Gomorra - di M. Garrone
di Mauro Mondello - 18/05/2008
Sei storie, sei pennellate che raccontano, fra la vita e la morte, i tentacoli della Camorra napoletana.
C’è Franco, l’uomo che smaltisce nelle discariche abusive di Marcianise i pericolosissimi rifiuti tossici delle aziende del Nordest, c’è Pasquale, mago della sartoria che confeziona abiti di note griffe nei bassifondi della periferia partenopea, e poi c’è la malavita, quella classica, quella che spara, che vende droga e armi, che rapina.
Ancora, ecco il fascino inevitabile col quale la Camorra attira il ragazzino Totò, e i passi di Don Ciro, che distribuisce i soldi alle famiglie di chi sta a Poggioreale, sino a trovarsi immischiato in una sanguinosa faida.
Ci sono Scampia e Castelvolturno, le lotte fra clan, il tratteggio, apocalittico e tremendo, di una vita spaventosa ed assurdamente reale.
La fotografia nerissima di una Napoli sconvolgente, alla quale sarà impossibile sfuggire.
Giunto alla piena maturità artistica e reduce dai successi nel circuito indipendente conquistati con le perle “L’imbalsamatore” e “Primo Amore“, Matteo Garrone, con questo Gomorra, conferma di essere un autore vero, un artista dell’immagine, portandoci nel suo mondo di luci e personaggi con una forza visiva ed un impatto emozionale che lasciano senza parole.
Ebbene sì, Gomorra è un capolavoro, un film spaventosamente bello, un affresco gotico e crudo di una Napoli ripresa dal vero, senza timori, uno sguardo coraggiosamente lucido sul mondo della criminalità organizzata campana, una macchina da guerra che macina milioni di
euro in tutto il mondo, ormai lanciata a tutta velocità verso il dominio assoluto dell’economia centromeridionale.
Tratto dall’omonimo bestseller di Roberto Saviano, Gomorra ci porta fra le pagine del libro rivisitando in maniera originale alcune delle storia narrate. E’un lavoro di sviluppo, di sottrazione ed addizione, quello di Garrone, che muove la sceneggiatura da alcuni personaggi, portando avanti una pellicola nella quale s’intrecciano le avventure sotterranee di uomini e donne immersi in un mondo che allo spettatore appare drammaticamente sconosciuto.
E invece è tutto vero.
Garrone ha girato a Scampia, a Marcianise, nel porto di Napoli, nella provincia partenopea più corrotta, si è lanciato senza paure in un racconto vivo, spesso ripreso con camera a mano, popolato da facce del luogo, da protagonisti pescati qua e là fra le scene off del teatro campano, da non professionisti raccolti nelle zone delle riprese.
Non è forse troppo difficile immaginare la complessità di organizzare un film, questo film, proprio nei luoghi nei quali la Camorra domina, con un realismo cinico ed inevitabile che staglia Gomorra a metà tra il gangster movie ed il thriller.
E’ facile tirare in ballo i maestri del grande cinema americano come riferimento, ma qui ce ne è per tutti, e rivediamo Leone, Coppola, Scorsese, Cimino, in una versione che non subisce però i suoi modelli, ma li amplia, con tecnicismi visivi e sagacia registica che lasciano impietriti.
I dialoghi sono serrati, e quasi sempre sottotitolati, l’atmosfera è cupa, non c’è spazio per la risalita, per la redenzione, Gomorra è un atto d’accusa a cielo aperto, una cloaca nella quale nessuno si salva, soprattutto la rappresentazione misteriosa e veristica di una parte del nostro paese nella quale lo Stato è alle corde, immobile, arreso.
Sono splendidi, tutti, i protagonisti di Gomorra, diretti con sublime intensità, con un vigore recitativo che esalta il talento narrativo di Garrone, che ha curato ogni dettaglio, ogni inezia, sino ai minimi particolari, partendo dalla colonna sonora (pervasa da quintali di musica napoletana e chiusa nei titoli di coda da un gioiello di Robert Del Naja e Neil Davidge dei Massive Attack, Herculaneum, appositamente scritto per il film) e passando per una fotografia, curata da Marco Onorato, semplicemente perfetta.
In concorso al Festival di Cannes che si sta tenendo in questi giorni, Gomorra è un’opera importante, un film che lascia il segno sotto più punti di vista, un capolavoro vero, di quelli da tenere di conto nelle videoteche, di quelli da riguardarsi ogni tanto, sperando che i vari Muccino and co. capiscano il significato del concetto di “fare cinema”, per comprendere sino in fondo cosa vuol dire essere un filmalker. Fra le tante scene rimastemi scolpite nella mente mi piace segnalare, nella parte conclusiva, l’immagine di Pasquale, il sarto dei bassifondi napoletani, che in un autogrill, mentre guarda un telegiornale, riconosce, indosso a Scarlett Johansson sulla passerella del Festival di Venezia, uno dei suoi abiti, confezionati in uno scantinato di periferia per qualche famosa griffe che li rivenderà poi ad una cifra 20 volte più alta della commissione iniziale. La collusione a vari livelli, i tentacoli infiniti della Camorra, sono tutti in questo quadro.
Gomorra ha la forza esplosiva di una detonazione, ci mette addosso adrenalina e timore, soprattutto ci racconta la storia vera di un’Italia che abbiamo tutti il terrore di andare a guardare.