North Star Deserter - Vic Chesnutt
di Gianluca Marra - 18/10/2007
Vi è mai successo di ascoltare per la prima volta un album e di innamorarvene perdutamente?
Più lo sentite, a casa, per strada, da amici, più lo trovate bello e scoprite piccole perle sfuggite ai passati ascolti.
Poi ci pensate su, e capite che l’innamoramento risale ad ancor prima. A quando avete letto la recensione, a quando siete andati a comprare il cd e ne avete visto la confezione fragile protetta in un piccola bustina di plastica.
Beh, non so se vi sia mai successa una cosa del genere. A me sì!
E’ stato “North Star Deserter”, ultimo lavoro di Vic Chesnutt, a farmi questo effetto.
Di lui non avevo mai sentito parlare e poco sapevo dell’etichetta discografica, la canadese Constellation. Subito mi chiedo: ma che cosa c’entrano la casa discografica che vanta tra le sue fila un gruppo come i Goodspeed You! Black Emperor e un cantautore statunitense (per mettere ancora più carne al fuoco come non citare, oltre agli amici canadesi, Guy Picciotto dei Fugazi)? Niente è la risposta più plausibile, tutto è l’unica che mi viene in mente dopo aver ascoltato e riascoltato North Star Deserter.
Perché è proprio dall’incontrarsi di due realtà così diverse che viene fuori la bellezza pura di questo cd. Atmosfere ampie, dilatate, a volte rumorose, messe al servizio di una voce folk, calda, un po’ nasale.
L’apertura dell’album è affidata a “Warm”; semplice e bellissima, con protagonisti solo Vic e la sua chitarra. Ma i temi toccati sono tanti e diversi. Si passa dal rumore di “Everything I Say” con le sue divagazioni chitarristiche (particolarmente bella l’esplosione strumentale verso la fine) di stampo post-rock, alla bellissima, avvolgente “You Are Never Alone”, dove un fantastico coro accompagna il ritornello (ascoltate e traducetevi il testo. Ne vale la pena). Vi basti sapere che nei crediti per questa canzone, dopo i musicisti, c’è scritto: “everybody (sing-a-long)”.
Altro coro (e stesso riferimento tra i crediti) lo troviamo in “Glossolalia”, anche se qui i toni sono molto più alti, con la voce di Vic a farsi sempre più drammatica. Drammaticità che viene sottolineata dall’ingresso in scena degli archi, seguiti poi dalle altre voci.
Ho detto che tanti e diversi sono i temi toccati. Come non segnalare la bucolica “Wallace Stevens” (con il suo meraviglioso organetto…o qualsiasi strumento esso sia) o la dolcissima cover di Nina Simone “Fodder on Her Wings”, dove la voce e la chitarra vengono accompagnate, sul finire, da un leggerissimo violino.
Ancora, come non citare la notturna “Rustic City Fathers” o “Marathon”, dove la chitarra di Vic sembra appoggiarsi su un tappeto sonoro che mi ricorda alcune trame disegnate dai Mogwai?
Voci che sembrano provenire da una tv o da una radio ci introducono in “Debriefing”. Dopo pochi accordi di chitarra ecco irrompere gli altri strumenti con Picciotto e la sua chitarra elettrica a farla da padroni. Una volta che entra in gioco la voce l’atmosfera pare quietarsi e invece l’esplosione è sempre dietro l’angolo, segnalata da una chitarra elettrica che non smette mai di farsi sentire (anche se in piccole dosi). E va avanti così per quasi otto minuti in tensione fra la voce e chitarra di Vic e improvvise incursioni strumentali.
“Splendid” è il brano che più mi ricorda i Goodspeed You! Black Emperor. I primi due minuti non sfigurerebbero in un album della band canadese. Poi arriva la voce e dopo la strofa arriva il ritornello. E’ in questo momento che si assiste a una perfetta fusione fra questi due mondi, con i suoni a fare da sfondo a Vic che canta: “Splendidly full of life wandering the countryside”.
La scena torna in mano agli strumenti, ma non fino alla fine. Prima infatti c’è ancora qualcosa da dire: “ on the beach we had fun by the rocks in the sun / we were young we were free we were wild as the weeds / below cliffs surrounded by driftwood / we did everything we could we did everything we everything we could”.
Prima di salutarvi vi lascio alle parole con cui Vic parla dell’apporto dei musicisti della Constellation al suo album: “Sono come dei componenti che viaggiano sotto la trama delle canzoni, e sono stati una rivelazione per me. E’ come se avessi abbozzato a matita un mio autoritratto, lo avessi lasciato lì sul tavolo e al mi ritorno lo avessi trovato riempito di colori. La mia faccia aveva una nuova espressione: uh, non avevo mai notato che i miei occhi sono così blu”(Il Mucchio n.639, ottobre 2007)