La Follia che Viene dalle Ninfe, di Roberto Calasso
di Giuliana Altamura - 16/06/2008
La follia che viene dalle Ninfe raccoglie brevi saggi e articoli di Calasso che spaziano dalla mitologia alla letteratura, dal cinema alla musica, dalla fotografia all’editoria intesa come arte. È uno sguardo ad accomunarli, penetrante, intenso e assolutamente personale.
Il primo saggio, che dà il nome alla raccolta, indaga sull’identità e il significato che la Ninfa rivestiva nel complesso delle divinità greche, partendo dal suo duplice manifestarsi ad Apollo nelle vesti di Telfusa e della draghessa di Delfi. Racconta l’inno omerico che il dio, alla ricerca di un luogo dove istituire il suo culto, venne allontanato con l’inganno da Telfusa, incarnazione del «luogo intatto» oggetto della sua prima scelta, per poi essere indirizzato alla «fonte dalle belle acque» custodita da una draghessa che dovrà uccidere per impossessarsi della futura Delfi. In una vicenda che sembra ripetersi due volte e sulle rive di due sorgenti diverse, Apollo si appropria di una conoscenza nuova che eppure lo precedeva, «un sapere liquido, fluido» del quale le Ninfe sono protettrici. Plutarco, che fu sacerdote di Delfi, ci assicura tuttavia che la sovranità del santuario era stata divisa da Zeus fra Apollo e Dioniso e che a entrambi era stata affidata la stessa modalità di conoscenza: quella della possessione. Il sapere metamorfico si sarebbe così concentrato in un luogo «che era insieme una fonte, un serpente e una Ninfa», divinità divenuta allo stesso tempo salvifica e distruttrice. Nymphólēptoi erano definiti coloro che venivano posseduti dalle Ninfe, come spiega per primo Plutarco nella Vita di Aristide a proposito di molti degli abitanti dei dintorni dell’antro chiamato Sphragidion, sede oracolare. L’unico a spiegare la specificità dell’essere posseduti dalle Ninfe è Aristotele e lo fa nell’Etica a Eudemo, definendo questo rapimento, come le altre forme d’ispirazione divina, una delle modalità con cui la felicità si presenta agli uomini: «per i Greci, la possessione fu innanzitutto una forma primaria di conoscenza». È proprio l’essere presi o colpiti dal dio (il ratto e lo stupro di Zeus) che trasforma la nostra mente in un luogo di metamorfosi dove conoscere per mezzo della possessione. Non a caso Pindaro scrive che la possessione erotica scese dall’Olimpo nelle sembianze di una ruota cui era legato il corpo di un uccello chiamato Iynx, che era – ancora una volta – una Ninfa trasformata da Era. Nýmphē significa tanto «fanciulla pronta alle nozze» quanto «sorgente»: «è dunque la materia mentale che fa agire e subisce l’incantamento».
Il discorso di Calasso sui nymphólēptoi si sposta da Socrate, anche lui «rapito», agli studi tardo-ottocenteschi di Warburg su Botticelli e a come egli avesse identificato l’elemento pagano «nell’improvviso intensificarsi del gesto in una figura femminile»: era in quel «gesto vivo» che il potere delle Ninfe continuava a manifestarsi. Lo studioso finì in clinica per schizofrenia e proprio lì dedicò una conferenza alla figura simbolica del serpente: la manifestazione più crudele della Ninfa l’aveva infine sopraffatto, chiudendo la sua difficile ricerca.
Ne La sindrome Lolita Calasso interpreta il capolavoro di Nabokov come uno «straziato, sontuoso omaggio alle Ninfe», accusando l’incapacità dei critici di ieri e di oggi che si limitarono a parlare prima di pornografia e poi di pedofilia, senza comprendere quale luogo di conoscenza divina e terribile si celasse nel possedere e nell’essere posseduto dalla ninfetta Lo. Il teatro di posa della mente rilegge La finestra sul cortile con categorie vedantiche: l’ātman (il Sé) e l’aham (l’Io) corrispondono all’occhio del protagonista che veglia e all’assassino dalla sua stessa mente creato, attraverso il montaggio registico delle diverse finestre-scene, affinché possa compiere «l’azione per eccellenza», il sacrificio.
Ne Il guanto di Gilda lo scrittore constata come nel nostro secolo i Generi e le Convenzioni abbiano migrato dalla letteratura al cinema hollywoodiano, che più di ogni altro è riuscito a dare espressione a quel «feticismo totale» che oggi si manifesta. John Cage o il piacere del vuoto è un appassionato elogio di Cage e della sua «invenzione»: introdurre «un po’ di Vuoto nella musica, e perciò nella nostra vita», sconvolgendo le regole di un mondo come il nostro basato sulla malattia del Pieno. Sentieri tortuosi è dedicato a Chatwin e alla sua opera In Patagonia, dove parole e fotografie sono tenute insieme da una grazia innata e da quel particolare taglio che gli permette di trovare sempre «l’angolo giusto».
I due saggi successivi sono dedicati a Kafka: il primo, Kafka tra i naturisti, racconta del soggiorno dell’autore nello Jungborn, un istituto nudista, dove trasse ispirazione per la stesura del Disperso, mentre il secondo si sofferma sul suo amore mai dichiarato per un’attrice di una compagnia di teatro yiddish.
Confessioni bibliografiche ripercorre l’inusuale bibliografia di Massa e potere del Canetti, che sembra abbia voluto darci, «alla fine della sua opera più grandiosa», una sorta di «codice autobiografico» della sua esperienza di lettore. Ne L’editoria come genere letterario, infine, Calasso riconosce la grandezza di un editore nella sua capacità di «dare forma a una pluralità di libri come se essi fossero i capitoli di un unico libro», prendendo come modelli Aldo Manuzio e Kurt Wolff. Una capacità che, d’altra parte, ha sempre caratterizzato il suo esemplare lavoro per l’Adelphi.
Lettura di grande interesse per la varietà delle tematiche, l’originalità dei contributi e la loro importanza, La follia che viene dalle Ninfe è un’altra piccola ma impedibile tappa del percorso che Calasso conduce con maestria verso la comprensione della modernità attraverso la letteratura e il mito.
Roberto Calasso, La follia che viene dalle Ninfe
Adelphi Edizioni, Milano 2005 (Piccola Biblioteca, 530)