Lo sfinimento della Striscia di Gaza e l’indifferenza occidentale
di Mauro Mondello - 11/01/2008
Visita in Medio Oriente del presidente americano George W. Bush in questi giorni, la prima in Israele dal suo arrivo alla Casa Bianca. E sono volate subito parole grosse, che suonano un po’ troppo semplici, forse segnate da un atteggiamento di fine incarico che spinge Bush a dichiarazioni da lunedì di Pasqua.
Il presidente USA ha incontrato il capo di governo israeliano Olmert ed il presidente dell’ANP Abbas, auspicando che entro il termine del suo incarico la Palestina possa diventare uno Stato libero ed indipendente.
Nella sua visita a Ramallah Bush ha espresso la convinzione che la strada della pace sia percorribile, già entro la fine del 2008, e che gli Stati Uniti si impegneranno concretamente per ristabilire gli equilibri nei territori occupati. L’inquilino della Casa Bianca non ha poi potuto fare a meno di lanciare la solita stilettata nei confronti dell’Iran, un atteggiamento che rinsalda l’asse antipersiano con Tel Aviv, e che costituisce inoltre un’abile mossa politica a favore di Olmert, alla disperata ricerca di consensi dopo lo scandalo del rapporto Winograd, la relazione governativa che accusa il premier israeliano di gravissime negligenze nel corso della barbara guerra in Libano del 2006. Su questa linea si inseriscono anche le accuse ad Hamas, “che ha portato solo miseria a Gaza�; sulla questione circolano voci relativamente ad un piano di attacco in grande stile che Israele sarebbe pronto a lanciare nella Striscia nel corso delle prossime settimane.
Sin qui quanto detto. Andiamo però ai fatti.
Gaza, prima di tutto il resto.
Quella della Striscia sta diventando lentamente una mia fissazione personale, eh sì, perché io non riesco a rendermi conto di come sia possibile che l’Europa stia a guardare davanti a quello che si sta configurando, in tutto e per tutto, come il genocidio di un popolo.
La striscia di Gaza, nella quale, per inciso, il presidente Bush (che però in merito snocciola considerazioni e proclami) non è mai stato, è fra i territori più popolati del nostro pianeta, una fetta di terra lunga 40 chilometri e larga poco più di 10, lungo cui sono assiepati oltre 1 milione e mezzo di palestinesi, uomini e donne bloccati fra due valichi dai quali non è possibile passare, rinchiusi in una zona distrutta dagli insediamenti israeliani, che ne hanno inquinato definitivamente le falde acquifere.
Si tratta di una situazione scandalosa, un popolo tenuto al guinzaglio da un paese occupante, Israele, che toglie luce ed acqua a suo piacimento, che blocca i rifornimenti alimentari, che puntualmente compie raid aerei per colpire obiettivi militari, salvo uccidere decine di civili.
Tutto questo accade sotto i nostri occhi, nel silenzio delle istituzioni europee, che hanno anzi costretto all’ embargo la popolazione della Striscia, ormai da più di 2 anni.
Il problema sarebbe Hamas, un’organizzazione che ha vinto legittimamente quelle che senza nessun timore più analisti internazionali hanno definito le elezioni più libere e democratiche di tutta la storia nell’area mediorientale. Noi però preferiamo assecondare Israele, allo stesso modo in cui d’altronde abbiamo ormai deciso, da anni, di sottometterci di fronte alle sanguinarie strategie di guerra statunitensi.![]()
Hamas ha vinto delle elezioni democratiche, e qualunque capo di governo che meriti di rappresentare il suo paese avrebbe dovuto ascoltare ciò che Hamas aveva da dire prima di condannarla.
Non è stato fatto.
Si è deciso, a tavolino, di giudicarla, e con lei di condannare tutto un popolo all’ingiustizia, un ingiustizia la cui sensazione cova fortissima nel cuore dei palestinesi di Gaza e che poi, inevitabilmente, non può che sfociare in quel lancio di missili verso i primi insediamenti israeliani al confine di cui spesso siamo testimoni mediatici.
Più volte mi sono chiesto come mi sarei comportato se fossi stato un palestinese, vessato, rinchiuso, ridicolizzato dentro la mia casa, nella mia terra, lì dove sono nati mio padre e mia madre e dove cresceranno i miei figli. Sì, il sentimento di rabbia della popolazione di Gaza è condivisibile, non c’è altro da spiegare.
Il terrorismo, quello vero, è piuttosto ridurre un popolo allo stremo delle forze, perché colpevole di aver scelto in democrazia ciò che non andava scelto, ciò che ai potenti di turno non piaceva. La popolazione palestinese della Striscia paga la sua scelta democratica, paga per aver dato la sua preferenza ad Hamas, e questo non è degno di un mondo che si professa libero e democratico, non è giusto; non è giusto.
Costringere 1 milione e mezzo di persone a vivere nel terrore, nella fame, nella sete, nella costernazione, e farlo per motivi politici, solo ed esclusivamente politici, (dal momento che Hamas non ha mai attaccato l’Europa, né gli Stati Uniti, né Israele più di quanto Israele stesso non l’abbia fatto a sua volta), è un atto incosciente, è un crimine di guerra.
Noi possiamo fare qualcosa però, noi, le persone, i popoli d’Europa. Possiamo innanzitutto informarci, e non girare sempre la testa dall’altra parte, e non berci tutto quello che quest’informazione ridicola, che infesta il nostro paese, ci propina.
Possiamo perlomeno non restare indifferenti, perché è l’indifferenza, in casi come questo, la colpa più grande di cui ci si può macchiare.
L’indifferenza è il male opprimente dei nostri tempi, una condizione che spinge alla cecità ideologica, alla recisione di ogni spirito libero e personale di interpretazione delle cose, al sonno, totale, della critica e della personalità .
Ricordiamoci, ogni tanto, di essere uomini, e donne, nel senso più universale e semplice.