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Tutta la vita davanti - di P. Virzì

di Mauro Mondello - 13/05/2008
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Marta è una ragazza siciliana di 24 anni.
Laureatasi a Roma in filosofia teoretica, con lode ed abbraccio accademico, si lancia subito alla ricerca di un lavoro.
Fra i dinieghi delle case editrici e gli impossibili tentativi di riuscire a concorrere per un posto da ricercatore, la giovane ed ingenua donzella si trova così, quasi per caso, a lavorare nel call-center della Multiple, multinazionale specializzata nella vendita di depuratori d’acqua domestici.
Inizia in questo modo un viaggio grottesco nel sotterraneo mondo dell’occupazione giovanile italiana, una rappresentazione che lambisce i limiti dell’assurdo, raccontandoci lo schema lavorativo dell’azienda in un confronto crudo e ridicolo fra vittime (i giovani precari) e carnefici (i “fuoridalmondo” capoufficio), che non ci lascia scampo.

Giunto ormai al suo nono film Paolo Virzì, che nonostante i suoi quarantaquattro anni alcuni critici sulla soglia dei 90 (e probabilmente chiusi ormai in case di cura a guardare dvd col pappagallo a portata di mano) insistono nel definire “uno dei giovani del nostro cinema”, propone l’ennesima opera sociale della sua carriera, un lungometraggio che prova a descrivere quel mondo del lavoro precario tanto spesso chiamato in causa nei talk show politici nostrani.
Come sempre il filmaker toscano dimostra una sagacia unica nel costruire le caratterizzazioni dei personaggi, tutti precisi, azzeccati, riferimenti caricati ma pregnanti della realtà toccata, però, all’interesse vivo e originale cui ci si rapporta dopo i primi 70 minuti di film, non corrisponde una seconda parte che si contorce invece nelle solite debolezze di isabella-ragonese.jpgVirzì, spesso incapace di porsi come autore completo.
E allora si scade nel prevedibile, nel noioso, nel macchiettistico, dentro ad una sequela fastidiosa di luoghi comuni che ci fanno ricredere su quanto di buono si era pensato, perchè alla fine, purtroppo, è sempre la solita solfa, e pare di rivedere uno schema, sempre il solito, già visto in My name is Tanino, in Caterina và in città, in Baci e Abbracci, eterne opere seconde, lavori di Virzì contraddistinti da inizi folgoranti, da personaggi che restano nel cuore, ma che poi, nel corso della visione, finiscono per implodere nel nulla, incapaci di andare sino in fondo.
C’è anche tanto di buono comunque in Tutta la vita davanti, un film che si pone in maniera surreale ma profonda, che racconta con vena ironica un tema difficile della nostra società, un film capace di invenzioni travolgenti, di gran ritmo, che si apre con la gente che balla per le strade di una Roma folleggiante sulle note dei Beach Boys.
E’ interessante la pesante critica che Virzì pone nei confronti del mondo del lavoro italiano, un’accusa in toni leggeri che non risparmia nessuno, sino a portare con sè anche il sindacato, che alla fine di tutto, e come spesso accade anche nella vita di ogni giorno, invece di aiutare i lavoratori accentua le tensioni, in un rincorrersi di responsabilità che non trova vie d’uscita.
Tutta la vita davanti è un tentativo riuscito a metà, che parte bene e poi si perde, un film che cerca, ad ogni modo, nuove strade, e che è percorso da una vena nostalgica che inevitabilmente ci riporta alla tradizione della commedia all’italiana di Mario Monicelli.
Come già accennato, tutto è giocato sulla costruzione dei personaggi, caricature formidabili, rappresentazioni tipiche ed ideali di tipologie ben contestualizzate. Isabella Ragonese, la protagonista Marta, è una semiesordiente straordinaria, il fragile Lucio è mastadrea-tutta-la-vita-davanti.jpginterpretato da un Elio Germano che conferma di essere uno dei migliori attori italiani in circolazione (attenzione, “uno dei migliori attori italiani in circolazione” e non “uno dei migliori attori GIOVANI in circolazione”, che bisogna smetterla con questa folle dicotomia), Micaela Ramazzotti, nei panni della sbandata ragazza-madre Sonia, lascia stupiti per la sua capacità nell’affrontare il ruolo in maniera allo stesso tempo struggente e scanzonata, e poi il solito Valerio Mastandrea, il sindacalista Conforti, credibile anche nelle più piccole sfaccettature.
Perfetto Massimo Ghini, che interpreta il supercapo superduro ma con un sacco di problemi personali, così come Sabrina Ferilli, cui i panni della tamarra, zallona, arricchita e povera di spirito stanno alla perfezione (chissà perchè poi…).
Non è rimandato questo film di Virzì, per il semplice fatto che al nono tentativo non è certo più possibile star lì a cercare di scovare la magagna, soltanto resta il dispiacere di una sensazione a metà, qualcosa che piace, ma che si interrompe, e allora ci si chiede “se”, e si rimane incerti.

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