Patrizia Valduga - Lezione d’amore
di Giuliana Altamura - 08/01/2008
Patrizia Valduga, Lezione d’amore
Einuadi Editore, Torino 2004 (Collezione di Poesia, 327)
Le parole, il desiderio, la morte: questa la triade che sovrintende i versi dell’ultima raccolta della poetessa veneta e, allo stesso tempo, il titolo dell’ultimo dei tre tempi di cui essa si compone. Come già in Cento quartine, tornano protagonisti due io lirici, uno maschile e uno femminile, che si alternano in una voraginosa successione di madrigali d’ineccepibile perfezione formale e vertiginosa forza espressiva, per poi culminare _ nel terzo movimento _ con una breve trattazione teorica, che è insieme dichiarazione di poetica amorosa e d’amore per la poesia.
“La poesia è come l’amore, è nostalgia d’invisibile: entrambi si prefiggono un po’ di perdita di coscienza, un qualche smantellamento di quell’equilibrio infelice che è la nostra identità”. La Valduga inscena le dinamiche di un efferato erotismo, restituendo _ con una crudeltà esasperata dal contrasto fra la violenza sadica e masochista del contenuto e il maniacale rispetto di schemi di rime e settenari _ la verità di un desiderio malato e narcisisticamente esasperato nei suoi risvolti sessuali.
L’io maschile impartisce ordini come fossero punizioni, con smania di potere e godimento nell’umiliare, nel distruggere l’identità fragile di lei (Ti smonto il tuo teatrino di parole), probabilmente nella reale convinzione di fare il bene della sua bimba (Tu hai bisogno di essere punita). Le intima di supplicare pietà e di adorarlo, invece di adorare se stessa, proponendole l’appagamento del suo piacere e del suo narcisismo come unica soluzione salvifica per guarirla da se stessa (Bimba, se vuoi guarire, / devi imparare l’arte di ubbidire). Infierendo sulla nudità della sua carne, umilia profondamente l’identità che ella si era faticosamente costruita con la sua lingua, le parole, la poesia (Te lo sistemo io il tuo bell’io, /[…] piccolina, stronzetta che fa rime, / che si sublima per farsi sublime), fina a deriderla avvilendone ogni desiderio, carnale e spirituale: Cosa farfugli di fusione e mistica? / […] L’amore è in ciò che manca, è l’io che manca. L’uomo la vittimizza, probabilmente incapace di accettare l’impossibilità di controllare quel talento poetico che sfugge alla sua comprensione e nella liberazione dal quale, dopo tutto, è la stessa donna a sperare e a godere attimi di piacere masochistico e intenso.
La parola _ scrive la Valduga, citando Cantalupo _ non è altro che “il modo dell’organizzazione e della conservazione assunto dalla paura della morte”. Se è la parola a costruire l’io (La mia lingua mi costruisce, costruisce la mia identità), il sadismo, con cui l’amante si accanisce contro di lei, sarà in grado di distruggere anche la paura della morte (la paura che hai della paura). La conoscenza che deriva dalle parole acuisce il sentimento della moribilitàe la consapevolezza dell’inappagabilità, che a sua volta non può che potenziare il desiderio, “che è potenza creatrice”. “La poesia […] è la realizzazione dell’amore per il desiderio. L’infinito che sperimento nel desiderio vuole essere tradotto e dispiegato”: è da qui che nasce, nei versi della Valduga, la necessità di portare libertà nella costrizione, tanto a livello psicologico nel rapporto erotico (O dio del non ritorno, / […] me la prepari e non mi passerà: / la libertà, sì, la mia libertà), quanto a livello formale nella costruzione metrica.
La donna, non a caso, freme di desiderio per ogni parola che il suo carnefice pronuncia (non sbaglia neanche una parola / e mi eccita tutto quel che dice…) ed è costantemente combattuta fra il dolore e il piacere, fra l’umiliazione carnale e l’esaltazione. L’ubbidire ai suoi voleri è “come un lento percepirsi tutta, scandirsi alla sua voce”, un annullamento mistico in cui la mente infine può ottenere riposo (interno riposo…eterno riposo): “non dovermi parlare… / Oh quanto gli sarò riconoscente…”. La violenza diviene un rituale liberatorio, il suo lasciarsi possedere sino alle viscere una catarsi da paure e dolori, tanto che l’uomo non può che risultarne trasfigurato, divinizzato nel suo potere che non ha più confine: “No no, lui rende tutto così puro, e io superflua mi sento al sicuro”.
L’opera della Valduga, ancora una volta, si rivela potente e ipnotica, fisica e contemplativa, pienamente capace d’interpretare la crisi moderna, non solo della poesia, risolvendola in un amplesso amoroso che è sfinimento lento di parole e desideri.