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Son House - X

di Gaetano Lisciandra - 20/03/2008
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Era un bell’uomo il signor Eddie House: una figura alta e slanciata, un sorriso sgangherato e sincero, un volto segnato dalla vita, dal sole e dal Grande Diluvio. Mi chiedo se spesso il suo sorriso non sia stato trasfigurato dalle foto che esistono, in realtà: chi lo conobbe di persona, diceva che la potenza del suo sguardo era penetrante e ferina, che dormiva con una pistola accanto, che fosse sempre pronto a saltarti addosso al primo segno di aggressività.
Ma lui è sopravvissuto, a differenza di molti altri del suo tempo.
Alla faccia delle odierne rockstar, lui era un contadino innanzitutto. Era pure un predicatore cristiano della Chiesa Battista, giù nel Mississippi Delta negli anni ‘40, e come ciò si conciliasse con la sua musica non ne ho proprio idea. Lui e la sua chitarra resofonica, una vecchia National Resonator, suonavano il blues, la musica del diavolo, la musica di tutti. Che poi è tale proprio perché non ipocrita, senza troppi giri di parole per esprimere dei concetti, con al massimo qualche metafora (perlopiù neanche troppo sottile) nel caso dell’atto e del desiderio sessuale. Musica vera per gente fatta di carne e sangue.
Lui era il Blues, e per chi lo sa ascoltare continua ad esserlo.

Blues, con la lettera maiuscola, intendo: è una sensazione che si “carnifica”, che ti tiene compagnia come farebbe un amico, o meglio, un vecchio conoscente; che come disse qualcuno riesci a vedere pure quando ti alzi e fissi una tazza di latte o di caffè. È una forza e un momento di abbandono, al contempo rabbia e cedimento: nel caso di “Son” House questo lo si percepisce come pochissimi, alle mie orecchie.
La voce. La chitarra. Il bottleneck.
Nessuna acrobazia tecnica, ma pura emozione che sgorga violenta da polmoni e mani. La grana è quella grossa, la passione grezza, e proprio per questo credo sia impossibile non farla propria.
Ebbi l’occasione di vedere il grande musicista ed etnomusicologo Bob Brozman un paio di anni fa, e rimasi colpito da un pensiero che espose: la musica, non importa quale, racconta soltanto di due temi, l’Amore e la Morte. E continuò dicendo che esattamente tra questi due poli si colloca Happy Birthday (risate generali).
A questo punto, fatevi un favore: ascoltate qualcosa come Death Letter.

“It’s so hard to love someone don’t love you
Ain’t no satisfaction, don’t care what in the world you do”

La lingua imperfetta come poteva essere quella di un uomo di colore del Delta, nato nei primi anni del Novecento, non è un limite, ma anzi un veicolo ancora più potente, perché solo strumento di espressione di qualcosa che si ha dentro.
Non c’è Alicia Keys o Beyoncé che tenga: non è un gorgheggio a fare il sentimento. Nel caso di Son House è tutto il contrario, anzi, e – non c’è neanche bisogno di dirlo – è tutto più autentico.
In Death Letter si racconta la storia di un uomo che riceve la notizia della morte della donna che ama, e parte per andare a rivolgerle un ultimo saluto, perdendosi in questo viaggio altrettanto spirituale in pensieri sulla natura dell’Amore e del suo amore.
O si ascolti Walkin’ Blues, uno dei “luoghi” più (ri)visitati del blues, che lo stesso Son House ebbe a definire come “il blues degli addii”, e che più tardi un “discepolo” del Nostro, Little Robert, noto al mondo come Robert Johnson, riprenderà facendola sua (“vertendola”, se amate l’etimo latino) e consegnandola al mondo.
Personalmente, un’altra canzone da ascoltare senza riserve è John The Revelator (di recente pure i Depeche Mode ispirandosi alla summenzionata hanno tirato fuori una canzone omonima), uno spiritual nel quale la natura del Divino come percepita nel contesto storico e soprattutto sociale di cui si parla, si palesa in tutta la sua potenza, come crocevia di speranze a che l’Aldilà accolga e ripiani le sofferenze di un popolo sommerso di sofferenze, e parimenti di timore profondissimo per un Superno che tutto può. Il che forse è ancora più chiaro aggiungendo, che questo John altri non è che quel Giovanni Evangelista che scrisse il libro dell’Apocalisse.

Salto a pie’ pari l’influenza (enorme) avuta sul corso della musica, e sulla conseguente riscoperta degli Anni ’60 della scena latamente folk americana da parte della gioventù di allora (a chi pensate si ispirasse gente come i Rolling Stones o i Led Zeppelin?), e dunque sul concetto stesso di musica moderna.

Ad ogni modo, se non vi spaventa ascoltare registrazioni importate per la maggior parte da vinile (e quindi con imperfezioni legate al mezzo di riproduzione) esistono una pletora di collezioni economiche di brani di Son House che si possono trovare più o meno ovunque: ovviamente data la natura delle registrazioni musicali del tempo (i 78 giri, con una canzone per lato), non esistono veri e propri album unitariamente concepiti. A questo prezzo potrebbe aprirsi davanti a voi un mondo ancora inesplorato.

Piccola precisazione in margine: per evitare equivoci, il “Mississippi Delta” non corrisponde alla foce del Mississippi come qualcuno erroneamente scrive, ma è un allargamento del corso del Mississippi (che rendeva particolarmente fertili le terre di quella zona, a Sud degli Stati Uniti) e che è il luogo nel quale agli albori del secolo scorso nacque e si diffuse il primo dialetto del blues, per questo chiamato “Delta Blues”.

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