Battuta di caccia. L’arresto di Radovan Karadžić.
di Mariagrazia Liotta - 27/07/2008
La “caccia” di Carla Del Ponte ha ottenuto un altro risultato: quel che si rimproverava al magistrato svizzero, controversa figura nel campo del diritto internazionale degli ultimi anni, era di non essere riuscita a portare a termine la caccia ai “macellai” del conflitto balcanico in Bosnia Erzegovina che ha dipinto a tinte fosche la storia europea degli anni Novanta connotandosi come la guerra civile più violenta in seguito alla dissoluzione dell’ex Unione Sovietica.
È di pochi giorni fa - 22 luglio- la notizia dell’arresto di Radovan Karadžić, una delle figure centrali cui si imputa la responsabilità dei peggiori crimini di guerra perpetrati durante il conflitto, insieme a Ratko Mladić, ancora latitante. In particolare in capi di imputazione riguardano la strage degli oltre 7.500 musulmani (bosniaci e croati) sterminati nell’enclave di Srebrenica nel 1995, eclatante episodio della pulizia etnica in atto in quei terribili anni. È passato del tempo, ma è importante non dimenticare, ed è importante mantenere viva l’attenzione su una regione europea complessa che ha vissuto la storia contemporanea in uno stato di forte turbolenza che si ripercuote incessantemente nella coscienza di un popolo che per ottenere stabilità e pace non può dimenticare, non può permettere di insabbiare un passato scomodo.![]()
L’arresto di Karadžić è infatti una tappa importante nel processo (necessariamente lento) di pacificazione e stabilizzazione che potrebbe portare la Serbia di Tadic in Europa, cosa che paesi come Francia e Italia sostengono e che anche lo stesso Barroso ammette come cammino ormai iniziato. Le aspirazioni europee della Serbia, viste come chiave di sviluppo economico e legittimazione in contesti di politica internazionale, non sarebbero infatti plausibili se non ci fosse nessuna ammissione di colpe, nessuna accettazione del passato.
Ma
cerchiamo di fare un po’ di chiarezza, ripercorrendo la vicenda: dopo la dissoluzione dell’Urss, l’ex Jugoslavia si avviò verso un processo di disgregazione lento e complesso che visse in modo indolore le proclamazioni di indipendenza di un primo gruppo di Paesi tra cui Slovenia, Croazia e Macedonia, per poi assistere pian piano al profilarsi della questione dell’indipendenza Bosniaca.
La Bosnia era una regione composita dal punto di vista etnico perché formata da una maggioranza Serba, fedele alla ex Jugoslavia, e da una minoranza di Bosniaci musulmani e Croati, animati strenuamente dal desiderio di indipendenza. Vista la confusione nell’area, le Nazioni Unite chiesero ed ottennero un referendum che avrebbe dovuto esprimere ufficialmente la volontà della popolazione. I serbi, che costituivano circa il 40% della popolazione, boicottarono l’iniziativa non presentandosi ai seggi e conseguentemente i consensi all’indipendenza furono di circa il 90% dell’elettorato. ![]()
Da allora -1992- i serbi iniziarono ad armarsi e a ostracizzare qualsiasi mossa nel percorso verso l’indipendenza Bosniaca causando circa 3 anni di violenta guerra civile, fino all’intervento militare della Nato, condotto poi in maniera unilaterale dagli Stati Uniti. Dopo il cessate il fuoco si arrivò agli accordi di Dayton, esperienza cruciale per la storia delle relazioni internazionali e della diplomazia perché connotata da elementi peculiari e nuovi, nonché da una serie di debolezze: mettendo da una parte l’eterogeneità degli interessi in gioco da parte dei grandi burattinai, si partì dall’idea della creazione di uno stato multietnico in un contesto dove il nazionalismo aveva regnato sovrano per anni dettando i lineamenti della storia della Regione; si confezionò una Costituzione perfetta per la
federazione della Bosnia Erzegovina, opera che gli ingegneri costituzionali internazionali calarono dall’alto in un territorio ferito e turbolento: motivo per cui non si fatica a credere che la Bosnia oggi sia uno stato quasi completamente dipendente dalla comunità internazionale, che quasi coincide con la società civile perché fu, e continua ad essere, la stessa comunità internazionale a costruire la coscienza civile. Una situazione che si ritiene normalizzata a distanza di più di un decennio, ma non credo sia così, per un motivo semplice quanto fondamentale: l’assenza di giustizia.
Parlavo prima, infatti, dell’accettazione del passato, dell’ammissione delle colpe: l’arresto di Karadžić, poeta e medico salutista sulla cui dieta a base di noccioline e uvetta sembra concentrarsi l’attenzione dei media (…), è appunto stato accolto come un passo importante nella direzione della fine assoluta del conflitto etnico. Trovo pericolosa la solidarietà dimostrata da Milorad Dodik, capo del governo della Repubblica Sprka che con le sue dichiarazioni morbide nei confronti di questa figura e nel suo appoggio incondizionato alla famiglia dell’ex generale, sembra sostenere l’area nazionalista serba che vede ancora Karadžić come una sorta di eroe della propria storia. ![]()
Ed è pericoloso, estremamente pericoloso: il popolo serbo deve mandar giù la storia, e digerire quel boccone amaro del genocidio musulmano di Srebrenica, come sottolineavo poco tempo fa nella recensione di “Processo agli Scorpioni” di Jasmina Tesanovic ( cronaca giudiziaria del processo svoltosi contro il gruppo paramilitare degli Scorpioni, artefice di numerosi crimini e uccisioni, dai nebbiosi collegamenti con lo stato maggiore serbo). Deve digerire odio e follia, deve digerire la sconfitta della Giustizia che ha sancito la estraneità della Serbia al genocidio: la giustizia che le vittime e i superstiti non hanno mai avuto e di cui hanno un estremo bisogno, per poter continuare a vivere quanto più serenamente possibile.
La ormai prossima estradizione di Karadžić dopo 13 anni di latitanza, e il suo futuro processo al Tribunale Penale Internazionale dell’Aja saranno davvero, come Adriano Sofri li ha definiti, “l’infrangersi di un tabù”?