In Hora Mortis, di Thomas Bernhard
di Giuliana Altamura - 27/05/2008
Prima di affermarsi come prosatore e drammaturgo, Thomas Bernhard esordì in qualità di poeta, pubblicando cinque volumi in versi strettamente legati a un bisogno giovanile e autobiografico di «sublimazione psicologica» e fortemente connessi al clima della lirica austriaca degli anni cinquanta. In hora mortis è il suo secondo libro di poesia, dato alle stampe per la prima volta nel 1958 e in seguito riproposto dallo stesso autore, nonostante avesse ormai trovato nella narrativa e nel teatro i generi più adeguati alla piena manifestazione del suo talento. Relegati come «fase preliminare dell’attività letteraria di Berhard», i suoi versi meritano tuttavia un’attenta lettura per la loro forza espressiva, la componente musicale, l’espressionismo formale e visivo che, sebbene rientrino spesso in stilemi tradizionali – probabile testimonianza di una fase di ricerca – mantengono tuttavia la loro originalità e rivelano già i primi segni del genio.
In hora mortis si rifà alla tradizione degli Sterbebüchlein, «quella letteratura religiosa rivolta a insegnare l’ars morendi […] che – spiega Luigi Reitani nel breve e accuratissimo saggio conclusivo – diffusa in tutta Europa fin dal tardo medioevo, aveva trovato il suo apice nel mistico francese Johannes Gerson (1363-1429)». Gli Sterbebüchlein avevano il compito di preparare spiritualmente l’uomo, con raccoglimento e preghiera, al momento della morte, ossia all’incontro con Dio, apice dell’esperienza dell’anima. Questa preparazione si svolgeva secondo quattro gradini, trattati nelle quattro parti in cui i testi erano suddivisi – exortationes, interrogationes, orationes e observationes – e fondamentali per comprendere la struttura quadripartita del poemetto di Bernhard.
Nella prima sezione l’invocazione incessante di Dio – costante dell’intera opera, tanto da darle un impianto salmodiale – si unisce all’espressione bruciante e incontenibile del proprio dolore, fiore costantemente nutrito da un malessere esistenziale che sboccia nell’ira «che nel cielo affonda». Il tormento personale si carica delle pene del mondo e dello stesso Dio, al quale sembra stringerlo un rapporto ambivalente di amore, identificazione e rabbia. L’impotenza alla quale si sente abbandonato («come l’albero nell’inverno / che mi travolge nel silenzio / mio verbo mia felicità mio pianto») lo lascia disorientato nella più completa solitudine, «alla mercé degli uccelli / del battito dell’orologio crepitante», agli albori di una notte immensa che presto lo travolgerà.
La seconda sezione approfondisce, nell’apprestarsi dell’hora, il processo di disintegrazione totale dell’io lirico in Dio: invoca il proprio annientamento perché Egli non lo abbandoni, perché solo allora la Sua voce può diventare la propria. La morte è attesa come liberazione e allo stesso tempo come paura e preghiera. Nella terza sezione il poeta sembra aver ormai raggiunto uno spazio fuori dal tempo, lontano dalla «necessità dei sogni», lì dove è necessario che resti sveglio per guardare in faccia la propria morte, ormai accettata e assunta come la soluzione finale del proprio essere in Dio.
L’ultima parte è lontana da ogni angoscia e può risolversi nella lode di quel Signore che lo accompagnerà «per quanto duri il tempo», lontano da un mondo che vuole dimenticare e dal quale vuole essere dimenticato. Eppure l’ultima sequenza si chiude con un’esclamazione di strazio reiterata, nel segno di un dolore incancellabile, annunciato dalla visione degli uccelli che Reitani interpreta come tributo alla poesia di Trakl. I segni di una natura espressionisticamente ritratta accompagnano in effetti tutto il poema, incarnazione distorta e inquieta del dolore esistenziale dell’uomo, prima fra tutte una luna scura e soffocante, «densa e grave» come quella dell’epigrafe leonardesca.
Il linguaggio biblico e metaforico arricchisce una partitura retoricamente molto curata, dalla musicalità spezzata e violenta, esito di una ricerca espressiva che, nonostante alcune ingenuità poetiche, non tarderà a dare i suoi frutti nell’opera matura di Bernhard. Una lode particolare all’edizione SE che, oltre a riportare l’utile testo a fronte, completa il volume con una biografia approfondita del grande scrittore austriaco e materiale fotografico.
Thomas Bernhard, In hora mortis
a cura di Luigi Reitani
Se Srl, Milano 2002 (Testi e documenti, 115)