Anatomia dell’irrequietezza di Bruce Chatwin
di Mariagrazia Liotta - 14/09/2007
Non avevo mai letto prima libri di Chatwin, anche se il fascino esercitato su di me dal titolo della sua opera più famosa, “In Patagonia�, è sempre stato abbastanza marcato. In fondo ritengo sia stato appropriato iniziare a conoscere quest’autore da “Anatomia dell’irrequietezza�, e ciò per una ragione molto semplice. Questo libro è un’eterogenea raccolta di scritti, formata da racconti, saggi, schizzi di viaggio, articoli e recensioni, che Chatwin ha scritto in diversi momenti della sua vita, e che sono stati riuniti in un unico volume dai curatori Jan Borm e Matthew Graves per dar valore e coerenza a materiali considerati marginali ma che assumono una logica alla luce dei temi ricorrenti, dicotomie sempre presenti nella mente di questo scrittore: radici e sradicamento, esilio ed esotismo, possesso e rinuncia. Ed è proprio questa la ragione per cui è stato interessante e stimolante leggere “Anatomia dell’irrequietezza�: un libro apparentemente frammentario che, nonostante ciò, porta il lettore ad avvicinarsi, faccia a faccia quasi, a quel nomade incallito di Chatwin, forse più di quanto riuscirebbe a fare uno dei suoi romanzi, perché qui sono contenute lettere e riflessioni autobiografiche, che portano a galla elementi che sicuramente emergerebbero in altre opere, ma di certo non con la stessa limpidezza.
I materiali raccolti, dicevo, sono estremamente disparati, pubblicati a distanza di anni gli uni dagli altri, ma sempre pervasi dalla stessa trama ricorrente di pensiero. Sono stati separati per genere e tematiche, ma non lasciatevi ingabbiare dal raggruppamento, è bene che le sezioni non siano prese come compartimenti stagni, bensì come un unico flusso che sviscera i tanti aspetti dell’anatomia dell’irrequietezza.
La prima parte, intitolata “Horreur du domicile�, è quella che preferisco: raccoglie pagine autobiografiche di Chatwin, ed è ricca di motivi che lasciano comprendere la devozione assoluta dello scrittore per “l’alternativa nomade�, la sua preferenza totale per il nomadismo invece che per la civiltà , oltre che personali racconti di viaggio (bellissimo quellosu Timbuctù, la più leggendaria tra le mete di un viaggio).
Il titolo della raccolta, “Anatomia dell’irrequietezzaâ€?, avrebbe dovuto rappresentare un libro la cui formazione era in costante divenire. Si trattava di un’opera ambiziosa che avrebbe dovuto indagare a fondo sui temi della migrazione e del nomadismo: alcuni brani dei capitoli di quest’opera sono raccolti nella terza sezione, intitolata “L’alternativa nomadeâ€?. L’uomo secondo Chatwin, nasce già con un istinto primordiale a migrare, a spostarsi per percorrere stagionalmente grandi distanze, come molte specie animali d’altronde. E la maggior parte delle società che sono cresciute assecondando tale istinto sono, sempre a detta di Chatwin, società libere ed egualitarie, a differenza delle società stanziali che castrando lo spirito di evasione indirizzano questo forte impulso verso la violenza, l’avidità , la perenne ricerca di prestigio. In più, tutti i grandi maestri della storia – Buddha, San Francesco – mettono il pellegrinaggio ed il cammino al centro del loro insegnamento. Il libro non vide mai la luce, essendosi complicato a tal punto da risultare impubblicabile.
La seconda parte comprende quattro racconti, tutti di piacevole lettura, sempre il viaggio come motivo di fondo. La quarta include alcune delle recensioni di Chatwin su altri autori e la quinta, nonché ultima parte, affronta uno studio sulla creazione artistica, tema un po’ diverso, ma sempre assai “chatwiniano�.
In conclusione, citerò una delle parti autobiografiche più significative, a mio parere:
“Un pomeriggio dei primi anni Settanta, a Parigi, andai a far visita a Eileen Gray, architetta e designer, che a novantatré anni lavorava ancora come niente fosse quattordici ore al giorno. Abitava in Rue Bonaparte, e nel suo salotto era appesa una carta della Patagonia, da lei dipinta a tempera.
< < Ho sempre desiderato andarci >> dissi. < < Anch’io >> fece lei. < < Ci vada per me >>. Andai. Telegrafai a Londra, al Sunday Times: < < Sono andato in Patagonia >>…â€?.