A Bologna un maestro del teatro: Sizwe Banzi est mort di Peter Brook
di Valentina Fulginiti - 07/12/2008
Fa finalmente tappa alla bolognese Arena del Sole l’allestimento che Peter Brook ha tratto dall’incisivo testo del sudafricano Athol Fuggard (tra l’altro noto ai più come co-sceneggiatore di “Tsotsi”, pellicola sudafricana premiata con l’Oscar per il miglior film straniero un paio d’anni fa). Chiudendo una vera e propria trilogia, “Sizwe Banzi est mort” ci costringe a confrontarci con un’Africa diversa dallo stereotipo (neo-) coloniale e a fare i conti con il razzismo di un apartheid non confinato alla società sudafricana, ma attuale ancor oggi. Casse di cartone impolverate, due soglie in ferro e due cavalletti sono gli unici elementi di questa scena, pronta a trasformarsi in uno studio, in un angolo di strada, o nell’interno di una casa poverissima. Trasformati dall’eclatante presenza fisica degli attori, gli oggetti riescono a trasmettere il senso del loro uso: la polvere e il lavoro come cemento di cui s’impastano i sogni. La prima voce narrante è infatti quella di Styles (Habib Dembélé), ex metalmeccanico alla Ford South Africa e poi fotografo. Le sue parole raccontano di come ha dato forma e vita al proprio sogno: non più essere una «scimmia ammaestrata» al servizio dei bianchi, ma poter essere padrone di sé stesso, il proprio direttore, il proprio contabile, il proprio capo del personale e persino il «caposquadra dei capisquadra». Il piccolo studio in cui Styles accoglie volti e voci della sua township è davvero un luogo dove i sogni prendono forma: sorrisi di famiglie, di adulti e di vecchi; e a volte, un sorriso su una fotografia è l’unica eredità che i padri lasciano ai figli. È proprio in questo
studio, ripulito dagli scarafaggi e dalla polvere, che al pubblico di «noi bianchi» è permesso di entrare in contatto con la seconda voce (e primo protagonista) della storia. È proprio lui, il Sizwe Banzi di cui leggiamo nel titolo (interpretato da Pitcho Womba Konga): contadino analfabeta e sans-papier nell’Africa della segregazione, dove «un bianco guarda il tuo pass senza guardarti in faccia». Vittima di un decreto di espulsione, Sizwe è trasformato in un fantasma senza diritti, senza né dignità né identità . Solo assumendo l’identità di un cadavere, fortunosamente ritrovato in una notte di ubriachezza, potrà sperare di continuare la sua avventura di emigrante: il vecchio “Sizwe” è morto, ma Robert Zwelenzima (questo il nome del morto) può rinascere. Almeno – ammonisce un amico – fino al prossimo guaio. Ma – domanda amaro Sizwe/Robert – è forse possibile che un nero non abbia guai? «Il guaio è la nostra pelle», si dice amaro, prima di correre a comprare una giacca a credito, e poi a scattare una foto da spedire alla moglie.Â
La complicità dei due attori sulla scena anticipa il modo diretto in cui gli attori istituiscono la loro comunicazione col pubblico; solo così sembra si possa restituire dignità a un corpo offeso e umiliato, considerato a malapena come uno strumento di lavoro, un «outil». La dignità dei corpi, così fieramente
espressa dal ritmo e dalla gestualità di Pitcho Womba Konga e Habib Dempelé, ci richiama all’urgenza di un’ingiustizia globale, in cui pochi passi di un “idiota” bianco valgono il frenetico lavoro di centinaia di braccia nere. Ma a volte non basta la rabbiosa esibizione di un corpo umano e occorre “farsi lepre”, rinunciare all’orgoglio per beffare il potere. E capiamo finalmente perché è proprio tra le foto di Styles che comincia la storia di Sizwe Banzi. È grazie a una vecchia foto, ritagliata da un pass e incollata su un altro, insignificante per il poliziotto che la guarda, che il fantasma vivente di Sizwe può ricominciare a vivere, facendosi beffe delle leggi e dei bandi imposti ai corpi. E mentre il fotografo, sornione, compie la piccola messinscena di una posa da istantanea, anche a noi, per una volta, viene da sorridere.Â