Le
Rubriche
di
Nokoss

L’Italia e l’arroganza

di Francesco Capria - 22/01/2008
cuffaro.jpg

La scorsa settimana nell’ambito del processo di primo grado sulle “Talpe alla Procura di Palermo”, il presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro, è stato condannato a cinque anni di reclusione per favoreggiamento semplice, senza cioè l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra, e per violazione del segreto istruttorio. Inoltre Cuffaro è stato anche condannato all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, una misura che però scatterà solo in caso di conferma del giudizio anche in appello.

Il processo che si è aperto il 1 febbraio 2005, e nel quale si sono susseguite 150 udienze e sono state ascoltate 500 persone tra testimoni, consulenti, periti e imputati di reato connesso, si è concluso con un verdetto che lascia davvero poco spazio alle “interpretazioni”.
Sparisce dalla condanna per favoreggiamento l’aggravante mafiosa e l’Udc al completo può finalmente tirare un sospiro di sollievo.

Ma nonostante tutto, a quanto pare neanche una condanna di primo grado si rivela sufficiente perché l’onnipotente “governatore” siciliano si faccia da parte. L’articolo 27 della Costituzione, è vero, stabilisce al secondo comma che “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”, ma cosa dire a proposito dell’interdizione dai pubblici uffici? Infatti, poco dopo il verdetto dei giudici, non ha tardato la agghiacciante e strafottente dichiarazione di Totò vasa vasa (affettuoso nomignolo riservato al Presidente Cuffaro dai suoi conterranei…): «Da domani alle 8 torno a lavorare a pieno regime per la Sicilia», ha affermato trionfante il governatore.

Cuffaro, dunque, non ci pensa neanche lontanamente a dimettersi. Sta di fatto che la sentenza costituisce comunque “una svolta”, come riconosciuto per altro dal procuratore nazionale dell’Antimafia Piero Grasso: tutti gli imputati sono stati infatti condannati e si è potuto così riconoscere come a Palermo esistesse una vera e propria rete costituita per informare i politici sulle indagini della procura, compresa anche quelle sulla cattura del boss Bernardo Provenzano.

Cuffaro era per l’appunto accusato di aver concordato con Michele Aiello, considerato il vero e proprio “re della sanità privata” siciliana e indicato dai pentiti come socio in affari di Provenzano, tariffe sovrastimate per il pagamento di prestazioni mediche. Pertanto si è potuto dire finalmente “confortato” il Presidente Cuffaro, «perché ora tutti sanno che non ho favorito la mafia».
Ma il Presidente non considera un piccolo particolare, fatto rilevare anche dallo stesso procuratore Grasso. E cioè che, pur non riconosciuta l’aggravante mafiosa, tuttavia è rimasto provato il favoreggiamento da parte sua nei confronti di singoli mafiosi. Cuffaro e Aiello hanno sempre smentito di aver favorito i boss e di aver stretto tra di loro un “patto” illecito, però anche Aiello è stato condannato: a 14 anni, precisamente, oltre al pagamento di una multa da 20 milioni di euro per associazione mafiosa, rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio, truffa, accesso abusivo al sistema informatico della Procura e corruzione.
Chiunque abbia un minimo di coscienza e di senso morale e civico potrebbe chiedersi con che coraggio il governatore si presenterà adesso al lavoro. Ma si tratta di uno scrupolo che lui non pensa neanche lontanamente di porsi. Al lavoro ostenterà ancora lo stesso faccione di sempre. Quell’espressione sprezzante e arrogante che lo ha portato comunque ad essere il politico più amato dell’isola. Quella faccia usata nell’elargire parole vuote e inconsistenti, insieme a favori a piene mani, e che contro ogni auspicio ha portato orde di miei conterranei ignoranti e sordi a fargli stravincere le ultime elezioni regionali contro una Rita Borsellino che invece avrebbe potuto davvero rappresentare una speranza per la Sicilia. Il faccione di Totò vasa vasa, insomma. Quello con cui ha creduto di potersi ergere a paladino della lotta alla criminalità organizzata benchè lui stesso fosse già indagato per i suoi legami poco chiari con Cosa Nostra, e che una sentenza di condanna per favoreggiamento non basta certo a togliere di mezzo.

Non c’è proprio niente da fare. Un incapace condannato può ancora sentirsi in diritto di governare una regione, mentre un insulso omuncolo con un partito del 4%, noncurante della pochezza che sarebbe da riconoscere a chi ogni cinque anni salta da una coalizione all’altra, fa cadere un governo nazionale perché un potere dello stato, la magistratura, “osa” indagare anche sui politici.

Un Paese allo sbando in cui sembra quasi, però, che nessuno si accorga di niente. O, peggio, pare anzi che a tutti vada bene questo sfacelo.
Allora, cari siciliani e cari italiani, questo è esattamente quello che ci meritiamo!

 

PASTA A PICCHIPACCHIU

Ingredienti

500 g di maccheroncini rigati
400 g di pomodori maturi
Basilico
Aglio
1 cipolla
2 melanzane
Acciughe
Olio d’oliva
Sale
Pepe

Preparazione

Rosolate nell’olio la cipolla tritata e l’aglio schiacciato, insieme al basilico.
Aggiungete i pomodori puliti e fatti a pezzetti.
Friggete a parte le melanzane affettate e spezzettate e aggiungetele poi alla salsa, insieme alle acciughe diliscate e spezzettate e al pepe.
Lessate i maccheroncini al dente in acqua salata, scolateli e conditeli con questa salsa.

Gli
Archivi
di
Nokoss

Cerca nel sito: