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Il caso Ocalan

di Mauro Mondello - 24/04/2008
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Abdullah Ocalan è il leader del PKK, il Partito dei Lavoratori Curdi. Dal 1999 è l’unico ospite del carcere di massima sicurezza di Imrali, piccolo isolotto a sud del Mar di Marmara, in Turchia.
Condannato per attività separatista armata, nel 2002 evitò la pena di morte grazie ad un intervento in extremis dell’allora presidente turco Bulent Ecevit, che sospese la sentenza e, qualche mese dopo, abolì la condanna capitale.
Nella cattura di Apo un ruolo da protagonista lo svolse l’allora governo D’Alema: proviamo qui, oggi, a ricostruire un pezzo di storia dei nostri giorni che mi ha sempre appassionato.

Ocalan fonda il PKK nel 1978, e fra il 1984 ed il 1998 la sua organizzazione compie numerosi attentati rivoluzionari in Iraq, Iran e Turchia.
L’obiettivo è quello di convincere i tre paesi che il popolo curdo ha diritto ad uno stato indipendente, ma intanto nel corso degli attacchi perdono la vita 30.000 persone.
Inseguito da mandati di cattura internazionali, uno dei quali emesso dalla Germania, Ocalan ripiega in Siria, uno dei pochi stati ad offrirgli asilo politico.
Nel 1998, sull’orlo di una crisi militare tra Siria e Turchia e di fronte alle forti pressioni dei servizi segreti turchi, il governo di Damasco è costretto però a chiedere al leader indipendentista di abbandonare il paese.
Braccato dagli 007 turchi e scortato da alcuni agenti greci, (che agiscono senza l’ok ufficiale del governo di Atene con il solo scopo di non permettere la cattura di Apo da parte degli odiati nemici storici turchi) Ocalan arriva a Mosca, mentre intanto l’opinione pubblica internazionale comincia a discutere del caso.
Appoggiato da una schiera prestigiosa di avvocati, il caso Ocalan si fa strada nel dibattito pubblico, così come la posizione che dichiarerebbe legittima la battaglia armata portata avanti dal PKK per l’indipendenza; nonostante ciò, nessun paese europeo gli concede asilo ufficiale.
Intanto, la Russia gli intima di lasciare immediatamente il paese, e così entra in gioco l’Italia.

Nel tardo pomeriggio del 12 novembre 1998 Abdullah Ocalan sbarca a Fiumicino, accompagnato da un deputato di Rifondazione Comunista, Ramon Mantovani.
Il governo di Massimo D’Alema, nato sulle spoglie dell’esecutivo di Romano Prodi e tenuto in vita da un’alleanza partitica fortemente trasversale, si è insediato da appena 20 giorni, e la sinistra radicale, uscita con le osse rotte dalla mancata fiducia al governo Prodi di qualche settimana prima, vuol fare del caso Ocalan una vera e propria causa – manifesto.
Il leader curdo si consegna alla Polizia, convinto di poter ottenere asilo politico nel giro di qualche giorno. La reazione di Ankara alla mossa italiana non si fa però attendere, e dal Bosforo arriva così la minaccia di boicottaggio delle aziende italiane.
L’opinione pubblica internazionale è fortemente divisa sul caso, e Massimo D’Alema, a poche settimane dal conferimento dell’incarico a lungo sospirato, si trova alle prese con uno dei pasticci diplomatici più complessi dell’ultimo ventennio di storia nazionale.
Per la Costituzione Italiana è infatti impossibile consentire un provvedimento di estradizione verso un paese in cui vige la pena di morte, (e la Turchia è uno di questi) ma allo stesso momento, qualora la magistratura decida di concedere l’asilo, la reazione turca non tarderebbe.

Sono giorni frenetici, e l’unica soluzione parrebbe poter provenire dalla Germania di Schroeder, che potrebbe notificare alle forze dell’ordine italiane il mandato di cattura pendente su Apo, togliendo al nostro governo le castagne dal fuoco.
Il cancelliere tedesco, preoccupato dalle ripercussioni di una sua eventuale azione sullaocalan.jpg grande comunità turca presente in Germania, decide però di stare a guardare.
I giorni passano, e il caso Ocalan mina alle fondamenta la stabilità internazionale del fresco esecutivo D’Alema. Vi è un’unica strada da seguire: Ocalan deve essere convinto a lasciare spontaneamente l’Italia.
Dopo 65 giorni di estenuanti trattative, il leader del PKK abbandona Roma, destinazione Nairobi: è il 16 gennaio 1999.
All’intelligence turca bastano poche settimane per intercettare Ocalan, e così, il 15 febbraio, il capo degli indipendentisti curdi viene arrestato e subito trasferito nel carcere di Imrali, in attesa di una sicura pena di morte.
Nel 2002 la sentenza di condanna viene commutata in ergastolo dal presidente turco Ecevit, in seguito alle pressanti richieste delle comunità internazionali e sulla prospettiva del progetto europeo di Ankara.

La Costituzione Italiana, all’articolo 10, chiarisce che“Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politiciâ€? ed all’articolo 26 specifica, tassativamente, che“L’estradizione del cittadino può essere consentita soltanto ove sia espressamente prevista dalle convenzioni internazionali. Non può in alcun caso essere ammessa per reati politici.â€?
L’estradizione passiva, vale a dire la non concessione d’asilo e l’allontanamento di uno straniero ricercato per reati politici, è dunque impedita dalla nostra Costituzione.
La domanda a questo punto è: nel 1999 il governo D’Alema violò la Costituzione Italiana?
Io credo proprio di sì.

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