Destinazione Paradiso
di Eleonora Tonon - 21/03/2009
Tutti, ieri o prima di ieri, abbiamo sognato di stenderci sotto un vellutato Tifaifai, ornato di corolle azzurre di fiori profumati, e di farci bagnare gli occhi del sole, accecati dal blu del cielo e invaghiti del turchese dell’oceano.
Ra’iroa significa proprio “cielo infinito�: il nome è, già di per sé, il preludio al paradiso, il vestibolo che si affaccia sull’eden.
L’arcipelago delle Tuamotu, in Polinesia, è l’epicentro della coltura della preziosa perla nera. Le barriere coralline, arcobaleni sott’acqua; uccelli multicolore, come leggendarie fenici alate; cieli sempreazzurri; cappelli di pandano, cocco e canna, mirabilmente intrecciati secondo antiche tradizioni, tramandate di madre in figlia, rimandano ad un’evanescente, impalpabile miraggio di paradiso terrestre, o, meglio, marino.
L’arcipelago delle Tuamotu risulta il sito ideale per chi desidera rigenerarsi a contatto con la natura, respirare il fruscio dell’oceano ed ammirare miriadi di specie di pesci, tra cui si distinguono squali grigi, mante, pesci napoleone, razze leopardo, barracuda, ed altrettante colonie di uccelli, che, specie nell’Isola di Tikenau, sono soliti nidificare a fiotti.
L’arcipelago si compone delle isole Anaa, Arutua, Fakarava, Kaukura, Manihi, Mataiva, Nukutavake, Rangiroa, Takapoto, Takaroa, Tikehau.
Il più grande atollo della Polinesia francese è Rangiroa: si tratta di un nastro di isole, articolato verso una meravigliosa laguna. Particolarmente privilegiato il fondale marino, dove fiondarsi immediatamente per ammirare la vasta fauna che lo popola. Avatou, ad est, è il villaggio più grande: da non mancare un giro al mercato, per confondersi tra i sapori della frutta tropicale e i profumi dei fiori esotici, tra striature fucsia e smeraldo. A Paio, molto toccante è la visita al Santuario degli Uccelli: un pugno di colore, l’estasi dei sensi, la gioia del cuore.
L’isola di Tikenau offre la possibilità di effettuare scuba diving negli splendidi fondali marini, scrigno infinito che custodisce meravigliosi esemplari di pesci. Il villaggio di Tuherahera e quello di Maiaia sono le mete favorite per chi non vede l’ora di sfoggiare cappelli, borse e cestini di canapa, oppure di arredare casa con magiche statuette di palissandro locale e miro, un legno di rosa. Tipico souvenir delle Isole Marchesi è senz’altro l’umete, un originale portafrutta, usato anche come piatto di portata.
La Polinesia è una terra di antica, rinomata, preziosa bellezza. Osannata dai navigatori europei, omaggiata dall’opera di Paul Gauguin, che ha celebrato la schietta sensualità di questa terra e delle sue vahine, venne abitata presumibilmente attorno al 500 d.C. da un popolo sconosciuto, scomparso nel nulla. La seconda ondata di popolazione arrivò attorno al 1100, come sostiene una leggenda inca peruviana, secondo la quale i veri colonizzatori della Polinesia sarebbero stati proprio gli incas stessi, imbarcatisi su una zattera successivamente ad una sconfitta contro il Capo Carlo, sul lago Titicaca.
I primi conquistadores approdarono in Polinesia attorno al 1521, ma l’opera di colonizzazione vera e propria cominciò alla fine del 1500, con il contributo di Alvaro de Mendana e Pedro Fernandez de Quiros. Nel 1700, agli spagnoli e ai portoghesi, in decadenza, si susseguirono inglesi e francesi: dapprima Byron e Wallis, più tardi Bougainville, comandante francese che approdò a Hitia e poi condusse con sé in Europa il primo uomo tahitiano, Ahutoru. Nell’aprile del 1768, il celeberrimo capitano Thomas Cook raggiunse Capo Vénus: successivamente, compì altre tre traversate, e concluse la sua carriera nel 1779, alle Hawaii.
Altro evento famosissimo che ruota attorno alla storia della Polinesia è sicuramente l’ammutinamento del Bounty, sul quale sono state scritte molte parole e molti copioni.
Nel 1797, la Polinesia venne convertita al cristianesimo, a causa dell’avvento di James Wilson.
Oggi, nell’architettura, nella cucina, nelle tradizioni, l’influsso francese è più che evidente.
Ma non basta: i villaggi turistici dei Tour Operator, che cercano, più che possono, di snaturare il paesaggio, seminando palafitte di finzione risibile qua e là , tra una palma e una duna, interferiscono nella quiete e nella serenità proprie di quest’isole, pacifici occhi di fiori che punteggiano la spuma dell’oceano, da millenni, mentre solo le nuvole sussurrano ciò che sanno su di loro.