Giuseppe Langella - Il moto perpetuo
di Giuliana Altamura - 01/07/2008
«Ciascuno insegue, senza saperlo, quel sogno arcano di felicità che si porta dietro da sempre, nascosto nel fondo dell’essere». È questo l’umano moto perpetuo che Langella osserva e descrive nella sua raccolta poetica, alla ricerca di un percorso ascensionale che riscopra il senso e trasformi quel movimento cieco in una «danza intorno al Centro».
Il libro è suddiviso in sei sezioni titolate, incorniciate da due sequenze più brevi. La prima, Accenni di fuga, si apre con due variazioni – l’elemento musicale è centrale nell’opera di Langella e non solo dal punto di vista semantico – che invocano una donna-angelo, «effimera compagna», che l’ha fugacemente visitato per poi spiccare il volo e abbandonarlo privo di quel saluto-salvezza tanto atteso; ma era forse necessario il suo dileguarsi, insito nel suo essere «figlia di via-col-vento», per cui la possessione avrebbe inevitabilmente comportato anche la perdita («potevo farti mia / per più di un momento?»).
La prima sezione, Leggende metropolitane, mette in scena con arguta ironia lo spettacolo dell’umanità contemporanea, dove stereotipi della moderna frenesia restano prigionieri di un impersonale e grigio moto perpetuo: c’è la donna in carriera con la sua «maschera di cera»; l’uomo ricco e rampante che il tempo pone tutto d’un tratto di fronte all’insostenibile visione di se stesso; l’«eroe in camicia» che parla ininterrottamente al cellulare finché la discesa agli inferi della metropolitana non lo lascia senza s-campo; le tre Grazie rovesciate, ossessionate dalla dieta, che si trasformano nella grottesca caricatura di sè; i due amici che, su modello del Palazzeschi, elencano i falsi paradisi pubblicizzati sugli annunci, estrema testimonianza dell’horror pleni.
In Quasi una trenodia, l’acutezza dell’osservatore si arricchisce delle suggestioni visivo-emotive del viaggio e, come capita a chi guarda il mondo scorrere velocemente dal finestrino del treno, inevitabilmente – all’improvviso – il poeta assorto scorge il proprio riflesso. La stazione diventa il luogo del mancato incontro con Cristo, la conciliazione dell’uomo col senso è perduta «tra la ressa, i biglietti, […] il tabellone / dove a capriccio (o per un folle piano) / rivoltava la mano il mio destino»; ma è anche il luogo degli addii, degli ultimi sorrisi. Da un treno notturno Langella descrive il suo personale Voyage au bout de la nuit, quando le parole si fanno «dolci, gravi, esitanti» ai piedi delle stelle e i paesi dai nomi di santi donano la pace di un eterno rimpatrio. Tornano anche qui i toni satirici della prima sezione (si pensi a Concerto grosso, dove quattro tempi musicali scandiscono la rappresentazione della tirannia di quell’«idolo» moderno che è il cellulare), alternati a momenti d’introspezione, nei quali solo la destinazione del viaggio scritta sul biglietto sembra salvarci dal «buio fitto» dell’io.
Il viaggio metaforicamente continua nella terza sezione, Altre Odissee. C’è un Ulisse che insegue il «colpo d’ala», incapace di saziare la sua sete infinita di conoscenza; una suora che «corre dovunque sappia / d’un’anima ferita» e pare prodigiosamente protetta dal caldo dell’ora più rovente; un’infermiera «di gomma» che non riesce a soddisfare l’«attesa inappagata di un sorriso umano» che tacitamente il poeta-paziente implora, lì dove il male più grande resta la solitudine del cuore. Ed è un componimento intitolato Polvere a chiudere la sezione, esprimendo un’angoscia tutta umana per esorcizzare il viaggio più lungo e ineludibile, quello della morte.
Alta via racchiude una serie di istantanee ad alta quota, realizzate dalla sensibilità di un poeta-alpinista che sa cogliere, nel senso dell’ascesa e del suo faticoso cammino per raggiungere il traguardo, l’immagine stessa dell’esistenza e delle sue travagliate conquiste. È proprio nel moto ad essere riposto il «mistero della vita», simile alle nuvole osservate sui dossi, che si muovono come greggi verso il giorno, «sopra le opache valli / dove l’uomo s’annoia o si dispera». Nella difficoltà del cammino si comprende anche il valore dell’amicizia e della solidarietà. Ne In cima al Cevedale la fatica della salita è accostata alla via crucis, mentre la felicità irrinunciabile della vista dalla vetta conquistata è simile al dolce premio della resurrezione. È la sete di quella gioia che spinge l’uomo all’impresa, per poi godere di «un anticipo di paradiso».
Giorno e notte è una sezione interamente dedicata alla moglie, scritta in occasione delle nozze d’argento e scandita dai versi del Cantico dei cantici. Dal ricordo del primo bacio all’evocazione del suo casalingo canto lieve, Langella compie un ritratto sicuramente sentito della consorte, che mescola sapientemente l’ironia alla decantazione, l’erotismo alla quotidianità, offrendo un originale e intenso omaggio poetico.
L’ultima sezione, Misteri di una historia salutis in allestimento, è – come spiega lo stesso poeta nelle sue note conclusive – una «sezione rapsodica, che allinea […] solo alcuni, pochissimi, eventi della historia salutis misteriosamente in atto». Partendo dalla domanda di Leopold Infeld («Il nostro universo è aperto o chiuso?») e dall’incapacità della scienza di rispondere, Langella si affida al mistero di un mondo che sta «in grembo a Dio». Richiama allora la figura di Adamo, dalla cui solitudine nacque Eva, precisamente come l’Altro venne generato dalla solitudine di Dio; Caino e il suo terribile rimorso; il Dio misericordioso dell’Alleanza; l’ingenua Maria, ancora fanciulla, che inneggia all’«Amore imprevedibile» del Cielo; la Crocifissione di Cristo e la morte di Giovanni Paolo II che ripete la sua Passione; un anticipo del Giudizio, con il mea culpa del giovane ricco ed egoista.
Il libro si chiude con due deliziosi Scherzi e l’immagine leopardiana di una luna fanciulla che gioca, annoiata dall’«eterno girotondo», con i treni di passaggio, «lieta se trova disposta a ruzzare / con lei nella notte silenziosa e bella / l’anima gemella / di qualche poeta».
La poesia di Langella, come anticipato, è dotata di una elevata qualità musicale: il ritmo – a volte più meditativo, altre trainante – è sempre garbatamente dettato dall’utilizzo quasi costante delle rime, che dimostrano un orecchio raffinato e una non comune cura stilistica. Il tono colloquiale, non privo di qualche sbalzo lessicale dal volgare all’aulico, piacevolmente incontra la finezza di un’ironia che guarda al mondo con la benevolenza di un viaggiatore sapiente che volge il capo dall’alto della sua ascesi terrena.
Giuseppe Langella, Il moto perpetuo
postfazione di Stefano Verdino
Nino Aragno Editore, Torino 2008 («Licenze poetiche»)