Terra di Mele di Carmen Yanez
di Federica Carbone - 31/08/2007
Carmen Yanez poetessa cilena, classe 1952, scampa agli orrori della polizia politica di Pinochet che la rinchiude a Villa Grimaldi, con la fuga prima e con la clandestinità e l’esilio poi.
Fil rouge della raccolta sono le sue esperienze semplici, al femminile. Nei pochi versi senza metrica che caratterizzano i componimenti si legge la confusione della guerra, la speranza della pace, il dolore della partenza per la Svezia (la Terra di mele) ma anche la gioia della vita nella descrizione del parto.
Un susseguirsi si aneddoti che letti e riletti intrecciano, trama e ordito, il tessuto sociale del singolo nella sua comunità. In effetti tutto si realizza in connessione ad uno scambio naturale o forzato fra individui che non sanno o non hanno voglia di comunicare. Un atteggiamento simile a quello che si può riscontrare nelle scene di una quotidianità qualunque, in questo caso intacca la profonda riservatezza che caratterizza il cileno, il quale considera la sobrietà sinonimo di raffinatezza e il mettersi in mostra un imbarazzo da evitare. Ecco perchè si avverte quel sottile timore strisciare fra le parole contate e al contempo sceltissime.
Leggere in questo caso equivale a camminare per la via di una vita, lastricata di pesanti blocchi di granito, di una donna forte che si lascia seguire dal lettore curioso e paziente, che indugia sulle parole e le assimila a fondo. Non manca un sospiro doloroso che a tratti si trasforma in urlo, mantenendo sempre quella profonda dignità degli uomini e delle donne del sud.“L’insetto del ricordo punge forte” non si può dimenticare e non si deve, ed ecco allora che prendono forma scritta le emozioni e “brucia il verso innamorato/ della vita tra le ceneri”.
“Struggente” è l’aggettivo adatto a rendere il pensiero che torna ai giovani amici caduti in una battaglia che non era la loro. La sincerità qui acquista le tinte forti del sole bollente del Cile e del mare freddo del nord perchè “è vero che appartieni al posto dove ti accolgono/non per questo duole meno l’orizzonte di ieri”.
PANE
Non c’è un pane
uguale all’altro.
Pane nero ai sette cereali,
bianca pagnotta, pane di miele, di aglio e di legna,
pane di Norrland,
pane delle terre gelate,
pane di fuoco,
pane chiloese.
Pane estremo di nobile pasta.
Io ho mangiato quel pane.
Mani d’amore impastano la consistenza morbida.
Pane di frumento,
pane di guerra.
Sacro tozzo di pane duro
nella bocca della fame.
Pane di segale fumante
avvolto in un telo di bianco cotone.
Pane del giorno caldo nell’alba.
Pane tributo della terra.
Ultimo manicaretto.