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Contemporary Back - I richiami angosciosi e scostanti di Hans Podolski

di Rosilio Tondelli - 19/03/2008
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Da circa due settimane e sino al 24 aprile, nella splendida cornice della Sala dei Rabdomanti dello sconfessato chiostro lateranense di Teramo, sono in mostra le opere del giovane scultore e fotografo curdo-polacco Hans Podolski, protagonista della personale “Contemporary Back”.
Ed è un lavoro intenso e viscerale quello di Podolski, che tocca le corde nascoste dell’emozione, andando a scavare dentro alle origini, ai luoghi, soprattutto fra i meandri irrisolti dell’emotività.
Emerge profondamente il senso di distacco che l’artista di Lodz vuole trasmettere, un distacco vissuto nei confronti dello scorrere del tempo, dell’esteriorizzazione sempre più profonda che la società moderna fa della diversità.
Ne è un esempio quasi sconvolgente “Ya-Ya Olof”, installazione in plexiglass gigantesca e spaventosa, nella quale una sagoma nera alta più di tre metri, integralmente coperta di pece gocciolante, lascia trasparire solo due minuscoli occhi blu a mandorla, dai quali proviene una musica country, veicolo di raccordo tra la durezza esteriore del cerbero e la possibilità ch’egli serbi invece un’anima semplice.
Quest’approccio devastante di Podolski, la sua prorompente distruttività rispetto al moderno, al metropolitano, sono significate proprio dalla pece, nerissima, che incessante si perde in un ticchettio manicheo e logorante; e si resta come travolti da questa commistione di sacro e profano, da un’opera che aguzza vista e olfatto, ma che colpisce al cuore.
Si cambia ritmo ed ecco che torna prepotente il rapporto tra tempo, amore e morte nell’eta contemporanea. In “Tired Horses” sono due cavalli di marmo rosso accasciati su un letto di farina a ricordarci la fugacità dei sentimenti.
Proprio la farina, elemento naturale, basilare, profondamente e drammaticamente terreno, costituisce il tratto di confine fra il riposo dei due amanti equini e l’impanatura di una cotoletta dopo la macellazione.
Terza ed ultima scultura dell’esposizione è “Trainplane”, altra critica feroce alla società capitalista, colpita in una delle sue manie più diffuse: il viaggio.
Podolski, nel ricostruire un piccolo velivolo che và a incagliarsi tra le carrozze di un treno, colpendo due uomini, un bianco ed un nero, nell’atto di stringersi la mano (tutto realizzato in cemento armato), vuole manifestarci il disgusto per il turismo di massa sporco e inutile e per la sua finta-integrazione blandita a colpi di hotel 4 stelle ed elemosine.
Si esprime nella maniera più forte Podolski, distruggendo i due simboli cardinali del viaggio, l’aereo ed il treno appunto, e portando nell’annientamento anche l’immagine positiva dello scambio culturale, della conoscenza altra, che è qui ripudiata, annegata, inabissata da una concettualità che mostra orrore e sfiducia, in una spirale di durezza fascinosa ed angosciante.
Chiude l’esposizione una serie di scatti dell’artista curdo-polacco, intitolata “Tazza da te”; lungi dal contorsionismo intellettuale della produzione plastica, dietro la macchina fotografica Podolski ci riporta alla semplicità, raffigurando in 277 angolazioni diverse, infinitesimalmente diverse, una tazza da thè bianca, vuota, simbolo della preventiva complessità umana, condizione inestirpabile, pur nella sua vuotezza temporanea; e così ci sentiamo come trasportati nel nulla quando varchiamo l’uscita, fuori da un’esperienza, con l’arte che si addensa e cerca la sua strada fra le nostre idee.

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