Le cronache di un altro mondo
di Riccardo Mazzucchelli - 23/11/2007
Quella che vi voglio raccontare è la storia di un paese lontano e strano. In questo paese, che si chiamava Laizia, vivevano molti milioni di persone ed era una civiltà molto variegata. C’erano ricchi, poveri e miserrimi, ma anche gente che tirava a campare ed erano la maggior parte. Questi, troppo occupati per badare a loro stessi, non avevano modo né tempo da dedicare alla vita del paese, perché la vita loro era sicuramente più importante. Forse stenterete a crederlo ma i ricchi, poveri e miserrimi erano gli unici che si curavano di gestire il paese. Questo perché i ricchi non avevano altro da fare; i poveri perché così potevano sembrare ricchi e i miserrimi perché speravano di migliorare la loro condizione. Non a caso, questi ultimi rimanevano sempre in minoranza e nessuno stava mai a sentire quello che dicevano. Dunque, questi ricchi, poveri e miserrimi si raggruppavano in diverse fazioni e schieramenti perché lottavano tra di loro per il potere. Però lo facevano senza uccidere mai nessuno, visto che il loro scopo era il potere, mica uccidere. Per questo motivo, la loro guerra era definita “civile”. Questo, negli ultimi cinquant’anni era divenuto un problema: solo l’età poteva sfoltire le file avversarie e questo accadeva di rado. La vita dei ricchi, poveri e miserrimi era miracolosamente lunga, grazie al sangue di un magnifico animale. Questo era un unicorno, simbolo di libertà, saggezza e uguaglianza. Gli unicorni erano molto ambiti per i loro magici poteri: diffondevano armonia e spensieratezza tra le genti del paese e soprattutto, chi beveva il loro sangue campava cent’anni e più. L’unica controindicazione erano i fastidiosi problemi diuretici che spesso costringevano chi faceva uso del miracoloso liquido ad assentarsi durante i momenti più importanti degli scontri.
L’unicorno di Laizia era stato catturato quasi sessant’anni prima e da allora aveva garantito a chi tirava a campare di badare solo a quello mentre i ricchi, poveri e miserrimi si sparivano il potere. Catturare l’unicorno fu molto difficile e costrinse i Fondatori (così furono chiamati i cacciatori dell’unicorno) a stringere un patto con una mistica setta che predicava la carità, il perdono e la fratellanza ma anche il castigo, il pentimento e la castità. Grazie ai poteri del loro primo sacerdote, Laizia divenne un paese florido e tutti i ricchi, poveri e miserrimi ebbero grande rispetto per la setta, da allora. Chiunque la oltraggiasse veniva sempre punito duramente. Comunque, le due fazioni principali erano i rivoluzionari lenti (o moderati, come preferivano farsi chiamare) e i paladini della libertà, noti anche come i protettori o i padrini. I primi si riunivano sempre sotto una grande quercia, dove nasceva ogni tipo di fiore: margherite, girasoli, garofani. Accanto a questa quercia si ergeva un alto campanile che spesso faceva distribuzioni di cibo, lavatrici e altri elettrodomestici a chi tirava a campare. In questo modo li attirava sotto la grande quercia, mentre sui rami di quest’ultima c’era uno strano gabbiano dei colori dell’Iride che molto spesso era disattento e con lo sguardo verso l’altra fazione. Il motto di questa fazione era:”Viva la rivoluzione, ma co calma!”. Il loro leader era un certo Ascanio Piceno, soprannominato Piadina, più per la provenienza che per corporatura. Questi era un discepolo diretto dei Fondatori e un rispettoso seguace della mistica setta, tant’è che spesso li imitava nel vestirsi.
L’altra fazione, invece, aveva come leader una figura che aveva iniziato tardi a occuparsi della conquista del potere: Emilio Bonarda, il quale veniva soprannominato Tappo, un po’ per il cognome e un po’ per forza di cose. In prima fila nel difendere chi tira a campare, Tappo guidava i propri paladini della libertà al grido di:”Viva la libertà di tutti, ma prima la nostra!” incitando le masse a schierarsi con lui. Era un grande ammaliatore delle folle e spesso inventava le parole, forgiandole con un suono esotico e vibrante che entrava subito nelle menti di chi lo ascoltava, rendendo impossibile, alla fine, ricordarsi di quello che aveva detto ma avendo ben chiaro chi era il nemico e cosa era buono e cosa cattivo.
Tappo e Piadina si conoscevano bene: si erano affrontati più di una volta nella lotta per il potere e nell’ultimo scontro Piadina era riuscito a imporsi sul proprio avversario per un soffio. Infatti, il potere si otteneva contando il numero di gente che tira a campare che si riesce a radunare in due giorni dentro cento piazze di Laizia. Il vincitore avrebbe avuto in premio la Grande Torta. Questa era il simbolo del potere e veniva fatta con la polvere del corno dell’unicorno (che tanto ricresce) e conferiva il potere di controllare gli altri per diversi anni.L’ultima volta, Tappo aveva deciso di contestare quanto conteggiato, ma non riuscì a ribaltare l’esito. Tuttavia, una volta ottenuto il predominio, Piadina capì immediatamente di avere grandi problemi perché i suoi colonnelli bramavano più potere di quanto ne potesse offrire. Tutti volevano un pezzo di torta più grande, ma c’era talmente tanta gente con cui spartirsela che ben presto si accorsero che la magica capacità di imporre il proprio volere era assai scarsa. Persino la gente che tira a campare, solitamente molto sensibile all’esito di questo scontro, sembrava indifferente al successo di Piadina. Così, Giuseppe Chilombi, noto come il Ratto, figura vaga e pronta a mangiarsi Piadina, chiamò tutti i ricchi, poveri e miserrimi dei rivoluzionari lenti e disse:”Qui non andiamo più avanti. Se continuiamo così, perderemo del tutto il potere dell’unicorno. Ci serve che alcuni di voi si sacrifichino per dare più potere agli altri. Dateci il vostro appoggio e noi sistemeremo tutto”. Così avvenne il miracolo della trasformazione, che cambiò molti ricchi, poveri e miserrimi dei rivoluzionari lenti in gente che tira a campare. In tutto questo trambusto, Piadina fu dimenticato. Si scoprì solo cent’anni più tardi che Ratto se l’era mangiato subito dopo la visione di Tappo.
Il Tappo, qualche giorno dopo l’evento, si preoccupò molto e cerco nella gente che tira a campare i motivi della sua lotta. Così girò per tutta Laizia in cerca di sostenitori per due giorni. Al suo ritorno nella capitale, disse di aver avuto una visione: sciolse la propria fazione, nello sdegno di molti e il plauso di altri (che miravano a rimanergli fedele) e si proclamò paladino del popolo, intendendo per popolo la gente che tira a campare. Il grosso problema venne dopo: Tappo, in preda a manie di potere, uccise chi gli si opponeva in nome e in difesa della gente che tira a campare. A questi ultimi non importò molto di Tappo, ma si sdegnò per le uccisioni, cosa mai avvenuta nella guerra civile per il potere e diedero pieno appoggio al Ratto. Questo, dapprima attento e diplomatico nei confronti di Tappo, divenne improvvisamente veemente e tumultuoso nei confronti del suo avversario, accusandolo di aver ucciso anche Piadina. Fu così che Tappo venne cacciato da Laizia e Ratto prese il potere definitivamente. La gente che tira a campare si placò e continuò a pensare ai propri problemi; i ricchi, poveri e miserrimi smisero di combattere e giurarono fedeltà a Ratto, il quale, forte del predominio sull’unicorno, impose il proprio volere per molti molti anni. Tuttavia, non fu cattivo né repressivo. Si limitò ad appagare i ricchi, poveri e miserrimi con la Grande Torta molto spesso, lasciandosi la parte più grande sempre per se stesso. Decretò la fine della guerra civile e lasciò che ognuno facesse quel che più gli piaceva. Tuttavia, Tappo non fu mai dimenticato e in nome suo, molti anni dopo, venne ripristinata la guerra civile. Ma questa è un’altra storia.