesso che io crescessi e diventassi la donna che sono oggi, tanti anni dopo, ed ha fatto sì che io non mi dimenticassi mai di essere viva.
Forse troverete le mie parole eccessive ma, vi prego, chiudete gli occhi.
Ora, ascoltate.
Il silenzio vi sta parlando, sussurra di un amore inspiegabile, bisbiglia un’amara fine, canta dolcemente una passione sfrenata. E, con la sua voce, soffia il profumo della nebbia.
La mia condanna ad amare, la mia pena, il mio castigo eterno si protrarrà per sempre, all’infinito; sono destinata ad amare Andrej per tutta la vita e… e lo capirete alla fine.
Perdonatemi, perdonate la passione, perdonate il romanticismo, perdonate la poesia.
Non volevo essere compatita, non volevo essere derisa.
Io volevo solo ballare.
CAPITOLO TRENTATREESIMO
Accettai di seguire Aleksandr Turgenev a S. Pietroburgo. Volevo rischiare, volevo tentare, volevo gettarmi in qualcosa che occupasse tutta la mia mente, volevo sfidarmi.
Se, adesso che so cosa sarebbe successo, ci ripenso, abbasso il capo, colpevole. Forse, se non avessi mai acconsentito ad accompagnarlo a S. Pietroburgo, la mia vita sarebbe stata completamente diversa, chi lo sa, chi mai potrà saperlo. So solo che io ci penso ogni giorno, me lo chiedo ogni minuto che passa.
Rodrigo Vicarelli non disse niente, non tentò di opporsi, non dimostrò nessun’emozione, sussurrò semplicemente:
< < Mi auguro che sia utile per la vostra carriera artistica, signorina Elettra.>>
Io avevo sorriso mestamente.
Per la prima volta, avevo provato pena per Rodrigo. Lo vedevo smarrito, triste, perduto. Avrei voluto avvicinarmi a lui ed abbracciarlo, ma non lo feci, forse per timidezza, forse per paura di essere troppo invadente.
Comunque, nonostante fossi partita, diffidavo pienamente da Aleksandr: la sua insistente ed ossequiosa gentilezza mi insospettiva, la sua garbata e maniacale cortesia mi infastidiva.
Avrei voluto avvertire Andrej della mia inaspettata partenza, ma non sapevo come rintracciarlo. Decisi che, una volta giunta a S. Pietroburgo, avrei fatto di tutto per comunicargli che ero lì.
Andrej Scerbatskij, addormentatosi sul divano, aprì lentamente gli occhi. Un raggio di sole filtrava dalla finestra e gli illuminava il viso. Andrej, rabbrividendo, si sedette pigramente. La testa gli doleva un poco. La casa era fredda, gelida.
Scerbatskij pensò che doveva assolutamente sbrigarsi. Ievghienij Necaev sarebbe giunto presto e lui doveva preparare un’adeguata accoglienza al suo complice.
Il cellulare di Andrej squillava.
< < Ciao, dimmi.>> pronunciò Andrej non appena rispose.
< < Guarda che sto arrivando.>> lo informò Ievghienij.
< < Scendo.>> rispose Andrej e riagganciò.
Scerbatskij estrasse una valigietta dall’armadio di camera sua e la piazzò in cucina, sul tavolo.
L’equivalente ad ottocentocinquanta milioni di vecchie lire riposava al sicuro nella valigietta.
Andrej sorrise amaramente. Pensava al suo “amico” Ievghienij, il quale l’aveva ingenuamente affiancato in quella sordida operazione di vendetta.
Ora, Scerbatskij sapeva che, una volta avuti i soldi, Necaev avrebbe fatto di tutto per ucciderlo e, ovviamente, si era preparato a quest’evenienza.
Chiuse la porta del suo appartamento e scese le scale con rapidità.
La macchina di Ievghienij accostò. L’uomo scese dall’auto ed entrò nel cortile del condominio.
< < Ciao, vieni.>> rispose Andrej.
Ievghienij lo seguiva sulle scale.
< < Perché mi hai chiamato?>> domandò curiosamente.
Andrej non rispose.
Giunsero dinanzi alla porta dell’appartamento di Scerbatskij e quest’ultimo inserì le chiavi nella serratura.
< < Prego.>> pronunciò.
Necaev entrò. Scerbatskij richiuse la porta.
< < Ti ho chiamato per dirti che, da questo momento, mi arrangerò.>> disse freddamente Andrej.
Ievghienij, stupito, ribatté:
< < Cosa significa?>>
< < Non c’è bisogno che te lo ripeta... penso che tu sia abbastanza intelligente per arrivarci da solo... o forse ti sopravvaluto?>> replicò Andrej.
< < Scerbatskij, non giocare con me. Gli accordi erano diversi. Avrei dovuto andarmene solo dopo aver ucciso Dobroljubov, il piano era chiaro. Perché ora ti inventi questa cazzata?>> sbottò diffidente Ievghienij.
< < Non te ne deve fregare perché, è così e basta. Qui ci sono i soldi.>>
Andrej indicò la valigietta.
< < Immagino che siano di meno.>>
< < Però, quanto sei perspicace.>>
< < Non mi va, Scerbatskij. Non mi fido.>>
< < Non bisogna mai fidarsi.>>
Ievghienij lo guardò con rabbia.
< < Già, è quello che dico anch’io.>>
Scerbatskij percepì l’abile e rapida mossa di Necaev e si spostò con velocità. La pallottola lo mancò di poco.
Andrej estrasse subito la sua pistola e sparò. Il silenziatore non lo tradì.
Ievghienij cadde a terra, ma non era morto.
< < Lo sapevo che eri un figlio di puttana...>> sibilò mentre un fiotto di sangue gli fuoriusciva dalla bocca.
Scerbatskij sorrise.
< < Ora ne hai avuto la conferma.>>
Sparò di nuovo e, questa volta, Necaev spirò.
CAPITOLO TRENTAQUATTRESIMO
Alloggiavo all’Hotel Europa, un albergo elegantissimo, di un lusso antico e sfarzoso, classico e raffinato.
Dopo il volo, Turgenev mi aveva accompagnato all’Hotel. Mi aveva salutato ed aveva detto che sarebbe venuto a prendermi quella sera alle nove. Saremmo andati a cena in un ristorante della città e, poi, la mattina seguente, mi avrebbe accompagnato al club. L’inaugurazione era fissata per sei giorni dopo. Turgenev desiderava che gli dessi un parere sul locale ed aveva tanto insistito affinché acconsentissi ad andare con lui la mattina seguente.
Stanca per il lungo viaggio, mi accasciai sul letto, distrutta.
Erano già le sette passate ed avrei almeno voluto riposarmi un po’ prima di uscire di nuovo… così, mi avvicinai al telefono e chiamai i miei e Rodrigo. Poi, estrassi la mia agendina dalla borsa. La sfogliai con attenzione, cercai minuziosamente e, con gioia, trovai il numero di Andrej: avevo quello del cellulare vecchio, memorizzato ancora nel mio telefono, del cellulare nuovo e di casa sua. Sapevo che lui non voleva e che si sarebbe arrabbiato molto, ma pensai che fosse comunque necessario.
Composi il suo numero di cellulare. Dopo diversi istanti, riattaccai, scontenta e delusa. Riprovai ancora, perché non volevo demordere. Stessa cosa. Scocciata, provai a chiamare il numero vecchio, quello ancora memorizzato nel mio cellulare. Il telefono era addirittura spento. Allora, finalmente decisa, chiamai il numero di casa. Avevo paura, non avevo mai chiamato Andrej a casa sua. Dopo quattro squilli, sentii alzare il ricevitore. Andrej, ovviamente, rispose in russo. Io scoppiai a ridere.
< < Ciao!>> esclamai.
Qualche istante di silenzio.
< < Elettra?!>>
< < Scusami se ti ho chiamato a casa, so che non vuoi, però avevo assolutamente bisogno di parlarti...>>
< < È successo qualcosa?>> domandò, allarmato.
< < No, stai tranquillo... sono a S. Pietroburgo, all’Hotel Europa.>>
< < Veramente?!>>
Io annuii.
< < Aspetta un minuto, ti chiamo dal cellulare.>>
Riagganciò.
Pochi secondi dopo, il mio cellulare prese a squillare.
< < Eccomi.>> dissi, raggiante.
< < Ma cosa ci fai qui?>> domandò lui, curioso.
< < Sono con un critico letterario, un certo Aleksandr Turgenev.>>
< < Mai sentito. Come vi siete conosciuti?>>
< < È arrivato pochi giorni fa a Lille, al convegno dove Mimiaugue ha annunciato il mio nuovo libro, hai presente?>>
< < Ah, sì, me ne avevi parlato.>>
< < Si è presentato e ha detto che mi voleva all’inaugurazione del suo club per scrittori.>>
< < Wow, complimenti!>>
< < Avrei voluto fartelo sapere prima, ma non sapevo dove chiamarti...>>
< < Vieni da me stasera.>> sussurrò Andrej.
Io sorrisi.
< < Verrei, amore mio, ma non posso. Devo cenare con Turgenev, questa sera.>>
< < E allora? Se vuoi, posso venirti a prendere al ristorante. Dove andate?>>
< < Non lo so ancora.>>
< < Va bé, vorrà dire che verrò a prenderti in albergo. Voglio passare la notte con te...>> mormorò dolcemente.
< < Sei tanto caro...>>
< < Sono felice che tu sia qui!>>
< < Anch’io ne sono felice...>>
< < Mademoiselle Van Dinh, so che vi sembrerà una domanda molto impertinente, però non posso trattenermi... – sussurrò misteriosamente Turgenev, a cena – Qual è il vostro vero nome?>>
Io sorrisi.
< < Vi siete risposto da solo, Monsieur Turgenev: è una domanda molto impertinente.>> risposi freddamente.
Aleksandr mi fissava maliziosamente.
< < Siete veramente una donna molto in gamba, Mademoiselle. Ma io insisto.>>
< < Se porto un nome d’arte è proprio perché non voglio che si sappia qual è il mio nome di battesimo, Monsieur Turgenev, non credete?>> replicai.
< < Certo, sono perfettamente d’accordo... ma mi piacerebbe chiamarvi con il vostro vero nome.>>
< < Perché, non vi basta forse Eléo Van Dinh?>> domandai, sorseggiando un bicchiere d’acqua.
< < Tutti vi chiamano così, io vorrei distinguermi.>> rivelò Aleksandr.
< < Perché?>> chiesi, senza capire.
Turgenev mi guardò negli occhi. Allungò le sue mani verso le mie e le sfiorò lievemente.
< < Perché vorrei essere qualcosa di più che un semplice critico letterario per voi, Mademoiselle Van Dinh.>>
Io arrossii, imbarazzata, e ritrassi le mani dalle sue.
< < Credo che questa conversazione non abbia proprio luogo.>>
Turgenev sorrise.
< < Spero di non avervi annoiata, questa sera, Mademoiselle.>>
< < No, mi sono trovata molto bene.>> dissi, consapevole della mia sfacciata ipocrisia.
< < Domani sarà una giornata molto impegnativa... credo sia meglio che vi accompagni all’albergo.>>
< < Già, lo credo anch’io.>>
CAPITOLO TRENTACINQUESIMO
Quale sensazione provai quando lo vidi… ritto di fronte a me, la sigaretta tra le labbra, il cappotto blu, i capelli color miele, lo sguardo azzurro, freddo, inflessibile… Non si era accorto della mia presenza, fissava qualcosa in lontananza, assorto nei suoi macabri pensieri, nelle sue orrende congetture.
< < Andrej...>> sussurrai sottovoce, avvicinandomi alla sua sagoma.
Lui si voltò. Sorrise dolcemente. Buttò la sigaretta e la calpestò con la scarpa, poi, mi si avvicinò, tendendomi le braccia.
< < Ciao bambina.>> bisbigliò, baciandomi la guancia.
Io lo guardavo, adorante.
< < Dai, sali.>> incitò, trascinandomi verso la sua auto.
Ridevamo e ci guardavamo felici, senza accorgerci che qualcuno ci stava spiando.
Aleksandr Turgenev o, meglio, Vecislav Ossipovic Dobroljubov, quella notte, non chiuse occhio.
Sua moglie, la bella e giovane Alessia, dormiva saporitamente nel letto. Il bambino, Griscia, era a casa di un amico.
Vecislav si alzò e si diresse nel salone del piano inferiore della sua grande e bella casa. Sprofondò nella poltrona e si accese una sigaretta. Prese una bottiglia di Whisky e, senza curarsi di procurarsi un bicchiere, ne bevve l’alcool direttamente dal collo.
Pensava alla bellissima Elettra, quella giovane scrittrice affascinante e seducente: lo intrigava da morire, gli piaceva tantissimo. Quel suo viso di bambina, il suo bel sorriso, la bocca rossa e carnosa, le braccia corpose, di un bianco lucente… tutto lo attirava infinitamente. Si chiedeva come una donna del genere potesse essersi innamorata di Andrej Scerbatskij.
Vecislav si riteneva molto più affascinante del figlio di Nikolaj, eppure, Elettra respingeva freddamente ogni sua avance, ogni suo complimento. Era schiva, fredda e severa.
Quella sera, dopo cena, l’aveva vista correre incontro ad Andrej Scerbatskij.
Vecislav sorrideva, pensando che, il mattino seguente, lui, solo lui, avrebbe distrutto per sempre il sogno che viveva quella bella giovane: avrebbe rovinato la sua vita e ne avrebbe preso un’altra, quella di Scerbatskij.
La casa di Andrej, la penombra, il freddo, le sue mani così calde sul mio corpo e la sua bocca avida che errava sulle mie labbra… ho tanti ricordi confusi e bellissimi di quella notte.
Non c’era la luna, ma il cielo era ricoperto di stelle. Brillavano, luccicavano ardentemente, furiose, di una selvaggia e vetusta bellezza, parevano voler urlare il loro desiderio di essere vive.
< < Ti amo... ti amo da morire...>> ripeteva furiosamente passionale il mio Andrej, affondando il volto nel mio corpo, baciando voracemente la mia pelle.
Io l’abbracciai forte, baciandolo impetuosamente, e annusavo il suo odore forte, d’amore e di oblio, quel profumo fantastico che solo su di lui ho conosciuto.
< < Elettra...>> mormorò con un sibilo di piacere, mentre io lo fissavo, ciecamente ansiosa di vivere quella notte d’amore.
< < Dillo ancora...>> supplicai languidamente.
Lui mi guardava.
< < Elettra...>> ripeté, fissandomi negli occhi.
< < Come potrei vivere senza di te...>> sussurrai, chiudendo gli occhi e premendo il mio volto al suo.
Lui mi afferrò il viso tra le mani, con violenza.
< < Ti amo, ti amo... sei tutto per me...>> disse, affannato, cospargendomi di baci.
Mi voltò, si mise sopra di me, e sentii il suo corpo nel mio, inaspettato, improvviso… tutto era vero, tutto esisteva, tutto era nebbia e vita…
Andrej, se solo potessi riaverti, qui, ora, con me, per un attimo…
CAPITOLO TRENTASEIESIMO
Andrej mi accompagnò all’Hotel Europa molto presto, quella mattina. Erano appena le sette e tre quarti, infatti, e noi non avevamo dormito un minuto, quella notte. I nostri cuori avevano palpitato, vicini, i nostri respiri erano stati lo stesso respiro e l’eco affannata e bramosa di quelle ore d’amore aveva logorato i nostri animi consumati di piacere.
< < Grazie per questa notte...>> sussurrai, guardandolo negli occhi.
Lui sorrise.
< < Ma grazie di cosa?>> bisbigliò, divertito.
< < Non lo so... grazie di esistere, grazie di amarmi.>>
Lui mi guardò, intenerito.
< < Ti amo, ti amo tanto.>>
Io chiusi gli occhi.
< < Avrei tanta voglia di rimanere con te, ora... mi dispiace, mi dispiace tanto doverti lasciare... sono stata benissimo, con te, questa notte.>>
Andrej mi accarezzò i capelli.
< < Ci vedremo stasera, piccola. Se vuoi, rimani con me anche questa notte.>> propose.
Io sorrisi.
< < Sul serio?>> domandai, meravigliata.
< < Certo!>>
< < Sono felice che tu me lo chieda.>>
< < Perché, pensavi che una notte sarebbe stata sufficiente?!>>
Io risi.
< < Voglio guardarti mentre ti addormenti al mio fianco.>>
Io lo guardavo con tenerezza.
< < Mi mancherai, lo sento già...>> dissi tristemente, abbracciandolo.
< < Dai, ci vediamo presto... mi raccomando, chiamami subito quando arrivi, ok? Chiamami sul numero vecchio, però, va bene?>>
< < D’accordo. Ciao, Andrej... ti amo.>>
< < Ti amo tanto anch’io, Elettra.>>
Io gli sorrisi e feci per andarmene, ma, un istante dopo, Andrej mi chiamò.
< < Elettra!>>
Mi voltai e lo guardai.
< < Sì?>>
Mi fissava con amore. Mi si avvicinò piano, lentamente.
< < ...Quando tutto finirà, voglio vivere insieme a te.>> dichiarò con sicurezza.
Io lo guardai, confusa.
< < Sul serio?>>
< < Sì.>>
< < Sarebbe bellissimo...>>
< < Tu sei bellissima.>>
Gli diedi un bacio, lui mi strinse forte.
Poi, mi voltai, lo salutai un’ultima volta, scuotendo la mano, e lui mi osservò scivolare via.
Circa due ore dopo, verso le nove e mezza, scesi dalla mia stanza.
Nella lussuosissima ed ampia hall dell’Hotel vidi Aleksandr Turgenev, assiso su un grazioso sofà. Sorseggiava un tè e leggeva il giornale.
< < Oh, buongiorno Mademoiselle Van Dinh.>> disse con un orribile sorriso.
< < Buongiorno Monsieur Turgenev.>> risposi io, sorridendo appena.
< < Permettetemi di dirvi che questa mattina siete particolarmente affascinante.>>
< < Grazie.>>
Uscimmo dall’albergo e Turgenev mi accompagnò alla sua macchina.
< < Avete dormito bene questa notte?>> domandò, senza guardarmi negli occhi, sedendosi al posto di guida.
< < Sì, grazie.>> risposi, sorridendo tra me e me.
< < Bene, mi fa piacere.>>
Accese la radio. Musica russa, piuttosto movimentata, si diffuse nell’automobile. Turgenev abbassò il volume.
< < Vi da’ fastidio?>>
< < No, affatto.>> risposi distrattamente.
< < Sono venuto a prendervi così presto, Mademoiselle, perché la sede del club è un poco distante dalla città.>>
< < Quanto impiegheremo ad arrivarci?>>
Turgenev esitò. Pareva pensieroso.
< < Circa tre quarti d’ora, un’ora al massimo.>>
< < Non pensavo fosse così lontana.>> mormorai, meravigliata.
< < S. Pietroburgo è una città grande, Mademoiselle.>> affermò con vivacità Aleksandr.
Quella mattina aveva sempre parlato in russo. Capivo abbastanza facilmente le sue parole, ma non mi era altrettanto semplice rispondere.
< < Quanto pensate di fermarvi ancora?>>
< < Penso di partire domenica prossima.>>
< < Oh, così presto?>> si dispiacque Aleksandr.
< < Sì, ho diversi impegni a Parigi, al Circolo.>>
< < Ma, ditemi una cosa: siete felice di essere iscritta al Circolo di Poesia Vivre pour écrire?>>
< < Certo.>>
Seguì un attimo di silenzio. Io ripresi:
< < Perché?>>
Turgenev sbuffò.
< < Una scrittrice della vostra portata meriterebbe di più, secondo il mio punto di vista.>>
< < Vivre pour écrire è un ottimo trampolino di lancio per la mia carriera e lo ritengo perfettamente idoneo ed adatto alle mie caratteristiche.>>
Ancora silenzio, un periodo molto più lungo, questa volta, però. Mi sentivo a disagio, come sempre, d’altronde, vicino a lui.
Era una bruttissima giornata, fredda, umida, grigia. Il cielo era bianco, appannato, ricoperto da una sdrucciolevole polvere color della cenere.
Aleksandr guidava molto bene, quietamente, con calma, senza fretta.
I suoi capelli fulvi, di un colore indefinibile, gli cadevano quasi sulle spalle, radi e secchi. Qualche granello di forfora giaceva sulle sue spalle, sopra la giacca nera. Le sue labbra, viola, erano serrate in una rigorosa smorfia d’odio, di rabbia, di rancore.
Quel giorno, Aleksandr Turgenev era più minaccioso e laido del solito.
CAPITOLO TRENTASETTESIMO
Andrej Scerbatskij si recò a casa di Ghenadij von Piotrowski. Suonò il campanello ed una domestica venne ad aprire.
< < Il dottor von Piotrowski è in casa?>>
< < Sì, chi devo annunciare?>> chiese la domestica.
< < Andrej Scerbatskij.>>
< < Oh, subito.>> disse la donna, capito chi fosse quel giovane uomo dagli occhi di ghiaccio.
Andrej fu fatto accomodare in salotto. Pochi minuti dopo, venne raggiunto da von Piotrowski, avvolto in una vestaglia color amaranto.
< < Buongiorno, come mai già qui di prima mattina?>> disse Ghenadij, sorridendo.
< < Ho bisogno del suo aiuto, assolutamente.>> sibilò Andrej.
Il suo volto era molto preoccupato, nervoso, teso.
< < Cosa è accaduto?>> si allarmò Ghenadij.
< < Qualcosa che avrei dovuto prevedere.>> rispose enigmatico Andrej.
< < Avanti, parla!>> incalzò preoccupato von Piotrowski.
< < Dobroljubov ha scoperto dell’omicidio di Nekràsov e di Teliatnikov...>>
< < Era ovvio, non mi sembra che sia così sorprendente... sono stati uccisi da diverse settimane...>> l’interruppe Ghenadij.
< < ...Sì, lo so, ma Dobroljubov ora non è a S. Pietroburgo o, almeno, è introvabile. Nessuno sa dove sia. Nemmeno la moglie.>> continuò Andrej.
< < Ma... è logico, Andrej... sarà impegnato, chissà quanti guai avrà dovuto affrontare con l’azienda dopo la morte dei suoi due soci...>> affermò Ghenadij.
< < Non si tratta di questo, lo sa anche lei. – disse con sicurezza Scerbatskij – Temo che Dobroljubov mi abbia preceduto, Ghenadij.>>
L’uomo si sedette sulla poltrona.
< < Cosa intendi dire?>> sussurrò von Piotrowski, leggendo l’odio negli occhi di Scerbatskij.
< < Credo che mi abbia fottuto, signore.>>
<
Un edificio di medie dimensioni, piuttosto trascurato, circondato da un ampio giardino ci guardava dall’altro lato della strada. Era grigio, spento, senza vita. Il cancello bianco che lo circondava era molto ben lavorato ed il giardino era anch’esso molto bello, ma l’edifico pareva addirittura fatiscente.
<
<
<
<
I miei tacchi scivolavano sulla ghiaia.
Turgenev estrasse delle chiavi da una valigietta nera in pelle che teneva stretto nelle sue lunghe mani affusolate ed aprì la porta dell’edificio.
<
<
Il posto era situato in un luogo piuttosto isolato, non c’erano abitazioni intorno, solo strade, tundra e steppa.
Un brivido mi attraversò la schiena. Non lo dimenticherò mai.
CAPITOLO TRENTOTTESIMO
Dopo aver discusso con Ghenadij von Piotrowski, Andrej si precipitò a casa. Una volta arrivato, afferrò la pistola e prese il suo fedele coltello.
Digitò sui tasti del cellulare il numero dell’abitazione in campagna dei suoi nonni, in attesa di parlare con la madre. Dopo diversi squilli, qualcuno alzò il ricevitore. Era suo nonno, ed Andrej chiese di parlare con la madre. Attese per qualche minuto e poi, finalmente, sua madre rispose al telefono.
< < Ciao, Andrej! Come stai?>> domandò Tania, contenta di sentire il figlio.
< < Mamma, allontanati subito dalla casa dei nonni.>>
< < Perché?>> chiese stupita la madre.
< < Non farmi domande, fai così e basta.>>
< < Ma Andrej, cosa stai dicendo?!>> esclamò la donna, sconcertata.
< < Porta Mitia con te.>> continuò Andrej, irremovibile.
< < Andrej, è successo qualcosa? Stai bene? Ti prego, parla!>> lo supplicò Tania ansiosamente.
< < No, niente, ma è più sicuro che ve ne andiate da qualche parte, e in fretta, anche.>>
< < Ma dove vuoi che andiamo?! La città più vicina è in Finlandia!>> esclamò con ironia la madre.
< < Mamma, va’ in Finlandia, va’ dove ti pare, basta che non rimani lì!>> ordinò Andrej nervosamente.
< < Va bene, va bene... calmati. Andrò a Primorsk, da tua zia, ok?>>
< < Perfetto. Parti subito.>>
< < Ti prego, qualunque cosa sia successo, fa’ attenzione, Andrej.>>
< < Stai tranquilla. Salutami Mitia. Ciao, ci sentiamo presto. Chiamami quando arrivi, mi raccomando.>> la rassicurò Andrej.
< < D’accordo. Andrej, stai attento.>>
E Scerbatskij riagganciò.
< < Questa è la sala principale.>>
Osservavo con attenzione le pareti dell’edificio, la mobilia, l’arredamento, lo stile. Era tutto molto semplice, molto lineare, molto scialbo. A prima vista non mi era affatto sembrato l’ambiente ideale per un club ed ora la mia impressione si stava lentamente confermando.
< < E la sala congressi?>> domandai.
< < Prego, seguitemi.>> mi invitò Turgenev.
Uscimmo dalla stanza ed entrammo in una piccola sala.
< < Scusatemi un attimo, Mademoiselle, ma devo recarmi alla toilette. Faccio in un momento.>> disse Turgenev, sorridendo.
Uscì dalla sala congressi e scivolò via, senza che io ci facessi caso.
Iniziai a vagabondare lungo quella piccola sala, osservando le sedie, il grande tavolo in legno, le ampie e numerose finestre che davano sul cortile. Notai che fuori stava calando la nebbia. Il bosco, in lontananza, si vedeva appena e la strada scompariva nel nulla, in una nuvola bianca e compatta.
Solo il suono dei miei tacchi riempiva l’angosciante vacuità di quelle stanze senza storia, senza presente, senza futuro. C’era un odore di chiuso, di morte, di vecchio. Esile e greve era quel sospiro di vento che aleggiava gelidamente all’interno delle stanze del club.
Uscii dalla stanza e presi a percorrere un lungo e buio corridoio. Le pareti, al contrario di quelle del Circolo di Poesia Vivre pour écrire, tappezzate di quadri, erano vuote, di un sordido bianco. Era tutto così spoglio, così freddo, così poco accogliente che rimasi veramente molto delusa. Mi ero immaginata un ambiente originale, luminoso, forse anche un po’ innovativo ed insolito, ed invece mi trovavo in una grande casa apparentemente abbandonata, situata in un posto senza nome.
Mi accorsi di aver dimenticato la borsa nella sala più grande dell’edificio, quella che avevo visitato per prima con Turgenev. Tornai indietro, ma intuii di aver perso la strada. Disorientata e confusa, cercai di ripercorrere il cammino che avevo intrapreso prima, invano. Un’odiosa angoscia accresceva in me, tessendo un forte nodo alla gola. Mi decisi a chiamare Turgenev, e pronunciai il suo nome con voce tremante, balbettando.
< < Monsieur Turgenev... mi sono persa!>>
Sorrisi, irrequieta. Mi guardavo intorno, agitata, senza scorgere altro che vuoto e nulla.
< < Mademoiselle, sono qui...>> disse finalmente la voce di Turgenev.
Udii i suoi passi raggiungermi lentamente ed intravidi la sua sagoma.
< < Oh, per fortuna... pensavo di essermi persa.>> ammisi, sorridendo, un po’ imbarazzata.
< < Non c’è problema, come vedete ci siamo trovati subito.>> rispose Aleksandr, porgendomi la borsa.
< < Oh, grazie, la stavo proprio cercando.>>
< < Figuratevi. Bene, ora voglio farvi vedere le diverse attività che offre il club. Prego, seguitemi. Dobbiamo salire le scale.>> disse Turgenev, precedendomi.
Lo seguii. La scalinata era ripida ed i gradini erano molto alti e scoscesi.
“Chissà chi ha camminato qui, prima di me…” pensai.
Arrivammo ad uno stretto pianerottolo e Aleksandr aprì una porta. Accese la luce all’interno della stanza. Le finestre erano chiuse, le persiane abbassate. Polvere e ragnatele avevano abbondato chissà per quanto tempo in quella sala oscura.
< < Questa è la stanza riservata alle carte, Mademoiselle.>> annunciò Turgenev.
C’erano diversi tavolini piazzati nella saletta, lampadari bassi e sedie nere, sporche di polvere. Un ampio mobile di legno scuro giaceva contro il muro. Sopra di esso, vi era un vaso colmo di fiori secchi. I petali, seccati, erano caduti per terra.
Turgenev mi mostrò una porta.
< < Vedete, quella? – indicò l’uomo. Io annuii. – Bene, da lì si accede all’altra sala, Mademoiselle, la sala da biliardo che vi mostrerò ora.>>
< < Oh, interessante.>>
Turgenev spense la luce e richiuse la porta.
Salimmo ancora le scale e ci ritrovammo su un altro pianerottolo.
Turgenev aprì la porta e premette l’interruttore. La stanza era molto spaziosa, più bella della precedente ed apparentemente più curata. Sembrava quasi che fosse stata adoperata maggiormente, in passato.
< < Coraggio, non state lì sulla porta!>> esclamò Turgenev, sorridendo.
Io arrossii ed entrai.
C’erano piccoli tavolini ricoperti di lussuosi candelabri e posacenere in marmo, molti quadri appesi alla parete ed un vistoso lampadario di cristallo.
Turgenev aprì un’altra porta ed accedemmo ad un piccolo locale che, mi spiegò, doveva fungere da bar. Poi, Aleksandr mi guidò attraverso un corridoio e ci ritrovammo nella vera e propria sala da biliardo. C’erano quattro tavoli e, sopra ogni tavola, gli appositi lampadari. C’erano diversi sgabelli attorno al perimetro della stanza e le stecche erano tutte ai loro posti, ben lucidate.
< < Scommetto che venite spesso qui a giocare con gli amici, non è vero?>>
Aleksandr scoppiò a ridere.
< < Cosa ve lo fa capire?>>
< < Questa stanza è molto più curata delle altre, sembra quasi più utilizzata.>> ammisi con un sorriso, guardandomi attorno.
< < Sì, è vero, ci vengo spesso.>> rispose Turgenev, fissandomi.
Mi guardava in silenzio, studiando ogni mio minimo movimento. Io, sentendomi osservata, mi voltai e finsi di non accorgermi del suo sguardo fisso sul mio corpo.
< < Vedete quella porta laggiù? Conduce ad una scala, una scala che porta alla sala di prima, al piano sotto, la sala delle carte.>> spiegò Turgenev.
< < Oh, capisco.>>
< < Sapete giocare a biliardo?>> domandò ad un tratto.
Io lo guardai.
< < Una volta... è da molto che non gioco.>>
< < Bene, allora è il momento di ricominciare, non trovate?>> sussurrò Turgenev, porgendomi una stecca.
Io sorrisi.
< < No, veramente... non sono molto brava...>> tentai di giustificarmi.
< < Non importa, non è un problema. Avanti, sarà divertente.>> insistette Turgenev.
Prese una stecca per sé e posizionò le palle da gioco sul tavolo, nell’apposito triangolo nero. Afferrò la pallina bianca, si posizionò, fissò la palla per qualche istante e la colpì con decisione con la stecca. La palla scivolò lungo il tavolo ed andò a colpire le altre palline colorate, dandogli forti colpi e facendole ricadere nelle buche.
< < Prego, tocca a voi.>>
CAPITOLO TRENTANOVESIMO
Scerbatskij pigiò con foga sull’acceleratore.
Lo sapeva, lo sapeva. Si odiava e si detestava con tutte le sue forze. Quella voce, quella voce così aspra, metallica, tagliente… quella parole, così minacciose, tetre, misteriose… Andrej sbatté le mani sul volante, con violenza. Cieco d’odio, vedeva l’immagine di Vecislav Ossipovic Dobroljubov nei suoi pensieri. Udiva la sua voce nella sua mente.
La telefonata che aveva ricevuto circa venti minuti prima l’aveva sconvolto. Aveva urlato, aveva preteso di sapere cosa avesse fatto, con chi si trovasse, ma Dobroljubov gli aveva riso in faccia.
< < Vieni alla vecchia villa.>> aveva semplicemente ordinato Vecislav.
< < Se scopro che hai rapito qualcuno che mi sta a cuore...>> aveva sibilato con rabbia e con rancore Andrej, ma Vecislav l’aveva interrotto:
< < Stai zitto e vieni, prima che sia troppo tardi. Comunque, sono in dolce compagnia.>>
< < Con chi sei?! Parla, bastardo...>>
< < Te lo spiegherò dopo, in veste di Aleksandr Turgenev. A presto.>>
< < Come, come hai detto?! Pronto?! Pronto?!>>
Ma Dobroljubov aveva riattaccato.
Scerbatskij conosceva quel nome, sapeva di conoscerlo, lo sapeva. Ma dove l’aveva sentito? Da chi?
D’improvviso, si ricordò. Fu come un fulmine, un fulmine in una giornata di sole.
< < Elettra...>> sussurrò, stravolto.
Premette ancora di più sull’acceleratore, la freccia del contachilometri salì vorticosamente.
< < Brava, un ottimo colpo!>> si complimentò Turgenev, seduto sul bordo del tavolo, contemplando la mia mossa.
< < Grazie.>> risposi, sorridendo.
< < Posso farvi una domanda, Mademoiselle?>> disse Aleksandr, preparandosi al tiro.
< < Sì, certo.>>
< < Siete innamorata?>>
Io, perplessa, esitai.
< < Perché?>> domandai, imbarazzata.
< < Rispondetemi...>> bisbigliò Turgenev.
< < Mi sembra una domanda alquanto insolita...>>
< < Vi ho chiesto semplicemente se siete innamorata di qualcuno, non mi sembra una domanda tanto difficile.>> replicò scaltro l’uomo, colpendo la palla con violenza.
< < Preferirei non rispondervi.>> mormorai, guardando nel vuoto.
Turgenev sorrise.
< < Io sono convinto di sì.>>
< < Veramente? Perché?>>
< < Basta guardarvi, si capisce subito.>>
Io sorrisi.
< < Lo amate?>> soggiunse Turgenev, fissandomi negli occhi.
Io abbassai lo sguardo, incapace di sostenere la freddezza con la quale mi fissava.
< < Vi prego, non fatemi domande simili...>>
< < Mademoiselle Van Dinh, siete bella quanto timida ed ingenua.>>
< < Lo pensate sul serio?>>
< < Sì. Credo che siate una donna molto fragile, dentro.>>
< < No, sbagliate.>> dissi, posizionando la stecca.
< < Perché?>>
< < Mi ritengo molto forte, al contrario di quello che pensate.>> annunciai con spavalderia.
< < Certo, forse date l’impressione di essere così... ma in realtà, vivete di menzogne.>>
< < Come vi permettete di dire una cosa simile?!>>
Turgenev sorrise.
< < Mademoiselle, voglio raccontarvi una storia. Vi prego, ascoltatemi.>>
Io lo guardavo curiosamente, attonita.
< < Una volta, tanto tempo fa, avevo due cari amici. Eravamo inseparabili, veramente inseparabili.>>
Turgenev si fermò e colpì la palla con un colpo secco della stecca. La palla balzò nella buca con facilità.
< < Pensate che lavoravamo addirittura insieme, in una grande e fruttuosa azienda. – Turgenev si schiarì la voce – Ma avevamo un nemico, un nemico comune. Era un uomo molto ricco, molto importante. Così decidemmo di comune accordo di eliminarlo, per il bene dell’azienda.>>
Io, sconvolta, incapace di pronunciare parola, mi sentii gelare il sangue.
< < Ma costui aveva un figlio, un figlio molto giovane, ancora bambino. Egli fuggì in Italia con la madre, prima che noi potessimo fare qualcosa per fermarlo.>>
Turgenev mi fissò per un istante che credetti lunghissimo. Mi sentii attraversare da una scarica di paura e mi accorsi che stavo tremando.
< < Ci dimenticammo del bambino, io ed i miei amici. Ce ne dimenticammo. Non esisteva più per noi, non era mai esistito, non ci importava nulla di dove fosse, di cosa facesse.>>
Atterrita, fissavo Turgenev con orrore, paralizzata.
< < Ma il tempo accrebbe la sete di vendetta di quel bambino, Mademoiselle Van Dinh... o meglio, Elettra Floriani...>>
Sconvolta, il cuore mi batteva a mille battiti al secondo.
< < Come... come fate a sapere il mio nome?...>> biascicai a stento.
Turgenev sorrise.
< < Conosco anche il nome di chi amate, Mademoiselle Elettra. Il nome dello stesso ragazzo che fuggì in Italia, il nome dello stesso ragazzo di cui io ho ucciso il padre, Mademoiselle...>>
Turgenev avanzava lentamente verso di me. Io indietreggiavo, terrorizzata, con il cuore in gola. Avrei voluto urlare, avrei voluto correre, ma ero come impotente, schiava del mio stesso orrore.
< < Parlo di Andrej Scerbatskij, Mademoiselle...>>
< < Monsieur Turgenev... come fate a...>> farfugliai disperatamente, mentre una lacrima mi rigava la guancia.
< < Non chiamatemi così... chiamatemi Vecislav Dobroljubov, Mademoiselle Elettra... il mio vero nome...>>
< < Ma... cosa, cosa state dicendo?!...>>
Con una mano urtai uno sgabello e lo feci cadere a terra. Il secco suono che emise mi fece sussultare di spavento. Mi resi conto di essere arrivata al muro. Mi aveva in pugno. Mi si avvicinò e posò le mani contro la parete, vicino alle mie spalle.
<
< < Ma... ma... il club, la vostra professione... no... non può essere...>> bisbigliai terrorizzata, sconvolta.
< < Oh, sì, invece... era tutto falso...>> disse Dobroljubov, annuendo con il capo.
< < Ma... voi... voi mi avete fatto credere di...>>
< < Sì, lo so, sono stato davvero spregevole... ma si può sempre rimediare, no? Pensate che per farmi perdonare ho addirittura chiamato un vostro amico, Mademoiselle...>>
< < Chi?...>> domandai, non certa di voler conoscere la risposta.
< < Ma il vostro caro Andrej, naturalmente...>> rispose sottovoce Vecislav, sorridendomi crudelmente.
Realizzato tutto, diedi uno spintone all’uomo. Corsi a perdifiato, attraversai il bar, la sala, scesi le scale di corsa, gridando invano, disperatamente. Potevo udire i suoi passi seguirmi abilmente.
I corridoi erano bianchi, tutti uguali. Sapevo di non avere speranza, sapevo che non avrei mai trovato la via di uscita. Eppure correvo, correvo urlando, urlavo correndo, tutto era bianco, tutto era finto, tutto era irreale e senza verità. Fino a quando non mi sentii raggiungere da Dobroljubov e caddi a terra. Tutto divenne nero.
CAPITOLO QUARANTESIMO
Quando riaprii gli occhi, mi accorsi di essere legata ad una sedia, in una grande e gelida cantina. Lanciai un urlo di dolore, ma la mia voce disperata riecheggiò inutilmente. Scoppiai a piangere. Le mani mi dolevano, legate dietro la schiena.
< < Turgenev, Turgenev, venite qui!>> gridai, piangendo disperatamente.
Intravidi una figura avvicinarmisi.
< < Un momento, un momento... quanta fretta...>> disse sorridendo Vecislav.
< < Liberatemi subito!>> strillai pazzamente, sgranando gli occhi.
Vecislav scoppiò a ridere. Notai che i baffi gli erano scomparsi ed aveva gli occhi di un colore più chiaro. Anche i suoi vestiti erano diversi.
< < Già, questo è il mio vero aspetto, Mademoiselle Elettra. Spero che sia di vostro gradimento.>> disse l’uomo, notando che lo stavo osservando.
Senza pensarci, gli sputai addosso. Dobroljubov non se l’aspettava. Mi guardò stupito.
< < Non vi immaginavo così combattiva, Elettra.>> rivelò, senza che quel suo maledetto e malvagio sorriso gli scomparisse dalle labbra.
< < Perché mi fate questo? Perché?!>> urlai, trattenendo i singhiozzi.
< < L’ha voluto il vostro amico, Mademoiselle. Mi ci ha costretto lui, solo lui.>>
< < Vi prego, non fategli del male... vi prego...>> supplicai, singhiozzando e chinando il capo.
< < Oh, su, avanti... non piangete... mi si spezza il cuore...>> sussurrò Vecislav, chinandosi sulle ginocchia ed accarezzandomi il viso.
< < Non toccatemi!>> urlai, spostando il volto.
Vecislav scoppiò a ridere.
< < Avete ragione, sarà meglio aspettare Scerbatskij. Sarà più eccitante se lo farò davanti ai suoi occhi, non credete?>>
Io lo guardai, disgustata.
< < Vi odio, vi odio... siete un mostro!>> gridai, piangendo.
Vecislav sorrise.
< < Sì, lo so. Bene, non preoccupatevi se dovrete attendere un po’. Scerbatskij arriverà fra un quarto d’ora, credo. Io, nel frattempo, devo preparargli un’adeguata accoglienza, non voglio fare brutta figura...>>
Lanciai un grido. Vecislav sbatté le mani sui poggioli della sedia e mi costrinse a guardarlo negli occhi.
< < Sì, è questo che voglio... voglio che urli, che ti disperi, che tu pianga, che supplichi... voglio vederti soffrire... voglio vederti godere del male che ti farò...>>
Scerbatskij sgommò rumorosamente quando la macchina entrò in contatto con la ghiaia che circondava la vecchia villa. Scese e si precipitò all’entrata. La porta era aperta.
Il vento ululava, latrati di rancore e di rabbia soffiavano lugubremente nel cielo.
< < Dobroljubov, sono Scerbatskij... dove sei?>> gridò Scerbatskij, guardandosi intorno, una volta entrato nell’edificio.
Tutte le porte erano aperte: un’orribile e riluttante luce bianca di morte gli accecava lo sguardo.
< < Oh, ben arrivato...>> mormorò Vecislav, comparendo dinanzi ad Andrej, a circa dieci metri di distanza da lui.
< < Dov’è Elettra?>>
< < Non ti facevo così perspicace...>>
Scerbatskij estrasse di tasca la pistola e la puntò.
< < Dov’è Elettra?>> ripeté furiosamente.
< < Seguimi.>>
Dobroljubov si voltò e scese una buia e stretta scalinata. Andrej lo seguì, sempre con la pistola puntata contro la sua schiena. Si ritrovò nell’enorme ed umida cantina che già conosceva. Elettra, legata ad una sedia, giaceva nel mezzo della grande stanza vuota.
< < Andrej!>> gridai disperatamente.
< < Elettra!>> esclamò il giovane, sorridendo di sollievo.
< < No, no...>> lo bloccò Dobroljubov con un sorriso, piazzandosi davanti a me.
Scerbatskij si fermò a circa otto metri di distanza da Vecislav.
< < Troppo semplice, troppo facile, altrimenti...>> sussurrò con un malvagio sorriso.
< < Liberala, lei non c’entra niente.>> impose Scerbatskij con rabbia, avanzando.
< < Non ti muovere.>> ordinò Dobroljubov, estraendo un coltello e puntandomelo alla gola.
Io chiusi gli occhi, incapace di urlare. La fredda lama del coltello mi solleticava il mento.
< < Bene, ora... raccontale tutto, raccontale tutto, Scerbatskij... è giunto il momento che lei sappia, non credi?...>>
< < Lasciala stare, lasciala stare, Dobroljubov...>>
< < Pensavi di farla franca, non è vero?>> incalzò con foga Vecislav, fissando Andrej con odio ardente.
Io, sconvolta, li fissavo, incapace di proferire parola. Non riuscivo a capire perfettamente le loro parole, parlavano molto velocemente ed io non riuscivo a stargli dietro, ma vedevo le loro espressioni, vedevo l’odio bruciare nei loro sguardi.
< < Raccontale, raccontale di come hai ucciso prima Nekràsov, poi sua moglie... raccontale di come hai rapito i loro figli... raccontale di come hai distrutto il matrimonio di Sierghej... di come hai ucciso sua figlia, sua moglie, la sua amante... raccontaglielo, Scerbatskij!>> gridava Vecislav, sorridendo. La bava gli inzuppava le labbra violacee, l’odio gli scoppiava negli occhi orribili.
Io, stravolta, guardavo prima l’uno poi l’altro, come in una folle partita.
< < Andrej... ti prego... dimmi che non è vero...>> farfugliai disperata, incredula.
Andrej mi guardò con disperazione.
< < Elettra, ti prego... non ascoltare... non ascoltare...>>
< < No, deve ascoltare, deve sapere!!!>> gridò Dobroljubov ed estrasse la pistola dalla tasca dei pantaloni. Sparò, ma Andrej schivò il suo colpo.
Io cacciai un urlo e chiusi gli occhi. Quando gli riaprii, una frazione di secondo dopo, Andrej era scomparso.
< < Andrej!>> urlai disperata, piangendo.
Un colpo partì dalla sua pistola. Dobroljubov lo scansò con facilità.
< < Te lo ricordi, te lo ricordi, Scerbatskij... è stato in questa cantina, quattordici anni fa... e tu gridavi, strillavi, bambino, come una femminuccia!>> gridò con demoniaca crudeltà Dobroljubov.
Andrej sparò di nuovo.
< < Taci, bastardo!!! Non hai il diritto di ricordare!!!>>
Questa volta non lo colpì per un pelo.
< < È stato qui che abbiamo ucciso tuo padre, ti ricordi?! Sì, sì che te lo ricordi... eri un bambino, piangevi e strillavi, incapace di credere, incapace di salvarlo...>> continuò Dobroljubov, impazzito d’odio.
Andrej si coprì il volto con le mani, tentando di fermare le lacrime che da tanti anni aveva inghiottito. Alzò il volto e puntò la pistola. Sparò, e lo colpì ad una gamba.
< < Figlio di puttana!!!>> gridò dolorante Vecislav, accasciandosi a terra.
Andrej corse verso di me, ma io lanciai un grido e lui si gettò a terra, percependo lo sparo di Dobroljubov.
< < Non avvicinarti a lei...>> urlò Dobroljubov.
Io piangevo disperatamente.
Vecislav si alzò con un incredibile sforzo e si precipitò verso di me. Mi slegò le caviglie e, prendendomi per i capelli, sempre puntandomi la pistola al collo, mi ordinò di alzarmi.
< < Distruggerò tutto ciò che ti è più caro, Scerbatskij... è lei sarà la prima!>> gridò Dobroljubov.
Mi sbatté con violenza contro una colonna grigia e mi mise una mano attorno al collo, tentando di strozzarmi.
< < No!!!>> urlò Andrej.
Io mi sentii svenire. Dobroljubov mi stringeva il collo con incredibile forza, i suoi occhi fiammeggianti di cattiveria mi fissavano pazzamente, in preda ad una follia sovrumana. Credetti di non farcela più. Mi sentivo debole ed impotente, e credetti di vedere scorrere davanti ai miei occhi tutta la mia vita.
Andrej si avventò selvaggiamente contro Dobroljubov e lo fece cadere a terra. Io mi accasciai dolorante, straziata, sconvolta. Tossivo pazzamente, tenendomi la gola.
Andrej si dimenava sopra il corpo di Vecislav.
Un colpo di pistola partì a vuoto.
Io sussultai e mi precipitai verso di loro, ma non feci a tempo, poiché Vecislav si alzò e diede un pugno ad Andrej che ricadde a terra sanguinante.
Dobroljubov mi afferrò di nuovo.
< < Vieni, bastardo! Non vorrai perderti lo spettacolo?!>> urlò ad Andrej.
Mi trascinò sulle scale mentre io gridavo.
Andrej si alzò faticosamente, dolorante.
Vecislav corse in una stanza, quella che avrebbe dovuto essere la presunta sala dei congressi, e mi sbatté violentemente sul tavolo. Mi toccava, cercava di spogliarmi, mi guardava con quella pazza espressione di follia… ed io piangevo, e le lacrime impastate di trucco mi rigavano il volto, ed io urlavo, urlavo di paura, urlavo ed urlavo, invocando pietà.
Andrej ci raggiunse.
< < Guarda, Scerbatskij, guarda!>> gridò crudele Vecislav.
Piangevo e gridavo.
Andrej corse verso di noi e tirò un pugno a Vecislav ma lui gli sparò. Lo colpì alla spalla.
In quell’attimo, pensai che sarei morta.
Tutto quel sangue, quell’odio, quella frenesia di morte… sentivo il suo corpo affondare violentemente nel mio, Dobroljubov mi schiaffeggiava e rideva… fino a quando io mi accorsi che non stavo facendo nulla, che gli stavo permettendo di rovinarmi per sempre, che non reagivo ed allora mi liberai una mano dalla sua presa e mi sganciai un orecchino, un pendente.
Fissai Dobroljubov e, con una forza che non credevo di possedere, inarcai la schiena, mi slanciai e gli conficcai l’orecchino in un occhio.
CAPITOLO QUARANTUNESIMO
Il sangue mi schizzò sulla giacca.
Dobroljubov lanciò un urlo terribile. Lo vidi accucciarsi a terra, mentre si teneva con una mano la cavità dell’occhio dissanguata.
Sconvolta ed inorridita, mi coprii il viso con le mani. Poi, mi voltai e corsi da Andrej.
< < Andrej, Andrej, ti prego, Andrej!!!>>
Andrej giaceva a terra, ferito alla spalla.
< < Elettra, scappa...>> mormorò con fatica.
< < Alzati, ti prego... alzati, alzati!>> esclamai, piangendo disperatamente.
Andrej si alzò faticosamente. Si reggeva sulla mia spalla, sanguinante. Vide Dobroljubov farneticare pazzamente nell’agonia e prese il suo coltello.
< < No, Andrej...>> lo pregai paurosamente.
Andrej si avventò su Vecislav e gli puntò il coltello alla gola.
< < Per mio padre.>> sibilò fissandolo e lo sgozzò crudelmente.
Trascinai Andrej fino alla macchina. Stava perdendo molto sangue, era debole, era stravolto.
Lo sistemai sul sedile ed io mi piazzai al posto di guida.
Ero sconvolta, pazza, completamente fuori di me. Non ricordo praticamente quasi nulla con chiarezza dei momenti che seguirono: ero come ubriaca, avvelenata da tutto quel sangue, dall’odio, dalla morte.
< < Dobbiamo andare in un ospedale...>> dissi, mentre le lacrime mi appannavano gli occhi.
Andrej si lamentava dolorante, mugugnando.
< < Andrej, ti prego... non addormentarti... non chiudere gli occhi... Andrej, devi rimanere cosciente...>>
< < Non possiamo andare in ospedale...>> farfugliò debolmente.
< < Ma Andrej, tu sei ferito!>> esclamai, piangendo.
< < Devi guidare fino a Primorsk.>> biascicò.
< < Dov’è Primorsk?>> domandai confusamente, trattenendo i singhiozzi.
< < A circa cento chilometri da qui.>>
< < Ma Andrej, è troppo lontano!>>
< < Dobbiamo andare là... non possiamo andare in ospedale, non possiamo... lì c’è mia mamma, telefonale...>> sussurrò Andrej ad occhi chiusi.
< < Ti prego, Andrej... non chiudere gli occhi... non devi perdere conoscenza...>>
Andrej respirava affannosamente, con irregolarità.
Io schiacciavo forte sull’acceleratore, diretta verso chissà dove, in un luogo completamente sconosciuto, mentre una lugubre nebbia aleggiava nell’aria. Con una mano toccavo il viso di Andrej, lo accarezzavo febbrilmente, gli sussurravo qualche parola dolce e consolatoria, sforzandomi di non piangere.
Avevo assistito a troppo orrore, avevo affrontato troppo rivoltante odio, quel giorno.
< < Oh mio Dio... non riuscirò mai ad arrivare in tempo...>> sussurrai orribilmente, mentre le ciglia imperlate di pianto si socchiudevano lentamente.
< < Elettra...>> farfugliò Andrej con un lungo lamento.
< < Sono qui, sono qui...>> risposi, stringendogli una mano.
< < Ti amo...>>
Io scoppiai in lacrime.
Accostai. Capii che avrei dovuto sbrigarmela da sola. Erano passati più di venticinque minuti e non avevamo percorso nemmeno la metà del tragitto.
Presi la mia borsa sporca di sangue e cercai i fazzoletti. Ne estrassi l’intero pacchetto e presi tutti i fazzoletti. Li legai tra loro e li sistemai attorno alla spalla di Andrej, stringendoli ben forte.
Andrej si muoveva, agitato, lamentandosi. Io lo consolavo dolcemente.
Avevo già telefonato a sua madre, ma non avevo ricevuto risposta. Così, senza chiedere il parere di Andrej, chiamai Ghenadij von Piotrowski. Il numero lo rubai da un’agendina di Andrej che trovai in macchina.
Quando l’uomo mi rispose, credo che abbia pensato di parlare con una pazza sconsiderata. Scoppiai in lacrime, farfugliai qualche parola in russo senza capire cosa stessi dicendo, poi, finalmente, riuscii a spiegargli la situazione. Gli dissi dove ci trovavamo e mi assicurò che ci avrebbe subito raggiunto.
Andrej era svenuto. Non perdeva più sangue, ma era molto pallido in volto ed il suo battito cardiaco era molto debole e lento.
Trascorsi l’ora più orribile ed angosciante della mia vita.
Coprii il corpo di Andrej con il suo cappotto ed una coperta che trovai nel bagagliaio, poi lo massaggiai senza sosta, cercando di infondergli un po’ di calore, un po’ di vita. Gli diedi un leggero schiaffo per farlo svegliare e trovai una bottiglietta di tè che gli feci bere.
Cercai di tenerlo sveglio. Mi ordinai che sarebbe vissuto, che ce l’avrebbe fatta.
Quando scorsi una macchina nera accostare sul ciglio della strada, scoppiai a piangere e corsi fuori dall’auto.
< < Elettra?>> chiese l’uomo che ne uscì.
< < Sì, sono io... la prego, mi aiuti!...>>
< < Certo, sono qui per questo...>>
Io gli baciai le mani, piangendo di gratitudine.
CAPITOLO QUARANTADUESIMO
< < Promettimelo, Elettra.>>
< < Te lo prometto...>>
< < Giuralo, ti prego.>> soggiunse Andrej con voce flebile.
< < Te lo giuro, nessuno saprà mai niente...>> lo rassicurai, prendendogli la mano.
Andrej chiuse gli occhi, stanco.
Io lo fissavo dolcemente, consapevole che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui ci saremmo visti.
< < Hai già pensato cosa raccontare a quelli del Circolo?>> domandò Andrej sottovoce.
< < Sì, stai tranquillo. Tu devi pensare solo a rimetterti.>>
Ero seduta al bordo del suo letto, nella casa di Ghenadij von Piotrowski, ed avevo vegliato su Andrej per giorni e per notti, avevo assistito al suo folle delirio, avevo pianto nel vederlo così distrutto, così spossato, così orribilmente rovinato dalla vita.
< < Elettra, ti prego, perdonami.>> mormorò Andrej.
Si portò una mano al volto e si coprì gli occhi, forse per trattenere le lacrime.
< < Non c’è niente che io debba perdonare.>> sussurrai, stringendo la sua mano debole e pallida.
< < Non avresti mai dovuto sapere, non avresti mai dovuto vedere...>> biascicò Andrej, scuotendo il capo.
Io abbassai lo sguardo, quella scena era troppo orribilmente straziante.
< < Andrej... non posso non chiedertelo... >> bisbigliai.
Andrej mi guardò.
< < Era vero tutto quello che ha detto Dobroljubov?>> chiesi tutto d’un fiato.
Andrej esitò.
< < Ti prego, potrai mai perdonarmi?>> disse Andrej. Gli occhi gli luccicavano.
Io trattenni le lacrime e, con voce tremante, risposi:
< < Andrej, io ti amo.>>
Andrej tentò di alzarsi dal letto ed io lo abbracciai forte. Avevo quasi paura di fargli male, tanto era fragile e debole.
< < Elettra, non lasciarmi...>> supplicò dolcemente.
Una lacrima mi rigò la guancia.
< < Io non ti lascerò mai.>>
< < Allora non partire, oggi...>> pregò Andrej.
Io mi sentii spezzare il cuore. Mi scostai da quell’abbraccio e, guardandolo negli occhi, così stanchi, provati, dissi:
< < Ora riesco a capire perché mi hai lasciato senza un motivo, quattro anni fa. E ti amo ancora di più per questo... Mi hai lasciato per amore, Andrej, solo per amore. Avevi paura che io corressi del pericolo, e così hai preferito vivere senza di me piuttosto che sapermi nei guai. Ti amo, ti amo tanto... sei stato coraggioso... non hai niente per cui chiedere perdono. Ma ora, Andrej... ora dovrò fare io la stessa cosa.>>
Andrej mi guardò con occhi interrogativi.
< < Cosa significa?>>
< < Andrej, ti amerò per sempre.>> mormorai, mentre le lacrime mi annebbiavano gli occhi.
< < Non lasciarmi.>>
< < Non ti lascerò mai... ma...>>
< < No, ti prego, non dirlo.>> interruppe Andrej, forsennato.
< < ...Andrej... noi non potremmo mai stare insieme.>> sussurrai.
Lui abbassò lo sguardo.
< < Guardami... Andrej, guardami... – supplicai – Io ti amerò per sempre, per sempre.>>
Nei suoi occhi, che una volta erano stati freddi, intransigenti, orgogliosi e minacciosi, ora vedevo lo sguardo smarrito di un bambino, infantile, bisognoso di protezione, mendicante d’amore.
< < Sei stata la persona più importante della mia vita. E lo sarai per sempre.>> mormorò Andrej.
Io mi avvicinai e gli diedi un bacio sulle labbra. Le sentii umide, umide di pianto.
Stavo per distaccarmi, quando lui mi afferrò le braccia e, con una forza che non credevo possedesse ancora, mi strinse e mi disse:
< < Ti pregherei di non andartene, ti vorrei qui con me per sempre, ma so che devi tornare, so che la tua vita è lì... ma se tu potessi vivere senza i tuoi sogni, se tu potessi vivere senza quel tuo animo di luce e d’amore, forse non ti amerei come ti amo ora...>>
Io mi scostai. Non volevo fargli vedere che piangevo.
< < Voglio accompagnarti all’aeroporto.>>
< < Non puoi, devi riposarti.>>
< < Non mi interessa. Voglio venire a salutarti.>>
Così, circa due ore dopo, io, Andrej e Ghenadij ci ritrovammo in aeroporto.
Ghenadij mi aiutò a prendere i bagagli. Dopo aver svolto tutte le pratiche necessarie per il check-in, mi apprestai a salutare Ghenadij von Piotrowski.
< < Grazie per tutto quello che ha fatto per me e per Andrej.>> dissi seriamente, stringendogli la mano.
Ghenadij mi guardò con affetto e con ammirazione.
< < Ho molto amato Andrej ed ho cercato in ogni modo di dimostrarglielo... ma credo che nessuno l’abbia mai amato quanto lo ama lei.>> rispose lui, stringendomi forte la mano.
Io sorrisi tristemente.
< < Non mi dimenticherò mai di quella donna che, qualche giorno fa, mi ha baciato le mani piangendo.>> soggiunse con un’espressione malinconica e dolce.
< < Neanch’io lo dimenticherò mai.>>
< < Buon viaggio e buona fortuna.>>
< < Grazie, grazie di cuore.>>
Ghenadij si voltò e si diresse verso il bar dell’aeroporto.
Andrej mi stava dinanzi avvolto in un pesante cappotto nero. Ci guardavamo, incapaci di proferire parola.
< < Ci sarebbero tante cose da dire...>> sussurrai, sorridendo, imbarazzata.
Lui mi si avvicinò.
< < Ti amo, è l’unica che conta.>> mormorò, fissandomi.
Io lo fissavo, gli occhi umidi.
< < Non ti dimenticherò mai.>>
Lui mi abbracciò. Annusava il profumo dei miei capelli, con il suo viso mi accarezzava la dolce curva del collo.
< < Il tuo profumo... il profumo al lampone. Ne conservo ancora quella boccetta, in macchina.>> disse, sorridendo.
Io lo guardai, sorpresa.
< < Veramente? Ti ricordi... avevo giurato di non metterlo mai più.>>
Lui mi guardò.
Io rividi scorrere di fronte ai miei occhi tutti i ricordi, tutti i sorrisi, i sospiri, i baci ad ogni semaforo rosso, e la passione, quella passione che avevo sempre sognato, che avevo sempre cercato, che avevo sempre descritto nelle mie poesie, agognato nei miei pensieri.
< < Ti amerò per sempre.>>
< < Scrivimi, ti prego.>>
Tremavo.
Una voce annunciava il mio volo.
< < Andrej, devo andare...>>
< < Sì, lo so.>>
< < Andrej, ...>>
< < No, non dire addio.>>
< < Hai ragione. Ti dirò arrivederci.>>
< < Dimmi solo ciao.>>
< < Ciao, Andrej.>>
< < Ciao, Elettra.>>
Mi voltai, il cuore mi batteva all’impazzata, il frastuono, la vivace baraonda dell’aeroporto, il viavai della gente, niente mi toccava, nulla esisteva.
Camminavo spedita, senza voltarmi. Percepivo i suoi occhi su di me, sapevo che era ancora lì, lo sentivo.
E, così, mi voltai.
Andrej era ritto in piedi, e, senza sorridere, mi osservava, immobile.
Io mi ricordai di quando l’avevo salutato, tanti anni prima, alla metrò di Roma. Mi ero voltata, e lui era ancora lì. Ma non mi sorrideva, non diceva niente, mi guardava e basta.
Ecco, anche ora, a distanza di tanti anni, Andrej era come quel giorno.
Nulla era cambiato.
Sapevo che l’avrei amato per tutta la vita.
EPILOGO
Sono passati cinque anni da allora.
Oggi sono al parco, nel centro di Parigi. È una giornata di sole, nonostante l’autunno sia alle porte.
Scrivo seduta su una panchina, le gambe incrociate, come quelle di un’adolescente imbronciata e ribelle. Osservo mio figlio, baciato dal sole, che, i morbidi ciuffi biondi, saltella agilmente nell’erba, rincorre farfalle e ride di gioia. È beato, è felice, è dolce e tenace.
Nei suoi occhi, così freddi ed enigmatici, rivedo quelli di suo padre, Andrej. È buffo notare come Nikolaj sia il suo ritratto. Fisicamente, presenta gli stessi capelli color del miele, lo stesso corpicino gracile e magro, gli stessi vitrei occhi azzurri, la stessa misteriosa freddezza dello sguardo.
Ho cercato di infondergli la voglia di vivere, quella cieca ansia di essere al mondo e di volerne far parte a tutti i costi, ho cercato di fargli credere nei sogni, ma ora siamo solo all’inizio. È tanto piccolo, è tanto bambino che non vorrei rischiare di correre troppo per volerlo già vedere grande.
L’ho chiamato Nikolaj perché so che Andrej avrebbe voluto così. Ma, la cosa più buffa in assoluto, è che Nikolaj è nato la notte tra il ventiquattro e il venticinque di settembre, proprio il giorno in cui io ed Andrej siamo nati. È venuto al mondo di fretta, precipitosamente: smaniava di nascere, bramava di vivere. Mio figlio è così: impulsivo, testardo, allegro. Rivedo in lui la mia stessa voglia di vivere e sono tanto felice di questo.
Io, nonostante tutto, non l’ho persa. Sono viva ed amo esserlo: ho me stessa, ho mio figlio, ho il ricordo di Andrej.
Quando, dopo essere partita da S. Pietroburgo, cinque anni fa, sono tornata a Parigi, mi sentivo vuota, morta dentro. Nessuno seppe mai cosa successe veramente, l’avevo promesso ad Andrej, glielo avevo giurato. Poi, scoprii di essere incinta. Avevo una vita dentro di me, e sapevo che l’avevo concepita con Andrej.
Quando lo informai, Andrej rimase sconvolto, attonito, incredulo. Disse che voleva sposarmi. Io scoppiai a ridere. Ma ci sposammo, ci sposammo sul serio. Il mio sogno di bambina, di adolescente, di donna era quello dell’abito bianco, un vestito da principessa, in raso ed organza, ed una chiesa bellissima, Nôtre-Dame di Parigi, una schiera di invitati, tutti i miei più cari amici, la mia famiglia, un banchetto sontuoso ed un viaggio di nozze da sogno.
Mi sposai con Andrej in una chiesetta sperduta, a Venezia. I testimoni erano due turisti scelti tra la folla, indossavo un vestito a fiori e non c’erano invitati, non ci fu viaggio di nozze. Tutto questo per dimostrare come può essere la vita, quante sorprese può riservare.
Andrej non stava nella pelle, era raggiante, pareva rinato. Tutto l’orrore, la disperazione, il sangue, l’odio che c’erano stati parevano essere svaniti ed aver trovato una ragione in quella luminosa felicità.
Quando quella notte nacque Nikolaj, Andrej era con me, a Parigi. Si aggirava nervosamente per i corridoi dell’ospedale e, quando entrò nella stanza e vide nostro figlio, scorsi in lui una dolcezza ed una tenerezza che mai avevo visto nei suoi occhi da quando lo conoscevo. Era orgoglioso, era grato, era felice. Mi accarezzava e mi diceva che ero bellissima, che ero stata fantastica, che era fiero di me.
Poi, quella sera, la sera del nostro compleanno e il giorno della nascita di nostro figlio, al suo ritorno in albergo a Parigi qualcuno udì due spari nella sua camera. Qualcuno l’aveva atteso, qualcuno l’aveva aspettato. La sua morte, lo stesso giorno in cui era nato nostro figlio, mi tolse l’anima.
Oggi sono passati cinque anni e, in attesa del mio prossimo compleanno e del compleanno di mio figlio, penso anche che, quando verrà quel giorno, una dolce e lieta gioia per Nikolaj si mescolerà al lugubre odio e all’amarezza per Andrej.
Spesso penso a cosa dirò, un giorno, a Nikolaj. Gli ho mentito finora e lo farò fino a quando non sarà maturo abbastanza, ma so già che io gli racconterò tutto, so già che io lo rovinerò, so già che diventerà come Andrej, che d’improvviso smetterà di amare la vita e l’odio s’impossesserà di lui. So già che vorrà vendicarsi; i suoi occhi azzurri, così nobili e gelidi, arderanno d’odio e di vendetta, ed io l’avrò rovinato per sempre.
Mi chiedo se sia giusto, se questo sia il volere di Dio. Andrej non ha mai creduto in Dio, Andrej non ha mai creduto in nulla. Solo quando è nato Nikolaj ho visto brillare nei suoi occhi una gioia paradisiaca che non credevo avrebbe mai provato.
Eccolo, mio figlio, mi sta tendendo una margherita. La semplicità dorata, la dolcezza di un bambino che mi sa stringere il cuore.
Raccolgo la margherita dalle sue mani piccole, timide, fragili. Nikolaj corre beato, è felice, è senza pensieri. Qui, al parco, gli altoparlanti suonano una musica, una dolce melodia che si spande nell’aria. Nikolaj balla al suo ritmo utopico, come in un sogno senza fine. Lo vedo volteggiare nell’erba, calpestare i fiori, raccogliere violette in questa poetica danza. Allora mi alzo, poso il quaderno sulla panchina, mi dirigo verso di lui, gli tendo la mano e sussurro con un sorriso:
< < Balli?>>
Nikolaj scoppia a ridere.
< < Perché?>> mi chiede in russo.
< < Perché è una bellissima musica.>> rispondo in italiano.
Nikolaj sorride, birichino. Mi salta in braccio e le violette che ha raccolto cadono per terra. Io lo faccio volteggiare in questa frizzante aria di autunno, lui ride di gioia, io piango di felicità e d’amore.