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Zimbabwe: la continua lotta tra forza e democrazia

di Mariagrazia Liotta - 04/07/2008
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E in questo caso, non isolato purtroppo, la lotta si è svolta in Africa. Lo Zimbabwe è stato il teatro e Mugabe l’attore, protagonista indiscusso a suon di fucilate. Tsvangirai capo dell’MCD, il Movimento per il cambiamento democratico, rappresentava la democrazia, non in quanto individuo, ovvio, ma in quanto opposizione dunque espressione della normale alternanza democratica cui un normale paese elettore dovrebbe aver diritto, attraverso il voto. Dovrebbe. Perché la forza ha vinto sulla democrazia.

Le dichiarazioni pre-elettorali registravano la schiacciante sicurezza di Mugabe, capo del partito da lui stesso fondato nella metà degli anni ’60, lo Zanu Pf e capo del paese dal 1987, il quale pochi giorni prima del turno elettorale del 29 Marzo si dichiarava praticamente certo che il voto dei cittadini avrebbe mostrato lealtà e obbedienza al suo potere e alla tradizione, certo altresì del fatto che il voto eventualmente dato al capo dell’MCD sarebbe stato un voto sprecato. Ma aveva torto visto che all’uscita dai seggi non c’è stato alcun trionfo, bensì un allungamento dell’MCD sullo Zanu di circa il 4.5%.

I fatti sono noti: dopo il primo turno di fine marzo lo Zimbabwe ha assistito ad attacchi sanguinari da parte delle milizie dello Zanu Pf, partito di Mugabe, ai danni dei sostenitori dell’ MCD. 90 morti (altre fonti parlano di 60, con 200 feriti) in definitiva, nonché intimidazioni e terrore seminati tra la popolazione che si preparava al secondo turno di ballottaggio.

Scoraggiato e decisamente affranto dal clima intimidatorio creatosi nel paese, il leader dell’opposizione si è rifugiato nell’ambasciata olandese, ritirandosi per protesta dal secondo turno elettorale che si è svolto comunque, sebbene tutto l’Occidente, compresa la campana stonata dell’ONU, si sia fatto sentire minacciando sanzioni, disconoscimenti e embarghi. Si è svolto lo stesso con forze armate a presidio del voto, con strane procedure di controllo e monitoraggio delle schede, con minacce alla vita e all’incolumità personale in caso di “voto sbagliato”. E con Tsvangirai che, tra un arresto e l’altro per futili e inesistenti motivi nei giorni precedenti al ballottaggio, invitava i suoi sostenitori a votare in caso di minacce…

Il ballottaggio è avvenuto lo scorso 27 giugno, e Mugabe, unico candidato rimasto in seguito all’abbandono per protesta dell’opposizione, ha vinto, stravinto e giurato. Per il sesto mandato.

Dove porterà il paese Robert Mugabe? 81enne che in circa 30 anni ha dapprima contribuito a liberare il paese dal white power, poi l’ha trasformato in una dittatura sanguinaria? È partito da ottimi principi, sulla carta: redistribuzione della terra e lotta all’analfabetismo (è stato in passato un professore in missioni cattoliche…). Però. Però un giorno ha deciso di farlo davvero. E il problema risiede nel “come”.
Nel 2000 ha sottratto la terra ai circa 80mila discendenti degli antichi white farmers per ridistribuirle. I braccianti sono rimasti senza lavoro. Le terre sono rimaste incolte per anni, perdendo gran parte della loro capacità produttiva e la redistribuzione è avvenuta. Ma a favore di chi? E in base a quali criteri? Difficile saperlo. Peacereporter sostiene che la distribuzione sia avvenuta a favore di amici e soci in affari del dittatore. Tra violenze e politiche che spaccano la società invece di unirla, allontanando i neri dai bianchi.

Come sta lo Zimbabwe?

In tutto il paese dilagano fame e crisi economica, con un’inflazione alle stelle e un tasso di disoccupazione che si aggira intorno al 70%. Continuamente si perpetrano violazioni ai diritti umani, che con la povertà e la fame vanno sempre a braccetto: la persecuzione politica è la prassi e l’ostruzionismo all’informazione è fuori discussione. Unica fonte indipendente è Sw- Radio Africa, radiogiornale che trasmette liberamente da frequenze inglesi, finanziata da organizzazioni non governative: la voce libera di uno Zimbabwe schiavo.

Per approfondire: www.peacereporter.net

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