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La lotta fra il campo e il governo in un Argentina sull’orlo di una nuova crisi

di Mauro Mondello - 26/06/2008
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Prosegue il duríssimo scontro fra il governo argentino della Presidenta Cristina Fernández Kirchner e gli imprenditori rurali del paese.
Dopo oltre 100 giorni di blocchi stradali che hanno letteralmente messo in ginocchio l’economia ed i nervi della nazione sudamericana, non si e’ ancora giunti ad un punto di contatto tra i rappresentanti della Casa Rosada e gli esponenti delle quattro maggiori entita’ sindacali ed imprenditoriali del campo argentino.
Tutto verte intorno al provvedimento legislativo varato lo scorso marzo dalla Fernández e destinato ad innalzare sino al 45% le imposte sui ricavi derivati dalle esportazioni di soia, uno dei settori piu’ reddittizi per le aziende dell’agropecuario.
Stretto nella morsa di un’opinione pubblica che non accetta dimostrazioni di forza istituzionali, ma convinto nello stesso tempo di dover portare avanti il testo di legge, il governo Fernández ha subito impassibilmente per 3 mesi le scorribande di protesta dei ruralisti, che hanno paralizzato la circolazione viaria, provocando una gravíssima crisi di approvvigionamenti e contribuendo in maniera determinante ad un incredibile aumento dei prezzi.
Migliaia di tonnellate di derrate alimentari sono andate perdute, insieme a litri e litri di latte, riversati teatralmente dalle autobotti sui bordi delle strade bloccate.
La prudenza del governo nel gestire la crisi muove dalla paura di scuotere nell’opinione pubblica il fantasma della repressione, ancora ben vivo la-presidenta.jpgnella mente negli argentini e piu’ e piu’ volte sventolato in questi mesi da parte dei leader agrari e dei principali mezzi di comunicazione del paese.
Poco conta che in Argentina vi siano davvero migliaia di persone che vivono ben al di sotto della soglia di peverta’, la lotta economica in atto non guarda in faccia nessuno e cosi’, nonostante sia ben chiaro agli osservatori esterni come la protesta agraria si stia lentamente configurando alla stregua di un vero e proprio colpo di stato, tutto va’ avanti senza prese di posizione istituzionali nette.
A combattere sullo sfondo di questo strano scenario sono infatti due tipi ben differenti di capitalismo.
 
Da una parte ecco il capitalismo agrario, i grandi proprietari terrieri antiperonisti e antikirchneristi, in molti casi nostalgici della dittatura, che si spacciano mediaticamente per difensori del popolo ma che niente di piu’ e niente di meno dei propri interessi speculativi stanno difendendo.
Dall’altra troviamo gli interessi affaristici del governo, intenzionato ad espandere le sue sfere di influenza e sempre piu’ legato a doppio filo al mondo bancario.
Fermi a guardare, in balia di un sistema di comunicazione intrecciato da mille ramificazioni, la classe operaia, la classe lavoratrice, incoscientemente trainata a parteggiare per l’una o per l’altra corrente, evidentemente semplice spettatrice di un gioco molto, molto piu’grande di lei.
La mancanza di senso civico e politico che nell’Argentina post dittatura ha letteralmente preso il sopravvento si esplicita in maniera assoluta proprio in questa indefinibilita’ delle associazioni sindacali, dei movimenti progressisti, che in una fase di congiuntura delicatissima del paese non riescono a farsi voce del popolo, a costruire una piattaforma politica alternativa ed indipendente.
Stesso discorso vale per intellettuali ed esponenti del mondo artistico, prigionieri di un didascalismo criptico e poco pratico, inutile per un paese che avrebbe invece bisogno solo di chiarezza.
 
Da questa battaglia socio economica l’Argentina uscira’ in ogni caso ridimensionata, non c’e’ dubbio infatti che questo sia per Buenos Aires il periodo piu’ difficile dalla crisi economica del 2001.
alfredo-de-angeli-leader-agrario.jpgLa serrata dei ruralisti ha sinora portato al blocco delle misure previste, che diversamente da quanto calendarizzato dovranno passare per il Parlamento prima di essere approvate.
 
Niente decreto d’urgenza quindi, anzi, le proteste del settore agrario hanno costretto il governo ad istituire un “Istituto per la Ridistribuzione”, una specie di salvagente mediatico attraverso il quale verrano gestiti gli introiti in surplus delle nuove ritenzioni, destinate ora in parte alla costruzione di infrastrutture per tutto il paese.
Si tratta di una mossa populista, non prevista, intrapresa al fine giustificare di fronte al massacro comunicazionale degli ultimi mesi il contestatissimo provvedimento fiscale, soprattutto si tratta di una vittoria del campo, che ha incassto cosi’ uno dei primi segnali di resa della Casa Rosada.
 
Mentre nella simbolica Plaza de Mayo restano accampate 7 tende di 7 diverse entita’ a favore o contro il governo, l’Argentina non riesce ad esprimere un soggetto politico indipendente e libero che possa definitivamente far compiere al paese quel passo decisivo verso un futuro socialista che quasi tutto il continente sudamericano ha invece scelto di abbracciare, a quanto pare con esiti piu’ o meno ottimali.
Questa e’ d’altronde la storia di un paese che da sempre si sente diverso, piu’ nobile e borghese dei suoi vicini, prigioniero felice dei suoi limiti e delle sue ristrettezze fatalmente fuori dal tempo.  

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