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Colpo d’occhio - di S. Rubini

di Mauro Mondello - 25/03/2008
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Il noto ed influente critico d’arte Pietro Lulli intrattiene da anni una relazione con la giovane Gloria, sua ex allieva. Quando Adrian Scala, fascinoso e ventenne scultore ancora sconosciuto, gliela porta via, si apre così fra i tre un ambiguo rapporto.
Lulli infatti, apparentemente accantonate le smanie sentimentali, sembra apprezzare il lavoro di Adrian, che grazie all’influenza del famoso critico brucia le tappe del successo, sul cui altare sacrifica amore ed amicizia. Siamo però sicuri che dietro l’appoggio di Lulli non si nasconda in realtà un disegno ben più subdolo e sottile?

Decimo film alla regia per Sergio Rubini, splendido attore del nostro cinema che, personalmente, non ho però mai troppo amato dietro la macchina da presa.
Sarà forse per un certo didascalismo generale, ma ho sempre trovato molti dei suoi lavori privi di scatto, immobili, carini sempre, ma mai straordinari.
Questo Colpo d’occhio, uscito nelle sale giovedì 20 marzo in 400 copie ed accompagnato da un’operazione di marketing mediatico estremamente sostenuta (delle ospitate snob, quelle nei programmi intellettual-progressisti, da Parla con me a Che tempo che fa, il buon Sergio non se ne è fatta mancare nemmeno una…), prosegue su una linea di medietà che francamente poco lascia e niente toglie.
In più, a voler ben vedere, è questo forse uno dei film meno riusciti di Rubini, che si accartoccia in una riflessione molto interessante dal punto di vista assoluto (i sotterranei e terribili rapporti tra l’arte, gli artisti e la critica), portata però sullo schermo in maniera debole, a volte furba, spesso prevedibile.
E allora si và via dal cinema e non si capisce bene che genere di cosa si sia andati a vedere; qualche ardito ha avuto il coraggio di parlare di “giallo”, qualcun altro di “thriller”, qualche altro ancora, folle più che ardito, ha addirittura scomodato il “noir”, ma la sensazione, la mia almeno, è quella di essersi trovati di fronte ad una commedia drammatica, con un accento, lontano lontano lontano, di verdino, più che di giallo…E questo non è un bene, perché il lavoro di Rubini, come spiegavo, propone in partenza un percorso affascinante, e cioè uno sguardo spassionato sul rapporto tra l’artista, la sua arte ed il successo, a confronto con il marcio potere della critica e dei galleristi. Ma non approfondisce, e butta via un’idea interessante rincorrendo un giochino sentimental-cerebrale che specie nella seconda parte risulta stucchevole e forzato.
Và a finire che si torna a casa e l’unica cosa di cui si riesce a discutere riguarda il perché di un finale così incomprensibilmente orribile. Eppure la critica ha parlato di “grande prova del regista pugliese”, “Rubini ha fatto centro”, addirittura di “uno dei migliori lavori di Rubini”. Ovviamente parlo di critica specializzata e nota eh, quella stessa ed identica critica che il regista parrebbe nel film voler additare(poi non se ne fa più niente…), e che in fondo determina spesso, non sempre, il successo di un film.
Stesso discorso si propone analizzando le interpretazioni; a parte Rubini, ancora una volta bravissimo e coinvolgente in un ruolo abbastanza sgradevole, Scamarcio non mi è sembrato credibile nella parte del giovane scultore, (forse un tantino iperfisicato per essere un’artista, no?) così come la Puccini, sempre in affanno (nel vero senso della parola), cui và però concessa la buona fede di un tono che potrebbe avergli suggerito il regista Rubini, o che, anzi, si spera le sia stato suggerito da Rubini, tanto è insistentemente sussurrato. Eppure sui giornali proprio la prova di Vittoria Puccini è stata enfatizzata……….mah.
Che dire poi di Paola Barale? Ha sì e no quattro battute, e mi sembra che interpreti se stessa in pratica, o perlomeno, ciò che sinora ha fatto credere di essere in tv, cioè la superfemminona megafatale. Si può dire che è brava? O si può dire che considerando che dalla Barale non ci si aspettava poi tanto allora farle qualche complimento di facciata ci fa sentire tanto mecenati che sdoganano la poverina di turno arrivata nel mondo intellettuale della pellicola?
Fate voi, io, per me, posso dire che di contributi statali a film come questo Colpo d’occhio, chissà perché e per come considerato di“interesse culturale”, avrei evitato di darne.
Ma questa è un’altra storia; soltanto, evitiamo di citare continuamente la famigerata “rinascita del cinema italiano” come baluardo ultimo e infinito del sostegno a destra e a manca.
Di registi bravi in Italia ce ne sono. Senza un soldo in tasca.

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