Uno - Marlene Kuntz
di Gianluca Marra - 04/10/2007
E’ con tanta curiosità che mi sono accostato a Uno, nuovo lavoro dei Marlene Kuntz, uscito verso metà settembre.
Dopo Bianco Sporco (2005) e il progetto live di S-Low (2006), volevo proprio vedere su che posizioni si sarebbero assestati Godano e soci.
La mia speranza non è stata delusa. Quello che mi sono trovato davanti è un album di un gruppo in movimento e, quindi, in trasformazione.
A mio parere, infatti, proprio quella voglia di sperimentare che inizialmente ci aveva consegnato lavori bellissimi, ruvidi e potenti, come Catartica (1994) o Il Vile (1996), oggi li porta ad assestarsi su scelte musicali diverse, ma non per questo meno affascinanti.
Certo sarebbe stato facile per i Marlene riproporci un paio di album con schitarrate selvagge, cattiveria nei testi e nella voce, tutto ad uso e consumo di nostalgici immobili nelle loro posizioni e di nuovi fanciulli ancora ignari del lungo percorso intrapreso dai nostri negli ultimi vent’anni. Oppure sarebbe stato ancor più semplice preparare una bella raccoltona, se possibile condita da un paio di pezzi inediti (magari ripescati dai loro primi demo) e il gioco era fatto.
Invece i Marlene si sono voluti rimettere in gioco su quella scia segnata soprattutto dagli ultimi due lavori già citati.
A prima vista potrebbe sembrare un progetto molto ambizioso (e forse lo è). Nel libretto del cd un piccolo scritto inedito (di scrittori fra cui Carlo Lucarelli, Stefano Benni, Enrico Brizzi, Emidio Clementi) per ogni brano e una citazione iniziale di Vladimir Nabokov (ispiratore, pare, di Godano per i testi) a dare il senso a tutto l’album: “L’amore. Due persone in una, un solo pensiero, una sola ombra che cammina, ecco perché esiste un solo numero vero: UNO! E l’amore moltiplica infinite volte questa unicità”.
L’album si apre con “Canto”, attacco e strofa c’immergono in un’atmosfera piuttosto cupa, ma avvicinandoci al ritornello (preannunciato da un coro di sottofondo veramente bello) veniamo colpiti da una melodia tranquilla con una chitarra gentile che segue le parole non così tranquille: “Canto il bene che ti vorrei, chiuso dalle catene di un’inesprimibile prigione che mi opprime. Canto il nulla che prenderai dalle folli mie pene, e non mi è di consolazione sapere che son figli anch’esse di te”.
Sulle stesse posizioni melodiche troviamo “Canzone ecologica” e la più movimentata “Sapore di miele”.
Da notare anche l’utilizzo un più marcato rispetto agli altri brani dell’elettronica in “Abbracciami” (in cui compare anche una strofa cantata in inglese) e la significativa presenza della chitarra acustica in “Fantasmi” (non so se sia dovuta alla presenza di Maroccolo al basso e alla produzione o alla mia semplice incompetenza musicale, ma questa canzone mi ricorda molto i C.S.I.).), affascinante canzone che mi ricorda una delle Murder Ballads di Nick Cave. Di certo è da citare il ritornello di quest’ultimo brano: “Ma come vedi invece sono sempre qua, avvolto nella mia stilosa dignità; continuo a farmi molto bene i fatti miei e volo alto, dove non potresti mai. Mi piaccio un sacco e…sì, mi stimo anche di più (tanto a tirar giù il prezzo poi ci pensi tu)”.
Con “111” Godano e soci affrontano l’argomento amore da un punto di vista poco abituale (nella musica sicuramente, non nelle pagine di cronaca nera). Tutto comincia molto rarefatto: l’incontro, lo sbocciare della passione, la musica accompagna soffusa.
L’intensità cresce e cominciano a cambiare le parole. La situazione precipita e arriva l’inevitabile separazione. Entra in scena il parlato di Godano che ci spiega dal punto di vista di lui. L’intensità cresce sempre di più fino a quando: “Ma quale orrore quando mi accorsi di averla uccisa prendendola a martellate!Quale orrore quando mi accorsi di averla punita massacrandola a martellate!Quale orrore! Ma quale orrore!”.
Gli strumenti esplodono in perfetto stile Marlene mentre Godano ci urla “Che mostro sono? E non so neanche farmi fuori da me!”
Bellissima “Musa”, forse da considerare la canzone manifesto dell’album. C’è tutto: una bella melodia, cori di accompagnamento e la graditissima presenza di Paolo Conte al piano e Greg Cohen (già orchestrante di Tom Waits) al contrabbasso.
Non è stato facile per me parlarvi di Uno. Quello che mi premeva comunicare era soprattutto l’apprezzamento per un gruppo che dopo vent’anni di onorata carriera ha ancora voglia di mettersi in gioco e di apportare il proprio contributo, mai sterile e sempre originale, alla crescita della musica italiana.