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Non è tutto oro quel che luccica

di Eleonora Tonon - 26/06/2008
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Un Eden idilliaco di infiniti carati.
Un Paradiso fuso d’oro colante. D’oro massiccio.
Gioielli, monili, braccialetti, pettorali, diademi, ciondoli, idoli, amuleti.
Strade lastricate d’oro, gemme grosse come uova. Diamanti, smeraldi, piume arcobaleno, placche e corone d’oro… una profusione di ricchezza, di opulenza.
Civiltà misteriose, sepolte nell’afa umida della selva amazzonica, rimbombanti di seduzione nella scia di lunghi anni di storia.

Il mito di El Dorado, abbreviazione di El Indio Dorado, venne tramandato di spedizione in spedizione a partire dal 1500, quando i Conquistadores attraccarono nel Nuovo Mondo.
Una leggendaria città, sorta per volere di una civiltà avanzatissima, retta su tappeti di strade d’oro, dove tutte le abitazioni erano d’oro, dove l’accumulo di ricchezze soddisfaceva la popolazione intera, che viveva felice nell’abbondanza.
Interessante ma alquanto deludente, invece, scoprire come tale leggenda appoggi, in realtà, su un’interpretazione sbagliata.
A 50 km a nord di Bogotà, giace tranquillo il Lago di Guatavita.
Aggomitolata attorno al Lago, la pacifica civiltà dei Chibcha-Muisca celebrava i suoi riti e tramandava le sue tradizioni, fino all’arrivo degli Spagnoli, che, nel giro di mezzo secolo, decimarono la popolazione.
Un cronista iberico, però, prima che questa potesse scomparire, registrò scrupolosamente, attorno ai primi del ‘600, le fasi di un antico rituale dei Chibcha, celebrato proprio sulle sponde del Guatavita.
Gli indigeni adoravano un uomo, il futuro governante del popolo, che veniva posto su una zattera di giunchi, collocata sul lago. L’uomo veniva spogliato, unto con un terriccio vischioso e cosparso poi di polvere d’oro su tutto il corpo. Dopodichè, alcuni uomini vestiti di piume, braccialetti, corone d’oro puro gli offrivano doni, mentre uomini e donne sulle rive del lago ballavano e cantavano. Quando la zattera raggiungeva il centro del lago, il silenzio si levava e l’indio, ricoperto d’oro e recante i suoi doni, gettava tutto nell’acqua, mentre il popolo acclamava El Dorado, appunto il nuovo Re.

el-dorado5.jpgI Conquistadores, assetati dell’oro che sicuramente doveva giacere negli abissi del lago, tentarono di dragarlo più volte. Antonio de Sepulveda, commerciante di Bogotà, arrivò persino a praticare un profondo varco sul bordo del lago (ancora oggi ben visibile) da cui sarebbe dovuta defluire tutta l’acqua. Ma, dopo che il livello del lago si era abbassato di una ventina di metri, una frana richiuse l’apertura, provocando numerose vittime. Il progetto venne pertanto abbandonato, ma i Conquistadores trovarono comunque alcuni oggetti preziosi emersi, tra cui smeraldi e gioielli.
Con il passare del tempo, il resoconto del rito venne dimenticato e il mito di El Dorado si confuse con il nome di un luogo favoloso, nascosto tra gli altipiani delle Ande o nella folta vegetazione dell’Amazzonia.

I banchieri Welser di Norimberga furono tra i primi, attorno al 1530, a farsi coinvolgere nella ricerca di El Dorado. Altri, come Caboto e Cesar, risalirono il Rio de la Plata, giungendo al confine della Bolivia; de Ordaz risalì il Rio Orinoco, senza risultati; Dalfinger guidò la prima esplorazione al Lago di Maracaibo, apprendendo di una leggenda dalle popolazioni rivierasche che narrava circa una civiltà dell’entroterra, solita a scambiare oro come merce per ricevere cotone grezzo, coralli, perle, conchiglie giganti.
Quando Dalfinger morì nel corso di una spedizione per una freccia avvelenata, subentrò Georg Hohermuth, sempre inviato dai banchieri Welser. Costui esplorò il Rio Guaviare presso l’odierna Bogotà, fiancheggiando l’altopiano di Jerira, dov’erano stanziate le tribù Chibcha-Muisca alle quali era attribuita la leggenda.
La leggenda di El Dorado incontrò una svolta soltanto quando i Conquistadores Quesada e de Belalcazar scoprirono il resoconto del cronista che parlava dettagliatamente circa il rito del Indio Dorado. La laguna venne quindi depredata e la popolazione dei Chibcha sterminata. L’errore però nel quale incorsero ulteriormente i Conquistadores era dato dal fatto che i Chibcha non possedevano oro proprio, bensì lo ricavavano a loro volta da popolazioni finitime. I Chibcha possedevano soltanto delle miniere di sale e l’unico giacimento di smeraldi delle Americhe.
L’oro si trovava lungo il corso del fiume Cauca, e nella provincia dell’Ecuador del Nord, al confine con la Colombia, chiamata Esmeraldas.
La ricerca continuò: de Orellana setacciò tutta la selva amazzonica, invano.
Nel 1920 gli appassionati non si erano ancora arresi, e Harrison Fawcett cercò a lungo El Dorado nella selva dell’alto Xingu in Brasile, ma non fece mai più ritorno.
el-dorado6.jpgTra le novità più recenti, c’è il ritrovamento da parte dell’archeologo Mario Polia, docente della Pontificia Universidad Catolica del Perù, di un documento che descrive le fattezze di una città interamente d’oro. Nel documento si narra di un incontro tra il Padre Andrea Lopez e la civiltà di questa città fantastica, situata probabilmente nella città di Paititi. Vennero rivelate le coordinate di accesso al Papa, però la posizione di El Dorado venne mantenuta segreta dal Vaticano per paura di un’isteria di massa e un’eventuale corsa all’oro.

Ancora oggi il mito di El Dorado affascina e mette l’acquolina in bocca. Che sia fantasia o realtà, certo è che fa gola. Ciò nonostante, Voltaire ammonisce: “nei luoghi leggendari si trova la ricchezza, non la felicità”.

Per chi volesse tentare l’avventura, ci si può imbarcare con KLM, Iberia, Lan Perù da Roma per Lima, tenendo presente che, se doveste fallire nella vostra rocambolesca impresa, potrete sempre rifarvi gli occhi in Colombia, al Museo dell’Oro di Bogotà, istituito nel 1939, dove potrete ammirare l’artigianato orafo delle civiltà di Sinù, Chibcha-Muisca, Quimbaya, in un mosaico di colori e riflessi abbaglianti.

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