Qual è il limite?
di Mariagrazia Liotta - 27/06/2008
Ho letto un articolo di giornale oggi che ha innescato un vortice interminabile di pensieri. Parlava di immigrazione e centri di permanenza temporanea: dei bambini, accompagnati o meno dai genitori, reclusi nei centri, sfamati e curati dagli assistenti, angeli custodi della tribù in fuga. Tutti i bambini e i ragazzi scrivono e disegnano nell’attesa, esprimendosi e portando fuori da sé il trauma di un movimento forzato. Lo spostamento disperato di maree umane che su maree d’acqua arrivano, a scanso di incidenti purtroppo frequenti. Arrivano dove? Non importa, tendenzialmente. Quel che conta è scappare dalla fame e arrivare. Lampedusa, Sciacca, Agrigento, Pozzallo, Porto Palo: lì vengono letteralmente raccolti dai gommoni e inseriti in centri in cui i letti non bastano mai, in cui il cibo non basta mai, in cui la pulizia non basta mai, in cui l’aria non basta mai. Alla faccia di Borghezio che parlò del cpt di Lampedusa come di un hotel a 5 stelle…
Saranno persone bloccate per anni, forse per la vita intera, in un limbo: da una parte la terra che hanno dovuto lasciare, dall’altra la terra che –se va bene- li accoglierà e in cui non potranno mai sentirsi a casa, perché la loro casa non è quella; ma nel frattempo la loro casa, il luogo dove sono nati, non è più loro perché di fatto sono andati via. È persa. E continueranno a portarsela dietro nei ricordi e nella nostalgia, pur non possedendola. Torneranno indietro? Forse. Da vecchi. Affrontando un viaggio, un altro, e sforzandosi per ogni chilometro di ricordare un dettaglio in più della terra umida o desertica, polverosa o lussureggiante, che li ha visti nascere. Sono questi i respiri delle esistenze migranti e con questi pensieri devono convivere.
Mi spaventano alcune espressioni che vedo e sento in giro. In campagna elettorale ero rimasta impietrita davanti al manifesto della Lega, con l’immagine del nativo americano dal copricapo piumato intorno al quale campeggiava la scritta “loro hanno subito l’immigrazione, ora sono nelle riserve”.
E la Lega ha trionfato: il messaggio è passato, come direbbe un pubblicitario. Da un documento di padaniaoffice.org: “La sicurezza e l’ordine pubblico sono beni fondamentali ed irrinunciabili che debbono essere garantiti al cittadino in maniera primaria e prioritaria: non può esistere un diritto alla salute, alla scuola o al lavoro se sussiste l’insicurezza e la paura di percorrere le nostre strade, di vivere le nostre città, di spostarsi liberamente, mentre i delinquenti possono imperversare sul nostro territorio”.
Quel messaggio serpeggia all’interno delle case, nei bar e per strada. È il pensiero di tutti, e in quanto tale non si può fare a meno di considerarlo. Non si può fare l’errore di tralasciare un messaggio generalizzato che arriva dalla folla: enormemente amplificato, spaventoso e spaventato, ma reale.
Si chiede sicurezza, importantissima, non se ne dubiti, ma a scapito di altri diritti umani, fondamentali. Qual è il limite?
Nel tempo ho imparato una cosa, e cioè che nella sfera pubblica diritti e interessi vi rientrano con pari dignità. Ogni diritto deve avere ossigeno per resistere, e nessuno di essi può essere talmente forte da annientarne un altro che per quanto potenzialmente recessivo in un contesto particolare non può essere schiacciato. Compresso forse. Ma non schiacciato.
Segnalo un istruttivo reportage di Fabrizio Gatti inviato dell’Espresso, dal titolo: “Io, clandestino a Lampedusa” . Indirizzo URL: http://espresso.repubblica.it/dettaglio-archivio/1129502