Oh, Verona, Verona, perché sei tu Verona?
di Eleonora Tonon - 06/12/2008
Raggomitolati in un morbido abbraccio, dal Convento di Santa Maria di Lourdes, Verona distesa, luccicante nella nebbia umida, appare ancor più dolce.
Mito e classico cliché, che la taccia come la città degli innamorati, una volta ogni tanto.. lo stereotipo ci sta.
E passeggiare lungo Via Mazzini, dove, ad ogni lato, si aprono negozi e boutique, come ombrelli, e poi sagome di palazzi dimenticati, avvolti di fiori e balconi accesi, è allettante e romantico.
Fino a quando non si approda alla Casa di Giulietta: e l’amore, miseramente, diviene business.
Un corridoio di biglietti d’amore, trattenuti tra le gomme da masticare, conduce alla fittizia casa della sfortunata Capuleti, geniale invenzione di Antonio Avena, il quale, nel 1920, fu curatore per il Museo di Castelvecchio, all’epoca sotto la direzione di Licisco Magagnato.
E’ ai due personaggi in questione che si deve il primo riallestimento del castello. Eretto tra il 1354 e il 1356 per gli Scaligeri, si prestò ad uso militare fin dall’età napoleonica, fino a quando, nel 1920 circa, appunto, divenne sede della collezione d’arte medievale e moderna, per volere di Magagnato ed Avena, i quali si occuparono di creare un vero e proprio museo d’ambientazione.
La sobria facciata, alternata da bifore neoveneziane, custodiva all’interno una serie di armature incastonate in ambienti medievaleggianti. Il museo era ancora concepito per una piccola casta élitaria: bagni pubblici molto modesti, e mostre tematiche come “apparecchiare la tavola nel Medioevo� erano le caratteristiche che più spiccavano all’occhio.
Ma, nel secondo dopoguerra, è il famoso architetto Carlo Scarpa ad occuparsi di Castelvecchio. Lascia intatto il buon risultato scenografico esteriore, mentre lavora all’interno, contrassegnando le sale di sobrietà e pulizia formale. Richiami al neoplasticismo di Mondrian, tanto in voga all’epoca, sono visibili nelle griglie che si interpongono tra le finestre e il panorama sull’Adige, delicatamente, con pregiata raffinatezza. Le origini veneziane di Scarpa riecheggiano anche nella sistemazione del giardino, un gioco di riflessi tra l’acqua che sgorga dal pozzo e il colore, quasi un mosaico, del castello.
La collezione non offre pezzi di fama rilevante, fatta eccezione della statua del Cangrande della Scala, opera centrale attorno alla quale ruota tutto il museo. La sua collocazione fu molto discussa, e, infine, si decise di sistemarla tra i due piani del museo, sulla scala, di modo che fosse visibile a 360°, nella sua interezza. Il sorriso spavaldo ed ironico della statua a cavallo colpisce il visitatore, tra uno scorcio sulla bella Verona e uno sguardo a volo d’uccello tra la merlatura del castello.
Cammina cammina, ecco d’un tratto Piazza Bra. Salotto mondano, ancora oggi, sul suo fianco generoso s’affaccia un’ilare curva sorridente, che tanto ricorda la cara Venezia: caffè è hotel eleganti si fanno a gara, tra decorazioni settecentesche e quei pavimenti slavati che fanno tanto rétro.
La bella, solenne arena, rendez-vous dell’opera e della lirica, d’estate, è l’icona della città . Anfiteatro romano, è il terzo in Italia dopo il Colosseo e quello di Pompei. Venne probabilmente fondato durante il I sec. d.C., a circa 70-80 metri dalle mura, ma, purtroppo, ci restano ben poche fonti circa la storia e le attività ludiche che venivano organizzate all’arena, durante l’impero.
Ma se desiderate perdervi ulteriormente, imboccate l’incantevole Via Mazzanti, alle spalle della bellissima Piazza delle Erbe, dove si affacciano palazzi comunali, stupende case affrescate e la Torre dei Lamberti.
Piazza delle Erbe sorge sopra l’antico Foro Romano: al suo centro, spicca la famosa fontana del 380 d.C., soprannominata “Madonna Verona�. Tutt’attorno alla piazza si ergono magnifici palazzi: il sontuoso Palazzo Maffei e la Domus Mercatorum, tra i più meritevoli.
E Via Mazzanti, appena dietro, nei pressi di Piazza Dante, seduce con il suo profilo antico: le case erano interamente circondate da botteghe in legno e banchi di vendita, e, ancora oggi, il loro sguardo si tuffa nel passato. Situata nel cuore romano di Verona, la via risulta essere mediamente almeno 4 metri al di sotto dell’attuale superficie di Piazza Dante e Piazza Erbe. Un incredibile pozzo troneggia nel bel mezzo della via: accuratamente restaurato nel 1926, presentava gravi danni. Furono eseguiti i lavori necessari a una delle due colonne che era in più parti sfaldata e così pure al relativo capitello, nonché al ferro che sostiene l’architrave di marmo e che presentava corrosioni per l’azione del ghiaccio. Il restauro comportò allora una spesa di ottomila e quattrocentosettantadue lire.
Ma Verona non si esaurisce nel ventre lastricato di stradine misteriose: da visitare ancora la famosa Basilica di San Zeno, capolavoro del romanico, fondata da Re Pipino nell’ottavo – nono secolo d.C.; l’Arsenale del XIX sec. d.C., costruito dagli Austriaci e dedicato all’Imperatore Francesco Giuseppe I; e il Ponte Scaligero, situato di fronte a Castelvecchio, edificato nel XIV sec. d.C., e le quali 3 arcati diseguali in cotto e mattoni vennero fatte esplodere durante la Seconda Guerra Mondiale dai tedeschi. Venne ricostruito nel 1950, con le pietre ed i mattoni originali, recuperati sul fondo del fiume.
E, per immergersi ancora di più nell’atmosfera melliflua che culla Verona, ideale sfogliarsi un po’ di Shakespeare, prima di partire.