Black Sabbath - Paranoid
di Gaetano Lisciandra - 10/04/2008
Prima che Mr. Osbourne - Ozzy per il mondo, John per sua madre – diventasse quella macchietta che oggi il mondo conosce e celebra per il tramite di MTV, dietro quel paio di occhialetti tondi coi vetri scuri non si nascondeva un tizio malamente invecchiato, involto nella sua pelle raggrinzita e con lo sguardo inebetito da anni di non immagino neanche cosa. Anzi, non c’erano proprio gli occhialetti di cui sopra, ma solo un giovane esagitato che cantava in un gruppo blues, gli Earth.
Earth i quali poi, per tagliar corto, con qualche croce massiccia al collo e vestiti neri per far scena, si ribattezzarono Black Sabbath e si posero come una pietra miliare nella storia della musica, forse più di ogni altro gruppo al mondo negli ultimi 50 anni, influenzando tutto il corso della musica a venire.
Diluire le origini blues e soprattutto spezzare le catene di un corso del rock che tra la fine degli an-ni’60 e tra gli inizi dei ’70 si trovava a un crocevia. Ecco, i Black Sabbath riuscirono in un simile contesto a trovare la loro strada in modo personale e vigoroso, creando una proiezione del loro ego sonoro violenta e soprattutto distorta: con ciò non intendo tanto (o solo) il suono della chitarra di Tony Iommi, ma un’attitudine generale a creare musica malata, fatta di una solidità ritmica monolitica, di cadenze dal funebre al paranoico (e mai aggettivo fu tanto appropriato), di rocce tal-volta perforate da corsi di mercurio liquido, ora dilatato, ora ancor più denso e concentrato.
Mi preme sottolineare come i Black Sabbath siano stati spesso mal compresi dall’ascoltatore medio, il benpensante che trema al sentire del “sabba nero”: di satanico e occulto qui – in questa musica e in questo articolo - c’è poco o nulla, a parte MTV. Dietro la maschera carnevalesca c’è musica irruente e fluida, e – se mi si permette – ignorante: beninteso, tanto innocente quanto ingenua.
Qui ci sono canzoni che parlano di porci al potere, buoni solo a far guerra; di menti disturbate; di disillusione e di frustrazione che conducono alla morte; e così in un affresco a tinte fosche che in alcuni episodi richiama immagini di nordico folklore.
War Pigs e Iron Man sono inni arcinoti, dove ritmi slabbrati fanno da apripista ad ar-monie convulse, e sono un esempio palese della capacità piena della band di fare un uso da manuale delle dinamiche interne a una canzone.
In tal senso, altro ottimo esempio è Hand of Doom, che si produce in un crescendo di intensità (e volumi), sfocia in un martellamento ansiogeno il quale a sua volta si condensa in un sus-surro prima di tornare un grido che muore nel silenzio.
Scommetterei che da quel che ho scritto non si è capito niente, ma, credetemi, all’ascolto sembra la cosa più naturale del mondo.
Planet Caravan è melliflua, dolce e carezzevole, e forse per la sua unicità nell’album è paradossalmente quella che forse oggi riesco ad amare ancora di più di quando quest’album lo a-scoltai per la prima volta. È come se fosse una sorta di liquido di contrasto nelle vene di quest’album e della stessa band, in cui si ripescano influenze di un jazz-blues povero, suonato nella notte di un paesino nebbioso. O almeno così mi piace pensare. Nota a margine, il lavoro d’atmosfera di Bill Ward (batteria furiosa e granitica in genere e, in questo caso, percussioni) e di “Geezer” Butler col suo basso imperioso è inspiegabile a parole, e mi fa parlare con ancora più convinzione dei Black Sab-bath come di una band tridimensionale, se capite cosa intendo.
Sarebbe un reato non fare almeno un cenno a Paranoid, che oltre a dare il nome a questo album è forse il brano più di successo della band. Non che in fondo sia un criterio valido per parlare di qualcosa, il successo, ma effettivamente la carica del pezzo è tale e tanta da creare agitazione in chi ascolta!
Faeries Wear Boots riesce a compendiare un po’ tutte queste caratteristiche, aggiun-gendo qualche repentino cambio d’umore a una rinnovata sensibilità che mi farebbe parlare di una sorta di blues per i forti di stomaco, con la chitarra di Tony Iommi che come in altri pezzi si “sdoppia”, fluidificando nel suo assolo la canzone.
Tracciando una linea divisoria rispetto al passato, i Black Sabbath saranno i primi interpreti di un nuovo corso del rock, che grazie anche all’uso di espedienti fino ad allora estranei alla musica “giovane” (si pensi all’uso del tritono, l’intervallo di maggior tensione in una scala cromatica, nella creazione delle progressioni armoniche), daranno il via a un nuovo filone di musica “del diavolo” dopo il blues, che curiosamente loro stessi si erano lasciati alle spalle, e nonostante il fatto che nelle canzoni di religioso/occulto ci fosse - come già detto - poco o nulla.
Questa “cosa” nuova muterà in breve – e negli stessi Black Sabbath - in hard rock prima ed heavy metal dopo (piccolo inciso: molti identificano i due fenomeni, ma non me la sentirei di avallare questa tesi), insomma, e non solo. Tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90, una pletora di band formate da ragazzi che avevano mangiato pane e Black Sabbath li reinterpreterà in modo assolutamente convincente, recuperando questa o quella componente del suono dei nostri 4 inglesi che, un po’ come il sale nella cucina nostrana, si troveranno ad essere ingrediente fondamentale per la sapidità di mille ricette tra loro diversissime.
Ma di questo, magari, parleremo in futuro!