Apocalypto
di Eleonora Tonon - 08/05/2008
Palmi all’insù, in attesa d’acqua piovana. Lenta che filtra, lenta che bagna, asciutto cielo lentamente, adagio.
Mesoamerica antica, sepolta, sviscerata, annichilita.
Roghi e conversioni forzate, streghe le donne incinte con i seni nudi, troppo scoperte, troppo esposte. C’è bisogno di civiltà.
Abbattiamo.
Sfruttiamo il legno, deprediamo i villaggi di fango. Contagiamoli della nostra sete. Diamogli la nostra lingua.
Nel sentiero alla scoperta del mondo precolombiano non ci si dovrebbe mai dimenticare che, prima del nostro avvento, l’America non era l’America.
Era un cielo selvaggio, allo stato libero, vergine, incolto. Piume striate di fuoco tra i capelli, segni macabri sulle guance, orecchini e disegni sul corpo. Tradizioni incomprensibili, ma pur sempre tradizioni.
Avventura allo stato puro, oggi, nel trapezio delimitato dai leggendari “quattro angoli dell’universo”: si tratta di Cobàn, Tikal, Calakmul, Palenque.
Per te che non ha la più pallida idea di dove siamo, un aiuto: Messico precolombiano.
Palenque, al confine con il Guatemala, posta ai margini della foresta tropicale, conserva il Tempio delle Iscrizioni, dalla vertiginosa verticalità, che al suo interno offre il sepolcro del Re cui fu dedicato nel VII sec. d.C. .
Altro mito, Chichen Itza, nella penisola dello Yucatan, più a nord. Qui nacque la civiltà maya, protratta a pregare i propri dei nella Piramide di Kukulkan, icona simbolo dei classici tour turistici organizzati. Al tramonto, il sole traccia la sinuosa linea di un serpente che corre in discesa sulla gradinata, riflettendo macchie d’oro e d’argento, di luce obliqua.
Vicino a Chichen Itza, merita una visita Uxmal, con la Piramide dell’Indovino, il Palazzo del Governatore e la Casa delle Tartarughe.
Nei pressi dei vulcani Popocatepetl e Iztacchiuatl, scendendo dalla valle di Città del Messico, si erge la Piramide di Cholula, oggi sovrastata da una cattedrale. Qui, Cortés, per intimorire Montezuma, compì il massacro più sanguinoso di tutta la storia coloniale messicana: furono sterminati 6000 indigeni nel giro di poche ore.
Si conta che l’origine della civiltà Maya risalga al X sec. a.C. .
A quel tempo, in Europa, i Greci dovevano ancora entrare nella prima fase arcaica della loro civiltà.
Lontani un oceano dall’Europa, i Maya si organizzarono in una fitta rete di città-stato, amministrando la propria cultura con tanto di calendario, matematica ed astronomia.
Attorno al VII sec. d.C., la civiltà maya è in piena espansione: coinvolge tutta la penisola dello Yucatan, Quintana Roo, Campeche, Tabasco, Chiapas, e, fuori dal Messico, Honduras, El Salvador, Belize e Guatemala.
Nel corso del XI sec. d.C. entra in conflitto con la nascente dinastia tolteca, in seguito, con l’avvento degli Atzechi, la civiltà maya finisce con lo scomparire, mentre gli Aztechi dominano il territorio con successo fino al 1500 circa.![]()
Tra il 1519 e il 1521, Hernan Cortés conquista l’intero Messico per conto della Spagna, importando la politica, l’economia, la lingua e la religione iberiche nel territorio, suddiviso in encomiendas, sorta di latifondi abitati da indios e affidati al governo di colonizzatori spagnoli, fino al tardo 1821, quando Augustin Iturbide proclama l’indipendenza del Messico.
Ampio viso, zigomi sporgenti, naso adunco, occhi lievemente a mandorla, vellutati di nero.
Ruderi palpitanti nella foresta, statuette ibride di terracotta, piume verdi e vetro nero.
Mostri alati, dragoni celesti e serpenti piumati.
Coltivavano il mais dal 2500 a.C. ; costruivano strade rialzate lunghe anche 100 km, per camminare meglio; si auto sacrificavano in nome degli dei, bucandosi la lingua e le braccia con le spine caudali di un pesce; onoravano il tacchino come animale da giardino, al posto del classico Fido.
Contavano con un sistema vigesimale: alla base della loro matematica e della loro astronomia, stava il numero 20. Scrivevano i numeri in senso verticale; stabilivano che un anno solare contasse 360 giorni; ogni 20 anni si celebrava una grande festa.
Affascinati dal mistero, nel 1800, gli infaticabili esploratori John Loyd Stephens e Frederik Catherwood si recarono in Messico compiendo una sorta di Grand Tour all’Indiana Jones. Approdarono alla tanto decantata Chichen Itza seguendo una traiettoria completamente diversa dall’abituale, imboccando un antico sentiero maya di pietre dissestate e nascosto nella foresta. Si fermarono a Chichen Itza tre settimane, e, se oggi ci capiamo qualcosa di questo vero e proprio cantiere all’aperto, lo dobbiamo a loro, che tracciarono una mappa del complesso cerimoniale: il Tempio dei Guerrieri, l’osservatorio astronomico del Caracul, il Tempio dei Giaguari, il sacro pozzo dei sacrifici, il grande Tempio di Kukulkan.
Il sacrificio umano, il sangue versato e lo sterminio di un paio di secoli prima veniva sorpassato con il fascino e il mistero dell’archeologia, attraverso le fotografie di Stephens e Catherwood che immortalavano angoli ombrosi, ragazze native vestite di fiori, statue panciute, trasformando il Messico precolombiano in un sogno di massa esotico e romantico.
Sta di fatto che, se oggi ci si sente ancora desiderosi di scoprire per la prima volta e di addentrarsi nelle viscere più autentiche di questa meravigliosa civiltà perduta, rimangono le compagnie di bandiera Aeroméxico e Mexicana de Aviación. Da prendere al volo… e, poi, noleggiare la classica Jeep da viaggio avventuroso.