Cuba: not yet the end
di Riccardo Mazzucchelli - 10/03/2008
Come immaginavo, Cuba ha già smesso di fare notizia. Già i media sono stato dirottati, spontaneamente o abilmente, da altre parti del mondo, lasciando che un velo opaco di indifferenza e silenzio cominci ad avvolgere l’isola, come una preda di un branco: il predatore sceglie quella più isolata o la più indifesa, comunque separata dal gruppo. E’ quello che più o meno sta facendo l’aquila americana. Cuba, così vicina alle spiagge statunitensi della Florida, è la preda lontana dalla mandria, è la preda facile, isolata e semplice da catturare. L’unico problema è l’occhio del mondo, fino a qualche giorno fa concentrato sulla sorte dell’isola e di colui il quale è stato ritenuto l’unico uomo in grado di tenere le redini del potere: Fidel Castro. Ora, caduta la facciata, sarà molto più difficile spiegare un’eventuale ingerenza. Anzi, è già difficile spiegare i motivi dell’embargo, ora che Fidel s’è fatto da parte e che ci sono state delle elezioni. Volendo definire quest’ultime di facciata, poiché hanno incaricato il fratello di Fidel, non possiamo dimenticare che in Russia sussiste la medesiam situazione di “democrazia“. Inoltre, gli amici di papà di George W. Bush Jr. hanno permesso all’attuale presidente degli Stati Uniti di divenire tale e non i voti dei cittadini. Sarebbe bello mettere un’embargo sugli uni e sugli altri.
Tuttavia, non potendo prevedere quale sarà il futuro di Cuba, ho pensato di dare un’occhiata al suo passato, con il solo proposito di trasmettere qualcosa di più di quanto non sia stato detto in questi giorni o di quanto non sia filtrato in cinquant’anni di regime comunista. La storia dell’isola prima di Fidel è comune al resto del centro e sud America. Colombo vi sbarcò nel 1492, il 28 ottobre, e già dal 1510 iniziò la colonizzazione, con la conseguente repressione e sfruttamento della popolazione indigena, che contava circa diecimila abitanti. Dal 1520 l’importazione di schiavi dall’Africa formò la base dei lavoratori da sfruttare come schiavi nelle piantagioni, specialmente di canna da zucchero e filati. Basti pensare che fino al 1800, gli schiavi sono il 56% della popolazione.
La prima guerra d’indipendenza dalla Spagna avvenne nel 1868, quando un ricco proprietario terriero, Carlos Manuel De Cespedes, liberò tutti i suoi schiavi e iniziò la “guerra dei dieci anni”. Altri dirigenti della rivolta furono il generale dominicano Maximo Gomez, il mulatto Antonio Maceo e Josè Martì, la figura più prestigiosa della storia cubana, che allora aveva solo 16 anni. I ribelli capitolano il 10 febbraio 1878 rinunciando all’indipendenza ma ottenendo la liberazione degli schiavi neri e cinesi. Solo Maceo respinge il trattato di pace e guida “la piccola guerra” (79-80) dando vita alla famosa “protesta di Baraguà” che divenne poi (fino ai giorni nostri) il simbolo della resistenza.
Nel gennaio del 1892 Josè Martì fondò il Partito Rivoluzionario Cubano che si poneva gli obiettivi di indipendenza dell’America Latina dall’imperialismo spagnolo e U.S.A., organizzazione della lotta armata nella guerra di liberazione, rifiuto di ogni forma di segregazione razziale. Martì rientra dall’esilio e si incontra con i vecchi compagni di lotta dando vita, il 25 marzo 1895 al “Manifesto dei Montecristi”. Ebbe così inizio la Seconda Guerra d’Indipendenza che durò fino al 1898. Martì morì in combattimento nel maggio 1895. In quei medesimi anni, gli Usa si espandevano nelle Antille, Filippine, Porto Rico, Guan nel Pacifico e, fallito il tentativo di comprare Cuba dalla Spagna per 6 milioni di dollari, utilizzarono la “misteriosa” esplosione del Maine (il 15 febbraio 1898), incrociatore che si trovava nella baia dell’Avana, col compito di proteggere i cittadini statunitensi dagli eccessi della guerra (solito pretesto che si ripeterà anche nella storia recente) per sbarcare con i marines il 22 aprile. Gli insorti cubani avevano di fatto vinto la guerra; ma per ironia della sorte la vittoria dei Mambì, le truppe ribelli, divenne in realtà vittoria degli U.S.A.
Il 1° gennaio 1899 nasce la “repubblica mediatizada”, dipendente dagli U.S.A., i quali, tra le altre cose, imposero l’emendamento Platt che prevedeva: controllo sulle tariffe doganali; divieto per il governo di Cuba di stipulare trattati internazionali o contrarre prestiti senza l’approvazione Usa; concessioni per gli Stati Uniti di basi militari a Cuba (tra le quali quella di Guantanamo, tuttora occupata!); il potere agli Usa di intervenire militarmente nell’isola . Inoltre viene imposto un Trattato di reciprocità commerciale per “regolare” il sistema di dazi e tariffe fra i due Paesi, favorendo i grandi Trust nordamericani. Per obbligare i cubani al rispetto della nuova situazione, i marines intervennero 3 volte nel giro di 11 anni: nel 1906, 1912, 1917. Oltre agli interventi repressivi, gli Usa imposero governi fantoccio e, nell’intresse della libera concorrenza fra le varie banche e grandi industrie nordamericane, imposero a Cuba un sottosviluppo cronico ed una esasperata economia basata unicamente su un’unica coltivazione.
Le condizioni di vita arretratissime, l’analfabetismo, le malattie, la sottoalimentazione, la mortalità infantile furono il terreno che dette origine al movimento operaio e rivoluzionario. Nel 1925 nacque il 1° Partito Comunista, fondato da Julio Antonio Mella che morì in esilio in Messico il 10 gennaio 1929 a soli 29 anni, assassinato da un sicario del dittatore cubano Gerardo Machado, il quale operò una feroce repressione del movimento operaio. A lui si deve la costruzione nell’Isola dei Pini (oggi Isola della Gioventù) del penitenziario-lager per gli oppositori. Da una parte si susseguono scioperi e manifestazioni di massa e, dall’altra parte una processione di dittatori sanguinari. Nel 1934 si verificò l’ultimo grande sciopero generale, schiacciato con la forza dal governo. Nel 1940 sale al potere Fulgencio Batista e, a seguito dell’alleanza USA-URSS nella II Guerra Mondiale, il PC entra (fino al 1944) nel governo. Nel Paese regna la corruzione e la miseria. Nel 1952 Batista sospende le garanzie costituzionali, assolda gruppi di gangster e, con il riconoscimento ufficiale degli U.S.A., iniziano vere e proprie esecuzioni di massa.
Nel 1953, centenario della nascita di Martì, il 26 luglio, uno studente universitario di nome Fidel Castro Ruz, seguace del partito Ortodosso, guida l’assalto alla caserma Moncada di Santiago. L’attacco fallì e molti dei combattenti vennero torturati dopo la cattura ed uccisi sommariamente. Malgrado la sconfitta, l’assalto al Moncada dimostrò che in Cuba esisteva un gruppo capace di preparare e compiere un’audace azione di guerriglia, senza che la polizia di Batista, considerata onnipresente ed inattaccabile, si accorgesse di nulla. I superstiti furono condannati a pene detentive nel super carcere dell’Isola dei Pini. In occasione del suo processo Fidel Castro trasformò la sua autodifesa “La storia mi assolverà” in un atto di accusa del regime. Verrà liberato in seguito ad una amnistia nel 1955 e riparerà in Messico. Assieme al fratello Raul e all’argentino Ernesto Guevara, detto “Che”, organizza il Movimento 26 Luglio. Nel dicembre 1956, 82 guerriglieri sbarcano col mitico Granma a Cuba, contemporaneamente la città di Santiago insorge ma la rivolta viene nuovamente soffocata nel sangue. I superstiti, stremati e senza armi, si rifugiano sulla Sierra Maestra; qui cominciano a riorganizzarsi, ampliando le proprie file con nuovi volontari e con l’aiuto dei contadini. Fra i comandanti sulla sierra, oltre a Fidel, Raul e al Che, ci sono Camilo Cienfuegos e Celia Sanchez. Nella notte di capodanno del ‘59 Batista e i suoi seguaci fuggono in aerei carichi d’oro verso gli Usa. Il 1° gennaio 1960 i barbudos entrano all’Avana. La rivoluzione cubana aveva vinto.
Da quel momento in poi, sono iniziati quarantanove anni di governo di Fidel. Sono effettivamente troppi per poter considerare Cuba una democrazia. Inoltre, lo stesso Fidel non ha mancato di mettere in atto delle repressioni e delle privazioni della libertà. Inoltre, l’opposizione è stata largamente ridimensionata e il consenso venne creato ad arte, in alcune occasioni. Tuttavia, le conclusioni a cui sono arrivato sono le seguenti: Cuba, come tutto il centro e sud America, ha subìto la tirannia, la schiavitù e le ingiustizie dei potenti, del liberismo, del mercantilismo e dell’imperialismo delle grandi potenze. Lo sta subendo tutt’ora e la popolazione cubana è perseguitata e oppressa dal 1510. Nonostante tutti questi secoli di oppressione, è vivo in ognuno dei cittadini cubani lo spirito che li rende consapevoli della loro condizione e che ha spinto, tutto sommato e con tutti gli errori del lungo governo Castro, ogni donna e uomo cubano ad apprezzare quello che Fidel ha permesso loro di conquistare. Certo, la vicinanza all’Unione Sovietica, che garantiva un sostentamento minimo alla popolazione, aveva ricreato lo stesso schema di dipendenza imperialista da cui il popolo intendeva liberarsi, ma quando l’URSS è venuta meno, il paese sprofondò in una profonda crisi. Cosa fece, invece di rivoltarsi contro chi li aveva guidati contro quello sfacelo, quella fame e quella povertà? Essi si unirono e sostennero ancora Fidel, poiché in lui vedevano una speranza. Il vento socialista che ha recentemente gonfiato le vele di molti paesi del sud America ha infine permesso all’isola di trovare nuovi alleati, disposti ad un dialogo paritario e bilaterale, diverso dal rapporto intrattenuto con l’URSS. Inoltre, Cuba è riuscita, nonostante la fame, la povertà e la crisi, a sviluppare un sistema educativo efficiente e valido, un servizio sanitario ineguagliato nel mondo (secondo l’inchiesta giornalistica di Michael Moore, Sick-o). L’onta di un embargo ingiusto e imperialista ancora offende chi ha sofferto per lunghi anni la povertà, una povertà generata dalla colpa di esser nati in un paese sfruttato e sottomesso, ma scalpitante e desideroso di alzare la testa.
Ora, in questa fase cruciale, non dimentichiamoci di questo meraviglioso paese. Non lasciamo che lo stereotipo di una Cuba dove regna il rhum, i sigari e le puttane, la miseria, l’ignoranza e il comunismo ci travolgano. Superiamo questa gelatina mediatica che invischia una realtà che è davanti ai nostri occhi. Fidiamoci di un popolo sicuro di sé e consapevole delle proprie potenzialità. Aiutiamolo, noi europei, e specificatamente noi italiani, a divenire una democrazia, dimostrando al mondo che la solidarietà e la fiducia sono le vere armi per esportare la libertà.