Un tuffo nello scorso millennio: “Rospo” dei Quintorigo
di Gianluca Marra - 29/11/2007
Nel 1999 ero un giovane liceale, appassionato di metal, ma non solo.
Di certo non fedele telespettatore del Festival di San Remo (unica eccezione l’epica partecipazione di Elio e le Storie Tese nel 1996). Eppure quell’anno un nome mi era rimasto in mente. I “Quintorigo”, quintetto romagnolo composto da voce (John De Leo), sassofono (Valentino Bianchi), violino (Andrea Costa), violoncello (Gionata Costa) e contrabbasso (Stefano Ricci).
Partecipano nella categoria Nuove Proposte e si piazzano ad un ottimo (considerando che quasi sempre, al Festival, la bravura è inversamente proporzionale alla posizione in classifica) undicesimo posto, vincendo, però, il premio della critica.
La musica dei Quintorigo è fondamentalmente jazz, ma contaminato talmente tanto da dare la possibilità, ad ogni ascoltare, di individuare le più disparate influenze musicali
La canzone per la kermesse sanremese si intitola “Rospo”, seconda traccia dell’omonimo album d’esordio il cui brano d’apertura è “Kristo Si!”. Qui subito spicca l’approccio jazz della band. All’iniziale violino, si aggiungono ben presto il violoncello e il contrabbasso; mentre De Leo usa la sua voce al pari degli altri strumenti (ascoltate l’assolo di voce verso la fine). La conclusione della canzone è affidata a una sorta di coro gospel con tanto di battito di mani.
“Solo un momento un po’ di tempo per me nel mio mondo inutile il tuo sorriso mi disgusta”. E’ con queste parole (di cui l’ultima urlata sprezzante dal cantante) che si apre la già citata “Rospo”. La strofa va avanti accompagnata dall’imponente muro sonoro alzato dai musicisti, accompagnati da “L’orchestra pesante”. E’ con il ritornello che la canzone tocca il suo apice “Show me your hand, voglio tornare ROSPO. Show me your hand, superficialità mediokrità successo” (chissà cos’ha pensato la prima fila dell’Ariston quando l’ha ascoltata per la prima volta).
Neppure il tempo di chiudere il brano, che subito parte la canzone successiva. E’ il sassofono a introdurre “Nero Vivo”, probabilmente il più jazz dei brani citati sino ad ora, con un fantastico assolo di sax verso la fine. La voce di De Leo, lascia un segno molto incisivo, come nel bellissimo ritornello: “Per poi fuggire sopra le nuvole volare ai limiti”.
Veramente tanti i temi che possiamo trovare in quest’album: dalle bellissime prove strumentali di “Zapping” (sospesa in una specie di limbo tra musica contemporanea e musica da camera) e “We want Bianchi” (forse il brano che più sa di jazz dell’intero album) a brani come “Sogni o Bisogni” dove, su un impianto strumentale sempre molto eclettico, si staglia la sorprendente voce di De Leo: “Ma dimmi tu se potrò mai capire tutto il resto io proprio non riesco più volte mi son chiesto ma sogno o son desto?”.
E che dire del cupo inizio di “Momento Morto”, sottolineato dalla presenza preponderante di contrabbasso e violoncello (“Momento morto lasciami qui. Momento morto aiuti ad arricchire la mia noia di niente ad andare sempre più giù”). Subito le musiche sono pronte ad assecondare il cambio di significato delle parole. Il violino ed il sax accompagnano, intensi, la risalita: “e poi da quando ci sei tu, il tempo vale ancor di più e se riesco ad esserti d’aiuto la vita mi sorride non ride di me”.
“Tradimento” inizia con il parlato di De Leo che ci racconta di buio e di risalita: “Perso nel buio, poi una fuga di luce esplode in cielo e in mille stelle. Notte cupa conducimi al giorno, ai bagliori del mattino con un tiepido – breve – sorriso”. L’ingresso, prepotente, di tutti gli strumenti coincide con il ritorno del cantato. E così va avanti il brano fino alla conclusione lasciata in mano al sax e alle grandi doti vocali del cantante.
Violoncello molto aggressivo, un violino che sembra una chitarra elettrica, la voce distorta. E’ così che si presenta “Deux Heures De Soleil”. La tensione rimane intatta nelle strofe, per poi trasformarsi, nel ritornello, in limpida ascesa.
C’è ancora un ultimo regalo che i Quintorigo ci hanno fatto con la loro opera d’esordio. Sto parlando della cover di “Heroes” (David Bowie – Brian Eno).
Il brano inizia in sordina con De Leo che canta accompagnato da una leggera musica, in cui risalta il violoncello. Lentamente, molto lentamente, il ritmo cambia, il contrabbasso si fa più intenso, il sax disegna tracce più nitide.
La musica, l’atmosfera create nell’ultima parte di questa canzone, sarebbero un’ottima conclusione per l’album. Ci puoi trovare di tutto: tensione, allegria, serenità.
In realtà la parola fine è affidata al remix di “Kristo Sì!”, versione più cupa e dilatata rispetto al brano d’apertura.
Oggi John De Leo ha lasciato la band (ha da poco pubblicato un album di cui vi parlerò a breve), i Quintorigo vanno avanti con, alla voce, Luisa Cottifogli. La magia, il coinvolgimento emotivo che ha prodotto in me l’ascolto di questo cd (seguito, comunque, da altri validissimi album) difficilmente li potrò ritrovare in altri loro lavori.