Il minotauro – Friedrich Durrenmatt
di Mariagrazia Liotta - 14/12/2007
“Sono io il mio Minotauro, divoro chi arriva fino a me…�
Vinicio Capossela
Quali sono le ragioni per cui la stragrande maggioranza delle persone si sente rapita dalla mitologia? O dalle leggende? O dalle fantasticherie più moderne? Perché i bambini, e non solo, rimangono incantati nell’ascoltare le favole e le fiabe? L’indagine è ardua, tremendamente complessa: una montagna.
In cima c’è l’origine stessa del mito, della favola, studiata, anzi scandagliata, da fior di filosofi e psicologi, storici e teologi. C’è la natura stessa dell’uomo che comunica, che racconta, che inventa storie e sguinzaglia la sua fantasia nell’esprimere immagini poetiche.
Freud riferendosi alla mitologia, in senso lato, parlava di un fenomeno che risponde a due diversi processi psicologici, differenti appunto ma paralleli e nello stesso tempo integrati. Da una parte la naturale propensione al pensiero e dunque la ricerca delle cause, le domande sul bene e sul male, la curiosità del sapere, di trovar risposte; dall’altra il continuo intrecciarsi nella mente di realtà e finzione, di coscienza e incoscienza, di verità e rappresentazione, come nei sogni. I due processi si completano e si fondono in un’unica grande espressione, il mito: ancestrale e immaginifico studio dell’incontro dell’uomo con sé stesso.
Perché ho scritto tutto questo? Perché è un modo per spiegare prima di tutto a me stessa i motivi delle mie fissazioni, il ricorrere nella mia testa e nelle mie scelte (di lettura in questo caso) di alcune figure. Tempo fa comprai un libro solo perché si intitolava “Sirene� e ne parlai entusiasta su queste pagine; pochi giorni fa ne ho comprato un altro solo perché si intitolava “Il Minotauro�e oggi mi ritrovo con la stessa foga di allora, a parlarne…sirene e minotauri, vere calamite.
“Il Minotauro� di Friedrich Durrenmatt è un romanzo molto breve che tratta del mito di Arianna, Teseo e Minosse, del Minotauro, del labirinto e dei sacrifici di fanciulli e fanciulle. Qualcuno potrebbe sbottare con un “ancora�? Tutti conoscono già il mito del filo di Arianna che salvò il giovane ed eroico Teseo dal labirinto dopo che questi aveva così coraggiosamente ucciso il mostro, metà uomo e metà toro, il cattivissimo e orrido Minotauro. Niente di nuovo, d’accordo.
Ma nella testa del mostro ci siete mai stati?
È inevitabile schierarsi dalla sua parte, o quantomeno avvicinarsi con meno riserve a questa figura, leggendo il romanzo di Durrenmatt. Già dalla presentazione che ce ne viene fatta all’inizio, già dalla prima pagina, nella quale lo scrittore introduce il Minotauro, figlio di Pasifae e del bianco toro sacro a Poseidone, confinato all’interno dell’intricato labirinto con pareti di specchio, ideato da Dedalo per proteggere gli uomini da quel mostruoso essere, e l’essere dagli uomini.
Nella prima pagina incontriamo il Minotauro, accovacciato e terrorizzato da quell’infinità di esseri accovacciati davanti a lui, dietro di lui, tutt’intorno a lui: “Si trovava in un mondo pieno di esseri accovacciati senza sapere che quell’essere era lui. Era come paralizzato�. Un essere assolutamente inconsapevole di sé, sempre al limite della conoscenza e delle passioni, che prova e di cui è succube, senza ragionamenti. Irruento ma tormentato, carnefice e vittima, violento ma spaurito: colpevole o innocente?
Tutto il romanzo è raccontato dall’interno della sua testa, i fatti che accadono non sono spiegati, accadono e basta: si rincorrono senza sosta da un’immagine al suo riflesso negli specchi, velocemente. Il Minotauro e le sue immagini, le fanciulle e le loro immagini, le danze, le lotte, le fughe, il sangue: tutto è moltiplicato e riflesso in immagini specchiate che amplificano e confondono. Impossibile riflettere, l’istinto animalesco viene prima di tutto, prima di ogni introspezione e analisi. E l’introspezione la fa il lettore, non il Minotauro, il quale spinto da paura e bestialità continua a correre e danzare e uccidere e mugghiare cupamente: prova emozioni e passioni, ma non può spiegarle. Può solo gridare la propria disperazione o la propria felicità . Fino a un atteso barlume di immagini e sensazioni, di una percezione netta più che di comprensione, un’illuminazione senza conoscenza: “Cercò di fuggire, ma ovunque si volgesse si trovava sempre di fronte a se stesso, era murato da se stesso, era ovunque se stesso, ininterrottamente se stesso, rispecchiato all’infinito nel labirinto…avvertì che egli era l’unico, escluso e rinchiuso insieme, che il labirinto c’era per causa sua, e questo solo perché era stato messo al mondo, perché l’esistenza d’uno come lui non era consentita dal confine posto tra animale e uomo e tra uomo e dei, affinché il mondo conservi il suo ordine e non divenga labirinto per ricadere del caos da cui era scaturito…�.