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Sillabe di Seta - Emily Dickinson

di Federica Carbone - 12/01/2008
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Ci si sente sempre piccoli quando ci si avvicina a personalità del calibro di Emily Dickinson, una ragazza come tante di Amherst Massachussets che ha fatto la scelta di poche: un voto. Ha fatto della poesia la ragione di vita, dedicandosi completamente alla mistica contemplazione della Parola, nel senso più stretto del termine. Rivolgendosi ad un amico d’infanzia dice: “Ricordi Joseph quando io ero una ragazza dal cervello poco fine e tu un lettore fin troppo erudito, l’idea che avevamo delle parole: erano cosucce da poco, senza energia. Ora non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere. Ne esistono alcune di fronte alle quali mi inchino, stanno lì come un principe tra i Lord. A volte ne scrivo una, e la guardo, ne fisso la forma, i contorni fino a quando comincia a splendere e non c’è zaffiro al mondo che ne possa eguagliare la luce.”

E’ vero, il suo modo di scrivere, rafforzando le parole tramite trattini, esalta i significati e stupisce anche i più attenti e fa riscoprire i significati come non si fossero mai conosciuti. Si ha l’impressione di imparare una lingua nuova.Ecco la vera forza della passione che non ti abbandona e che rimane viva e brucia dentro come un fuoco. Emily Dickinson però riserverà questa sua indole passionale solo al contesto poetico tramite il quale vivrà ogni emozione senza uscire dalla sua stanza. Non si parla in questo caso di un poeta qualunque ma di una donna che ha consapevolmente scelto di non vivere una vita al di fuori delle pareti domestiche, venerando la poesia in silenzio senza comunicare il suo impegno neppure ai parenti.

L’intera sua opera è stata infatti trascritta da lei stessa e rilegata in volumetti che furono ritrovati solo dopo la sua morte, facendo scoppiare il “caso Dickinson” a riprova del fatto che il suo era un amore autentico privo della ricerca di riconoscimenti (a parte le sei composizioni che verranno stampate durante la sua vita). Un amore fine a se stesso.

La decisione di chiudersi in casa da parte della poetessa è forse da ricondurre a cioè che dell’esterno aveva potuto vivere e per la maggior parte a ciò che le avevano insegnato a scuola. Un’impostazione puritana dell’educazione e una quasi totale indifferenza dei genitori nei confronti della sua vita la portarono a rifugiarsi nella lettura. “Ho un fratello e una sorella – A mia madre non interessa la mente - Mio padre è troppo impegnato con le difese giudiziarie per accorgersi di cosa facciamo. Mi compra molti libri – ma mi prega di non leggerli – perché ha paura che scuotano la mente.” Una parte di “merito” in questa scelta di clausura, l’ebbero anche tutti i predicatori,  sposati, che entrarono in casa Dickinson per puntualmente uscirne lasciando Emily sempre più sola.

Il titolo della raccolta Sillabe di seta, scelto dalla traduttrice Barbara Lanati, è stato ispirato da una pièce teatrale proprio in onore di Emily Dickinson e che effettivamente descrive, in tre parole l’effetto che la poesia della Dickinson farebbe al tatto. Se fosse un’esperienza tattile sarebbe la seta che non è tutta uguale sotto le dita ma è morbida e delicata e anche alla vista è una melodia di luci e ombre ma soprattutto di luci. Rispecchia la visione che aveva Joseph, dell’amica d’infanzia: “ecco entra una forma trasparente, vestita di bianco, soffusa, come avvolta in una nebbia sottile. Il viso appena umido, alabastro translucido, la fronte tornita come una statua di marmo. Gli occhi un tempo nocciola intenso ora sognanti, lo sguardo lontano, pieno di meraviglia, occhi che non vedono forme ma penetrano all’istante nel cuore delle cose – le mani piccole […] controllate fino ai minimi movimenti dal cervello. La bocca sembrava fatta e usata esclusivamente per pronunciare discorsi di qualità, pensieri preziosi, brillanti, immagini come la luce delle stelle, appena velate.”

Molto bella è la devozione con la quale la Lanati parla della poetessa, che le permette di scavare a fondo anche nei tratti più nascosti di Emily Dickinson come studiosa e come donna, considerando soprattutto la difficoltà di fare una scelta fra tutte le composizioni poetiche per prendere quelle più rappresentative di un percorso quasi incomprensibile. Femminile e ingenua tanto da diventare sensuale. Mentre si apre a sé stessa fa sentire colui che scorre le pagine come un curioso che guarda attraverso il buco della serratura, che trattiene il respiro per non farsi sentire come fosse dietro una farfalla che non vuol fare scappare.

Un “Mattino” ma ci sarà davvero?
Un “Giorno”, ma esiste e con quel nome?
Riuscirei a vederlo dalle montagne
Se fossi alta come loro?
  E i piedi, sono come le Ninfee?
E le piume, sono come quelle degli Uccelli?
E arriva da terre di fiaba
Di cui non ho mai sentito?
 Datemi uno Scienziato! Datemi un Marinaio!
Datemi un Saggio che venga dai cieli!
Che racconti a questa umile Pellegrina
Dove è quel luogo chiamato “Mattino”!

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