Frank Zappa: una chiacchierata con semi di zucca
di Gaetano Lisciandra - 16/05/2008
Salvo qualche refuso quanto a preposizioni negli articoli precedenti, eccoci arrivati al quarto episodio di questa saga musicale avvincente come Pippo nella Trilogia della Spada di Ghiaccio e carica di suspance come una puntata de La Melevisione.
Dal ’95 dei Pumpkins abbiamo fatto un balzo indietro di almeno 30 anni (ma potrebbero benissimo essere più del doppio) dando uno sguardo a Son House. Lessi di lui per la prima volta in un’intervista del ’93 a Billy Corgan, assieme a qualche altro nome, tra cui i Black Sabbath, che del gruppo chicagoano furono un’influenza immediata nel loro lato più “vivace” e senza dubbio nella valutazione delle dinamiche interne di una canzone.n
Figurava pure un altro nome tra quelli dell’intervista, che pur non azzeccandoci molto coi Pumpkins, mi colpì tanto da volerci indagare sopra. Era Frank Zappa: che per la mente di un sedicenne – in tempi in cui wikipedia era ancora di là da venire – poteva essere benissimo Frank Sinatra. Solo che era Frank Zappa, e a oggi ne pago le conseguenze.
Ed eccoci a lui, FZ, dunque. La peluria facciale più meritatamente nota nella storia del rock, della musica e dell’arte in genere (con Mark Twain lì in agguato, e non me ne vogliano Dalì e il tizio magrolino dei Cugini di Campagna) nasce a Baltimora, ma è di origine siciliana per via paterna, come si potrebbe intuire dal cognome. Dopo un’infanzia passata a giocare col mercurio liquido che riempiva ogni angolo di camera sua, si interessa alla musica suonando dapprima la batteria in gruppi r’n’b locali (in cui non facevano cover di Alicia Keys), per poi passare alla chitarra. Da autodidatta impara pure la notazione musicale con manuali procurati dalle biblioteche ed è così che, influenzato da compositori d’avanguardia le cui creazioni sonore ancora oggi lasciano basiti i fan di Gigi D’Alessio, inizia a scrivere la sua musica, una musica senza compromessi. Si tratta di realizzare una visione personalissima, talmente tanto che la musica dello zio Frank si riconosce a colpo d’occhio.
Di mille voci al sonito mista la sua non ha.
Eppure nel suo catalogo si può trovare di tutto. Ma veramente di tutto! E però, anche così esistono piccole e grandi cose che comunicano l’intimo legame col Maestro, come taluni lo chiamano. Mi guardo bene da fare elenchi di brani che non servono a molto, in particolar modo nel caso del signor Zappa.
I testi che trovano un loro particolare equilibrio tra il goliardico l’ironico e l’improbabile (così, senza virgola, come avrebbe potuto scrivere il grande Natalino Sapegno), la critica al costume e al “mos vivendi” occidentale, la schietta franchezza riguardo a ipocrisie mai realmente scomparse, nonsense e doppi sensi, e nondimeno il semplice gusto per la risata, sono il primo dato – forse quello più formale, peraltro – che balza all’occhio con la musica del Maestro.
E la musica ovviamente, fatta di mille colori e suoni, di strumenti, di teatralità, di tempi impazziti e poliritmi centrifugati, di una irrefrenabile voglia di esplorare e di creare qualcosa di nuovo: musica commerciale intrinsecamente non commerciale, tecnicamente complessa ma tale da apparire naturale come una brezza di vento.
Potrei continuare a scrivere per ore senza ovviamente mai far capire quel che, nella mia opinione, è il punto: Frank Zappa è una sensazione, una grossa risata contenuta in un caleidoscopio. Ma attenzione a guardarci, in quel caleidoscopio e a quella risata.
Né guelfo né ghibellino, Zappa faceva parte per sé. Ed è per questo che l’unico consiglio che posso dare in questo limitatissimo articolo è di ascoltarne davvero la musica e leggerne il pensiero.
Dei Mother of Invention (che furono la prima band del nostro) a cuor leggero potrei consigliarvi qualsiasi frammento. Chi scrive, in una veste “privata”, ha un particolare legame con “Freak Out!”, classe 1966, prima release ufficiale del nostro, e che riusciva a parodiare presente, passato e addirittura futuro (i gemiti in Help, I’m a Rock non vi ricordano quelli di Robert Plant anni dopo in Whole Lotta Love? Si accettano feedback sul tema!).
Del periodo post-Mothers, invece me la sento di consigliare tutti i live che possano capitare sotto tiro. La dimensione teatrale e musicale diventano vive, qui, e l’atmosfera letteralmente unica, fuori del tempo e fuori di testa, sembra quasi aspettare che l’ascoltatore si infili in mezzo al pubblico, in questa polaroid di momenti vitali e violenti come solo la vita sa esserlo. Do un altro consiglio, che al solito come tale va preso, come quello di un amico che vi parla con gli occhi illuminati da un sacro fuoco davanti a un bicchiere di birra o nel bel mezzo di una passeggiata: se potete, acquistate “Zappa in New York”. Questo live, per l’appunto, su due cd e a prezzi più che umani (un paio di happy hour…), riesce a tirare il meglio dal Maestro e dalla sua mostruosa band, in un’istantanea che sa essere magica e – se masticate un minimo d’americano (ma il booklet è quasi completissimo) – da spanciarsi dal ridere! Che poi, a ben guardare certe cose apparentemente idiote, se ne scopre l’attualità: si pensi alla commercializzazione dell’ambiguità sessuale. Una volta c’era Punky, ora abbiamo il cantante dei Tokio Hotel. E vabbé… Al solito, gli spunti non mancano.
Si potrebbe parlare di mille cose pensando a Frank Zappa: di TV ameboide, di musica espressione di libertà intellettuale e del garage di Joe, del bollino del parental control e della moglie di un certo ambientalista che oggi invece usa la musica per far propaganda dopo aver tentato di sodomizzarla, di Igor Stravinskij (o Stravinsky, all’americana) ed Edgar Varese, delle band e dei figli dello zio Frank, degli effetti della birra sulla psiche del maschio americano, di tecniche di produzione, dello Zappa Family Trust e delle sue ultime vicende, di Michael Jackson “sbiancato”, del pensiero contrario a alcool e droghe, di sesso & rock’n’roll, di torture medievali “guantanameggianti” e di chissà quant’altro.
Se vi capita sotto tiro, una lettura caldamente consigliata, che vi piaccia o meno la sua musica, è comunque l’autobiografia del nostro, curata in collaborazione con Peter Occhiogrosso. Oltre ad essere una miniera di aneddoti, è soprattutto la storia di un pensiero lontano anni luce da quello dell’uomo medio(cre), e soprattutto mai banale, passando da scene assurdamente surreali alle considerazioni amare e quanto mai attuali che vent’anni fa FZ proponeva ad un mondo che oggi sembra quasi bucolico ed imberbe confrontato al nostro.
In fin dei conti, ho provato a gettare qualche seme in questa chiacchierata, senza dare informazioni puntuali ma rimandando alla curiosità latente del lettore, o ai suoi residui, per dare sfogo a tutto quel che rappresenta in fin dei conti il multiforme e vastissimo universo zappiano (oramai, se non erro, siamo arrivati alla uscita ufficiale numero 73, senza contare i bootlegs, e il Maestro è rimasto con noi solo per appena 52 anni… Fate un po’ voi..!)
E così, tra una parola e l’altra sono riuscito a scrivere un sacco senza in fondo rivelare chissà quale epica verità. Spero solo che quanto ho scritto sino ad ora sia abbastanza leggibile da permettere di arrivare fino in fondo alla lettura di quest’articolo senza far pausa prendendo qualche ritratto a casaccio di Veltroni o Vespa per giocarci ad “unisci i puntini”. È che non ho mai conosciuto Frank Zappa, e con un pizzico di gusto per il paradosso mi sento di dire che mi manca l’uomo: ho la sua musica in compenso, ed è lei che per prima mi ha insegnato cosa voglia dire non sentirsi schiavi.