Lezioni di felicità - di E. E. Schmitt
di Mauro Mondello - 16/03/2008
Odette Toulemonde è una bella vedova quarantenne, stralunata e con un passione quasi morbosa per i romanzi di Balthasar Balsan, uomo dei suoi sogni.
Commessa in un grande magazzino, Odette incontra lo scrittore durante la presentazione del suo ultimo libro, e gli lascia una lettera, nella quale gli esprime tutto il suo sconfinato amore.
Travolto dal tradimento della moglie e dalle spietate stroncature dei critici letterari francesi, intanto Balsan, classificato come “scrittore per shampiste”, tenta di suicidarsi. Non vi riesce, e trovata nella tasca di una giacca la lettera di Odette, decide di scappare dal mondo, spuntandole dietro la porta e chiedendo ospitalità.
Deciso ad abbandonare la sua carriera di romanziere, Balsan rinascerà innanzitutto come uomo, riuscendo a cogliere il significato e la felicità delle piccole cose, soprattutto riflettendo senza paure sul suo essere nel mondo.
Esordio dietro la macchina da presa per Eric-Emmanuell Schmitt (drammaturgo di successo ed autore di sceneggiature cinematografiche quale ad esempio Monsieur Ibrahim ed i fiori del Corano), che per il suo battesimo sul grande schermo sceglie una commediola zuccherosa e morale, fondata sulla contrapposizione fra vita semplice di provincia e snobismo parigino.
Purtroppo per lui, il risultato è però assai scadente, ingolfato forse dall’eccesso con il quale cerca di mandare un messaggio che in più momenti ci sembra di percepire come autobiografico, e che, magari anche per questo, si perde in una leggerezza che non riesce in nessun momento a diventare personale, a dare sensazioni ed emozioni.
E’ encomiabile l’intento di mettere alla berlina l’idiozia di certi critici saputelli ed ignoranti, così com’è azzeccata e condivisibile la difesa delle “commesse” e della loro letteratura, ma intorno c’è molto poco, e così Lezioni di felicità non riesce ad andare oltre il commento di alcuni noti clichè del mondo della cultura, rappresentandoli peraltro in maniera anche abbastanza debole.
Il confronto fra la borghesa parigina ed il provincialismo belga è un altro dei temi portanti della pellicola, ma s’esaurisce anche’esso in un’osservazione sterile, che niente aggiunge a quanto già noto.
E poi, che fastidio assistere alle meraviglie visive dell’Ameliè di turno, che si solleva da terra per la felicità ad ogni piè sospinto, senza che però quel momento riesca a trasmettere anche soltanto un palmo d’intensità.
Lezioni di felicità dà l’impressione continua di essere una sagra del “già visto”, e la sua colpa principale risiede nell’incapacità di dare sensazioni; nonostante le immagini si susseguano in un continuo tentativo di poetismi morali, emerge la lontananza da qualsiasi carica emotiva, e allora tutto diventa stucchevole, inutile, quasi ridicolo.
A poco servono le interpretazioni della puntuale Catherine Frot e del bravo Albert Dupontel, Lezioni di felicità finisce comunque nel nulla, caricatura terribile del più osannato cinema francese.
Di roba così fintamente intellettuale, senza dubbio, si potrebbe di certo fare a meno.