Allarme Rosso
di Riccardo Mazzucchelli - 25/02/2008
E’ senza dubbio un paese diviso, la Bolivia. Un paese che sembra rispecchiare nella sua geografia la divisione, netta e apparentemente incolmabile, che sta facendo salire la tensione sociale a livello critici. Già si sono verificati i primi scontri e già si contano morti per schermaglie urbane tra fazioni opposte. Da una parte, i ricchi, benestanti della regione di Santa Cruz, dall’altra gli indios, gli indigeni, le “minoranze” che insieme compongono il 75% della popolazione e che ancora sono private dei diritti civili. Evo Morales, presidente attualmente in carica, indio a sua volta, ha intrapreso un percorso colmo di pericoli, trappole e scelte difficili. Infatti, dopo una contestatissima elezione (benché il risultato fosse incontestabile), il primo presidente libero da fili statunitensi ha iniziato la guerra ad un sistema terriero che non si discostava di molto dal medioevo; si è battuto per il riconoscimento e l’iscrizione anagrafica dei molti, moltissimi indigeni che di fatto non esistono e perciò non hanno diritti; ha attuato una politica di redistribuzione della ricchezza, causando la ferocissima reazione dei ceti abbienti e delle regioni più ricche; ha dato vita ad una nuova costituente, tra mille polemiche e costringendo i partecipanti a vivere sotto chiave per le crescenti minacce e il clima teso attorno a tale assemblea.
Insomma, essere presidente in uno stato dove la minoranza detiene la quasi totalità delle ricchezze e cercare di riequilibrare la situazione può portare solo ad una soluzione: la rivolta di una così potente minoranza, gretta, meschina e avara del potere che si è visto sfilare dalle mani grazie ad uno strano meccanismo democratico, le elezioni. In più, la Bolivia è terreno fertile per un razzismo che non ha tardato a manifestarsi. Ben presto i cittadini delle regioni abbienti hanno cominciato a vantare la propria superiorità economica, affiancandola ad una presunta superiorità della specie. Un movimento non molto dissimile alla Lega Nord nostrana ha iniziato a spingere per un sistema federale che rispettasse fortemente le autonomie già proclamate con statuti delle regioni più ricche. Quest’ultime, manco a dirlo, chiedono che le ricchezze prodotte nelle loro industrie e i fatturati delle grandi società boliviane con sede in quelle zone non vengano utilizzati per finanziare le regioni povere e, quindi secondo il loro pensiero, svogliate e accattone. Quanta affinità trovate con l’Italia fino ad ora? Per fortuna, una grossa differenza sta nella violenza gratuita a cui spesso si abbandonano questi gruppi, dotati di sezioni che non esito a definire paramilitari.
Questa è la situazione. Il povero e democraticamente eletto Morales si sta facendo in quattro per mediare ed evitare lo scontro diretto, ma è pressoché isolato. I secessionisti in seno a questo movimento sono, come al solito, i più avversi al dialogo e premono all’interno del movimento per lo scontro armato. Già, perché se da una parte ci sono richieste di federalismo, soprattutto fiscale, esiste una frangia che non accetta compromessi. Questi estremisti sono il fattore destabilizzante dello scontro politico, che rischia di tramutarsi in scontro fisico, cioè in una guerra civile. Tuttavia, così come per l’Argentina, il tentativo di avvicinamento tra i governi finalmente liberi di molti stati sudamericani, compreso quello boliviano, sembra veramente dare speranza ad un processo bolivariano, che possa dare finalmente una identità ad un continente troppo a lungo tenuto sotto chiave.