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Madame de Sade, di Yukio Mishima

di Giuliana Altamura - 10/06/2008
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«Leggendo con interesse La vita del marchese de Sade di Tatsuhiko Shibusawa, quello che maggiormente suscitò la mia curiosità di scrittore fu l’enigma della marchesa de Sade. Perché una donna che era riuscita a mantenersi a tal punto fedele al marito […] lo abbandonava proprio nel momento in cui, ormai vecchio, tornava finalmente libero?».
È questo l’interrogativo di partenza cui Mishima ha voluto rispondere con una delle sue più alte prove drammaturgiche, Madame de Sade, pubblicata per la prima volta nel 1965, cinque anni prima che lo scrittore si togliesse la vita con il suicidio rituale dei Samurai.

In tre atti temporalmente distanti fra loro, in uno stesso salotto parigino, si svolge un dramma di parola, «privo di ogni insignificante artifizio scenico», interamente affidato a un dialogo che diventa strumento introspettivo e motore riflessivo: sei donne profondamente diverse tentano di avvicinarsi alla comprensione del marchese de Sade e del terribile mistero del suo Vizio, ma più si affannano a osservarlo più finiscono col riconoscervi se stesse, una parte ignorata e perversa del proprio io.
La signora di Montreuil, suocera del marchese, convoca nella propria abitazione la contessa di Saint-Fond – donna viziosa e sessualmente disinibita – e la baronessa di Simiane, esempio di virtù e religiosità, per domandare il loro aiuto: Sade, già salvato dalla galera più volte per intercessione della suocera, era stato condannato alla decapitazione per sodomia e violenza su prostitute ed era ora introvabile. La baronessa Simiane promette di visitare il Cardinale Philippe perché possa chiedere l’assoluzione alla Santa Sede, mentre la contessa di Saint-Fond intuisce ciò che esplicitamente la signora – riuscitissima rappresentazione dell’ipocrisia sociale e morale – non osava chiederle: sedurre il cancelliere Maupeou perché la Corte Suprema annullasse il verdetto («È ammirevole la sollecitudine che mostrate nel servirvi anche del male per compiere il bene»). Entrambe accettano, la prima per spirito cristiano e la seconda per una singolare affinità che la lega a Sade nei piaceri del perdersi in quei territori del vizio, un mondo «immenso e fornito di tutto» che la società ci impedisce di osservare sin da piccoli, munendoci di un cannocchiale rovesciato, finché qualcuno di noi, come il marchese, non se ne rende conto e lo capovolge: da quel momento un universo completo, sconfinato, divino e mostruoso si spalanca e non ci si aspetterebbe più d’incontrare «nulla d’inatteso».

Madame de Sade, in visita dalla madre, nega di sapere dove si trovi il marito e rifiuta in ogni modo di separarsi da lui: i crimini del marchese sono riusciti finalmente a spiegarle tante cose che non aveva mai del tutto compreso e ora sente il dovere di custodire con cura quell’idea di lui finalmente completa. La sua fedeltà coniugale la rende tuttuno con la natura del marito, la mano che l’accarezzava è la stessa che ha impugnato la frusta e la sua unità è perfetta. Arriva intanto la sorella Anne e rivela alla madre di essere stata a Venezia con Sade, del quale era già amante da tempo e che le avrebbe chiesto di fuggire con lui dopo la notizia del suo imminente arresto. Aggiunge che Renée, Madame de Sade, ne era al corrente. La signora di Montreuil chiede allora alla contessa di Saint-Fond e alla baronessa di Simiane di annullare le loro missioni.

Il secondo atto si svolge sei anni dopo. Anne consegna a Renée la sentenza della Corte di Giustizia che finalmente rilascia Sade, in prigione per tutto quel tempo. La madre sembra sollevata eppure non può che continuare a vedere nel genero colui che ha maltrattato le sue due figlie, che eppure affermano entrambe di non aver mai subito da lui alcuna violenza: Renée – intuendo il marito poeticamente, come dirà poi Anne – sa che il suo desiderio deriva dalla profanazione ed è a quello scopo che osserva sempre un cerimoniale che serve a innalzare prostitute e mendicanti a santi per poi frustarli, in un piacere che dura troppo poco perché poi non accumuli «miele di tenerezza» da riversare su di lei. Anne invece afferma di non averlo mai voluto capire e che è stato questo, forse, a rassicurarlo e a spingerlo da lei. La contessa di Saint-Fond, appena giunta, offre un’altra interpretazione del marchese – nata dall’aver vissuto in una messa nera un’esperienza di masochismo – secondo la quale un atto sessuale violento, che sia imposto o subito, permette di uscire finalmente da se stessi: «quando a poco a poco il piacere avverte la necessità di ingredienti piccanti, ci si ricorda delle deliziose punizioni infantili, ci si sente insoddisfatti perché nessuno più ci castiga. Si sputa allora sul Signore, lo si provoca, si brucia per l’impazienza di suscitarne l’ira. Ma il Sacro è un cane pigro. Se ne resta adagiato al sole». La contessa rivela a Renée che in realtà Sade è tutt’altro che assolto: è stata proprio sua madre a tendergli una trappola e a farlo sottoporre alla giurisdizione reale prima che la Corte potesse liberarlo e ora giace nella più fredda e buia delle prigioni. La madre le spiega di aver giurato a se stessa di separarla da quell’uomo dopo averla scoperta, quattro anni prima, appesa a un lampadario e vittima della follia sessuale del marchese in una delle sue orge. Renée è costretta a confessare e disprezza duramente l’ipocrisia della madre: «Voi tutti, se vedendo una rosa dite che è bella, vedendo un serpente dite che incute spavento. Ma voi tutti ignorate il mondo in cui la rosa e il serpente sono intimi amici, e la notte si trasmutano uno nell’altro».

L’ultimo atto, che si svolge tredici anni dopo, la signora di Montreuil può finalmente apprezzare la fedeltà della figlia, che in tutto quel tempo non ha mai smesso di recarsi a far visita al marito. Eppure l’arrivo della baronessa di Simiane rivela la decisione finale di Renée: proprio ora che il marchese verrà finalmente liberato, ha deciso di farsi monaca. La risoluzione deriva dall’aver letto Justine, il romanzo che Sade ha scritto in prigione, ed essersi resa conto che il personaggio della protagonista, che si attira sventure con le sue virtù, è stato costruito su di lei, sulla sua inconsapevolezza giovanile. Capisce improvvisamente che Sade non ha mai voluto compiere «singoli misfatti», ma «costruire in questo mondo le norme stesse del vizio». Sade ha creato, nella più completa libertà che l’uomo possa desiderare, una sorta di cammino ascensionale al quale Renée desidera affidarsi, nella speranza che il marchese abbia davvero compiuto un’opera di Dio. Sade bussa alla porta, sporco ingrassato e vecchio, ma Renée si rifiuta per sempre di vederlo.
La battuta della contessa di Saint-Fond, poi reiterata da Renée – «Alphonse sono io» – è la chiave di comprensione di quest’opera complessa e altamente poetica, dallo stile prezioso intarsiato d’immagini  che, in piena coerenza con l’azione fondante del marchese, unisce le altezze liriche più sublimi all’espressione più cruenta della bestialità umana. Perché è proprio nel punto dove s’incontrano che «le guance del serpente arrossiscono e le squame della rosa splendono».

 

Yukio Mishima, Madame de Sade
traduzione di Lydia Origlia
introduzione di Gian Carlo Calza
Guanda, Parma 2008 (Le fenici tascabili, 51)
 

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