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Non pensarci - di G. Zanasi

di Mauro Mondello - 20/04/2008
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Stefano Nardini è un chitarrista rock di 35 anni, rimininese trasferitosi da tempo a Roma.
Ex grande promessa, sbarca il lunario sognando di incidere un disco.
Quando un giorno, rientrato da lavoro prima del previsto, trova la sua ragazza a letto con un altro, decide di staccare con il mondo e di tornare, dopo diversi anni, a casa.
Il quadro familiare è però più incasinato di quanto s’aspettasse: il padre ha lasciato la gestione dell’azienda di famiglia (ciliegie sciroppate) al primogenito Alberto, esaurito e ormai quasi separato dalla moglie; la madre, depressa, frequenta corsi di autostima, mentre Michela, la sorella, ha mollato l’università per andare a lavorare coi delfini.
A ciò si aggiungono i problemi economici che affliggono lo stabilimento di ciliegie ed alcune incursioni impreviste, in un quadretto di provincia vivace ed inatteso.

Non è un esordio questo di Gianni Zanasi, che in verità il suo primo film, Nella mischia, l’aveva girato nel lontano 1995, selezionato, peraltro, alla Quinzaine des Realisateurs del Festival di Cannes.
Dell’esordio ha però diversi connotati, fra cui una certa ingenuità di prospettiva ed un approccio forse eccessivamente scontato rispetto all’idea di volerci presentare uno spaccato di provincia.
Non pensarci è infatti la storia di una famiglia che si conosce poco, una famiglia piena di segreti sconosciuti, che piano piano capisce però quanto possa essere importante aver fiducia l’uno nell’altro.
L’arrivo a Rimini di Stefano (Mastandrea) agisce come deflagratore di tutte le tensioni accumulate, di anni di bugie e mancanze di coraggio, di cose tenute sotto al letto.
Però non mi convince.
L’idea è interessante, lo spunto notevole, ma manca una visione di fondo che dia un senso assoluto a questi 109 minuti, e non può bastare l’osservazione disinteressata delle vicissitudini dei Nardini.
Si ha l’impressione che manchi qualcosa, in ogni scena, ed è un’impressione che una volta fuori dal cinema rimane molto forte, che risulta quasi inspiegabile.
Il peccato principale di Non pensarci è quello di non decidersi mai per un verso all’interno della narrazione, di non andare a scavare sui personaggi, che restano lì come impazienti di assumere un contorno, senza però riuscirci.mastandrea2.jpg
Un altro errore sta poi nella mancata regionalità del cast.
Gli attori sono cioè molto bravi, (su tutti un grande Battiston ed il solito splendido e malinconico Mastandrea) ma Mastandrea è romano, Battiston veneto, la Caprioli piemontese, e allora non si può pensare con incisività a una storia che gira intorno alle radici, alla famiglia, e poi fare parlare ognuno con la sua cadenza di chissadove…
L’intreccio è solido, per carità, ma visto il cast si poteva fare molto di più.
E’ un peccato insomma non essere riusciti ad approfondire un’idea che è comunque affascinante, che scorre via leggera, che riesce a dirci quello che voleva, senza però fare concessioni più importanti, senza spingersi davvero oltre, con la sensazione continua che si vada avanti col freno a mano tirato.
Aggiunge poi abbastanza poco una fotografia scontata, mentre è perfetta la musica, che a un certo punto propone un Ivan Graziani che è solo e soltanto per veri intenditori.
Insomma, non si può bocciare un tentativo in ogni caso originale di cinema italiano (sempre meglio di Muccino e co., qui almeno c’è il cuore, e si vede), ma resta una delusione sotterranea che forse influenza il giudizio generale, un “mi aspettavo di più” che magari non è pertinente, ma che non si può, in nessun caso, ignorare.

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