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Bruno Munari: lo “strano” peso delle idee nell’arte

di Rosilio Tondelli - 18/12/2007
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Decidere di vedere una mostra dedicata a Bruno Munari non è stato difficile. Complicato, semmai, è adesso scriverne. Sino al 10 febbraio la Rotonda della Besana, a Milano, ospiterà infatti una raccolta di alcune fra le opere più significative dell’artista milanese, in occasione del centenario dalla sua nascita.
Personaggio artisticamente incollocabile, Munari ha spaziato fra i campi più diversi della cultura contemporanea, ponendosi in maniera concettuale nei confronti dell’opera.
L’idea in Munari diventa quindi più necessaria che centrale, imprescindibile più che connessa.
Mi spiego. Trottando fra i corridoi dell’esposizione milanese si avverte una continua sensazione finale, una trasmissione di completezza concettuale disarmante, che attonisce senza preavviso. Ciò che osserviamo, la produzione esposta di Munari, ci avvince in un messaggio definitivo, continuamente ed in maniera involontaria si rimane inermi, a dirsi “ l’avrei potuto fare io, non era difficile”, una frase che indirettamente tramortisce la possibilità futuribile di arte. Il pensiero infatti cresce a mano a mano che si insiste nel percorrere i sentieri della mostra, sino ad un approdo in cui ci si spoglia, senza ritorno, di ogni velleità.macchina-inutile.jpg
Cade la maschera, si ha come l’intenzione di chiedere le chiavi alla reception per convincerli che qui si chiude tutto, esposizione, idea, contemporaneità, espressione.
Non è così ovviamente, ma è questo involontario simbolismo che carica di una forza aliena l’opera di Munari. Davanti a folgorazioni coma la “sedia per visite brevissime” con un ripiano piegato a 45° che da seduti costringe l’avventore in una posizione che effettivamente rimanda alla velocità, alla fretta, o alle “forchette parlanti”, o addirittura alla “scrittura sconosciuta di popolo ignoto” si resta spaesati e sorridenti.
Bruno Munari cambia dunque il significato di arte, trasferendolo integralmente nel sistema delle idee. Non vi è più tecnica, nessuna capacità manuale o pratica; l’artista, per essere tale, deve innanzitutto stravedere, ipersentire, farsi avvolgere da un’idea, e poi da un’altra e da un’altra ancora. Diversamente sarà un formidabile pittore forse, ma non un artista. Un eccezionale scultore, ma non un artista. Un fantastico designer, ma non un artista.
Questa ipercineticità, a tratti controversa, dell’opera di Munari, questa frattura totale che viene a porsi nel momento creativo, e che rende tutti e nessuno artisti, solo ed unicamente in virtù di ciò si ha da dire, di ciò che è espresso in quanto sentito, avvertito, colto, sedia-per-visite-brevissime.jpegmetabolizzato e poi tirato fuori, è resa ancor più evidente dalla molteplicità di ambiti in cui Munari si è mosso.
Arti visive, design industriale, giochi per bambini, grafica editoriale, narrativa, pubblicità, comunicazione, e tanto altro ancora; la bella mostra della Besana ci trascina nel mondo infinito dell’artista milanese, ponendo molto di più che una semplice proposta di frammenti, quanto piuttosto un viaggio fra le diverse anime di un personaggio che lasciava scaturire dall’immaginario interessi mai circoscritti, irrefrenabili.
La domanda a questo punto è: come cambia il significato di arte contemporanea nel nostro tempo in seguito alla scoperta di artisti come Munari? Soprattutto, come ci si pone di fronte ad un’idea di arte talmente semplice ed universale, e perciò spiazzante?
In realtà il significato di arte contemporanea rimane il medesimo, ma muta, a livello personale, il peso, comunque necessario, della fiducia soggettiva da riporre nell’opera. Evidentemente i valori s’innalzano.
Per il secondo interrogativo, non c’è invece risposta. Sta tutto nel trasporto. Abbandonandosi.

“Quando qualcuno dice: questo lo so fare anch’io, vuol dire che lo sa rifare, altrimenti lo avrebbe già fatto prima.”

www.mostrabrunomunari.it

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